Da Moro a De Gasperi, i fantasmi evocati per immaginare un’altra Meloni

         Dopo la Meloni “morotea” criticamente immaginata dal Foglio leggendone, in particolare, la politica estera nella parte in cui la premier italiana riesce a farsi piacere da Trump oltre Atlantico e da Orban in Europa abbiamo dunque la Meloni “degasperiana” intravista oggi sul Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia. Ma soltanto intravista, mancandole ancora qualcosa, diciamo così, come vedremo, per essere davvero la versione femminile del presidente del Consiglio fra i più bravi che l’Italia abbia avuto dopo il Camillo Benso di Cavour. Al quale invece Marco Travaglio, per fortuna senza i titoli accademici di Galli della Loggia, ha paragonato Giuseppe Conte. Di cui naturalmente sogna, forse più dello stesso interessato, il ritorno prima o dopo a Palazzo Chigi.

         Di De Gasperi lo storico editorialista del Corriere della Sera ha visto nella Meloni la fortunata coincidenza di avere  portato inattesamente al vertice del governo la propria forza politica: fu la dc per De Gasperi, è la destra per la premier in carica, Un De Gasperi -ha ricordato Galli della Loggia- definito “clericofascista” dai suoi avversari di sinistra, nonostante -aggiungo io- si fosse scontrato col Papa di turno, sino a non esserne ricevuto a dispetto, per essersi opposto all’operazione attribuita a Luigi Sturzo, o almeno alle sue simpatie, di un’alleanza fra democristiani e missini a Roma per difendere il Campidoglio dalla prospettiva di un sindaco di sinistra.

         Mancherebbe invece alla Meloni, o mancherebbe ancora per essere completamente avvertita come degasperiana, “il salto necessario per diventare padrona indiscussa della sua coalizione e insieme -le due cose sono evidentemente collegate- allargarne i confini, sfondare con il suo partito il limite elettorale del 30 per cento, acquisire la statura di un’effettiva leader nazionale, diventare la guida di un vero partito della nazione”, con la minuscola ostentata dallo storico.

         Deluso forse anche lui della tanta pazienza che ha o finge, per esempio, con i leghisti che le creano un problema all’ora, non al giorno, Galli della Loggia ha scritto di una “seconda”, altra Meloni, diversa da quella ben avvertita sul piano internazionale, che “sta rinchiusa nel bunker della routine politica e di partito, circondata solo dai suoi amici e fratelli d’Italia”. “Quella -ha aggiunto lo storico- che quando prende la parola non riesce a farlo se non lasciando esplodere la sua aspra maestria tribunizia e distribuendo schiaffi a tutti quelli che non le piacciono”. Una Meloni, ancora, che “pur evocando di continua la nazione, stenta a trovare le parole che uniscono, le parole capaci di indicare grandi traguardi, di far sentire tutti, anche i lontani, coinvolti in quel disegno di vero cambiamento e di rinascita del Paese di cui sempre più abbiamo un disperato bisogno”.

         Mi chiedo, francamente, se sia troppo esigente, sino all’ingenuità, Ernesto Galli della Loggia o troppo prevenuti i “lontani” che egli chiede alla premier di avvicinare al suo governo. Lontani, divisi e ostinati nelle loro debolezze.  

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Lo sbarco della legge di bilancio nella Normandia d’aula

         Certo, non è lo sbarco in Normandia ma solo in aula al Senato quello della legge di bilancio, manovra o come altro vogliate o vogliano chiamarla, dopo il lungo e abbastanza caotico passaggio nella competente commissione. Dove il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha trascorso anche il suo 59.mo compleanno: non nel frac generosamente prestatogli da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera, come un buon prestigiatore, ma in tenuta mimetica. Guardandosi non tanto dai tiri delle opposizioni quanto dal cosiddetto fuoco amico. Un fuoco, a sua volta, anche o soprattutto del suo partito, la Lega dell’amico Matteo Salvini nella sua triplice veste di capo del Carroccio, di  vice presidente del Consiglio e di Ministro delle infrastrutture. Per non parlare dell’abito, funzione e quant’altro di ministro dell’Interno cui adesso il guerriero lombardo ambisce di più dopo l’assoluzione definitiva, in Cassazione e saltando l’Appello, dalle accuse di sequestro di persona per abuso, diciamo così, del suo reclamato diritto e dovere di difendere i sacri confini della Patria. E, ancor di più, dell’Unione Europea minacciata dall’immigrazione clandestina non meno dell’Italia, anche se a Bruxelles hanno a lungo praticato più la distrazione che l’attenzione, almeno fino a quando non vi è sbarcata -pure lei col suo abbonante guardaroba- quella rompiscatole che deve essere apparsa Giorgia Meloni, almeno all’inizio.

