Il contributo di Sergio Mattarella alla celebrazione di Arnaldo Forlani

         A meno che non lo si voglia considerare un masochista o scimunito, il presidente ucraino Zelensky con la sua missione ieri a Roma e, più in particolare con il suo lungo ed “eccellente incontro”  -parole sue- con la premier Giorgia Meloni ha voluto smentire rappresentazioni, voci, retroscena e quant’altro di un disimpegno italiano dall’appoggio all’Ucraina da quasi quattro anni sotto aggressione della Russia di Putin.

         Sempre a meno che non lo si voglia considerare, ripeto, un masochista o scimunito, il presidente ucraino ha voluto “ringraziare” l’Italia per l’aiuto ricevuto e per il contributo che vorrà dare, non considerandola evidentemente esclusa, alle trattative visibili. e soprattutto invisibili, come vedremo, per una soluzione del conflitto che salvaguardi la sicurezza di un paese che la sola disgrazia di confinare con la Russia e di sentirsi europeo, tanto da avere chiesto l’adesione all’Unione. “Di lei mi fido”, ha detto Zelensky della premier italiana.

         Il calendario e l’orologio parlano da soli. Zelensky ha voluto venire a Roma dopo essersi incontrato a Londra col presidente francese Macron e i premier inglese e tedesco e a Bruxelles con altri vertici comunitari e atlantici. Assente di certo la Meloni, come si è sottolineato politicamente e mediaticamente alludendo a una pretesa “marginalità” dell’Italia, ma perché – si è visto- la premier italiana sarebbe stata raggiunta a Palazzo Chigi. E dopo -altra circostanza non credo casuale- un’udienza del Papa a Zelensky, anch’essa di solidarietà, a Castel Gandolfo. Un Papa -Leone XIV- reduce da un viaggio e da colloqui, fra gli altri col presidente turco Erdogan, non proprio estraneo -direi- alla questione ucraina e al traffico diplomatico che la riguarda.

         E’ stato proprio di ritorno da questo viaggio che il Papa conversando con i giornalisti ha parlato del ruolo che può avere il governo italiano sulla strada di una soluzione della guerra in Ucraina.

         Mettete, per cortesia, tutte queste cose insieme e lasciatevi prendere dal sospetto, credo ragionevole, che nella diplomazia e, più in generale, nei confronti internazionali, il sommerso è generalmente più importante dell’emerso.  A meno che non stiano tutti correndo sulla strada del suicidio di una terza guerra mondiale.    

Il contesto, non casuale di certo, della missione di Zelensky a Roma

         A meno che non lo si voglia considerare un masochista o scimunito, il presidente ucraino Zelensky con la sua missione ieri a Roma e, più in particolare con il suo lungo ed “eccellente incontro”  -parole sue- con la premier Giorgia Meloni ha voluto smentire rappresentazioni, voci, retroscena e quant’altro di un disimpegno italiano dall’appoggio all’Ucraina da quasi quattro anni sotto aggressione della Russia di Putin.

         Sempre a meno che non lo si voglia considerare, ripeto, un masochista o scimunito, il presidente ucraino ha voluto “ringraziare” l’Italia per l’aiuto ricevuto e per il contributo che vorrà dare, non considerandola evidentemente esclusa, alle trattative visibili. e soprattutto invisibili, come vedremo, per una soluzione del conflitto che salvaguardi la sicurezza di un paese che la sola disgrazia di confinare con la Russia e di sentirsi europeo, tanto da avere chiesto l’adesione all’Unione. “Di lei mi fido”, ha detto Zelensky della premier italiana.

