C’è un altro ostaggio da liberare: il Pd dalla segretaria Elly Schlein

         Senza voler togliere nulla alla liberazione in corso degli ostaggi di Hamas all’ombra della tregua a Gaza strappata al governo israeliano nella guerra provocata dal podrom del terrorismo palestinese del 7 ottobre, credo valga la pena segnalare il tentativo di Dario Franceschini – anticipato oggi dal Corriere della Sera, pur con altro linguaggio- di liberare il Partito Democratico. Che è finito praticamente ostaggio di Elly Schlein, peraltro aiutata da lui nei mesi scorsi a scalare e conquistare la segreteria.

         Pur invecchiato ormai, anche oltre i suoi 65 anni anagrafici, a vedere naufragare tra prima e seconda Repubblica tentativi di incisive riforme costituzionali, l’ex ministro Franceschini ha maturato l’opinione che potrà andare in porto quello appena avviato dal governo di Giorgia Meloni per l’elezione diretta del presidente del Consiglio. La premier ha i numeri in Parlamento per approvare da sola il suo progetto e anche la possibilità di strappare poi la ratifica referendaria con la formula semplice che ha già scelto per chiedere agli elettori se vogliono prendersi il diritto di scegliere il capo del governo o lasciarlo ai partiti.

         Anche se gli piace poco o per niente, Franceschini ritiene che la riforma del premierato possa essere migliorata nel non breve, anzi doppio percorso parlamentare, sapendo che è anche interesse della Meloni intestarsela comunque in uno scenario nel quale non ha grandi spazi di manovra sul terreno economico e finanziario. Ha pertanto sbagliato la Schlein ad arroccarsi in una posizione di contrasto assoluto legando mani e piedi al Pd come ad un ostaggio, appunto. E ciò nella condivisione o indifferenza di altri big -aggiungerei- come il rientrato ex segretario Pier Luigi Bersani. Che ha cominciato a distrarsi facendo l’attore, facilitato dalla sua bonomia emiliana e dal battutismo che non gli è mai mancato anche in politica. Come quando, avvertendo la crescita della destra secondo lui assecondata dall’allora segretario del Pd Matteo Renzi, parlava in televisione e nelle piazze della “mucca” che vagava fra le stanze del Nazareno, lasciando presumibilmente i suoi voluminosi escrementi, senza che nessuno se ne accorgesse e provvedesse almeno alle pulizie. Fu anche per questo che egli se ne andò con altri dal Pd per rientrarvi nell’era Schlein.

         Vedremo se, come e quando si svilupperà la tentazione, quanto meno, di Franceschini di rompere il nuovo incantesimo da lui stesso creato e di liberare il partito da quelle che si stanno rivelando le catene della nuova segreteria, a rischio anche di lasciare in prospettiva alla coppia Landini-Conte la guida di una lunga opposizione al governo Meloni ben difficilmente trasformabile in vera alternativa. Certo è che l’ex ministro della Cultura ha alle sue spalle un’esperienza consolidata di montare, smontare e rimontare equilibri nel partito di turno, pensando magari di imitare Aldo Moro che nella Dc sapeva “scomporre per ricomporre”, come si compiaceva di dire e raccomandare.  

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Quando la Lega rifiutò ad Arnaldo Forlani i voti per il Quirinale

Per quanto giovane con i suoi 43 anni – tutti trascorsi nella Lega dai 16 in su, essendovi entrato con i calzoni forse ancora corti- il presidente della Camera Lorenzo Fontana sembrava appartenere anche fisionomicamente a quel mondo democristiano, comprensivo del capo dello Stato Sergio Mattarella accorso all’ appuntamento, che si è raccolto mercoledì sera 22 novembre nell’aula dei gruppi di Montecitorio. Dove è stato commemorato in un convegno Arnaldo Forlani a più di quattro mesi dalla morte.

         Pure nel suo intervento di saluto, come già aveva fatto il 25 luglio ricordandolo in aula prima di chiedere all’assemblea un minuto di riverente silenzio, il presidente della Camera ha tessuto gli elogi di Forlani meglio e più di un reduce della Dc rimastogli sempre fedele. Come, ad esempio, il presidente emerito della Camera Pierferdinando Casini, ora senatore quasi a vita ospite delle liste del Pd nelle elezioni, che naturalmente è intervenuto anche come uno dei promotori del raduno.

