Dai giornali di partito all’assalto dei giornali ai partiti….

C’erano una volta i quotidiani ufficiali di partito, spesso vere e proprie fucine professionali di giornalismo, da alcuni dei quali sono uscite firme eccellenti dei giornali non di partito, orgogliosi della loro qualifica di indipendenti. Giornali di partito come l’Unità conunista, l’Avanti! socialista, davanti al cui esclamativo Sandro Pertini mi raccontava, pipa in mano,  di mettersi spesso “sull’attenti”  dirigendolo o solo leggendolo, Il Popolo della Dc, diretto anche dall’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, La Voce Repubblicana, con la quale si divertì un Giovanni Spadolini reduce dalla direzione addirittura del Corriere della Sera, La Giustizia e poi l’Umanità del Psdi, il Secolo d’Italia del Movimento Sociale e poi di Alleanza Nazionale, dove si formò senza mai rinnegarlo o mostrare imbarazzo un vice direttore del Corriere della Sera come il compianto Gaspare Barbiellini Amidei.

         All’epoca dei molti giornali di partito subentrò nel 1974, col quotidiano il Giornale nuovo fondato da Indro Montanelli dopo il licenziamento dal Corriere della Sera e una breve ospitalità di Gianni Agnelli nella Stampa, l’ora dei giornali partito. Giornali cioè che non prendevano la linea da un partito ma la ispiravano, dettavano e quant’altro. A un partito o più partiti rappresentativi di un’”area”, si diceva. Quello di Montanelli, dove lavorai per una decina d’anni indimenticabili, ispirava una parte della Dc e partiti laici estranei o, per qualche tempo, prigionieri per necessità di quell’antipasto del compromesso storico proposto da Enrico Berlinguer che fu la maggioranza di “solidarietà nazionale”.

         Ad un certo punto, e per un certo tempo, quando si delineò e comparve il famoso “sorpasso” del Pci, Montanelli fra la delusione e i lamenti di amici come Ugo La Malfa o collaboratori e parlamentari liberali come Enzo Bettiza e Cesare Zappulli, si disamorò anche dei laici -lui, laicissimo- per raccomandare ai lettori il voto alla Dc.  Pur “col naso turato” che Giulio Andreotti una volta gli disse, me presente, di “gradire poco, ma non tanto poco da non ringraziare” per i vantaggi che ne ricavava lo scudo crociato.

         Come quotidiano partito, e non di partito, al Giornale rimanemmo soli per un anno e mezzo, non di più. Nel 1976 arrivò nelle edicole la Repubblica di Eugenio Scalfari. Noi contro la prospettiva di un governo, e non solo di una maggioranza transitoria, di democristiani e comunisti, loro -quelli appunti di Repubblica– a favore. A volte ricorrendo anche ai misteri, come a quel Moro postumo dal quale Scalfari raccontò e stampò di avere raccolto l’impegno, prima di essere rapito e ucciso dalle brigate rosse, di portare i comunisti appunto al governo, non più lasciandoli nell’anticamera dell’appoggio esterno.

         Trovammo entrambe -le squadre di Montanelli e di Scalfari- difficoltà economiche nelle quali rischiammo anche la chiusura. Montanelli, in particolare, litigando con Eugenio Cefis, che ci aveva aiutato a uscire con un vantaggioso contratto pubblicitario ma non condivideva i nostri progetti di espansione con edizioni locali i cui costi venivano solo inizialmente coperti da volenterosi imprenditori del posto. E Scalfari litigando metaforicamente con i lettori che non acquistavano la sua Repubblica nella quantità programmata negli investimenti.

         In soccorso di noi del Giornale arrivarono prima l’Iri, con finanziamenti pubblicitari grazie a un intervento di Arnaldo Forlani, dal quale fui mandato in missione da Montanelli conoscendo i nostri amichevoli rapporti personali, e poi un Silvio Berlusconi ricco e rampante al quale sembrò toccare il cielo con un dito diventando editore del giornalista e scrittore più famoso e letto d’Italia. Poi, benedetto Cavaliere, decise a cavallo fra il 1993 e il 1994 di mettere su un suo partito per scalare direttamente Palazzo Chigi e avvertì Montanelli come un incomodo insopportabile perché contrario al solo rischio di diventare il direttore del partito berlusconiano.  Per fortuna non vissi anche quel passaggio, dopo averne provati altri, avendo lasciato il Giornale nel 1983 perché io mi fidavo di Bettino Craxi in politica e Montanelli no, sospettoso della poca riverenza che gli mostrava Bettino. 