         Il calendario e l’orologio parlano da soli. Zelensky ha voluto venire a Roma dopo essersi incontrato a Londra col presidente francese Macron e i premier inglese e tedesco e a Bruxelles con altri vertici comunitari e atlantici. Assente di certo la Meloni, come si è sottolineato politicamente e mediaticamente alludendo a una pretesa “marginalità” dell’Italia, ma perché – si è visto- la premier italiana sarebbe stata raggiunta a Palazzo Chigi. E dopo -altra circostanza non credo casuale- un’udienza del Papa a Zelensky, anch’essa di solidarietà, a Castel Gandolfo. Un Papa -Leone XIV- reduce da un viaggio e da colloqui, fra gli altri col presidente turco Erdogan, non proprio estraneo -direi- alla questione ucraina e al traffico diplomatico che la riguarda.

         E’ stato proprio di ritorno da questo viaggio che il Papa conversando con i giornalisti ha parlato del ruolo che può avere il governo italiano sulla strada di una soluzione della guerra in Ucraina.

         Mettete, per cortesia, tutte queste cose insieme e lasciatevi prendere dal sospetto, credo ragionevole, che nella diplomazia e, più in generale, nei confronti internazionali, il sommerso è generalmente più importante dell’emerso.  A meno che non stiano tutti correndo sulla strada del suicidio di una terza guerra mondiale. 

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La sconfitta sul divorzio che Forlani seppe risparmiarsi

Di tutti i segretari avuti dalla Dc, da De Gasperi a Taviani, da Gonella a Fanfani, da Moro a Rumor, da Piccoli a Zaccagnini e a Martinazzoli-Arnaldo Forlani, di cui ricorre il centenario dalla nascita, a meno di due anni e mezzo peraltro dalla morte, fu il più sprannominato di tutti. Anzi, è stato, tanto forte è la memoria che ne conservo.

Ricordo il “coniglio mannaro” coniato per lui da Giampaolo Pansa, a furia anche di osservarlo col suo binocolo ai congressi democristiani, la “tigre di carta” di derivazione un po’ incerta, il “Moro dei poveri” confezionatogli da Carlo Donat-Cattin orfano del Moro autentico, col quale aveva avuto un rapporto di solida amicizia. Grazie al quale il leader della sinistra sociale, cioè sindacale, della Dc nella seconda metà degli anni Sessanta della contestazione aveva rinunciato alla decisione che stava per prendere di uscire dal partito.

         Di recente Pier Ferdinando Casini ha raccontato che proprio Donat-Cattin non sopportava, ma sempre amichevolmente, l’abitudine di Forlani di isolarsi con la segreteria telefonica durante le trasmissioni, in alta o bassa frequenza televisiva, delle partite di calcio dell’Inter. Segno, evidentemente, che per quanto “Moro dei poveri”, Forlani era un interlocutore molto cercato dal più inquieto o irrequieto dei leader democristiani. Che d’altronde fu tra i promotori del ritorno di Forlani alla segreteria della Dc nel 1989, candidandolo già una decina d’anni prima ad un congresso per chiudere davvero la fase della cosiddetta “solidarietà nazionale” con i comunisti. Il cui appoggio esterno ai governi monocolori democristiani di Giulio Andreotti, per quanto all’insegna dell’emergenza e della provvisorietà, aveva finito per “impigrire” lo scudo crociato, diceva un Donat-Cattin impaziente, come Forlani appunto, del ritorno dei socialisti, guidati ormai da Bettino Craxi dopo gli anni di Francesco De Martino, alla collaborazione di governo con lo scudo crociato.

