L’onore delle armi di Di Pietro all’avvocato antagonista Spazzali

Si chiama filosoficamente eterogenesi dei fini il fenomeno degli effetti delle azioni umane inaspettati, spesso opposti a quelli perseguiti. E’ il caso emerso, con la   morte dello storico avvocato degli anni di “Mani pulite” Giuliano Spazzali, dai suoi rapporti col principale antagonista nel processo più emblematico di quella stagione, che fu il sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro. L’imputato difeso da Spazzali era Sergio Cusani, accomunati da esperienze giovanili di estrema sinistra, extraparlamentari. Spazzali era stato peraltro il difensore di un’organizzazione di cui dice tutto il nome: Soccorso rosso. Erano stati i tempi degli anni di piombo, per intenderci.

       Nella vicenda giudiziaria e politica delle “Mani pulite” la coppia più assortita di inputato e avvocato difensore fu quella di Spazzali e Cusani. Quella meno assortita fu di Spazzali e di Di Pietro. Che scoprì appunto con Spazzali un tipo di avvocato cui non mi sembra tuttora fosse abituato, indisponibile ad assecondare l’accusa per risparmiare manette e quant’altro all’assistito accusato di partecipazione a Tangentopoli. Così fu chiamata non una città ma un sistema dove si praticavano e si scambiavano con le tangenti gli affari privati e il finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica.

       Informato della morte da Libero, Di Pietro ha reso a Spazzali l’onore delle armi, riconoscendogli “la determinazione”, ricambiata, e negando di averlo mai considerato per questo un “nemico”. Un segno di civiltà che non guasta di certo in questi tempi di alta esasperazione, diciamo così.

       Cusani, di simpatie socialiste dopo gli anni dell’estremismo, era il consulente finanziario, ma anche di più, della famiglia Ferruzzi allargata a Raul Gardini e a Carlo Sama. Egli aveva partecipato, quanto meno, alla gestione di una “maxitangente”, come fu chiamata, di 150 miliardi di lire messa a disposizione dei politici per smontare con profitto l’Enimont prodotto dalla fusione fra la Montedison privata e l’EniChem  pubblica.

        Al processo chiamato appunto Enimont, in cui Cusani fu  condannato con rito abbreviato a poco meo di dei anni di carcere di cui quattro effettivi e riabilitato dal tribunale di sorveglianza di Milano nel 2001, fra gli altri deposero l’ex presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi, spavaldo nella difesa della politica lasciatasi finanziare illegalmente da imprese e imprenditori che facevano la fila per pagare tangenti, salvo poi considerarsi concussi, cioè obbligati, e l’ormai ex segretario della Dc Arnaldo Forlani, così imbarazzato nelle risposte da insalivarsi.

 Per quanto incalzante nelle domande e nei gesti trasmessi dalla televisione, Di Pietro non parve abbastanza duro con Craxi all’esigentissimo fondatore e ancora direttore della Repubblica di carta Eugenio Scalfari. Al quale invece piacque dopo qualche anno la liquidazione fatta da Di Pietro delle piaghe diabetiche di Craxi a “foruncoli” per contrastare tentativi della difesa di rallentare i tempi del processo per ragioni di salute.

       Ciò che Spazzali contestava delle indagini erano contenuti e metodi, che considerava arbitrari. Erano d’altronde gli anni in cui i rapporti fra i sostituti procuratori e il giudice per le indagini preliminari erano tali che il secondo  restituiva le carte ai primi per consigliare una diversa formulazione della richiesta di arresto, piuttosto che negarla. Ciò accadde, in particolare, al gip ormai fisso di “Mani pulite” Italo Ghitti, tanto apprezzato dai colleghi inquirenti e giudicanti a carriera unica da essere eletto al Consiglio Superiore della Magistratura.

       Potete immaginare quanto sarebbe stato felice l’avvocato Spazzali di votare sì al referendum di marzo sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e sul resto della riforma intestata alla giustizia ma in realtà riguardante solo la magistratura. La morte glielo ha appena impedito. In compenso egli ha fatto in tempo a sentire e a leggere di Antonio Di Pietro schierato per il sì referendario anche per avere avuto nel frattempo l’avventura di frequentare i tribunali pure da imputato e da avvocato, dopo gli anni epici di sostituto procuratore. Cui le folle chiedevano di far loro sognare sempre più manette. L’eterogenesi dei fini, ripeto.