         E pensare che se la pur lunga e densissima carriera politica di Forlani, due volte segretario della Dc, ministro delle allora Partecipazioni Statali, della Difesa e degli Esteri e presidente del Consiglio, rimase incompiuta per la mancata elezione nel 1992 al Quirinale, ciò avvenne anche per responsabilità della Lega. Che con la sua ottantina di parlamentari, fra deputati e senatori, avrebbe potuto supplire ai 29 voti mancati a Forlani nel secondo e ultimo scrutinio della sua sfortuna corsa. Ne avrebbe anzi permesso l’elezione già al primo.

         Non appena si profilò la possibilità  che qualche leghista appena mandato alle Camere da gente abituata in precedenza a mettere la croce sullo scudo crociato nelle cabine elettorali potesse votare a scrutinio segreto per il candidato appunto della Dc, Umberto Bossi precettò i gruppi del Carroccio a presidio della candidatura superleghista di bandiera di Gianfranco Miglio.

Dalla seconda alla sedicesima e ultima votazione di quell’elezione presidenziale Miglio fece il pieno dei voti dei parlamentari leghisti presenti, pronto -dicevano i retroscenisti, forse non a torto- a ritirare la propria candidatura solo se dalla Dc fosse uscita la candidatura di Giulio Andreotti. Che rimase invece al palo anche come candidato “istituzionale”, per la sua carica di presidente del Consiglio, dopo il trauma politico subìto dal Parlamento per la strage mafiosa di Capaci. Dove avevano perso la vita il 23 maggio Giovanni Falcone, la moglie e quasi tutti gli uomini della scorta.

La scelta allora si restrinse fra i presidenti delle Camere Giovanni Spadolini e Oscar Luigi Scalfaro: quest’ultimo preferito all’altro dai socialisti, che se ne sarebbero poi pentiti, e dai post-comunisti del Pds. Che liberando la presidenza di Montecitorio avrebbero potuto mandarvi Giorgio Napolitano. E Lorenzo Fontana? Aveva allora solo 12 anni, beato lui. E Forlani? Silenzioso al suo posto di penultimo segretario della Dc, già pronto a passare la mano a quello che ne sarebbe stato il liquidatore: Mino Martinazzoli.

Pubblicato dal Dubbio

Il ponte sindacale di fine settimana disturbato da Giorgia Meloni

Sapete l’ultima di Giorgia Meloni fra il suo ufficio a Palazzo Chigi e l’aula del Senato, dove ieri ha risposto alle interrogazioni nella formula inglese “question time”? Dopo la penultima costituita dall’avere ancora come ministro il cognato Francesco Lollobrigida reduce da una fermata straordinaria del treno “frecciarossa” in ritardo su cui viaggiava: fermata concessagli a Ciampino per farlo arrivare in tempo in auto ad un impegno di governo in Campania. L’ultima è la convocazione dei sindacati a Palazzo Chigi per oggi, venerdì, nonostante i capi della Cgil e della Uil avessero già indetto con le manifestazioni di accompagnamento il solito sciopero, questa volta al Nord, propiziatorio anche di un ponte più lungo di fine settimana. Che per quanti vi partecipano è almeno compensativo del danno economico. Compensativo e naturalmente incentivante all’adesione. 

         L’ha fatta così grossa, la premier, che di fronte alle proteste di un adiratissimo Maurizio Landini -impossibilitato all’ubiquità e sarcasticamente dolente della impossibilità di ottenere, come il ministro Lollobrigida, di ottenere la fermata straordinaria di un treno in ritardo per scenderne- ha spostato l’appuntamento a martedì. Quando discuterà, fra l’altro, del solito maxi-emendamento del governo alla legge di bilancio e alla manovra finanziaria all’esame del Senato. E magari si sentirà direttamente contestare il miglioramento dell’occupazione, specie femminile, vantato ieri al Senato.  