         Il coniglio mannaro, la tigre di carta, la segreteria telefonica e quant’alto inventato e appiccicatogli addosso non scalfivano la pazienza, il buon senso e la preveggenza di Forlani. Che nel 1972, per esempio, ai tempi della sua prima segreteria democristiana fece tanto per evitare il referendum contro la legge sul divorzio da preferirne il rinvio di due anni, addirittura ricorrendo alle elezioni anticipate. Fanfani, nella cui scuderia Forlani era cresciuto alla fine scalciando, decise invece di cavalcare quella prova di forza referendaria reclamata dalla Chiesa. E ne uscì notoriamente con le ossa rotte della Dc, rivelatasi nel 1974 battibile ed entrata perciò in una fase di logoramento elettorale e sociale dalla quale non sarebbe più uscita, neppure dando agli alleati addirittura la guida dei governi di coalizione: prima al repubblicano Giovanni Spadolini, nel 1981, proprio in sostituzione di un Forlani benedicente da Palazzo Chigi, e poi al socialista Craxi, nel 1983, quando già un altro socialista, Sandro Pertini, sedeva al Quirinale. Un Craxi del quale Forlani fu vice presidente del Consiglio e contemporaneamente presidente di una Dc guidata con sofferenze e strappi da Ciriaco De Mita.

Pubblicato sul Dubbio

Il Forlani del cuore con Fanfani e la testa con Moro

A 100 anni dalla nascita e a meno di 2 e mezzo dalla morte ricordo di Arnaldo Forlani il giorno in cui nacque la nostra amicizia. Una mattina alla Camera, al suo secondo anno del primo mandato di segretario della Dc, conferitogli dal Consiglio Nazionale nel 1969 come delfino di Amintore Fanfani. Avevo appena scritto di lui sul Momento sera di Roma che aveva certamente Fanfani nel cuore ma nella testa Aldo Moro, l’altro “cavallo di razza “della Dc, come li chiamava entrambi Carlo Donat-Cattin imponendoli alla letteratura dello scudo crociato.

         Quel cuore con Fanfani e la testa con Moro gli era piaciuto. Sornione, Arnaldo mi disse: “Mi hai smembrato”. Da allora non smettemmo di frequentarci, di stimarci, di volerci bene. Al contrario di Forlani, non gradì per niente Fanfani, che mi invitò a colazione di prima mattina nel suo appartamento di Presidente del Senato a Palazzo Giustiniani per dirmi che Forlani sì aveva “qualcosa” di Moro in testa ma doveva togliersi proprio da quella testa l’idea di poter essere un intermediario, perché con Moro lui avrebbe potuto accordarsi direttamente quando lo avesse ritenuto opportuno. E così avvenne un paio d’anni dopo, proprio a Palazzo Giustiniani, in un incontro fra i capi di tutte le correnti della Dc, promosso con una certa disinvoltura istituzionale, in cui venne decisa la conclusione di un congresso nazionale del partito che si sarebbe aperto due giorni dopo all’Eur.

         L’accordo stabiliva il ritorno di Fanfani alla segreteria della Dc, al posto di Forlani destinato ad una Quaresima di qualche anno, e la sostituzione di Giulio Andreotti a Palazzo Chigi, in un governo centrista che Forlani preferiva chiamare “della centralità”, con Mariano Rumor per un ritorno al centro-sinistra.  A Moro fu destinata la presidenza della Camera, che però il socialista Sandro Pertini si rifiutò di liberare con le dimissioni chiestegli personalmente dal segretario del Psi Francesco De Martino in cambio di un laticlavio alla morte del primo senatore a vita di nomina quirinalizia. Pertini, scusandosi poi privatamente con Moro temendo che potesse considerarla una questione personale, cacciò via dal suo ufficio di Montecitorio il compagno di partito e scese alla buvette per augurare “lunga vita ai senatori a vita”, chiacchierando con i giornalisti che avevano accolto la sua offerta del caffè, me compreso.

         E Forlani?, mi chiederete. Ubbidì al suo modo. Per niente sorpreso da Fanfani -al quale aveva peraltro procurato il dispiacere, la delusione, chiamatela come volete, di sostenere alla fine del 1971, per quanto inutilmente, l’elezione di Moro a presidente della Repubblica dopo l’esaurimento, a volere essere generosi, della candidatura dello stesso Fanfani- Arnaldo chiuse il congresso democristiano con una disamina della figura del Diavolo. Che -ricordò a un Fanfani impietrito alla presidenza del  congresso- “è colui che si trasforma”.