         Sono anni, per carità, che la legge di bilancio eccetera eccetera ha percorsi parlamentari accidentati, come in una corsa ad ostacoli che, dilungandosi troppo, finisce per comprimere la Camera del primo turno e soffocare, letteralmente, l’altra. Che deve ingoiarla con le lenticchie di Capodanno. Sono anni, ripeto, fra i capelli strappati di costituzionalisti di grido, che hanno coniato la formula del bicameralismo “mascherato”, “tradito” eccetera o monocameralismo “di fatto”, adottato surrettiziamente dopo che gli italiani avevano bocciato nel referendum quello un po’ più decentemente tentato da Matteo Renzi con la sua riforma costituzionale.

Quella che ha partorito il governo in carica e stravolto dallo stesso governo in corso d’opera parlamentare, fra emendamenti, sub emendamenti, maxi-emendamento e voti di fiducia, non sarà l’ultimo. Se qualcuno lo prometterà, a cominciare dal ministro Giorgetti con quella frangia morotea di capelli biancbi sulla fronte, scampato anche quest’anno alla tentazione delle dimissioni di insofferenza o protesta, non credetegli. Saranno promesse da marinaio.

Se non le elezioni, abbiamo il sondaggio italiano di mezzo termine

         A più di tre anni dalle elezioni politiche che portarono Giorgia Meloni e il suo centrodestra al governo abbiamo superato il medio termine di consolidata confezione americana. Un medio termine elettorale che il presidente Donald Trump mi sembra cominci già a tenere  alla fine del primo dei quattro anni trascorsi del suo mandato, a meno di un anno quindi dalla prova che lo attende.

         In Italia mancandoci le elezioni di medio termine per il diverso sistema che abbiamo rispetto agli Stati Uniti ce le inventiamo trasformando per il governo e la maggioranza di turno ogni genere di appuntamento con le urne più o meno a metà percorso della legislatura. Si cerca da qualche parte di dare un significato di verifica  di questo tipo  anche al referendum in arrivo sulla riforma costituzionale della giustizia o, come più propriamente si dovrebbe dire, della magistratura e dei suoi organi di rappresentanza. Che è un tema però trasversale, specie sul fronte delle opposizioni, dove il no annunciato dalla segretaria Elly Schlein non è condiviso da almeno un terzo, se non di più del Partito Democratico. La maggioranza di centrodestra è molto più unita nella posizione del sì.

         Di medio termine può ben essere considerato invece il sondaggio appena condotto da Ipsos per il Corriere della Sera. Dal quale il partito di destra della premier risulta salito al 28,4 dei voti intenzionali dal 26 reale delle elezioni politiche di tre anni fa. Il Pd sul fronte opposto è salito dal 19,1 per cento raggiunto con Enrico Letta al Nazareno al 21,3 della Schlein: circa due punti in più, dopo il 24,1 per cento raggiunto nelle elezioni europee dell’anno scorso facendole sognare una rimonta insidiosa per il partito della Meloni. Si erano prese lucciole per lanterne, diciamo così.

         All’interno del centrodestra lo 0,7 per cento in più che la Lega di Matteo Salvini ottenne tre anni fa sulla Forza Italia dell’ancor vivo Silvio Berlusconi è diventato lo 0,2 per cento in meno. Ora è Forza Italia a prevalere di un soffio sull’8,1 per cento della Lega. Un modesto successo per Antonio Tajani spintosi anche lui a sognare di portare al 20 per cento il partito ereditato dal fondatore.