         A proposito della prestazione della Meloni nell’aula di Palazzo Madama – in giacca bianca con nastro macchiato di rosso per solidarietà con le donne uccise dagli uomini- ha voluto distinguersi in animosità nel confronto l’ex premier Matteo Renzi. Cui peraltro la titolare di Palazzo Chigi, rispondendo alle proteste per l’aumento dei prezzi della benzina, aveva chiesto di prendersela piuttosto con gli amici che ha in un paese produttore di petrolio come l’Arabia Saudita, a cominciare dall’emiro che gli commissiona e paga conferenze.  

         Nella speranza o illusione stimolata forse dal fatto di averla vista cambiare posto ai banchi del governo per un guasto al microfono, Renzi ha invitato la Meloni a diffidare dei numerosi applausi che le riservano ancora i parlamentari della maggioranza. “Ho dato un consiglio alla Presidente perché ci sono passato e so che cosa si prova”, ha raccontato lo stesso Renzi sul “suo” Riformista. “Diffida degli adulatori, cara Giorgia: saranno i primi -ha profetizzato il suo predecessore pur non diretto- ad andarsene quando finirà il tuo ciclo. So bene che cosa si prova in questi casi, sono un esperto della materia: ne ho visti tanti di fenomeni lodarti quando le cose vanno bene e tradirti alla prima difficoltà”. Ma c’è in questo monito del senatore di Scandici l’ammissione involontaria che le cose vanno bene, appunto, e non male come lui di solito dice e scrive del governo cui non a caso nega sempre la fiducia, pur vantandosi di fare un’opposizione diversa dalle altre.   

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La scoperta leghista di Forlani 31 anni dopo avere contribuito a negargli il Quirinale

         Già ricordato dal presidente dell’assemblea Lorenzo Fontana il 25 luglio scorso nell’aula di Montecitorio, diciannove giorni dopo la morte, Arnaldo Forlani è stato ancor più commemorato ieri in un affollato convegno nell’aula dei gruppi della Camera alla presenza del Capo dello Stato.

         Rispetto a tre mesi fa, nel saluto introduttivo il presidente leghista di Montecitorio è stato ancora più prodigo di riconoscimenti al “grande protagonista” di quella che usiamo chiamare prima Repubblica, elogiandone la “larga visione”, la “disposizione all’ascolto”, la tendenza a “persuadere piuttosto che imporre le proprie concezioni”.

Fontana, che con i suoi 43 anni rappresenta la nuova generazione del partito che fu di Umberto Bossi, non si è spinto a dirlo -sarebbe stato troppo per un leghista pur giovane- ma Forlani avrebbe ben meritato per le sue qualità di essere eletto alla Presidenza della Repubblica nel 1992, quando fu candidato dal partito di cui era segretario per la seconda volta  ma non sostenuto abbastanza nel segreto dell’urna, essendogli mancati nel secondo ed ultimo scrutinio della sua corsa, prima della  rinuncia, 29 voti. La Lega ne aveva, fra deputati e senatori, un’ottantina, tutti spesi contro Forlani. Erano altri tempi. E lo stesso Bossi era un altro rispetto a quello che sarebbe diventato dopo due anni alleandosi con Silvio Berlusconi, rompendo dopo nove mesi, sì, ma poi riaccordandosi definitivamente.

Fra gli interventi successivi al saluto del presidente della Camera nella commemorazione del mancato presidente della  prima Repubblica -che avrebbe sicuramente gestito diversamente dalla buonanima del pur collega di partito Oscar Luigi Scalfaro il passaggio alla seconda- ho trovato particolarmente toccante la testimonianza dell’arrivo di Forlani al Ministero degli Esteri, nel 1976, da parte dell’ambasciatore Umberto Vattani. Che fu colpito con i suoi colleghi diplomatici dall’interesse di Forlani per la politica estera e dalla sua volontà di svilupparla a tal punto che forse la pur notevole struttura della Farnesina non era in grado di assecondarlo.

         Peccato che Vattani non abbia avuto il tempo troppo ristretto lasciato ai relatori per ricordare dell’esperienza di Forlani alla Farnesina negli anni della cosiddetta maggioranza di solidarietà nazionale estesa sino al Pci, il momento forse più significativo della sua personalità. Durante il rapimento di Aldo Moro, per quanto i comunisti si fossero inchiodati alla cosiddetta linea della fermezza, egli strappò all’allora segretario generale dell’Onu Kurt Waldheim un appello alle brigate rosse perché liberassero il loro ostaggio. Neppure quell’intervento -come anche l’appello “in ginocchio” di Papa Montini-  riuscì a smuovere quegli assassini tanto feroci quanto stupidi, alla ricerca ostinata, spavalda di un “riconoscimento” alla fine ottenuto ma  ignorato: per sfortuna del povero, incolpevole Moro ma per fortuna dello Stato ch’essi avrebbero voluto abbattere con la loro velleitaria rivoluzione.