         In soccorso di Scalfari, salvandone la creatura ancora in culla o quasi, arrivarono prima la tragedia di Moro, che Repubblica cavalcò superando Montanelli nel sostegno alla linea della fermezza e guadagnando un po’ di lettori, infine i soldi di Carlo De Benedetti. Che poi avrebbe raccontato, a rapporti ormai logorati, di averne versati “a vagonate” al fondatore della testata per acquistane le quote necessarie a possederla davvero. E a trasferirle poi ai figli che avrebbero a loro volta, fra le proteste del padre, cedute al nipote prediletto di Gianni Agnelli, ora deciso a passare la mano a un armatore greco. Kalispèra, si dice in greco, appunto, come hanno già rilevato impietosamente al Foglio, un altro giornale partito che veleggia nelle acque italiane. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 21 dicembre

Ricambio fotografico nel tesseramento del Pd: da Berlinguer all’Anselmi

         Parola mantenuta da Elly Schlein, dopo avere promesso a suo tempo ai protestatari provenienti dallo scudo crociato, ad esempio Giuseppe Fioroni nel frattempo andatosene via sbattendo la porta, che al posto della foto dell’orgogliosamente comunista Enrico Berlinguer avrebbe fatto stampare sulla tessera di iscrizione al Pd del 2026 la foto di un democristiano. Dagli occhi inusualmente allegri del compianto segretario del Pci la segretaria del Nazareno è passata a quella del viso abitualmente allegro di Tina Anselmi. La mia indimenticata e indimenticabile amica Tina, la più fedele e entusiasta affiliata della corrente di Aldo Moro. La galoppante Tina giunta alla politica dalle attività di partigiana, di insegnante e di sindacalista diventando, fra l’altro, la prima donna ministro nella storia della Repubblica. E ministro tanto fortunato nel suo settore da potersi intestare la riforma istitutrice del servizio sanitario nazionale.

         Pace compiuta allora almeno nel Pd, viste le guerre che tengono banco altrove, non di parole ma di missili, bombe, droni e altre diavolerie di fuoco e di morte? Situazione rasserenata al Nazareno dopo scomposizioni e nascite di correnti di assedio o di condizionamento di una segretaria che, arrivata imprevista al suo posto con l’appoggio più degli esterni o estranei che degli iscritti al partito, si è mossa con troppa disinvoltura per le abitudini di quella che lei preferisce chiamare “comunità”? Per niente.

         Dall’assemblea nazionale svoltasi ieri in concomitanza con la conclusione della festa della destra di una Giorgia Meloni baldanzosa e sicura in sella il Pd è uscito più diviso di prima, ben al di là di quei 225 voti a favore della linea politica esposta dalla Schlein e dei 36 astenuti, più gli assenti generalmente non casuali.

 La segretaria ha annesso alla sua area -per chiamarla alla maniera democristiana- il presidente del partito e già suo concorrente Stefano Bonaccini, cresciuto di peso, di barba  e di sorrisi nell’occasione, ma ha formalizzato in una votazione formale la fine di un certo unanimismo più o meno tattico che le aveva permesso gesti e iniziative brusche e clamorose di cosiddetta discontinuità. Come il sostegno, anzi la partecipazione nella primavera scorsa al referendum abrogativo del cosiddetto jobs act promosso dalla Cgil contro una riforma in materia di disciplina del lavoro voluta fortemente e attuata da Matteo Renzi quando era contemporaneamente segretario del partito e presidente del Consiglio. Un Renzi, peraltro, adesso un po’ masochisticamente e disinvoltamente aggiuntosi, con un suo nuovo e piccolo partito, al progetto di alternativa coltivato da una “testardamente unitaria” Schlein e dal sostanziale renitente Giuseppe Conte. Che ha appena detto, precisato e quant’altro di non sentirsi alleato di niente e di nessuno, indipendente piuttosto da tutti, gratificato tuttavia in sede locale di qualche governatorato a cinque stelle, come in Sardegna e in Campania.

L’occasione dannatamente mancata del confronto diretto fra Meloni e Schlein

         Dannatamente privo di ubiquità, come del resto si lamentava anche Sant’Antonio, ho dovuto seguire a distanza il confronto indiretto, a distanza anch’esso, fra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein. Le ho ascoltate entrambe a Radio radicale: prima la Meloni dalla festa nazionale sua e del suo partito, poi la Schlein dall’assemblea nazionale del partito del Nazareno.