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Il labile confine politico e culturale fra l’ironia e l’ossessione dell’antifascismo

       Dalle “affinità elettive” del titolo di copertina del manifesto al “patto d’acciaio” evocato dal Riformista, sempre nel titolo di copertina, alla vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX in cui la premier Giorgia Meloni camminando col cancelliere tedesco Friederich Merz gli dice che “Germania e Italia non sono mai state così vicine”. E l’altro obietta che “oh, sì che lo sono state”. Ai tempi di Mussolini e Hitler e del patto d’acciaio, appunto, propedeutico, al di là delle furbizie e riserve italiane, alla tragedia della seconda guerra mondiale.

       L’ironia sulle intese appena sottoscritte a Roma fra la Meloni e Merz in un contesto europeo e mondiale da fiato sospeso, a dir poco, è tanto facile quanto naturalmente fuorviante. La Meloni con gli stivali e Merz con la svastica sul braccio non fanno ridere. Servono solo a distrarsi e, almeno in Italia, a demonizzare una destra alla quale non si vuole perdonare di guidare il governo senza sfasciare il Paese, se non nell’immaginario di una sinistra che non sa vivere d’altro se non di antifascismo, anche dopo lo “spartiacque” recentemente indicato dal Capo dello Stato nella nascita della Repubblica. Quella italiana, non quella di Salò evocata, parlandone col Foglio, da Goffredo Bettini per motivare il suo ripensamento contro la riforma della magistratura sotto procedura referendaria.  Che se passasse -ha detto il guru e quant’altro del Pd- potrebbe investire di tale forza la Meloni da restituirla al fascismo, anche suo malgrado.  “Un’ossessione”, ha giustamente titolato Il Foglio pur essendosi scomodato a raccoglierla. O, astutamente, raccogliendola per deriderla.

Processo referendario di Panebianco all’innominato Bettini

Lì per lì, leggendone il titolo datogli sul Corriere della Sera in prima pagina – “Il referendum sulla giustizia sarà un derby sul governo”- ho pensato che il buon Angelo Panebianco si fosse fatto convincere sul piano, diciamo così, scientifico, della riduzione del referendum sulla magistratura in un derby, appunto, sul governo. Come aveva fatto sostenuto qualche giorno prima Goffredo Bettini scrivendone sull’Unità e convertendosi al no dal sì annunciato e spiegato più volte mentre la riforma era ancora all’esame del Parlamento.

       Invece no. Davvero no, ma alla rappresentazione anche di Bettini. Che, pur senza essere direttamente nominato dal professore editorialista del Corriere, si dovrebbe riconoscere caduto, per gli argomenti esposti da Panebianco dettagliatamente, nell’”abisso che separa la democrazia ideale e la democrazia reale”, qual è diventata la nostra proprio col ragionamento di Bettini. In cui al “confronto tra opinioni diverse che entrano nel merito della legge” contestata con la procedura referendaria si preferisce e si cavalca una guerra fra governo e opposizione, o viceversa.

       Ora, anche sul piano istituzionale o scientifico, pur se Panebianco non ha voluto infierire chiamando in causa Bettini e contestandoglielo, il governo ha finito di essere controparte dello stesso Bettini e compagni o amici nel momento in cui la riforma è stata approvata dalle Camere con la maggioranza minima ma pur sempre qualificata che è quella assoluta prescritta dall’articolo 138 della Costituzione.

       Dal momento dell’approvazione la controparte dei contrari ha cessato di essere il governo ed è diventato il Parlamento. Il “derby” pertanto lamentato da Panebianco ma paradossalmente attribuitogli dal titolo assegnatogli, ripeto, dal Corriere con una certa distrazione, a dir poco, è solo un abuso. Come non capì una decina d’anni fa l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, imbracciando una sfida che gli fu politicamente fatale su una più larga riforma costituzionale, e ha invece avvertito con astuzia e prudenza la Meloni.