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L’aggressione mediatica alla Meloni per la tragedia di Giulia Cecchettin

Caro direttore, ti prego di permettermi una postilla al tuo coraggioso editoriale garantista -nei tempi che corrono, quando il garantismo continua ad essere per molti una mezza parolaccia- sui diritti che ha tuttora, in attesa del processo, Filippo Turetta. Sì, proprio lui, il giovane veneto catturato in Germania e accusato di avere massacrato a coltellate l’ex fidanzata Giulia Cecchettin, contraria a riprendere con lui una relazione, diciamo così, difficile.

         Fra i diritti di Turetta, oltre a quello del “giusto processo” imposto dall’articolo 111 della Costituzione modificato nel 1999 dopo lo scempio compiuto con gli abusi negli anni delle cosiddette “mani pulite”, credo vi sia anche quello di non vedersi attribuire complici diretti o indiretti nella sua condotta, o solo nella sua interpretazione dei rapporti interpersonali, affettivi o solo di genere.

         Fra questi complici -non faccio altri nomi, specie di colleghi, per il rispetto che ho ancora della nostra professione- ho visto, sentito e letto anche quello di Giorgia Meloni per la sua presunta concezione “patriarcale” della famiglia nel trittico della destra con Dio e la Patria.

Deriverebbe da questa concezione, entrata di soppiatto quasi nel nostro dna, anche il fenomeno del femminicidio, ostinato a resistere a tutte le evoluzioni sociali e legislative, anche o soprattutto in paesi -per esempio, quelli nordici- considerati molto più avanti dell’Italia. Che, questa volta per fortuna, è tuttavia rimasta un po’ il fanalino di coda nelle statistiche delle donne ammazzate dagli uomini.

         Questa specie di reato della concezione “patriarcale” della famiglia, e dei suoi conseguenti rapporti, interni ed esterni, è stata attribuita alla Meloni per la sua scelta, all’arrivo a Palazzo Chigi l’anno scorso, di farsi chiamare con tanto di comunicati da accademia della Crusca presidente del Consiglio al maschile, e non al femminile. Per fortuna neppure a me che ho continuato sempre a preferire di darle della presidente del Consiglio o della premier, è ancora giunta qualche diffida, multa, sanzione o altro accidente.  

         Mi è appena capitato di assistere ad una specie di processo sommario e in diretta televisiva alla Meloni per avere contribuito a coltivare e diffondere questa cultura -chiamiamola così- così pericolosa per i fraintendimenti cui si presta. E mi sono chiesto -credimi- se questo sia davvero giornalismo. E davvero libertà di stampa, informazione, opinione e quant’altro.

Pubblicato sul Dubbio

Lilli Gruber processa in diretta televisiva Giorgia Meloni per patriarcato

         In attesa del processo a Filippo Turetta per la responsabilità giudiziaria dell’orrenda fine della ex fidanzata Giulia Cecchettin, con un certo abuso -a mio avviso- della libertà di stampa, o di presunto diritto alla difesa da una critica ricevuta via social dall’interessata, Lilli Gruber ha offerto ai telespettatori de la 7, e ai lettori dei resoconti giornalistici, un surreale processo alla premier Giorgia Meloni. Processo per una sostanziale complicità, politica o ambientale, nel delitto, ma anche per un certo “abuso di potere” -ha detto uno dei suoi ospiti- che la Meloni avrebbe compiuto reagendo al di fuori del salotto televisivo di Otto e mezzo alle critiche ricevute il giorno prima, senza offrirsi a un confronto diretto, che certo avrebbe procurato alla conduttrice un maggiore ascolto del solito.