         Nessuna delle due mi ha annoiato. Sono rimasto concentrato a seguirle grazie anche alla mancanza delle immagini che spesso distraggono. Certo, la prima mi ha divertito più della seconda. Alla quale d’altronde anche un simpatizzante dichiarato come il mio amico Paolo Mieli, parlandone di sera in onda– in tutti i sensi- su La 7, ha consigliato di prendere dalla seconda un po’ di ironia. O di non riservarsela solo alla Camera, dove avendola davvero di fronte qualche volta ci prova e ci riesce.

         Ho trovato pertinente, interessante, condivisibile più di una domanda dell’una all’altra. E mi sono chiesto perché mai non avessero voluto porsele direttamente in un faccia a faccia anziché fuggirne entrambe, e non solo una come la Meloni ha rimproverato alla Schlein affondando il coltello come nel burro di un suo fallo di reazione.  

         La segretaria del Pd, invitata alla festa della destra, è fuggita quando la Meloni ha condizionato la sua richiesta di un confronto diretto alla partecipazione anche di Giuseppe Conte, che ambisce non meno della Schlein alla leadership dell’alternativa al governo. La premier, dal canto suo, avrebbe potuto risparmiarsi quella condizione, anziché togliersi solo il gusto di mettere in imbarazzo grazie anche a Conte. Che è stato lesto a inserirsi nel gioco annunciando una disponibilità avvertita con sospetto, a dir poco, se non col panico, dalla Schlein.

         Così è mancato lo spettacolo. O abbiano avuto solo quello di dietro le quinte, che durerà quasi un anno, avendo la Schlein e Conte deciso entrambi -l’una pensando di fregare l’altro e viceversa- di giocarsi la partita della leadership dell’alternativa sotto le elezioni dando la precedenza, per finta o davvero, alle elaborazioni dei programmi dei rispettivi partiti, e accessori, e poi al tentativo di comporli in una sintesi. Non si sono resi conto, nè l’una né l’altro, almeno a mio parere, di favorire così  gioco, partita ed altro della premier  in carica ormai da più di tre anni, in una tenuta per niente ordinaria nella storia della Repubblica e per ciò stesso avvertita anche all’estero, in una congiuntura mondiale peraltro per niente stabile, come un fatto, persino eccezionale.

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Il direttore alla finestra mentre la sua Repubblica di carta cambia editore

         La Repubblica- sempre quella di carta di cui si sta occupando anche il governo, chiamato in causa dagli stessi giornalisti in cerca di protezione pur rappresentandolo abitualmente come un tardo derivato del fascismo, o quasi- è in crisi di identità mentre sta cambiando editore, cioè proprietario.

         Il passaggio dalle mani, dai piedi e infine dal cuore del nipote erede del compianto Gianni Agnelli, che di italiano preferisce la Juve alle auto e ora anche i giornali, costosi da mantenere e difficili forse da sopportare nella loro pretesa di rispondere più ai lettori che all’editore di turno, ha creato in redazione – a Repubblica come anche alla Stampa- un clima di sgomento, paura, insicurezza. A Repubblica, però, più ancora che alla Stampa, perché mentre la prima ha comunque un nuovo editore certo, il ricchissimo armatore greco Theo Kyriacu, la seconda sarà solo in transito nella nuova proprietà. Che ha manifestato già il suo disinteresse a conservarla e una certa fretta di liberarsene. Non il massimo, credo, per una redazione e una testata abituate ad una certa stabilità, diciamo così, di appartenenza intesa come proprietà: gli Agnelli doverosamente al plurale.

         Mentre però la Stampa, in fondo la più debole perché la più minacciata non di uno ma di due passaggi editoriali, è difesa nella sua battaglia sia dal comitato di redazione sia dal suo direttore Andrea Malaguti, corso anche nei salotti televisivi con aria un po’ sanitaria a difendere la creatura, diciamo così, alla Repubblica Mario Orfeo, che la dirige da poco più di un anno succedendo a Maurizio Molinari, mi sembra essersi messo alla finestra. Forse -si è già scritto in qualche cronaca o retroscena- per non compromettere la decisione o la furbizia attribuita all’armatore greco in arrivo di lasciarlo almeno per un po’ al suo posto come pegno almeno di una buona volontà continuista sul piano della linea politica, o delle amicizie e simpatie.

