Quella cattiveria di Travaglio su Marina Berlusconi e Antonio Tajani…

         Nelle quattro righe della quotidiana “cattiveria” del Fatto di Marco Travaglio, in prima pagina, c’è oggi un sospetto che, con ironia ma non troppo, condivido. Il sospetto che nei rapporti fra Marina Berlusconi e Antonio Tajani, in ordine non solo alfabetico, si sia creata una situazione talmente imbarazzante e rischiosa per entrambi -non sul piano fisico, per carità,  ma politico- da proteggere i loro incontri conviviali con qualche cautela. A cominciare dall’assenza della “servitù”, cioè della più classica, scomoda, rischiosa testimonianza.

       La posizione di Tajani in Forza Italia mi sembra fattasi assai pesante, più di quanto egli pesi davvero sulla bilancia, per quanto sia un segretario dalla ormai scontata conferma nel congresso programmato per l’anno prossimo, prima delle elezioni politiche generali, avendo il potenziale antagonista Roberto Occhiuto, governatore della Calabria, appena annunciato di non volerlo contrastare come candidato al vertice del partito. O non ancora. E forse avendone parlato proprio con Marina Berlusconi, che lo riceve ogni tanto, separatamente da Tajani, peraltro carico, anzi stracarico di impegni come vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri fra guerre di ogni tipo e latitudine.

       Il cappio al quale, maliziosamente e andreottianamente, vedo ormai appeso Tajani, nella formula del peccato che si commette pensando male ma indovinando, è quell’asticella elettorale che pure lui improvvidamente si è assegnata come obiettivo: il 20 per cento dei voti, più del doppio, quasi il triplo, dell’8 per cento attuale. Con qualche decimale che mette il partito berlusconiano in concorrenza con la Lega di Matteo Salvini e ora anche di Roberto Vannacci, almeno sino a quando il generale -Vannacci, appunto- non consumerà la scissione che in tanti si aspettano ormai da lui. E che lo stesso Salvini mi pare abbia messo nel conto avvertendolo pubblicamente che fuori della Lega, per chi ne proviene, esiste solo “il nulla”, o il “deserto”.

       Di quell’eventualmente e probabilmente mancato 20 per cento Tajani potrebbe essere chiamato a rispondere dopo le elezioni, per quanto fattosi prudentemente confermare segretario, ripeto,  prima delle elezioni. Rispondere come segretario, appunto, ma anche come uno dei possibili concorrenti del centrodestra al Quirinale, quale viene sussurrato nei retroscena, alla scadenza del doppio mandato di Sergio Mattarella.

I rischi che Trump sta procurando al suo secondo mandato

“Trump mi pare un matto totale. Ma ho grande fiducia nella democrazia americana. Ho la sensazione che Trump non arriverà alla fine del suo mandato”, ha detto al Corriere della Sera il mio amico Jas Gawvronsky, intervistato per i suoi 90 anni quasi compiuti. E vissuti intensamente sul piano umano e giornalistico, vedendo e raccontando il mondo sempre da postazioni di riguardo, diciamo così: al di qua e al di là dell’Atlantico, al qua e al di là del Tevere, specie quando salì sul trono di Pietro il polacco Giovanni Paolo II, che si lasciò da lui intervistare per quasi due ore. E al di qua e al di là del muro di Berlino quando c’era e divideva l’Europa con una cortina di ferro e di cemento, appunto.  

       “Non dico che lo uccideranno”, ha precisato Jas parlando sempre di Trump e pensando, credo, ai predecessori del presidente morti ammazzati negli Stati Uniti. E io, a mia volta leggendolo e pensando all’inconveniente appena avuto dal presidente americano nel volo che lo portava a Davos, nel cantone svizzero dei Grigioni. Dove lui è arrivato e dato spettacolo di geopolitica, ma costretto in partenza a cambiare aereo per un “guasto” non molto ben precisato, almeno considerando il livello del passeggero e della sua sicurezza da garantire.