         Ma con Fanfani l’ormai ex segretario della Dc, al momento ministro degli Esteri dei governi monocolori democristiani presieduti da Andreotti col sostegno esterno dei comunisti, si sarebbe ritrovato durante il sequestro proprio di Aldo Moro, nel 1978, per cercare di salvargli la vita. Alle brigate rosse che volevano scambiare l’ostaggio con più di tredici “prigionieri”, come chiamavano imputati e condannati di reati di terrorismo, volendo con ciò ottenere il riconoscimento di controparte, Forlani si prodigò perché arrivasse un appello del segretario generale dell’Onu. Ma agli aguzzini di Moro, e sterminatori della sua scorta, delle Nazioni Unite non importava un fico secco, pur imbottendo i loro documenti di richiami a un fantomatico Stato imperialista mondiale da abbattere. Moro fu ucciso la mattina del giorno in cui Fanfani aveva deciso, e fatto sapere, che avrebbe annunciato in una riunione della direzione del partito la disponibilità ad una iniziativa autonoma dell’allora Capo dello Stato Giovanni Leone per la grazia ad uno, anzi una dei tredici “prigionieri” reclamati dai terroristi.

         Vi risparmio tutto il resto di un’amicizia e di una storia politica, quella appunto di Forlani, fra le più lineari che mi sia capitato di seguire.

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Giuseppe De Rita corregge il rapporto del suo Censis sull’Italia

         Giuseppe De Rita, 93 anni e rotti ben portati, di cui 59 ascoltando le viscere l’Italia un po’ come Capo Seattle, chiamato anche Seath, faceva sulla terra indiana americanizzata, o un rabdomante in cerca d’acqua, ha colto fortunatamente l’occasione offertagli con una intervista dalla Stampa per risollevarmi a sua insaputa da una mezza angoscia provocatami da titoli, sottotitoli e sintesi dell’abituale rapporto del Censis sul nostro Bel Paese. Il 59.mo appunto, che il padre  o nonno del Censis, chiamiamolo così, ha voluto e saputo esporre in chiave più ottimistica, più rassicurante, per esempio, di quelle poche righe di prima pagina sul Corriere della Sera dell’altro ieri che   raccontavano un’Italia “selvaggia”, ossessionata o quasi dal sesso, a dir poco disinteressata alla politica, portata a preferire l’autocrazia alla democrazia e miserevolmente, più che ingegnosamente, impegnata ad “arrabattarsi per arrivare alla fine del mese”. 

         Il quadro, anzi il film dell’Italia ricavabile dalle immagini del rapporto del Censis “non è così disastroso come appare se ci si ferma alle singole fotografie”, ha detto il fondatore del Censis. “Nel presente-ha aggiunto De Rita- l’italiano dimostra una resistenza giorno per giorno alle difficoltà e questo non crea avvilimento ma una nuova tonicità del sistema e del ceto medio”. Cioè il ceto medio non è in declino?, gli ha chiesto un po’ incredula forse Flavia Amabile. E lui: “Se si considerano le fotografie anno per anno lo è, ma se invece si prende in considerazione l’evoluzione”, in particolare nell’arco di 50 anni, “si trovano degli elementi di novità”. “Il ceto medio -ha spiegato o raccontato De Rita- ha subìto la paura del declino, ha resistito e ora sta facendo dei passi avanti. lentamente cresce e cerca di mantenere il suo stile di vita. Viaggia, per esempio, in classe economica e a volte concedendosi un lusso”. Si sono “rafforzate le difese” nella “lotta per la vita che noi italiani abbiamo sempre avuto”.