       Se proprio vogliamo concedere qualcosa all’immagine, spettacolo e quant’altro del “derby”, fermo restando l‘attore che è diventato ormai il Parlamento, la controparte è semplicemente la magistratura, oggetto della riforma e ostile. Essa ora sostiene peraltro anche di essere stata poco democraticamente, anzi autoritariamente, esclusa nella sua associazione di rappresentanza sociale, non istituzionale, dal governo nella preparazione del testo e nel suo percorso successivo. Ma i signornò togati opposero a suo tempo alla prospettiva di un confronto il carattere “non negoziabile” -ricordate?- del loro stato attuale, a carriera unica fra giudici e pubblici ministeri. Che peraltro è quello cui furono ridotti a suo tempo dal fascismo, e fu ereditato con una certa leggerezza, diciamo così, dalla Costituzione repubblicana di antifascismo dichiarato e vantato.

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Il…contenzioso dei grattacieli a Gaza, quando si finirà davvero di distruggere

       Con la vocazione dissacratrice che gli è rimasta contrastando a suo tempo a sinistra il Pci, e rimediandone l’espulsione, il quotidiano ancora orgogliosamente “comunista” il manifesto ha declassato praticamente a bordello il “board” della pace a Gaza voluto dal presidente americano Donald Trump. E sbandierato a Davos per fare di quella striscia rasa al suolo e insanguinata in Medio Oriente una riviera di grattacieli. Dei quali Trump, sempre lui, è uno specialista avendone costruiti e possedendone negli Stati Uniti: suoi, ormai, anch’essi in ogni senso. Specie dopo che, sopraelevandosi rispetto agli elettori che lo hanno riportato alla Casa Bianca l’anno scorso, Trump si è appellato al “giudizio di Dio”, come lo ha giustamente pizzicato oggi sul Corriere della Sera Walter Veltroni, di fronte alle critiche che sta rimediando la sua azione negli stessi Stati Uniti. Dove la popolarità del presidente è in calo e sono attese con crescente preoccupazione dai suoi sostenitori le elezioni di medio termine dell’autunno prossimo.

       Quei grattacieli di Gaza, dall’immaginario depliant trumpiano di affari e di turismo, se e quando davvero si finirà sul posto di demolire, distruggere e uccidere, sono un po’ anch’essi, come la storia del manifesto nella sinistra italiana, dissacratori. Un’assonanza resa anche da quel titolo di copertina che vi ho riproposto.

       Affrettatasi nei giorni scorsi, in una delle sue frequenti missioni all’estero, a comunicare personalmente, e compiaciuta, la proposta di Trump all’Italia di adesione al comitato d’affari, chiamiamolo così, la premier Giorgia  Meloni ha voluto o dovuto prendersi un pò di “tempo” per decidere. O, per dirla in termini più pratici o diretti, per strappare l’assenso al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prevedibilmente dubbioso, a dir poco, anche per i diffusi malumori, in materia, fra i paesi dell’Unione Europea.

       La stessa Meloni ha citato l’articolo 11 della Costituzione, che richiede “condizioni di parità con gli altri Stati” per aderire a trattati, organizzazioni e quant’altro comportanti “limitazioni di sovranità nazionale”.

       Ma, più ancora di questo articolo 11 della Costituzione, vale nella resistenza avvertibile al Quirinale il successivo articolo 87 sulla figura e sulle prerogative del Presidente della Repubblica. Che -dice l’ottavo capoverso, o comma, come si dice giuridicamente- “accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere”.  “Quando occorra”, ripeto. E il presidente della Repubblica non può certo considerarsi estraneo, o intruso, a questa valutazione. E di un trattato internazionale sicuramente si tratta pensando e parlando dell’adesione dell’Italia a quel comitato d’affari, ripeto, che risulta addirittura competitivo, e non solo concorrente, rispetto all’Organizzazione delle Nazioni Unite.

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Il penultimo Donald Trump che a Davos rutta ma non vomita….