       “Succederà qualcosa”, ha continuato Jas avvertendo meno traumaticamente, ma non meno negativamente per Trump sul piano politico, che “già il voto di novembre” a metà mandato “sarà indicativo per capire quanto è sceso il suo consenso”. Che nella “democrazia americana” già evocata da Jas ha il suo peso, per quante forzature di potere, diciamo così, abbia già fatto e possa farne ancora un presidente cui giustamente Walter Veltroni ha appena rimproverato, in Italia, di sentirsi in attesa  solo del “giudizio di Dio”, non del popolo.

       Ancora Jas al Corriere della Sera a proposito di Trump e del suo secondo mandato alla Casa Bianca: “C’è un movimento all’interno del Paese per esautorarlo. Sbarazzarsi di un presidente è difficile, ma con la sua collaborazione potrebbe succedere”. Cioè, con i suoi eccessi, i suoi spropositi, le sue provocazioni, di fronte alle quali anche la premier italiana -la “fantastica” Giorgia Meloni, parola dello stesso Trump- ha dovuto prendere le distanze parlandogli in privato e poi parlandone in pubblico.

Anche “il ponte” della Meloni, offertasi fra le due sponde dell’Atlantico, è riuscito a mettere a rischio il presidente americano, più ancora di quanto non si tema sul fronte del no per il ponte sullo stretto di Messina ancora allo stato di progetto.

Pubblicato sul Dubbio

Il parossistico assedio dell’Italia alla Svizzera per la tragedia di Capodanno

         Cavalcato da Giulino Ferrara sul Foglio nel solito colore rosso, l’elefantino ha caricato sugli assedianti italiani della Svizzera. Che, guidati dalla premier Giorgia Meloni in persona, col supporto del vice presidente, forzista e garantista, del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, contestano le indagini sulla tragedia, anzi sulla strage -chiamiamola pure col nome che merita- di Capodanno a Crans-Montana. Dove sono morti bruciati o intossicati troppi ragazzi, anche italiani, in una trappola, più che in un locale di festa.

       Sin dalle prime battute della tragedia del fuoco e di quella successiva, televisiva e di carta, si avvertì il rischio   dell’apertura parossistica di un’altra guerra in Europa, non bastando quella d’Ucraina in corso da quasi quattro anni.

Il Papa si è fortunatamente sottratto alla tentazione di rimandare in patria le sue note e michelangiolesche guardie svizzere per fare giustizia spiccia, anche contro gli inquirenti avvertiti subito come inadeguati. O persino complici per le modeste cauzioni fissate per la liberazione dei proprietari e gestori del locale così mal protetto dal rischio d’incendio. Ma poco è mancato che il governo italiano  spedisse in Svizzera le sue squadre.

Stiano parlando, signori, della Svizzera, della neutrale e democratica Svizzera, per cui non ha torto Giuliano Ferrara a  parlare della nostra Italia,  e dei poteri istituzionali in rivolta contro i vicini, di “un paese folle, costruito sulla gogna per i presunti colpevoli” e “sull’unità operativa e di carriera di chi accusa e di chi giudica “, con “l’abominio rigurgitante del carcere afflitto dalla piaga della custodia preventiva, e nel pieno di un referendum che si vuole riformatore della giustizia sommaria“. Un referendum alla cui campagna per il no rischiano di dare una mano, col loro assalto alla giustizia svizzera troppo garantista, i principali esponenti del governo. Compreso -ha sfottuto Ferrara scrivendo di Tajani- “il figlioccio di Silvio Berlusconi e di trent’anni di guerra intorno alle esondazioni della giustizia e al penalismo politico vendicativo”.  Trent’anni contati peraltro dal fondatore del Foglio con una certa approssimazione perché in realtà è da più di quarant’anni, dal caso di Enzo Tortora, che l’Italia vive la drammatica questione della sua giustizia.