         Al posto del direttore Orfeo si è oggi impegnato a sventolare la bandiera di Repubblica in prima pagina l’ex direttore Ezio Mauro, succeduto a suo tempo al fondatore Eugenio Scalfari su sua stessa designazione, avendolo visto e indicato come il prediletto. O qualcosa di simile, come ha raccontato e spiegato ieri un in una lunga intervista al Foglio il quasi familiare ex senatore Luigi Zanda. Che nel parlare della Repubblica ceduta a Kyriacu da Jhon Elkann dopo essere stata ceduta al nipote di Gianni Agnelli dai figli di Carlo De Benedetti è stato solo un più meno ruvido dello stesso De Benedetti. Il quale sempre al Foglio ha parlato dell’editore in uscita da Repubblica come quasi di un fuggitivo dell’Italia verso gli Stati Uniti. Ma – debbono almeno sperare e i magistrati di competenza- avere esaurito i cosiddetti servizi sociali, alternativi al carcere, come un Berlusconi qualsiasi, procuratigli da contestazioni da codice penale per i suoi rapporti col fisco, oltre che con la madre delusa, a dir poco, dell’eredità assegnatagli dai figli.

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L’uscita di sicurezza di Landini dal Camposanto della Cgil

Neppure il manifesto – dico il manifesto, “quotidiano comunista” orgogliosamente e civettuolmente stampato in rossonella testata ormai storica della sinistra italiana pura e radicale, tanto da essere espulsa dal Pci pragmatico o imborghesito, come gli avrebbero poi rimproverato i brigatisti rossi del famoso album di famiglia sfogliato da Rossana Rossanda- ha ritenuto di dare il suo titolo di copertina allo sciopero generale di Maurizio Landini. Che è sceso nel taglio centrale della prima pagina, dove la prossima volta, di venerdì o lunedì che potrà capitare per allungare il solito ponte, finirà magari in uno dei richiamini bassi, anzi bassissimi.

         Da quelle parti lì, dove si nasce, si cresce e si muore generalmente a sinistra, fra bandiere rosse e slogan più o meno truculenti di lotta, senza il governo che vi aveva aggiunto la buonanima di Enrico Berlinguer per proporre il suo famoso “compromesso storico”, prima di ripudiarlo per rivendicare la “diversità” della sua parte politica; da quelle parti lì, dicevo, hanno avvertito l’aria di crisi che ha nuovamente investito la Cgil, stavolta forse peggio delle altre due volte. La prima fu nel 1985 col referendum tutto politico contro i tagli antinflazionistici apportati alla scala mobile dei salari dal governo del “socialtraditore” Bettino Craxi. Un referendum perduto clamorosamente, o vinto in poche località galeotte come la Nusco dell’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita, che non spese una parola nella campagna elettorale a favore del governo sognandone la caduta, tanto gli era indigesto.

         La seconda crisi della Cgil è più recente, risalendo al referendum della primavera scorsa contro la disciplina del lavoro -il famoso jobs act- intestatasi con forza e orgoglioa suo tempo da Matteo Renzi nella doppia veste di segretario del Pd e di presidente del Consiglio. Pur sostenuto, o proprio perché sostenuto con una certa disinvoltura, a dir poco, dal Pd attuale della Schlein, nella linea della cosiddetta discontinuità adottata per rispondere alle attese e pretese soprattutto dei pentastellati di Giuseppe Conte, quel referendum è naufragato nell’astensionismo. Tra miserevoli tentativi di piegare i  numeri alle intepretazioni e letture più cervellotiche.

La Schlein, rimastane scottata in un partito sempre meno rassegnato alla sua guida imprevista, imposta in primarie post-congressuali più dagli esterni ed estranei che dagli iscritti, ha cercato di non farsi coinvolgere più di tanto in questo sciopero generale che non ha scaldato i cuori, ripeto, neppure del popolo del manifesto.

         Non so se basterà questo defilamento tuttavia ad evitare alla segretaria del Pd effetti collaterali del flop di Landini. Che ha pur usato nel suo tentativo di mobilitazione antigovernativa gli stessi argomenti usati dalla Schlein. E, ahimè, da Conte -almeno quello dei giorni pari- con la rappresentazione della pur felice congiuntura italiana apprezzata dalle agenzie di rating e dalle borse come di una “economia di guerra”, addirittura.