         Anche il penultimo Donald Trump, quello di Davos, nel cantone svizzero dei Grigioni, ha dunque spiazzato tutti, persino se stesso. Dopo un incontro con l’olandese Mark Rutte, segretario generale della Nato, il presidente americano ha dato l’impressione, diciamo così con la prudenza che impongono l’uomo, le circostanze e altro ancora, di volere rinunciare all’acquisto, all’invasione, all’annessione o simili della Groenlandia, e quindi anche ai dazi suppletivi minacciati contro i paesi europei allertatisi per i suoi primi progetti. Egli ha preferito delineare con Rutte “il quadro di un accordo” atlantico. Ripeto: il quadro di un accordo, che non è ancora quindi un accordo, per cui potremmo trovarci di fronte solo alla cornice di un quadro ancora da dipingere, da definire.

       Viste le cose al solito per niente simpatiche appena ripetute sugli europei ingrati della libertà ottenuta dagli americani a suo tempo di poter continuare a parlare più lingue e non solo il tedesco nibelungico di Hitler, potremmo scherzare sul nome di chi sembra averlo fatto ragionare un po’ e dire che alla fine il presidente americano ha ruttato ma non vomitato.

       Il resto di questa storia, lunga ormai un anno, quanto ne è trascorso dei quattro del secondo mandato di Trump alla Casa Bianca, è tutto da scrivere e raccontare, come il quadro destinato alla già ricordata cornice.

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La giustizia sbilenca dell’ineffabile Goffredo Bettini

Della riforma costituzionale della magistratura appesa al referendum del 22 marzo, salvo qualche rinvio giudiziario, chiamiamolo così, il buon Goffredo Bettini, guru o quant’altro del Partito Democratico, continua a condividere il contenuto. Non foss’altro per ragioni familiari, avendo avuto la fortuna di avere come padre un avvocato, anche di un certo nome e prestigio, consapevole per mestiere della sproporzione nei rapporti di forza in tribunale fra l’imputato e i magistrati che si occupano di lui. Quello che Bettini ora contesta o non condivide più, o ha sottovalutato scrivendone nei mesi scorsi, prima del ripensamento annunciato sull’Unità di qualche giorno fa, è la paternità istituzionale della riforma. Il fatto cioè che a promuoverlae a portarla all’approvazione del Parlamento, sia stato un governo di centrodestra, per giunta presieduto dalla leader della destra Giorgia Meloni, non del centro.

       Eh, questo poi il governo non doveva farlo né a Bettini né, più in generale, agli italiani. L’opposizione prevale sul merito del problema, o del quesito referendario. Che non potrà essere quello sventolato dall’associazione nazionale dei magistrati, fra le proteste di gente del mestiere come Antonio Di Pietro, a favore del no a giudici sottomessi alla politica. Questo può essere, al massimo, un timore, una paura, un’opinione, non un fatto.

       Fra un problema di contenuto e un problema di schieramento, come li distingueva ai suoi tempi con ostinazione la buonanima di Ugo La Malfa, peraltro amico di suo padre, Bettini ha scelto il secondo. Che comporta il no alla riforma, spero almeno sofferto, non entusiastico. Magari una testimonianza di identità politica nel caso in cui dovesse confermarsi la prevalenza netta del sì sul no emersa dai sondaggi. E talmente avvertita fra gli stessi magistrati, nella loro medesima associazione, che dietro, anzi alle spalle della campagna del no ora supportata anche da Bettini, i più avveduti fra loro già si predispongono a trattare col governo sui decreti di attuazione della riforma. In materia, per esempio, di sorteggio nella composizione dei due Consigli superiori della magistratura che deriveranno, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri, o di Alta Corte di disciplina destinata ad occuparsi dei magistrati senza più dipenderne con i meccanismi diretti o indiretti delle loro correnti, e sottocorrenti. E’ un’altra novità, forse la più sgradita o temuta dagli interessati: più della separazione delle carriere cui molti ancora intestano la riforma.