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Quei lunghi 43 anni della questione Giustizia apertasi col caso Tortora

Per quanto scontate perché riferite a date e fatti conosciutissimi, le celebrazioni conservano sempre una loro improbabilità, una sorpresa, un’occasione per rileggere qualcosa e rilevarne o scoprirne aspetti importanti. Come la questione della giustizia, dei suoi rapporti con la politica, e viceversa. Che siamo un po’ tutti portati a datare al 1992 con l’esplosione di Tangentopoli, Mani pulite, i processi di cui è appena morto uno degli avvocati della difesa più emblematici, Giuliano Spazzali, al quale ha reso le armi anche il suo ruspante, ruspantissimo antagonista del tempo Antonio Di Pietro. Furono gli anni in cui anche un presidente della Repubblica come Giorgio Napolitano individuò, scrivendone pubblicamente alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte in terra tunisina, il “brusco cambiamento” intervenuto nei rapporti fra giustizia e politica, appunto.

       Ma le celebrazioni dei 50 anni della Repubblica di carta del compianto Eugenio Scalfari hanno fornito l’occasione qualche giorno fa di un ritorno su quel giornale, sia pure solo da intervistato, di una delle più celebri firme che ne erano uscite abbastanza clamorosamente: Paolo Guzzanti. Il quale ha ricordato, in particolare, l’intervista commissionatagli personalmente da Scalfari nel febbraio del 1980 all’allora ministro della Marina Mercantile Franco Evangelisti, dimessosi per lo sputtanamento, diciamo così, derivato alla sua corrente, quella democristiana di Giulio Andreotti, alla Dc e in fondo a tutta la politica dal quadro emerso del finanziamento illegale dei partiti, e loro derivati. “Ah, frà che te serve?”, fu il liet motiv di quel filone ispirato alla frase con la quale il costruttore Gaetano Caltagirone si offriva di consuetudine all’amico Franco Evangelisti.

       Nell’evocare quella vicenda, e particolari divertentissimi come il richiamo di Scalfari ad Evangelisti a parlare da “ministro della Repubblica” mentre l’altro protestava con parolacce in romanesco contro il casino in cui si era ficcato in fondo da solo, Guzzanti ha ricordato lo stupore suo e dello stesso Scalfari per la indifferenza giudiziaria nella quale poi cadde la vicenda. Nessun avviso di garanzia, nessuna indagine, nessun processo. Eppure c’era già la legge sul finanziamento pubblico le cui violazioni poco più di una decina d’anni dopo avrebbero scatenato il finimondo.

       Già, perché? Soltanto l’anno dopo, nell’estate del 1981, lo stesso Scalfari avrebbe raccolto dal segretario del Pci Enrico Berlinguer la famosa intervista che riduceva ad una “questione morale” il problema dei rapporti dei comunisti con tutti gli altri partiti della trascorsa stagione della “solidarietà nazionale”. Dalla quale i comunisti, dopo avere appoggiato dall’esterno due governi monocolori democristiani di Andreotti, si erano tirati indietro, a sentire e interpretare Berlinguer, non per sottrarsi al programma del riarmo della Nato, e del suo ombrello sotto il quale pure lui si era sentito protetto, ma per rivendicare e rispettare la loro “diversità” morale: onesti contro tutti gli altri disonesti.

       Il clima politico, insomma, c’era per attingere all’ancora fresca avventura di Evangelisti, diciamo così, e saltare giudiziariamente sui partiti. Esso arrivò dopo. Ma non nel 1992 col l’arresto del socialista Mario Chiesa a Milano colto in flagranza di tangenti. Arrivò nel 1983 col clamoroso arresto a Roma di Enzo Tortora, a seguito del quale i macroscopici errori e abusi emersi dalla vicenda giudiziaria del popolarissimo conduttore televisivo, scambiato per un camorrista spacciatore di droga, scossero socialisti e radicali. Che sollevarono sul piano referendario la questione della irresponsabilità in cui operavano i magistrati.  Che, dal canto loro, abituati all’impunità, di carriere e di soldi, scoprirono a loro volta la pericolosità della politica.