         La concorrenza nella maggioranza fra leghisti e forzisti è ambientalmente un po’ come quella, nel campo più o memo largo delle opposizioni, fra il Pd e il partito pentastellato di Giuseppe Conte. Che però, diversamene dal centodestra, investe la stessa leadership dello schieramento che ambisce all’alternativa. Se il Pd è salito modestamente dal 19,1 al 21,3 per cento, smaltita la sbornia europea già ricordata dell’anno scorso per quel 24,1, il MoVimento 5 Stelle di Conte è sceso -per ciò stesso meno modestamente- dal 15,4 al 13,5 per cento. Recuperando certo tre punti e mezzo rispetto al capitombolo del 10 per cento del voto europeo dell’anno scorso, ma sempre rimanendo di circa 8 punti sotto il Pd. E, in più, scommettendo di prevalere sulla Schlein nelle primarie che saranno necessarie, in caso di accordo sul programma di governo, per indicare il comune candidato delle opposizioni nella contesa di Palazzo Chigi. Dove peraltro Schlein e Conte non sono i soli a volere arrivare.  Sarà una partita assai complicata.

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Occhiuti crescono in Forza Italia fra i ricordi di Berlusconi e le simpatie dei figli

         Francesco Bei su Repubblica scrivendo delle vicende interne di Foza Italia, il partito sopravvissuto con la guida di Antonio Taiani, e i soldi naturalmente della famiglia Berlusconi, alla morte del fondatore, ha chiamato “occhiutiani” i forzisti, appunto, che, volenti o nolenti, hanno appena creato una corrente dichiaratamente liberale. O, presumo, la più liberale in una formazione nata col proposito, di diventare “il partito liberale di massa” mancato nei tempi di Luigi Einaudi, Giovanni Malagodi, Antonio e Gaetano Martino, Agostino Bignardi.

         Occhiutiani da Roberto Occhiuto naturalmente, il presidente della regione Calabria ancora fresco di conferma, in un’elezione da lui stessa anticipata dopo un avviso di garanzia col quale i magistrati avrebbero voluto cuocerlo a fuoco lento.  Presidente confermato di regione e fra i quattro vice segretari di Tajani, che ha cercato di fare buon viso a cattivo gioco confermando di volersi proporre per la conferma l’anno prossimo al congresso e augurando praticamente al quasi concorrente, vista una certa ritrosia che mostra parlandone, di batterlo. 

         Ma, diavolo di un Bei e della sua Repubblica di carta in questi giorni molto in ansia per il suo destino, poteva risparmiarsi di aggettivare un nome che è già da solo un aggettivo. Occhiuto, declinabile al plurale essendo il presidente della Calabria il capo di una vera e propria famiglia politica, significa attento, astuto, con più occhi di quanti avuti in natura. Una corrente di Occhiuti vale molto di più, caro il mio Bei, di una corrente di “occhiutiani”

         Occhiuti così attenti, furbi eccetera eccetera da avere scelto come sede del loro incontro costitutivo, dopo avere cercato e forse anche avuto benedizione, incoraggiamento e quant’altro, a Milano, da Marina Berlusconi, la prediletta del padre, Palazzo Grazioli, a Roma. Che è stata per una ventina d’anni, dopo un appartamento preso in affitto dietro Piazza Navona, in via dell’Anima, altro nome evocativo, la centrale di Berlusconi. Dove ancora pareti, soffitti, porte segrete, bagni, qualche arredo parlano, diciamo così, del Cavaliere e del  cagnolino che lui finì per amare più della sua padrona, l’allora fidanzata Francesca Pascale, giocandovi insieme con Putin. E dove faceva capolino ogni tanto anche Tajani, non immaginando che avrebbe poi potuto succedere a Berlusconi anche nell’ambizione al Quirinale, dove nella prossima legislatura, scadendo il mandato di Sergio Mattarella, potrebbe avvicinarsi dalla postazione di presidente della Camera, o del Senato. Lasciando a Roberto Occhiuto -pensano forse gli occhiuti- la segreteria del partito e persino gli incarichi di governo. Vasto programma, direbbe il generale francese più famoso dopo Napoleone.