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Bettini in retromarcia verso il referendum sulla magistratura

         Non per la sua età perché 73 anni, per quanto compiuti già a novembre, non sono molti nei nostri tempi, ma per la sua stazza, fra altezza e peso, deve avere procurato una certa fatica arretrare, come del resto anche avanzare, a Goffredo Bettini. Eppure la retromarcia il brav’uomo l’ha fatta sulla strada del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. Chiamiamola solo così, come fa Antonio Di Pietro che ha frequentato i tribunali da pubblico ministero, imputato e avvocato. Gli è mancato di fare solo il giudice, pur chiamato così ai suoi tempi dai giornalisti che chiamano giudici anche i pubblici ministeri, e l’usciere.

       Mentre la riforma si discuteva ancora in Parlamento, ma era ormai scontata la sua approvazione con la coda referendaria di quando la maggioranza delle Camere non è stata abbastanza larga per evitarla, Bettini annunciò il suo favore per ragioni, diciamo così, familiari. Il padre era stato un avvocato, anche di grido e di peso politico, avvolto nell’edera del partito repubblicano di Ugo La Malfa e Oronzo Reale, e gli aveva bene inculcato una certa prudenza, diffidenza e simili di fronte alla soverchiante disparità di forze, in un processo, fra  magistrati e imputato. O anche imputati quando sono di più e appaiono più agguerriti nel recinto loro destinato.

       Non vi dico la delusione che Bettini con la sua scelta del procurò non tanto alla segretaria del suo partito Elly Schlein quanto al comune amico, chiamiamolo così, con tutte le imprecisioni della cronaca politica, Giuseppe Conte. Che Bettini si vanta, ingrassando vieppiù, di avere spinto con pazienza e astuzia verso la postazione di un “progressista”, per quanto “indipendente”, come precisa sempre l’ex premier. Indipendente anche da se stesso. Ma talmente sicuro del fatto suo da credere di potere tornare a Palazzo Chigi, dove ha lasciato il cuore, anche senza vincere o contribuire a far vincere la sinistra.

       Ora comunque la delusione di Conte per il referendario dell’amico, consigliere, affabulatore è superata. Bettini ci ha ripensato, annunciandolo sulla insospettabile Unità di Piero Sansonetti in un articolo disteso sotto la prima pagina. Dove Indro Montanelli sistemava sul suo Giornale quelli che definiva gli “editoriali di sotto”, appunto, magari trasformandoli in lettere quando non li condivideva del tutto.

       Ebbene Bettini, manovrando indietro, ha spiegato che, pur continuando, per carità di Dio o altro, a preferire le carriere separate fra giudici e pubblici ministeri, come avrebbe già voluto ai suoi tempi il padre, farà la crocetta sul no al referendum per non fare intestare la vittoria del a Giorgia Meloni e al suo governo.

       Ben tornato a casa, avranno detto in tanti di Bettini leggendolo direttamente o per cronaca interposta. Il poveretto -diciamo così a dispetto delle sue dimensioni fisiche- si è risparmiato così anche l’espulsione dal Pd di tutti i sostenitori del referendario raccomandata, anzi pretesa dal professore Tomaso Montanari, rivolto alla Schlein dai salotti televisivi dove troneggia, per restituire l’onore al Nazareno.

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Svanito il felice rosso di Valentino, ci rimane…quello di Landini

         Diavolo di un uomo, anzi di un imperatore, questa poi Valentino Garavani non ce la doveva fare morendo pur all’età veneranda e incontenibile di 93 anni. Egli si porta nella tomba, o lascia nei musei della sua arte, il rosso così splendidamente portato dalle sue modelle, per niente ideologico, e ci lascia al rosso di Maurizio Landini e accessori. Quali ormai sono diventati, inseguendolo negli scioperi, nei referendum, nelle piazze, nelle fiere gli aspiranti all’alternativa al governo di centrodestra di Giorgia Meloni: dal Pd di Elly Schlein al Movimento ancora  5 Stelle di Giuseppe Conte, alla sinistra radicale di Nicola Fratoianni  e Angelo Bonelli, alla neonata Casa Riformista del pluri-ex Matteo Renzi all’Azione, con la maiuscola, di Carlo Calenda.