Fu lì che nacque la questione giustizia, tuttora aperta con un referendum che però potrebbe finalmente risolverla, diversamente da quello del 1985 formalmente vinto da socialisti e radicali ma poi tradito con una disciplina della responsabilità civile delle toghe praticabile solo per modo di dire. Si lasciò scriverla agli stessi magistrati.

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Un altro strappo nei rapporti fra Trump e la Meloni, o viceversa

         Questa volta, dubitando persino, e a dir poco, dell’aiuto ricevuto dagli alleati della Nato nell’intervento in Afghanistan dopo la strage di New York con l’attacco terroristico alle torri gemelle, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump l’ha fatta così grossa -avrebbe detto la buonanima di Amintore Fanfani- da non riuscire a coprirla. Né alla vista né al naso.

Persino la paziente, tollerante, comprensiva premier italiana Giorgia Meloni, in ruolo costante di “ponte”, è tornata a sbottare. E dopo “l’errore” contestato pubblicamente a Trump sul progetto di annessione, conquista, acquisto e quant’altro della Groenlandia, ha reclamato altrettanto pubblicamente “rispetto”. E non solo per i 53 italiani caduti e gli oltre 700 feriti in Afghanistan, ricordati dalla premier, ma più in generale per l’alleanza atlantica colpita dal pesante giudizio del presidente del suo principale paese componente.  

Eppure la premier italiana, per mitigare l’”errore” contestatogli sulla questione della Groenlandia, si era appena spesa a favore dell’ambizione di Trump al premio Nobel della pace, pur avendo il presidente americano cambiato peraltro il nome al Ministero della Difesa degli Stati Uniti per chiamarlo Ministero della Guerra, sempre al maiuscolo.

Più che il premio Nobel della pace, Trump ne meriterebbe ormai uno tutto nuovo da intestare alla provocazione. Come ha finito per diventare, anche per le modalità e i tempi dell’annuncio, il “board della pace” a Gaza. O del bordello, nella impietosa…traduzione del manifesto in Italia.

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L’onore delle armi di Di Pietro all’avvocato antagonista Spazzali

Si chiama filosoficamente eterogenesi dei fini il fenomeno degli effetti delle azioni umane inaspettati, spesso opposti a quelli perseguiti. E’ il caso emerso, con la   morte dello storico avvocato degli anni di “Mani pulite” Giuliano Spazzali, dai suoi rapporti col principale antagonista nel processo più emblematico di quella stagione, che fu il sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro. L’imputato difeso da Spazzali era Sergio Cusani, accomunati da esperienze giovanili di estrema sinistra, extraparlamentari. Spazzali era stato peraltro il difensore di un’organizzazione di cui dice tutto il nome: Soccorso rosso. Erano stati i tempi degli anni di piombo, per intenderci.

       Nella vicenda giudiziaria e politica delle “Mani pulite” la coppia più assortita di inputato e avvocato difensore fu quella di Spazzali e Cusani. Quella meno assortita fu di Spazzali e di Di Pietro. Che scoprì appunto con Spazzali un tipo di avvocato cui non mi sembra tuttora fosse abituato, indisponibile ad assecondare l’accusa per risparmiare manette e quant’altro all’assistito accusato di partecipazione a Tangentopoli. Così fu chiamata non una città ma un sistema dove si praticavano e si scambiavano con le tangenti gli affari privati e il finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica.

       Informato della morte da Libero, Di Pietro ha reso a Spazzali l’onore delle armi, riconoscendogli “la determinazione”, ricambiata, e negando di averlo mai considerato per questo un “nemico”. Un segno di civiltà che non guasta di certo in questi tempi di alta esasperazione, diciamo così.