         Senza arrivare a guardarmi nello specchio, ho toccato i capelli che ancora mi crescono, ho passato poi le mani sulla giacca e sui pantaloni. Ho stretto il modo della cravatta e mi sono sentito sollevato. Tanto grato a De Rita da sentirmi solidale con lui quando si è lamentato dei suoi rapporti con la “classe dirigente”. “Un tempo -ha raccontato- c’era curiosità, interesse per la dinamica a lungo termine della società” studiata dai ricercatori scientifici.  “Craxi -ha svelato De Rita- era un politico che mi chiamava per ascoltare quello che avevo da dire”, peraltro conoscendo anche la sua assonanza con la Dc di Andreotti, Fanfani, De Mita, Forlani piuttosto che col Psi del garofano. ”Oggi né Meloni né Schlein lo farebbero.. La loro è una classe dirigente che ha parametri diversi, si basano su un sondaggio dell’altro ieri da utilizzare per le elezioni di domenica”.

         Nel cercare una foto di De Rita con la quale arredare, diciamo così, questa nota me n’è capitata una relativamente recente col presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Quirinale. E mi sono di nuovo consolato, per entrambi.

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L’afonia della segretaria del Pd sullo scenario internazionale

Dopo le ultime notizie o sensazioni arrivate dagli Stati Uniti, dove un documento attribuito alla conoscenza o persino alla ispirazione del presidente Donald Trump in persona prospetta il rischio della “cancellazione” dell’Europa in una ventina d’anni, non ho ancora sentito o letto di una richiesta a comparire, diciamo così, alla premier Giorgia Meloni davanti a una delle Camere, o a entrambe, per esporre la posizione del governo italiano. Non ancora, ripeto, magari per distrazione da ponte dell’Immacolata in corso, costruito senza progetti e spese del Ministero delle Infrastrutture guidato dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini Un ponte semplicemente da calendario, sottratto ai controlli della Corte dei Conti o alla curiosità di qualche Procura della Repubblica sensibile ai rischi delle solite infiltrazioni mafiose nelle grandi opere.

         Non ho sentito o letto richieste di comparire né alla Meloni presa singolarmente né alla maggioranza nel suo complesso, e quindi reclamando anche rapporti e simili dei vice presidenti del Consiglio e altri soci della coalizione di centrodestra. Come ha fatto di recente la segretaria del Pd Elly Schlein condizionando un confronto pur chiesto da lei stessa con la Meloni, durante la festa nazionale della destra a Castel Sant’Angelo, alla partecipazione almeno di Matteo Salvini e Antonio Tajani per accettare di essere affiancata da Giuseppe Conte. Che, dal canto suo, si era affrettato ad annunciare la sua disponibilitàalla premier che lo aveva proposto. Storie di scacchi o furbizie e sgambetti che hanno tenuto banco per un pò sulle prime pagine dei giornali, col solito contorno di retroscena e sospetti velenosi.

         Se questa richiesta a comparire in Parlamento sul presente e sull’avvenire dell’Europa e dei suoi rapporti con gli Stati Uniti dovesse arrivare, o fosse addirittura già arrivata, ripeto, nella mia distrazione da ponte, avrei da eccepire personalmente qualcosa all’opposizione che in queste circostanze suole parlare e attaccare al singolare.

         Una linea di politica estera, comprensiva naturalmente dei rapporti con e nell’Unione e con gli Stati Uniti, il governo bene o male ce l’ha: bene nelle parole e opere della premier, del suo ministro degli Esteri e di quello della Difesa Guido Crosetto, per le sue competenze militari, e male  -se pure si voglia lamentarsene- nei  borbottii, resistenze a altro con cui Salvini personalmente e i parlamentari leghisti collettivamente si allineano al momento decisivo.

         Una linea di politica estera dell’opposizione al singolare, ripeto, non esiste per niente. E per definirla Conte, per esempio, non ha alcuna fretta, essendosi appena preso un annetto di tempo, sino alla fine dell’estate prossima, per definire il programma in generale del suo movimento 5 Stelle e confrontarlo poi con quelli degli altri candidati all’alternativa al centrodestra, cercare di stenderne uno comune e poi affrontare, finalmente, il problema spinosissimo della cosiddetta leadership della coalizione.