L’elenco è incompleto o provvisorio perché non passa ormai giorno o settimana che non si facciano sentire e vedere sulla scena o nei retroscena altri aspiranti alla compagnia e persino a Palazzo Chigi, se dovesse mai liberarsi della presenza inusualmente “stabile”, come si sottolinea con ammirazione, in verità più all’estero che in Italia, della leader della destra Giorgia Meloni. Che intende raddoppiare fra due anni, alla scadenza ordinaria della legislatura, e magari anche cercare di succedere al Quirinale a Sergio Mattarella nel 2029, quando la prmeier avrà superato il minimo richiesto dei 50 anni, cui si è avvicinata qualche giorno fa compiendone 49, fra una missione e l’altra all’estero. Una prospettiva, questa, che naturalmente è vissuta come un incubo dalle opposizioni ma alla quale temo, diciamo così, che esse dovranno abituarsi per farvi i conti. E scommettere magari sulle divisioni del centrodestra per ripiegare su una candidatura, sempre di quelle parti politiche, meno di punta. Non ne mancano, naturalmente, e neppure tanto al coperto.

La lunga storia, ormai, delle corse al Quirinale è contrassegnata di candidature arenatesi per la troppa autorevolezza dei titolari e sorpassate all’ultima curva da altre di peso politico apparentemente inferiore. Ma solo apparentemente, come i fatti avrebbero poi rivelato, per esempio, con Sandro Pertini, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e ora, in fondo, anche Sergio Mattarella, al suo secondo e solido mandato.

I ghiacci della Groenlandia raffreddano anche i rapporti fra Meloni e Trump…..

Ah, potenza dei ghiacci e ghiacciai, anche o soprattutto perché insidiati dall’aumento delle temperature naturali, in aggiunta a quelli delle guerre che continuano a prevalere nel mondo sulle tregue e le ombre di trattative di pace. Ombre o poco più, purtroppo.

       Sui ghiacci e ghiacciai della Groenlandia, che il presidente americano Donald Trump, avvolto prudentemente nei suoi cappotti di cashmer, vorrebbe acquistare o conquistare alle sue maniere, distribuendo dazi come sberle a chi non condivide la sua visione del mondo e soprattutto degli affari, sono scivolati anche i rapporti con la premier Giorgia Meloni. “La fantastica” Meloni da lui apprezzata tante volte a casa e fuori casa. Che ha trovato invece la voglia, il tempo e quant’altro, fra una missione e l’altra all’estero, di telefonare all’amico della Casa Bianca e dissentire dall’”errore”, poi lamentato anche in pubblico, di avere scambiato per truppe d’assalto agli Stati Uniti quelle decine di militari europei disarmati inviati dai loro governi in Groenlandia, in una spedizione liquidata come una “barzelletta” dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Spedizione alla quale lo stesso Crosetto ha voluto sottrarsi, forse godendo della “vigilanza sull’Italia” appena auspicata di Bettino Craxi, sulla cui tomba il ministro era accorso in Tunisia a ventisei anni dalla morte. Guadagnandosi, naturalmente, la derisione di quanti ancora considerano il primo e unico presidente socialista del Consiglio nella storia d’Italia soltanto un “pregiudicato” e “latitante”.

       Naturalmente la tempestività della dissociazione della Meloni da Trump da almeno l’ultima delle sue rappresentazioni politiche non è stata colta dalle opposizioni. Che continueranno a indicare la premier “a disposizione” del presidente americano per non rinunciare ai vantaggi che essi ritengono di poter trarre da questa raffigurazione nel faticoso tentativo di costruire un’alternativa di governo dopo l’inusuale durata di quello in carica guidato dalla leader della destra italiana.

       Sceneggiata per sceneggiata, ciascuno porta avanti la sua, come del resto sta accadendo anche in quella specie di prova generale dello scontro elettorale del 2027 che è la campagna referendaria in corso sulla riforma della magistratura, più che della giustizia pubblicamente declamata. 