       Cusani, di simpatie socialiste dopo gli anni dell’estremismo, era il consulente finanziario, ma anche di più, della famiglia Ferruzzi allargata a Raul Gardini e a Carlo Sama. Egli aveva partecipato, quanto meno, alla gestione di una “maxitangente”, come fu chiamata, di 150 miliardi di lire messa a disposizione dei politici per smontare con profitto l’Enimont prodotto dalla fusione fra la Montedison privata e l’EniChem  pubblica.

        Al processo chiamato appunto Enimont, in cui Cusani fu  condannato con rito abbreviato a poco meo di dei anni di carcere di cui quattro effettivi e riabilitato dal tribunale di sorveglianza di Milano nel 2001, fra gli altri deposero l’ex presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi, spavaldo nella difesa della politica lasciatasi finanziare illegalmente da imprese e imprenditori che facevano la fila per pagare tangenti, salvo poi considerarsi concussi, cioè obbligati, e l’ormai ex segretario della Dc Arnaldo Forlani, così imbarazzato nelle risposte da insalivarsi.

 Per quanto incalzante nelle domande e nei gesti trasmessi dalla televisione, Di Pietro non parve abbastanza duro con Craxi all’esigentissimo fondatore e ancora direttore della Repubblica di carta Eugenio Scalfari. Al quale invece piacque dopo qualche anno la liquidazione fatta da Di Pietro delle piaghe diabetiche di Craxi a “foruncoli” per contrastare tentativi della difesa di rallentare i tempi del processo per ragioni di salute.

       Ciò che Spazzali contestava delle indagini erano contenuti e metodi, che considerava arbitrari. Erano d’altronde gli anni in cui i rapporti fra i sostituti procuratori e il giudice per le indagini preliminari erano tali che il secondo  restituiva le carte ai primi per consigliare una diversa formulazione della richiesta di arresto, piuttosto che negarla. Ciò accadde, in particolare, al gip ormai fisso di “Mani pulite” Italo Ghitti, tanto apprezzato dai colleghi inquirenti e giudicanti a carriera unica da essere eletto al Consiglio Superiore della Magistratura.

       Potete immaginare quanto sarebbe stato felice l’avvocato Spazzali di votare sì al referendum di marzo sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e sul resto della riforma intestata alla giustizia ma in realtà riguardante solo la magistratura. La morte glielo ha appena impedito. In compenso egli ha fatto in tempo a sentire e a leggere di Antonio Di Pietro schierato per il sì referendario anche per avere avuto nel frattempo l’avventura di frequentare i tribunali pure da imputato e da avvocato, dopo gli anni epici di sostituto procuratore. Cui le folle chiedevano di far loro sognare sempre più manette. L’eterogenesi dei fini, ripeto.

Pubblicato su Libero

Il labile confine politico e culturale fra l’ironia e l’ossessione dell’antifascismo

       Dalle “affinità elettive” del titolo di copertina del manifesto al “patto d’acciaio” evocato dal Riformista, sempre nel titolo di copertina, alla vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX in cui la premier Giorgia Meloni camminando col cancelliere tedesco Friederich Merz gli dice che “Germania e Italia non sono mai state così vicine”. E l’altro obietta che “oh, sì che lo sono state”. Ai tempi di Mussolini e Hitler e del patto d’acciaio, appunto, propedeutico, al di là delle furbizie e riserve italiane, alla tragedia della seconda guerra mondiale.

       L’ironia sulle intese appena sottoscritte a Roma fra la Meloni e Merz in un contesto europeo e mondiale da fiato sospeso, a dir poco, è tanto facile quanto naturalmente fuorviante. La Meloni con gli stivali e Merz con la svastica sul braccio non fanno ridere. Servono solo a distrarsi e, almeno in Italia, a demonizzare una destra alla quale non si vuole perdonare di guidare il governo senza sfasciare il Paese, se non nell’immaginario di una sinistra che non sa vivere d’altro se non di antifascismo, anche dopo lo “spartiacque” recentemente indicato dal Capo dello Stato nella nascita della Repubblica. Quella italiana, non quella di Salò evocata, parlandone col Foglio, da Goffredo Bettini per motivare il suo ripensamento contro la riforma della magistratura sotto procedura referendaria.  Che se passasse -ha detto il guru e quant’altro del Pd- potrebbe investire di tale forza la Meloni da restituirla al fascismo, anche suo malgrado.  “Un’ossessione”, ha giustamente titolato Il Foglio pur essendosi scomodato a raccoglierla. O, astutamente, raccogliendola per deriderla.