Quella fuga dall’assemblea nazionale del Pd di Elly Schlein

Va bene che l’assenteismo, comprensivo dell’astensionismo, è ormai fenomeno ordinario della politica, fra urne, aule parlamentari e riunioni degli organismi di partito. A meno che non si tratti di raduni di festa come quello della destra di Giorgia Meloni appena svoltosi all’ombra di Castel Sant’Angelo, e sulla traiettoria di San Pietro. Ma quello che è accaduto all’assemblea nazionale del Pd, proprio mentre si concludeva il raduno dei fratelli d’Italia, mi è sembrato un po’ troppo, francamente, anche perché si era avuta notizia di preoccupazioni della segretaria del partito Elly Schlein sull’affluenza e si erano perciò prese presumibilmente misure d’incentivo, chiamiamole così.

         L’assemblea nazionale del maggiore partito di opposizione è composta di 900 e più fra 600 eletti dal congresso e membri di diritto. Ebbene, ad ascoltare relazione e replica della Schlein, a intervenire nel dibattito e infine a votare sono stati complessivamente non più di 261. Dei quali 250 hanno approvato parole, gesti e, ottimisticamente, linea politica della Schlein vestita in viola quaresimale un po’ fuori stagione, addicendosi più il rosso all’ambiente natalizio. Trentasei si sono astenuti, sentendo le loro motivazioni, più per dissentire che per mettersi o rimanere in attesa.

Sono numeri tutti che da soli, fra presenze e assenze, dimostrano con una certa evidenza uno stato quanto meno di sofferenza, se non vogliano affondare il coltello nel burro e parlare di crisi. Di fronte alle cui dimensioni si capisce anche la resistenza che alla fine oppone la segretaria del partito, pur fra cenni di apertura o addirittura di sfida, alla prospettiva di un congresso straordinario, specie per definire una posizione più concreta e meno verbale, o retorica, sotto l’albero della pace che peraltro non c’è, sulla politica estera. In uno scenario peraltro profondamente cambiato, direi anzi terremotato rispetto ai tempi dell’elezione della segretaria del Nazareno.

Ma anche senza spingerci sino alla politica estera, e naturalmente di difesa, a rimanendo nel recinto della politica interna e degli schieramenti che si fronteggiano chiamandosi maggioranza e opposizione, ottimisticamente al singolare, la situazione o condizione di salute politica del Pd appare critica.

La Schlein, per esempio, in spirito orgogliosamente e “testardamente unitario”, come precisa o assicura ogni volta che parla, coltiva, insegue e quant’altro l’alleanza con Giuseppe Conte e ciò che rimane elettoralmente delle 5 Stelle ereditate da Beppe Grillo, o a lui sottratte a rischio di contenziosi giudiziari. Ma Conte ha appena avvertito, pur avendo strappato al Pd prima il governatorato della Sardegna e poi quello della Campania, che lui non è né si sente alleato “di nessuno”. Indipendente persino da se stesso se si potesse esserlo filosoficamente e materialmente. E per conoscerne il programma con cui confrontarsi con la stessa Schlein e dintorni bisogna aspettare sino alla fine dell’estate prossima, cioè a ridosso delle elezioni politiche del 2027. La calma è la virtù dei forti, si dice, ma anche quella dei furbi.

Pubblicato sul Dubbio

I confini difesi da Salvini sono anche quelli della politica

Matteo Salvini ha tutto il diritto, per carità, anche nei toni enfatici che possono non piacere a qualche schifiltoso, di rivendicare il merito di avere esercitato la doverosa “difesa dei confini nazionali”. Dove non esistono postazioni di pubblici ministeri o giudici. E’ il suo commento alla conclusione ora definitivamente assolutoria della lunga vicenda giudiziaria seguita al cervellotico sequestro di persone contestatogli per avere ostacolato più di sei anni fa lo sbarco in Italia degli immigrati clandestini trasportati dalla nave spagnola Open arms, braccia aperte in inglese. Che ai porti spagnoli, appunto, aveva deciso di preferire quelle siciliane solo perché più vicine, a prescindere dalle regole italiane.