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Il suicidio della sinistra raccontato sulla Stampa da Federico Geremicca

La competizione ferocemente in corso nel campo presuntuosamente largo, anzi larghissimo, quasi infinito della improbabile alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni fra gli “alternativi” Giuseppe Conte ed Elly Schlein, in ordine rigorosamente alfabetico? “Un suicidio”, ha diagnosticato impietosamente sulla Stampa il buon Federico Geremicca, ormai disamorato da tempo, credo,  della sinistra a lui davvero familiare, cresciuto quasi sulle ginocchia di Giorgio Napolitano amicissimo del padre.  Come Bettino Craxi mi diceva scherzando, ma non troppo, del comune amico Giuliano Ferrara sulle ginocchia addirittura di Palmiro Togliatti, di cui la madre era stata segretaria.

       “Lei -ha scritto Geremicca a proposito naturalmente della segretaria del Pd- è una donna dichiaratamente di sinistra, lui (Conte) fatica a dichiararsi progressista. Lei ha come bandiera la difesa di tutti i diritti civili, ai quali ha aggiunto battaglie sulla sanità e il salario minimo, lui è il premier dei decreti sicurezza e, più che promettere, ha già dato a milioni di italiani reddito di cittadinanza e superbonus edilizio” con “provvedimenti discussi, certo, ma dei quali chiunque ha potuto ha goduto”, ma spesso non avendone diritto e procurando buchi nei bilanci a futura memoria e incombenza. “Lei -ha continuato Geremicca salendo o scendendo di grado, come preferite- è schierata in difesa dell’Ucraina mentre lui chiede la fine dell’invio di armi, senza le quali la Russia avrebbe già finito il suo lavoro”. “Non precisamente dettagli”, ha infierito l’analista della Stampa.

       Come nelle bambole russe, un suicidio tira l’altro o sta nell’altro. Né Conte né Schlein, sempre in ordine rigorosamente alfabetico, che fa torto alla galanteria che potrebbe invocare la segretaria del Nazareno, hanno fretta di definire la loro partita della leadership, non importa con quali procedure e mezzi, per poter guidare il progetto di coalizione -nient’altro, per ora, che un progetto, per quanto sperimentato in qualche regione o città- in un arco di tempo sufficiente alla conoscenza o consapevolezza degli elettori. Lui ha rinviato all’autunno prossimo un confronto fra i programmi delle varie forze per tentare una sintesi di compromesso e poi passare finalmente alla definizione di una comune candidatura a Palazzo Chigi. L’altra gli è andata semplicemente dietro, accettandone non so se più la furbizia o l’avventatezza, mentre la prospettiva delle cosiddette primarie per venire a capo del problema si arricchisce  continuamente, si fa per dire, di candidature equivalenti spesso a trabocchetti , non si sa se più per lui che per lei, ma comunque per entrambi, al maschile ma anche al femminile.

       Geremicca ha attinto ai suoi ricordi di cronista  per spendere qualche rimpianto del modo col quale nell’ormai lontano 1995 la sinistra risolse il problema della leadership elettorale, e governativa, dopo l’irruzione vittoriosa nel campo politico, e non del pallone, di Silvio Berlusconi. Massimo D’Alema, inconsapevole della rottamazione che avrebbe praticato contro di lui un giovanotto di Firenze, scelse un papa cosiddetto esterno, che era Romano Prodi, e lo incoronò leader in un raduno cinematografico, nel senso di una sala di proiezione di film, a Roma. E Prodi infatti vinse l’anno dopo le elezioni, ma per governare solo un anno e tre mesi, sostituito con una sostanziale manovra di palazzo dallo stesso D’Alema. Che sarebbe durato poco anche lui, ritiratosi spontaneamente a favore di un Giuliano Amato inedito rispetto alla sua esperienza di braccio destro di Bettino Craxi, che lo aveva già mandato a Palazzo Chigi nel 1992.

       Forte in fondo anche di questi ricordi, come in un ripensamento rispetto a una prima tentazione di riproporli, Geremicca ha raccomandato piuttosto “una massima politica elementare ma non infondata: per molti cittadini e imprenditori, per la gente normale, la stabilità è già un valore in sé”. Ma la stabilità di Giorgia Meloni da quasi tre anni e mezzo a Palazzo Chigi.

Pubblicato su Libero

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