         Volente o nolente, di fatto o no, la posizione di Landini nel suo secondo mandato di segretario della Cgil, che scadrà nell’estate prossima, è indebolita. E l’uomo potrebbe essere tentato dall’idea di una uscita di sicurezza nel camposanto, di larghezza variabile, della cosiddetta alternativa al centrodestra. Dove le iscrizioni alla corsa alla leadership sono aperte, a dir poco. Diciamo pure spalancate. Un’ambizione non si nega a nessuno, come il sigaro toscano di una volta o una onorificenza. Donne come la stessa Schlein e la più giovane sindaca di Genova Silvia Salvis e uomini come Conte e Landini, appunto. Uomini la cui convergenza di visioni e interessi potrebbe rivelarsi utile a moltiplicare le difficoltà della segretaria del Nazareno, per quanto orgogliosa delle dimensioni elettorali del Pd, e a fare maturare la famosa, solita imprevedibile soluzione terza, femminile o maschile che potrà rivelarsi.  E ciò nella prospettiva francamente irrealistica, anche per effetto dello sciopero generale appena gestito dalla Cgil, di un’alternativa al governo di Giorgia Meloni.

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L’amaro Landini servito allo sciopero non troppo generale della Cgil

         Oltre che di partecipazione, col meno del 5 per cento di adesioni nei posti di lavoro, è stato anche mediatico il fallimento dello sciopero generale della Cgil di Maurizio Landini contro il governo affamatore del popolo, guerrafondaio e fascistoide nella rappresentazione anche cartellonistica della protesta.

         Nelle edicole già prive della Repubblica di carta, in sciopero contro l’editore che vuole liberarsene, dove quindi si è scioperato due volte, i giornali sono arrivati per lo più ignorando sulle prime pagine dal Corriere della Sera alla Stampa, anch’essa peraltro in vendita pure dal notaio- la prestazione di Landini. Che ci sarà rimasto male.  Non  gli sarà certamente bastata la generosa Unità dell’ancor più generoso  Piero Sansonetti. Persino il manifesto ancora orgogliosamente comunista non ha fatto dello sciopero, dei suoi cortei e delle sue bandiere rosse la copertina di giornata preferendogli la “fredda guerra”, dopo la guerra fredda dei decenni passati, e abbassando la protesta sindacale al taglio centrale della prima pagina, come lo chiamiamo graficamente.

         Si torna indietro con la moviola della storia, ma con un titolo, diciamo così, corretto o aggiornato. Dalle famose “piazze piene e urne vuote” lamentate nel 1948 da Pietro Nenni, affranto dalla sconfitta del “fronte popolare” incautamente realizzato dal leader socialista col Pci di Palmiro Togliatti, si sta passando alle piazze stanche e urne ancora più vuote.

A questo declino Landini pensa forse di sottrarsi cambiando mestiere o postazione: da segretario generale del maggiore sindacato italiano a concorrente di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Silvia Salis e altri alla leadership della pur improbabile alternativa al centrodestra, in un campo di incerta definizione o larghezza e di programma sinora assente. Non sono definiti neppure quelli singoli dei due maggiori partiti di opposizione. che sono il Pd e il Movimento ancora chiamato 5 Stelle, di cui però si è affievolita la luce.

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La Repubblica di Scalfari contro il Giornale di Montanelli

Fa una certa impressione sentire e leggere di Repubblica, quella naturalmente di carta, in vendita non nelle edicole ma dal notaio, ad un vecchio giornalista che la vide nascere con una certa ansia nel 1976. L’ansia che si viveva nel Giornale di Indro Montanelli, nato nel 1974 e diventato rapidamente, fra edicole e palazzi della Roma politica, un partito. Sì, il partito di opposizione alla prospettiva di quella che Giovanni Spadolini aveva chiamato sulle colonne del Corriere della Sera  “Repubblica conciliare” ed Enrico Berlinguer poi incartò nella sua proposta di “compromesso storico”.

         Al Giornale si viveva  un’apprensione che Montanelli cercava di contrastare con una visione ottimistica delle proprie forze e del buon senso degli italiani, che lui era convinto di sapere interpretare molto meglio di Eugenio Scalfari, il fondatore e direttore del nuovo quotidiano Di cui, per carità, egli apprezzava la scrittura e lo stile ma che, senza volerlo offendere, sentiva “più da elite che da popolo”, mi diceva a tavola o raggiungendo a piedi o la redazione romana, o casa sua, in Piazza Navona, o casa della mamma, a Prati.