Processo referendario di Panebianco all’innominato Bettini

Lì per lì, leggendone il titolo datogli sul Corriere della Sera in prima pagina – “Il referendum sulla giustizia sarà un derby sul governo”- ho pensato che il buon Angelo Panebianco si fosse fatto convincere sul piano, diciamo così, scientifico, della riduzione del referendum sulla magistratura in un derby, appunto, sul governo. Come aveva fatto sostenuto qualche giorno prima Goffredo Bettini scrivendone sull’Unità e convertendosi al no dal sì annunciato e spiegato più volte mentre la riforma era ancora all’esame del Parlamento.

       Invece no. Davvero no, ma alla rappresentazione anche di Bettini. Che, pur senza essere direttamente nominato dal professore editorialista del Corriere, si dovrebbe riconoscere caduto, per gli argomenti esposti da Panebianco dettagliatamente, nell’”abisso che separa la democrazia ideale e la democrazia reale”, qual è diventata la nostra proprio col ragionamento di Bettini. In cui al “confronto tra opinioni diverse che entrano nel merito della legge” contestata con la procedura referendaria si preferisce e si cavalca una guerra fra governo e opposizione, o viceversa.

       Ora, anche sul piano istituzionale o scientifico, pur se Panebianco non ha voluto infierire chiamando in causa Bettini e contestandoglielo, il governo ha finito di essere controparte dello stesso Bettini e compagni o amici nel momento in cui la riforma è stata approvata dalle Camere con la maggioranza minima ma pur sempre qualificata che è quella assoluta prescritta dall’articolo 138 della Costituzione.

       Dal momento dell’approvazione la controparte dei contrari ha cessato di essere il governo ed è diventato il Parlamento. Il “derby” pertanto lamentato da Panebianco ma paradossalmente attribuitogli dal titolo assegnatogli, ripeto, dal Corriere con una certa distrazione, a dir poco, è solo un abuso. Come non capì una decina d’anni fa l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, imbracciando una sfida che gli fu politicamente fatale su una più larga riforma costituzionale, e ha invece avvertito con astuzia e prudenza la Meloni.

       Se proprio vogliamo concedere qualcosa all’immagine, spettacolo e quant’altro del “derby”, fermo restando l‘attore che è diventato ormai il Parlamento, la controparte è semplicemente la magistratura, oggetto della riforma e ostile. Essa ora sostiene peraltro anche di essere stata poco democraticamente, anzi autoritariamente, esclusa nella sua associazione di rappresentanza sociale, non istituzionale, dal governo nella preparazione del testo e nel suo percorso successivo. Ma i signornò togati opposero a suo tempo alla prospettiva di un confronto il carattere “non negoziabile” -ricordate?- del loro stato attuale, a carriera unica fra giudici e pubblici ministeri. Che peraltro è quello cui furono ridotti a suo tempo dal fascismo, e fu ereditato con una certa leggerezza, diciamo così, dalla Costituzione repubblicana di antifascismo dichiarato e vantato.