         Salvini era allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno del primo dei due governi presieduti da Giuseppe Conte a 5 Stelle, diciamo così. Uno che viene ancora considerato dai suoi tifosi il capo di governo più bravo d’Italia dopo la buonanima di Carlo Benso conte, al minuscolo, di Cavour. Pensate un po’ quanti anni, fra Monarchia e Repubblica, l’Italia ha dovuto aspettare per avere questa fortuna.

In tanti, ingrati che siamo, non ce ne rendiamo ancora conto. Anzi, non ci piace per niente la prospettiva di vederlo tornare a Palazzo Chigi, se e quando Giorgia Meloni ne uscirà sconfitta dall’alternativa di sinistra che è un pò come l’Araba fenice. Che ci sia tutti lo dicono da sinistra, e anche dai cespugli o dalle appendici moderate che Goffredo Bettini vorrebbe sistemare in una tenda nel fantomatico “campo largo”, ma dove sia esattamente nessuno sa. Neppure Conte, che infatti non si lascia scappare occasione per ribadire che lui non è né si sente alleato di nessuno, libero ormai anche dal fantasma di Gianroberto Casaleggio e dalle invettive di Beppe Grillo.

         Adesso Salvini, per tornare a lui, è di nuovo presidente del Consiglio ma solo, diciamo così, ministro delle Infrastrutture, anziché dell’Interno, dove la guida è toccata al suo capo di gabinetto di allora, Matteo Piantedosi. Che il mio amico Piero Sansonetti avrebbe voluto vedere processare, e magari condannare, al posto di Salvini, come ha scritto sull’Unità. Eh no, caro Piero, neppure Piantedosi avrebbe meritato il processo sia perché era solo un subordinato di Salvini sia, anzi soprattutto perché quella vicenda era tutta e soltanto politica, per niente giudiziaria. Anche se a ordinare lo sbarco di quegli immigrati fu la magistratura e non Salvini.

         Nel reclamare e ottenere, grazie ai voti pentastellati concessi in Parlamento a dispetto, il processo a Salvini fu negata alla politica il primato che le spettava e le spetta affrontando problemi come l’immigrazione clandestina. E di questo primato vorrei che Salvini trovasse il tempo e il modo, che certamente non gli mancheranno, di rivendicare il merito di avere ristabilito la forza. Con lo stesso vigore col quale lo ribadiscono e lo sostengono la premier Meloni e il ministro dell’Interno Piantedosi anche nell’applicazione dell’intesa con l’Albania per gestire l’immigrazione clandestina, sempre quella. Un’intesa sui centri -si è proposta energicamente Meloni- che “f u n z i o n e r a n n o !”, per quanti ostacoli abbiano già frapposto i magistrati tenendoli praticamente vuoti. E facendo gridare le opposizioni, avvolti in una fumosa legalità, agli sprechi di risorse e uomini di cui sarebbe responsabile solo il governo.

Così i signori magistrati -sempre loro- si sono arrogati il diritto di sindacare intese internazionali su cui avrebbe diritto di eccepire solo il Parlamento. Che si pretende, come al solito, di aggirare nei tribunali con espedienti, nient’altro.  E ciò in un andazzo, in un clima, chiamatelo come volete, che potrebbe subire finalmente un colpo decisivo nel referendum sulla riforma della giustizia -anzi della magistratura, parola di Antonio Di Pietro- approvata dalle Camere con l’obiettivo anche di separare le carriere dei pubblici ministeri e dei giudici. Bisogna uscire dall’aria che tira da troppo tempo.

Pubblicato su Libero

L’ostinazione perversa contro Salvini emersa dalla sua assoluzione definitiva

         Meglio tardi che mai, certo. Ma la vicenda di Matteo Salvini, assolto in via definitiva dall’accusa di avere sequestrato su una nave spagnola dei migranti irregolari ritardandone lo sbarco in Italia, disposto alla fine dalla magistratura, è stata così sfacciatamente più politica che giudiziaria che i sei anni e più trascorsi dai fatti e i due processi che l’hanno segnata, fra primo grado e Cassazione, sono uno scandalo.