         Ma ancor più del tempo che si è preso Conte per confrontarsi con le altre opposizioni dalla sua posizione attuale di pacifismo assoluto e contrarietà altrettanto assoluta ad ogni progetto di rafforzamento delle difese, singole e collettive, nell’Unione europea, è grave la mancanza di chiarezza sulla politica estera nel Pd, cioè nel partito maggiore dell’aspirante alternativa al centrodestra. Una mancanza che non è avvertita solo da me, che non conto nulla nemmeno come elettore, ma anche da fior di fondatori e graduati del partito del Nazareno.

E’ da un anno, o almeno dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato, che nel Pd quel rompiscatole che penso sia diventato agli occhi e alle orecchie della Schlein l’ex capogruppo al Senato ed ex tesoriere del partito Lugi Zanda chiede inutilmente un congresso o qualcosa di equipollente sulla politica estera nello scenario mondiale intervenuto dopo l’elezione dell’attuale segretaria. Che se la prende anche lei comoda, come il suo concorrente Conte nella corsa a Palazzo Chigi per l’improbabile successione alla Meloni.

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I conti alla rovescia prodotti dalla sicurezza perseguita da Trump e Vance

         C’è solo l’imbarazzo della scelta, non so se più consolatorio o inquietante, fra i conti o conteggi alla rovescia -contdown in americano- propostici o impostici dalle ultime notizie provenienti dagli Stati Uniti. Cioè dal documento, dossier, rapporto, progetto, manifesto e quant’altro sulla sicurezza avvertita o perseguita dal presidente Donald Trump verso la fine del suo primo anno del secondo mandato alla Casa Bianca.

         Il conto più lungo e drammatico è sicuramente quello dei 20 anni o 73 mila giorni che mancherebbero alla “cancellazione” dell’Europa in crisi di tutto. O alla sua “abolizione”, si è spinto ad auspicare Elon Musk tornato forse nella sopportazione, quanto meno, di Trump e furente per una multa pesante a che per un ricco come lui che rischia di pagare per i suoi affari all’Unione europea. Cancellazione spontanea o abolizione imposta, pur sotto il titolo del documento trumpiano che Antonio Socci su Libero ha voluto ottimisticamente prendere sul serio, ingoiandolo come una pillola contro l’ansia. “Promuovere la grandezza dell’Europa”, dice quel titolo, o titoletto.

         Il conto alla rovescia più breve, che non è sicuramente quello di Socci ma che personalmente preferisco, è quello dei 3 anni e il migliaio di giorni che mancano alla scadenza del secondo e ultimo mandato presidenziale di Trump, peraltro in cammino verso gli 80 anni da lui contestati al predecessore Joe Biden dandogli praticamente dello scimunito.

         Il conto alla rovescia medio, diciamo così, ma pur sempre pessimistico nella valutazione degli umori degli americani, è quello dei quattro anni e dei circa 1500 giorni di Vance alla Casa Bianca, se al vice presidente in carica dovesse capitare la sorte di succedere a Trump nel 2029.

         Sono tutti conti o conteggi al lordo, naturalmente, specie per gli ultimi due, delle sorprese che potrebbero riservarci le cronache politiche americane, che non sono mancate di una certa drammaticità nella storia degli Stati Uniti, dei secoli scorsi ma anche di tempi più recenti.

I paradossi del perdurante, ostinato trumpismo in Italia e fuori…

         Eppure c’è ancora chi, non solo in Italia a cominciare dalla premier Giorgia Meloni, ma anche altrove, vede persino nell’ultimo documento addirittura “strategico” sulla sicurezza dell’amministrazione americana di Donald Trump più un’’occasione che un problema per l’Unione europea. O per l’Europa più in generale. Dalla quale il manifesto avverte invece in corso una “guerra di secessione” coltivata dal presidente degli Stati Uniti in versione, diciamo così, Trumputin: metà Trump e metà Putin. Di cui stanno sperimentando gli effetti gli ucraini al loro quasi quarto anno di resistenza all’invasione cominciata pensando, al Cremlino, di poterla completare entro una quindicina di giorni. La durata effettiva dovrebbe essere già di per sé una sconfitta per una potenza armata nuclearmente come la Russia, ma non si può dirlo, scriverlo o solo pensarlo senza finire nella lista degli scemi o , peggio ancora, dei provocatori.