         Montanelli, ripeto, aveva di Scalfari un profondo rispetto. E quasi ci impediva di attaccarlo nelle cronache o nei commenti, una volta uscita la sua Repubblica. Dalla selezione che ogni giorno egli faceva delle proposte che ci chiedeva per aiutarlo a trovare l’argomento del suo fulminante corsivo Controcorrente di prima pagina, escludeva puntualmente tutte quelle che  si riferivano a Scalfari, o solo potessero sforarlo. Un rispetto forse non molto ricambiato, ma cui Montanelli non rinunciava lo stesso, vantandosene.

         Quanto il Giornale fu il partito di opposizione ad un governo di democristiani e comunisti tanto Repubblica fu il partito di sostegno a questa prospettiva, nonostante all’inizio qualche bontempone nel Psi di Francesco De Martino lo avessero scambiato per filosocialista a causa delle simpatie riservate alla rivoluzione portoghese dei garofani. Poi, con Craxi subentrato a De Martino  e con le sue “forbici alla barba di Marx” non a caso deplorate da Scalfari, tutti si resero conto, anche Giuliano Amato, che quello sarebbe stato il giornale più antisocialista del panorama italiano. Scientificamente antisocialista, direi, come i comunisti storicamente portati a scambiarli per “traditori”. O, nella migliore delle ipotesi per fastidiosi rompiscatole. Disposti anche a fare da sponda alle brigate rosse, durante il sequestro di Aldo Moro, contestando la cosiddetta linea della fermezza adottata  dalla Dc di Zaccagnini e Andreotti d’intesa con Enrico Berlinguer e preferendo la linea umanitaria  per cercare di salvare l’ostaggio condannato a morte nella fantomatica prigione e tribunale “del popolo”.

         Il Giornale era il giornale o partito di riferimento della parte dei gruppi parlamentari democristiani in maggioranza ostili al matrimonio politico col Pci. “Mi togliete il sonno”, mi diceva il capogruppo dc della Camera Flaminio Piccoli. La Repubblica era il partito di riferimento dell’altra parte di quei gruppi, riconducibile ad un certo punto a Ciriaco De Mita promosso statista sul campo da Scalfari in persona. Che ad un certo punto, avendo raccolto una celebre intervista di svolta moralistica di Enrico Berlinguer, dopo il fallimento della parentesi della cosiddetta “solidarietà nazionale”, pensò addirittura di potere ispirare il Pci.  

         Ciò accadde, in particolare, nel 1992.  Quando la strage di Capaci ridusse la lunga e travagliatissima corsa al Quirinale alla scelta “istituzionale” fra il presidente democristiano della Camera Oscar Luigi Scalfaro e il presidente repubblicano Giovanni Spadolini. Che Scalfari sponsorizzò così platealmente e insistentemente che, quando i gruppi parlamentari comunisti si riunirono per decidere, si sentirono dire dal segretario del partito Alessandro Natta che il Pci non poteva lasciarsi “dettare la linea” dal pur stimabilissimo direttore di Repubblica. E infatti fu eletto Scalfaro per fare subentrare al vertice di Montecitorio Giorgio Napolitano.

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Il rischio di una Quaresima fuori stagione per Tajani in Forza Italia

Povero Tajani. Antonio Tajani, 72 anni compiuti in agosto, dei quali una ventina trascorsi da giornalista e una trentina da politico: prima portavoce di Silvio Berlusconi,  prelevato dalla redazione romana del Giornale ancora diretto da un Indro Montanelli ormai in uscita forzata, come si dice in linguaggio elettronico maneggiando un computer, poi eurodeputato di Forza Italia, poi ancora vice presidente della Commissione europea, vice presidente e presidente del Parlamento europeo, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, senza mai essere passato per la gavetta di qualche sottosegretariato, infine successore dello scomparso Berlusconi al vertice del partito azzurro, il colore preferito del fondatore.

Paradossalmente proprio questo lungo curriculum nell’arco, ripeto, di una trentina d’anni deve avere consumato Tajani agli occhi dei più giovani figli di Berlusconi, grati -si spera sinceramente- di quanto fatto al servizio del padre e poi anche loro, essendo i detentori di un credito che li rende di fatto proprietari del partito. Che ora-Marina ricevendo uomini e donne aspiranti all’avanzamento e Pier Silvio parlando come ha fatto ieri alla sostanziale festa annuale di Mediaset- sono decisi a promuovere con le buone o con le cattive un ringiovanimento di Foza Italia. E ciò anche per rafforzarla, appunto, nel rapporto con la giovane presidente del Consiglio e capa indiscussa del partito maggiore della coalizione di centrodestra, e quindi della stessa coalizione.