         Il carattere prevalentemente politico della vicenda sta nell’autorizzazione al processo concessa dal Parlamento, trattandosi di un reato contestato a Salvini come ministro nell’estate del 2019, per una scelta tutta politica, appunto, dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che aveva tolto a Salvini la copertura di fiducia, assicuratagli precedentemente per una vicenda analoga, avendo avuto il leader leghista nel frattempo il torto di avere portato il suo partito a circa il 30 per cento dei voti e di promuovere una crisi per aggiornare la situazione politica.

Conte praticamente si difese usando la magistratura contro Salvini.  E ora, con questo precedente sulle spalle, l’ex premier cerca di tornare a Palazzo Chigi disseminando di trappole il percorso in quella direzione della segretaria del Pd Elly Schlein, che pure lo corteggia e insegue come alleato. Alleato un corno, le manda a dire e dice direttamente Conte, in ogni sede, prendendosi ancora un anno per definire il programma del suo partito e poi confrontarlo con quello del Pd e degli altri immaginati al Nazareno nel famoso “campo largo”. Altra definizione che Conte contesta, dicendo di volerne solo uno “giusto”. Giusto per i suoi gusti e per le sue ambizioni, naturalmente.

         Con una impronta così sfacciatamente politica, ripeto, della vicenda nominalmente giudiziaria di Salvini, di cui magistrati di un certo peso allora, come il segretario dell’associazione Luca Palamara, si dicevano fra di loro che bisognava contrastare il leader leghista pur avendo ragione nella lotta all’immigrazione clandestina; con una impronte, dicevo, così sfacciatamente politica dell’avvio della vicenda nominalmente giudiziaria, la Procura che l’ha gestita avrebbe quanto meno potuto e dovuto risparmiarsi il ricorso contro l’assoluzione in primo grado. E invece è ricorsa, appunto pur facendo a Salvini -e alla Giustizia in senso lato, considerandone i costi- lo sconto di un passaggio su tre: quello della Corte d’Appello.  Smentita peraltro in Cassazione, la Procura di Palermo, dalla stessa accusa.

         La legittimità di quanto accaduto, conforme cioè alle procedure consentite, è sotto ceti aspetti un’aggravante, non un’attenuante. Essa infatti rivela o conferma che è il sistema ad essere malato. E a solo cercare di curarlo si rischia il linciaggio, come quello praticato contro i sostenitori del sì referendario alla riforma della magistratura -come la chiama, condividendola, l’insospettabile Antonio Di Pietro-  approvata dal Parlamento.

La lettura ambiguamente morotea di Giorga Meloni sul Foglio

Quella “Meloni morotea”titolata dal Foglio in prima pagina e ribadita con maggiore spazio all’interno, trattando della politica estera della premier fra guerre e trattative alterne di pace, mi ha incuriosito per una certa conoscenza e frequentazione di Ado Moro avuta per una ventina d’anni. Troncata da una morte che grida ancora vendetta per i misteri fra i quali all’allora presidente della Dc fu barbaramente tolta la vita dai brigatisti rossi che lo avevano sequestrato 55 giorni prima, fra la sangue della scorta. Misteri non ridotti ma aumentati nei ripetuti processi, pur con tanto di condanne, e dalle altrettanto ripetute inchieste parlamentari. 

         La curiosità nasceva anche da quella volta in cui la stessa Meloni, parlando di Europa alla Camera, si è una volta richiamata compiaciuta a Moro tra la sorpresa di molti, anche a destra, che trovarono troppo acrobatico il richiamo. Non era stato invece per niente acrobatico perché il Moro piaciuto alla Meloni era quello convinto che “le diversità” dei paesi del vecchio continente fossero una ricchezza nel loro processo di integrazione. Una specie insomma di sovranismo d’anticipo rispetto a un governo del quale Moro non aveva certamente potuto immaginare l’arrivo in Italia ai tempi della maggioranza di cosiddetta “solidarietà nazionale” che egli aveva contribuito a far nascere attorno non a uno ma a due governi monocolori democristiani affidati alla guida di Giulio Andreotti.