         L’occasione ottimisticamente attribuita  a Trumputin, ripeto, è quella di avere previsto la “cancellazione” dell’Europa in una ventina d’anni: cinque volte più della guerra condotta contro l’Ucraina dal febbraio 2022, scontando la Crimea ed altri precedenti. Una ventina d’anni che potrebbero servire a noi europei anche a svegliarci, a darci la classica mossa, a imparare a difenderci da soli, e non solo a danneggiarci. A smettere, per esempio, di frignare a sentir parlare di riarmo. O di attacchi preventivi nella guerra cibernetica che si vede meno ma fa male lo stesso, aiutando quella armata.  

         Una ventina d’anni però potrebbero bastarci, ed anche avanzare, a svegliarci e riprenderci se si attribuisce al quasi ottantenne Trump, stavolta a lui più che a Putin, e suoi successori la riserva, la volontà, la tentazione di darci una mano pensando, per esempio, ai militari americani ancora presenti in Europa e agli affari che si potrebbero fare o imporre fra le due coste dell’Atlantico. E’ qui che l’asino rischia invece di cascare. E di Trumputin, questa volta ricomposto, si rischia di subire solo il peggio.

Il silenzio di Giorgia Meloni sul caso di Federica Mogherini in Belgio

A sorpresa, almeno rispetto allo standard al quale ha abituato amici, critici ed avversari, il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini ha preso le difese di Federica Mogherini. Che si è dimessa da rettrice del Collegio d’Europa e direttrice dell’accademia di formazione dei diplomatici dopo essere stata arrestata, interrogata per mezza giornata, rilasciata ma rimasta sotto indagine della Procura federale belga per frode, turbativa d’asta, conflitto d’interessi e chissà cos’altro.

Si è dimesso, ma dalle funzioni direttive che aveva nella Commissione europea, anche l’ambasciatore italiano Stefano Sannino, coinvolto nell’affare, o malaffare, su cui i magistrati del Belgio se la prenderanno probabilmente comoda, essendo ancora al palo, o quasi, la vicenda nota come Qatergate, esplosa tre anni fa e costata , fra l’altro, gli arresti e la fine della carriera politica dell’allora vice presidente greca del Parlamento europeo Eva Kaili, per non parlare anche del suo ex assistente e tuttora -credo- compagno italiano Francesco Giorgi e di due connazionali.

         “Io ho sempre detto- ha dichiarato Salvini un una trasferta a Bruxelles- che di alcuni magistrati italiani non mi fido. Insomma non ho mai risparmiato critiche ad una parte della magistratura, ma questi del Belgio mi sembrano peggio”.  Ed ancora, andando anche oltre i magistrati: “So che già dicono italian job. Ecco il problema: il risultato è che con questa vicenda gettano discredito sull’Italia”.

         Salvini, che in Italia ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie per essere assolto dall’accusa di avere sequestrato su una nave un bel po’ di immigrati clandestini bloccandone o ritardarne lo sbarco, ha resistito con la difesa della Mogherini a tre tentazioni politiche. La prima era quella di cogliere l’occasione per rinnovare le sue critiche e diffidenze verso il funzionamento, quanto meno, degli istituti e uffici comunitari. La seconda tentazione era di trovarsi in sintonia con la Russia di Putin e subordinati, che si son lanciati come squali sul caso Mogherini per screditare il ruolo di difensore dell’Ucraina a ferro e fuoco che svolge l’Unione europea anche senza la copertura degli Stati Uniti. O con una copertura tanto scarsa ed equivoca da essere persino peggiore di una ostilità.