In queste condizioni, diciamo così, ambientali, per quanti sforzi faccia l’interessato di stare al gioco, di non prendersela, addirittura di ringraziare per l’attenzione riservata al partito, pur tra i tanti impegni aziendali, interni e persino internazionali, grava sul povero Tajani -ripeto- la minaccia, il rischio, l’avventura, chiamatela come volete, di una Quaresima fuori stagione, fra le luci di Natale e i cotecbini di Capodanno. Una Quaresima più concreta di quella che magari si aspettano per lui, ad esempio, a Mosca a causa del suo impegno di governo a sostegno dell’Ucraina, che non si decide ad arrendersi neppure sotto la pressione del presidente americano Donald Trump. O quella, più modesta, a Roma del vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini.

Fra gli inconvenienti di questa Quaresima incipiente c’è per il povero Tajani -ripeto- anche quello di essere sarcasticamente difeso sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio in persona. Che lo ha sempre attaccato sino all’insulto ma ora lo considera un campione di virtù nel partito azzurro perché incensurato, mai raggiunto da un avviso di garanzia, da un sospetto da codice penale. Maturo forse, nella testa di Travaglio, per chiedere asilo prima o poi, comunque all’occorrenza, al partito ancora pentastellato di Giuseppe Conte, il famoso, decantato migliore presidente del Consiglio che l’Italia abbia avuto dopo Camillo Benso conte, con la minuscola, di Cavour.

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La carica politica di Landini contro Meloni con la bandiera della Cgil

Nella sua doppia veste, rispettivamente ufficiale e ufficiosa, di segretario generale della Cgil e di possibile concorrente alla corsa a capo, o quant’altro, della pur futuribile alternativaal governo, Maurizio Landini ha aggiunto un’altra motivazione allo sciopero generale della sua Cgil parlandone in una intervista a Repubblica. O una motivazione più generale che comprende o sovrasta le altre: legge di bilancio, salari, mancato ricorso alla tassa patrimoniale e tutto il resto.

         Tutto dipende secondo Landini- che il compianto Giampaolo Pansa avrebbe chiamato il nuovo parolaio rosso, dopo il Fausto Bertinotti dei suoi tempi- dalla “economia di guerra” , testuale, nella quale l’odiato governo della Meloni avrebbe infilato l’Italia per correre appresso, presumibilmente, insieme o a giorni alterni, al presidente americano Donald Trump, acquistandone gas, armi e quant’altro, e ai vertici dell’Unione Europea, costretti un po’ dallo stesso Trump e un po’ da un ingordo Putin al “riarmo”. Parola, questa, usata dalla presidente della Commissione di Bruxelles per intitolare tanto di programma proposto al Parlamento europeo, poi rimossa per pudore, diciamo così, ma rimasta nell’immaginario collettivo e nel linguaggio corrente del dibattito, confronto, scontro politico., chiamatelo come volete.

         Per fortuna, pur nella confusione che si fa anche a livello scientifico o accademico fra Costituzione scritta e Costituzione materiale, prodotta cioè dagli abusi o dalle storture vecchie e recenti, fra prima e cosiddetta seconda Repubblica, se non vogliamo spingerci sino alla quarta di certe trasmissioni televisive, la politica estera e di difesa del governo, anzi dell’Italia, o della Nazione, come preferisce dire la premier, non va negoziata con i sindacati. A cominciare dalla Cgil di cui Landini è orgoglioso per i cinque milioni di tesserate o tesserati che lo ripagano della solitudine nella quale si trova negli scioperi generali senza la Cisl e la Uil. Milioni ai quali, vedrete, prima o poi Landini cercherà di aggiungere, esonerandoli dalla iscrizione formale, anche quelli che,  sempre più numerosi, disertano le urne ad ogni livello elettorale. Ci aveva già provato a suo tempo, con numeri ben diversi, cioè minori, la buonanima di Marco Pannella. Ma almeno lui era in leader politico, non il segretario di un sindacato.

         Alla politica estera del governo o, più in generale, dell’Italia basta e avanza, anche in assenza della condizione bipartisan che sarebbe certo preferibile, per carità, il supporto del presidente della Repubblica che per dettato costituzionale dell’articolo 87 “è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”; “accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere”; “ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituto secondo la legge; dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere”.