         Ebbene la curiosità suscitatami da quel titolo del Foglio e dal racconto, diciamo così, che lo aveva ispirato si è rapidamente trasformata in delusione. I due autori -non uno- di quella cronaca politica, Carmelo Caruso e Gianluca De Rosa, ai quali concedo simpaticamente l’attenuante dei loro, rispettivamente, 46 e 36 anni, in media quasi la metà dei miei, sono caduti nella trappola del Moro ambivalente o ambiguo di un’abbondante letteratura : quello delle cosiddette “convergenze parallele”, che la Meloni starebbe copiando o scopiazzando, fra Trump e Zelensky, e all’interno dell’Unione Europea fra Merz e Orban. Un pasticcio, più che altro. 

         Ma Moro era ambiguo solo per chi non voleva capirlo, credetemi. Per fargli dire qualcosa che non aveva detto, e anzi aveva impedito , cioè che i comunisti dovessero entrare nel governo con la Dc e non solo appoggiarlo dall’esterno in via transitoria ed eccezionale, Eugenio Scalfari ne aspettò la morte. All’indomani della quale   il fondatore della Repubblica di carta  raccontò di esserlo andato a trovare di recente e di avergli sentito auspicare e predire, addirittura con il proprio impegno, un governo di coalizione col Pci. Moro dalla sua tomba a Torrita Tiberina non poteva smentire. E il suo portavoce, Corrado Guerzoni, potette solo raccontare di averli lasciati soli a parlare in quell’incontro effettivamente svoltosi nello studio romano di via Savoia.

         Vi rivelo per esperienza personale – visto che si parla in questi giorni di giornali-partito dopo quelli di partito- la differenza fra Scalfari e Indro Montanelli. Scalfari fece parlare un morto, come un 48 della smorfia napoletana. Montanelli non mi avrebbe mai pubblicato un’intervista postuma di Moro in quei termini se non avessi potuto documentargliela con una registrazione. Due uomini, due giornali, due stili, due partiti se vogliamo dirlo.

         Né potete immaginare che anche Montanelli avrebbe fatto come Scalfari se gliene fosse capitata l’occasione direttamente. Lo escludo perché Moro non se ne sarebbe fidato, ma soprattutto perché lui non pensava a quella prospettiva politica. Egli arrivava a formulare previsioni sino alla fine del 1978, quando era ormai sicuro di andare al Quirinale e tessere da lì la tela della ripresa dell’alleanza di governo col Psi da quasi due anni nelle mani di Bettino Craxi, anziché di Francesco De Martino.

         Accompagnai personalmente Montanelli da Moro poche settimane prima del sequestro per un colloquio di carattere privato, volendo dare una mano all’amico Gaetano Afeltra che era in quel momento in difficoltà alla direzione del Giorno posseduto dall’Eni. All’uscita dall’ufficio egli mi raccontò di non essere riuscito a strappargli una parola, un sussurro, una vocale, una sillaba sulle prospettive politiche.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 20 dicembre

Quella strana coppia di prigionieri alla Casa Bianca e al Cremlino

         Presi singolarmente nei giorni dispari, essendo nei giorni pari Trumputin, il presidente americano e quello russo sembrano due potenti megalomani imbottiti di armi e di ambizioni, smaniosi l’uno di liberarsi di quei rompiscatole e parassiti che saremmo noi europei e l’altro di quei rompiscatole, pure loro, dei cinesi. Con i quali però Putin è obbligato a fingersi un compagnuccio, diciamo così, correndo alle loro manifestazioni e annivesari, diversamente da Trump che ci strapazza di insulti telefonici e, più in generale, mediatici. Qualche ospite europeo varca ogni tanto la soglia della Casa Bianca senza la sicurezza di uscirne indenne.

         In realtà, i due sono pericolosamente prigionieri. Uno, Tramp, dei suoi errori, l’altro del suo passato.