         La terza tentazione alla quale si è sottratto Salvini difendendo la Mogherini, e considerandone la militanza a sinistra premiata con le sue esperienze passate di ministro degli Esteri d’Italia e di alta rappresentante della Commissione europea per gli affari esteri e la sicurezza; la terza tentazione, dicevo, era quella abituale dei partiti e schieramenti del nostro Bel Paese di strumentalizzare contro concorrenti ed avversari i loro eventuali problemi giudiziari.

         Per una volta in tema di garantismo Salvini non si è affiancato ma superato il vice presidente forzista del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, limitatosi a rivendicare il diritto dell’imputata Mogherini di essere considerata innocente sino a condanna definitiva. E che spero non gli abbia procurato problemi nel partito che gestisce, mi pare, fra mille attenzioni non sempre amichevoli. O del tutto amichevoli.

         Detto e scritto tutto questo, permettetemi che mi chieda perché la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non si sia ancora spesa a favore della Mogherini. O lo abbia fatto così poco e male da non essere avvertita da un vecchio cronista come me.

Pubblicato sul Dubbio

Ciò che rimane del Collegio d’Europa dopo le dimissioni della Mogherini

         Tanto tuonò che piovve. E Giuliano Ferrara è sbottato nel turchese del suo Foglio con quel “viva la corruzione” che forse si sarebbe dovuto gridare anche una trentina d’anni fa a Milano e poi in tutta Italia. Ma quasi nessuno osò di fronte all’abuso della lotta alla corruzione superiore, per gravità e consistenza, alla corruzione contestata quasi per principio, per presupposto logico, a chi praticava l’uso ormai generalizzato, e a lungo tollerato dalla magistratura, del finanziamento irregolare, o illegale, dei partiti e, più in generale, della politica.

         Il fondatore del Foglio è sbottato di fronte al caso di Federica Mogherini, arrestata e rilasciata dopo 12 ore di interrogatorio a Bruxelles per una presunta frode nella guida e nella gestione della scuola di formazione dei diplomatici europei affidatale cinque anni fa dopo altrettanti trascorsi come alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e di sicurezza.

         Ancora oggi, sempre a Bruxelles, nei cui uffici giudiziari sembra che si parli un italiano corrente, è ancora al palo o, all’opposto, in alto mare il famoso “Qatergate” esploso tre anni fa, con l’arresto della vice presidente greca del Parlamento europeo Eva Kaili e del suo già assistente e poi anche compagno Francesco Giorgi. Ora, sempre per quella vicenda che era scomparsa dall’orizzonte delle cronache giudiziarie e politiche, rischia la perdita dell’immunità l’eurodeputata del Pd Alessandra Moretti. Magari per essere anche lei interrogata e rilasciata nella botola del silenzio.

         La corruzione a Bruxelles, come quella in Ucraina, che ha mandato al fronte piuttosto che in galera il più stretto collaboratore del presidente Zelensky, viene sfacciatamente cavalcata da Putin nella scuderia del Cremlino per gestirsi da solo col presidente americano Donald Trump la cosiddetta pratica della “pace”, fra virgolette, nel paese da lui invaso quasi quattro anni fa per “denazificarlo” in due settimane.

         Siamo davanti ad uno spettacolo, scenario e quant’altro di corruzione quanto meno della logica e dei rapporti di forza addirittura nella ricerca di nuovi equilibri internazionali dopo l’esaurimento di quelli stabiliti a Yalta un’ottantina d’anni fa a conclusione della seconda guerra mondiale.

         Personalmente preferisco, con Giuliano Ferrara, in un gioco infernale di paradossi, i presunti corrotti a chi ne abusa senza alcuna presunzione, ma con una evidenza rivoltante.   

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