         Nella fattispecie politica dell’”economia di guerra” lamentata o denunciata, con tutte le sue conseguenze restrittive sulla spesa cosiddetta sociale, Landini non si è accorto e non si accorge di trascinare anche il presidente della Repubblica, da tempo peraltro nel mirino per ora solo verbale, non armato o solo cibernetico, del Cremlino e dintorni  per la sua convinzione consolidata e ripetuta, ogni volta che ne ha l’occasione, che della guerra in Ucraina, e di tutto ciò che ne consegue, la responsabilità sia tutta della Russia.

         Il Presidente della Repubblica, caro il mio o nostro Landini, è questo. E non solo quello cui il segretario generale della Cgil ha riconosciuto il merito di avere “ragione”, sino immaginarne quasi il patrocinio per il suo sciopero generale, in materia di “emergenza salariale” per i compensi spesso ben al di sotto del livello “dignitoso” ricavabile dall’articolo 36 della Costituzione. Giù le mani, per favore, dal Capo dello Stato.

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Ripreso da http://www.startmag. il 13 dcembre

Landini si avvolge nelle parole di Mattarella per motivare lo sciopero generale

“Mattarella ancora una volta ha ragione: siamo dentro a un’emergenza salariale”, ha detto il segretario generale della Cgil Maurizio Landini commentando in una intervista a Repubblica il recente intervento del Capo dello Stato a favore di “salari dignitosi”. Conformi al disposto dell’articolo 36 della Costituzione. E così il promotore dello sciopero generale di oggi -peraltro dichiaratamente “sociale ma anche politico”- si è avvolto nello stendardo del presidente della Repubblica che sventola sul Quirinale, accanto alle bandiere d’Italia e dell’Unione Europea, per motivare la sua offensiva contro la legge di bilancio all’esame del Senato e, più in generale, contro il governo. Legge di bilancio di cui Mattarella ha autorizzato la proposta alle Camere e presumibilmente controfirmerà per la promulgazione all’esaurimento del suo percorso parlamentare. Purtroppo strozzato anche quest’anno dal ricorso al super-emendamento del governo supportato dalla fiducia e da un passaggio brevissimo, puramente nominale, alla Camera fra alberi e luci natalizie, e chotechini.

         A peggiorare la legge di bilancio e, più in generale, la situazione è, secondo Landini per nulla preoccupato, anzi orgoglioso della solitudine nella quale ha proclamato lo sciopero generale, senza la Cisl e la Uil, forte dei 5 milioni di iscritte e iscritti alla Cgil; a peggiorare le cose, dicevo, è “l’economia d guerra” in cui il governo avrebbe infilato il Paese con la sua politica estera e di difesa.

         A questo punto tuttavia la logica e la cornice, anche quella- ripeto- del Capo dello Stato, adottate della Cgil e del suo segretario generale vacillano. E la strumentalizzazione del Quirinale diventa a dir poco avventurosa, se non vogliamo chiamarla sfrontata.

         Senza volere anche noi strumentalizzare, per carità, figura, parole e opere del presidente della Repubblica, ma solo per ribadire cronache costanti degli ultimi tre anni e più, quanti sono quelli trascorsi dalla nomina del governo di Giorgia Meloni, la politica estera e di difesa dell’Italia ha sempre avuto il consenso, direi anche la sollecitazione del Capo dello Stato. Che non a caso è diventato bersaglio del Cremlino e dintorni. più ancora della Meloni, per la ferma difesa dell’Ucraina, l’altrettanto ferma condanna dell’invasione e permanente aggressione da parte della Russia di Putin e la condivisione del “riarmo” europeo come è stato chiamato a Bruxelles anche nel titolo di un programma formulato dalla Commissione, imposto dalla linea espansionistica dello stesso Putin. Ma anche, da qualche tempo, dalla convergenza di Mosca più con Trump che con l’Europa.

         Landini insomma, con la sua foga più di piazza che altro, mi sembra avventuratosi nelle sue analisi politiche, oltre che sociali, su un terreno assai accidentato e scivoloso. Che, d’altronde, non dovrebbe essere il suo, essendo lui per ora solo – dovrebbe bastargli- segretario generale della Cgil. No, o non ancora il capo che manca al campo largo, larghissimo, sconfinato e quant’altro dell’alternativa al governo propostasi dalla segretaria del Pd Elly Schlein con “testarda” volontà non di inseguire ma di farsi addirittura inseguire da Giuseppe Conte e altri concorrenti, maschi e femmine. 

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