         Il principale errore di Trump è stato quello di concedere a Putin un vantaggio mediatico e diplomatico con quell’incontro ferragostano in Alaska dal quale il presidente russo si sentì incoraggiato non a ridurre ma a intensificare gli attacchi all’Ucraina. In una guerra che lo stesso Putin aveva cominciato tre anni prima con l’obiettivo non mancato ma fallito di concluderla in una quindicina di giorni, alla maniera di Hitler ai suoi tempi, pur considerando il paese di Zelensky da “denazificare”, addirittura.

         Il passato di cui è prigioniero Putin è quello naturalmente sovietico: aggettivo, questo, che non a caso ricorre sempre più di frequente nelle cronache politiche quando raccontano della Russia di oggi, dei suoi eserciti e delle sue carceri, dove i dissidenti entrano per uscirne solitamente morti.

         Una tregua all’Ucraina insanguinata e infreddolita è stata appena rifiutata pubblicamente dal Cremlino anche come natalizia. Una ferocia anch’essa sovietica. Che spero non apprezzata alla Casa Bianca almeno dalla moglie di Trump: Melania, come la più celebre dello storico film Via col vento.

Ripreso da http://www.statmag.it

Fra le lucciole e le lanterne delle trattative sulla guerra in Ucraina

         Se alla Casa Bianca non scambiano, o non hanno già scambiato, le classiche lucciole per le altrettanto classiche lanterne ricevendo notizie da Berlino -ma soprattutto da Mosca, dove gli emissari americani sono diventati quasi di casa al Cremlino- mancherebbe solo il 10 per cento per arrivare a un accordo di pace sull’Ucraina. O almeno ad una tregua natalizia propedeutica ad un’intesa. Sarebbe dunque risolto il 90 per cento dei problemi esistenti già prima dell’aggressione russa di quasi quattro anni fa e aggravatasi con una guerra che, nelle intenzioni di Putin, avrebbe dovuto concludersi in una quindicina di giorni con la fuga o l’eliminazione fisica di Zelensky a Kiev.

         Evviva, verrebbe da dire se in quel 10 per cento non ci fosse la parte più difficile del negoziato o della problematica per la pretesa, fra l’altro, dei russi di annettere del famoso Donbass anche la parte che non sono riusciti a conquistare con le armi, per quanto spreco ne abbiamo fatto.

         Attorno al quel 10 per cento ancora mancante, sempre nelle valutazioni di Trump, emissari e consiglieri, si è acceso e sviluppato anche in Italia un dibattito -il solito- di carattere politico e mediatico. Col mediatico prevalente sul politico per toni e immagini. Come quello adottato dalla Verità di Maurizio Belpietro, pur di area generalmente considerata di destra e di governo, o quasi, che ha assegnato in un titolo di prima pagina al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per via di quello che dice e ripete nelle udienze frequenti al Quirinale in questo periodo, un ruolo di guerrafondaio. “Però Mattarella prova a far saltare tutto”, dice quel titolo applicato a un articolo di cronaca e commento insieme.

         Il torto di Mattarella, che a Mosca non gode notoriamente di simpatie, attaccato e svillaneggiato ogni volta che parla in Italia o all’estero, sarebbe più di uno. Innanzitutto la convinzione che ad aggredire l’Ucraina sia stata la Russia e non viceversa, come sostengono i critici delle vecchie aspirazioni ucraine alla Nato e all’Unione Europea: critici fra i quali ci fu a suo tempo anche il compianto Papa Francesco per quella Nato accusata di “abbaiare”. Un altro torto di Mattarella è quello di riconoscere e condividere la difesa ucraina della integrità dei territori, almeno di quelli non ancora conquistati sul campo con una guerra odiosa  di invasione. Il terzo torto sarebbe quello di condividere, coprire, spalleggiare la linea di politica estera del governo Meloni. Quella della presidente del Consiglio, del vice presidente e ministro degli Esteri e del ministro della Difesa. Un po’ meno, diciamo così, quella abusivamente praticata a parole dal leader leghista Matteo Salvini, che Meloni prudentemente ha collocato al Ministero delle Infrastrutture, cioè delle strade, dei porti, delle ferrovie, dei ponti e ponticelli.

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