Pubblicato sul Dubbio

Il…contenzioso dei grattacieli a Gaza, quando si finirà davvero di distruggere

       Con la vocazione dissacratrice che gli è rimasta contrastando a suo tempo a sinistra il Pci, e rimediandone l’espulsione, il quotidiano ancora orgogliosamente “comunista” il manifesto ha declassato praticamente a bordello il “board” della pace a Gaza voluto dal presidente americano Donald Trump. E sbandierato a Davos per fare di quella striscia rasa al suolo e insanguinata in Medio Oriente una riviera di grattacieli. Dei quali Trump, sempre lui, è uno specialista avendone costruiti e possedendone negli Stati Uniti: suoi, ormai, anch’essi in ogni senso. Specie dopo che, sopraelevandosi rispetto agli elettori che lo hanno riportato alla Casa Bianca l’anno scorso, Trump si è appellato al “giudizio di Dio”, come lo ha giustamente pizzicato oggi sul Corriere della Sera Walter Veltroni, di fronte alle critiche che sta rimediando la sua azione negli stessi Stati Uniti. Dove la popolarità del presidente è in calo e sono attese con crescente preoccupazione dai suoi sostenitori le elezioni di medio termine dell’autunno prossimo.

       Quei grattacieli di Gaza, dall’immaginario depliant trumpiano di affari e di turismo, se e quando davvero si finirà sul posto di demolire, distruggere e uccidere, sono un po’ anch’essi, come la storia del manifesto nella sinistra italiana, dissacratori. Un’assonanza resa anche da quel titolo di copertina che vi ho riproposto.

       Affrettatasi nei giorni scorsi, in una delle sue frequenti missioni all’estero, a comunicare personalmente, e compiaciuta, la proposta di Trump all’Italia di adesione al comitato d’affari, chiamiamolo così, la premier Giorgia  Meloni ha voluto o dovuto prendersi un pò di “tempo” per decidere. O, per dirla in termini più pratici o diretti, per strappare l’assenso al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prevedibilmente dubbioso, a dir poco, anche per i diffusi malumori, in materia, fra i paesi dell’Unione Europea.

       La stessa Meloni ha citato l’articolo 11 della Costituzione, che richiede “condizioni di parità con gli altri Stati” per aderire a trattati, organizzazioni e quant’altro comportanti “limitazioni di sovranità nazionale”.

       Ma, più ancora di questo articolo 11 della Costituzione, vale nella resistenza avvertibile al Quirinale il successivo articolo 87 sulla figura e sulle prerogative del Presidente della Repubblica. Che -dice l’ottavo capoverso, o comma, come si dice giuridicamente- “accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere”.  “Quando occorra”, ripeto. E il presidente della Repubblica non può certo considerarsi estraneo, o intruso, a questa valutazione. E di un trattato internazionale sicuramente si tratta pensando e parlando dell’adesione dell’Italia a quel comitato d’affari, ripeto, che risulta addirittura competitivo, e non solo concorrente, rispetto all’Organizzazione delle Nazioni Unite.

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Il penultimo Donald Trump che a Davos rutta ma non vomita….

         Anche il penultimo Donald Trump, quello di Davos, nel cantone svizzero dei Grigioni, ha dunque spiazzato tutti, persino se stesso. Dopo un incontro con l’olandese Mark Rutte, segretario generale della Nato, il presidente americano ha dato l’impressione, diciamo così con la prudenza che impongono l’uomo, le circostanze e altro ancora, di volere rinunciare all’acquisto, all’invasione, all’annessione o simili della Groenlandia, e quindi anche ai dazi suppletivi minacciati contro i paesi europei allertatisi per i suoi primi progetti. Egli ha preferito delineare con Rutte “il quadro di un accordo” atlantico. Ripeto: il quadro di un accordo, che non è ancora quindi un accordo, per cui potremmo trovarci di fronte solo alla cornice di un quadro ancora da dipingere, da definire.

       Viste le cose al solito per niente simpatiche appena ripetute sugli europei ingrati della libertà ottenuta dagli americani a suo tempo di poter continuare a parlare più lingue e non solo il tedesco nibelungico di Hitler, potremmo scherzare sul nome di chi sembra averlo fatto ragionare un po’ e dire che alla fine il presidente americano ha ruttato ma non vomitato.

       Il resto di questa storia, lunga ormai un anno, quanto ne è trascorso dei quattro del secondo mandato di Trump alla Casa Bianca, è tutto da scrivere e raccontare, come il quadro destinato alla già ricordata cornice.

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