         La complicità della Meloni, a dispetto della foto ostentata da lei via social con la mamma, la nonna e la figlia Ginevra, consisterebbe nel fatto che la leader della destra, preferendo all’inizio del proprio mandato di governo, la definizione di presidente del Consiglio, maschile, a quella della presidente del Consiglio avrebbe tradito, diciamo così, la sua concezione “patriarcale” della famiglia ed oltre.  Una concezione dalla quale deriverebbe la brutta abitudine di certi maschi di abusare della donna, sino a sopprimerla piuttosto che rinunciare a considerarla un oggetto da possedere. E di scambiare la fine di un rapporto sentimentale per un tradimento da punire anche con la pena capitale, oltre alle sevizie morali e fisiche che spesso la precedono.

         E’ un po’ come se io -scusami, cara Lilli Gruber se me lo permetto da brutto, vecchio e cattivo collega che posso sembrarti- sospettassi o accusassi di patriarcato la tua ospite da remoto di ieri sera e filosofa Rosi Braidotti, peraltro la più eccitata nel processo televisivo alla Meloni, perché si fa chiamare, come leggo navigando in internet, “professore emerito” dell’Università di Utrecht, anziché professoressa. Anche lei dovrebbe sentirsi quindi un po’ responsabile o complice di tutti i femminicidi che si commettono nel mondo, e non solo di quelli in Italia per fortuna al di sotto della media generale, pure ora che a governare il Paese è una donna a capo, per giunta, di una combinazione di destra-centro. Dove cioè a prevalere è una destra orgogliosa, fra l’altro, del trittico Dio, Patria e famiglia, con la minuscola che merita perché è messa alquanto male, come ha osservato forse non a torto Luca Caracciolo, un altro ospite ieri sera della Gruber. Che, in verità, ho visto un po’ imbarazzato nella partecipazione, con Massimo Giannini, alla formula dello scontro tre a uno. Tre pubblici ministeri e al tempo stesso giudici contro l’imputata assente, ma con difensore d’ufficio scelto nella persona di Mario Sechi, presentato non a caso dalla Gruber come direttore di Libero e sino a qualche mese fa capo dell’ufficio stampa, o “responsabile della comunicazione”, di Palazzo Chigi.

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La diabolica capacità della cronaca di spiazzare attori e spettatori

Senza scomodare la Storia, con la maiuscola, com’è curiosa, imprevedibile, capricciosa la cronaca, con la minuscola, che ci mette alla prova ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, nella rapidità che l’informazione ormai ci consente, ponendoci un po’ in diretta con gli eventi senza neppure uscire da casa, liberamente o costrettivi per qualsiasi ragione.

         Nella Germania appena apertasi alla nostra attenzione con la consolante cattura del disumano omicida della ex fidanzata Giulia, responsabile solo di non volere essere sua come un oggetto, abbiamo risolto anche il conflitto creatosi almeno in quella parte di noi che -magari ingenuamente agli occhi dei sapientoni- si erano trovati in difficoltà a seguire la partita di calcio fra un’Italia aspirante a difendere il suo titolo di campione nei campionati europei dell’anno prossimo e un’Ucraina impegnata col nostro sostegno politico e militare nella drammatica guerra  scatenata dalla Russia di Putin.

         Il risultato della partita a Leverkusen ha messo almeno noi italiani convinti del sostegno- ripeto-  politico e  armato agli ucraini in pace con i propri sentimenti sportivi perché a porte inviolate abbiamo guadagnato la difesa del nostro titolo senza procurare una sconfitta alla squadra trovatasi in competizione con la nostra nazionale.

         Guardate invece, anche con l’aiuto del vignettista del Corriere della Sera Emilio Giannelli, che cosa è successo a Papa Francesco, l’argentino e oriundo italiano Jorge Mario Bergoglio. Al quale Giannelli, appunto, sapendolo sospettato di simpatie a sinistra, diciamo così, ha fatto commentare così l’elezione del destrissimo, trumpiano Javier Milei a presidente dell’Argentina: “Ucraina, Israele, popolo palestinese….Mi sono dimenticato di pregare per la mia Argentina!”. Mia, peraltro, come la chiamava anche la celebratissima Evita Peron ispirando un film e una colonna sonora indimenticabili.   

         Non meno spiazzante, almeno per i politicamente interessati profeti di sventura di un’Italia irreparabilmente destinata all’isolamento in Europa, è la cronaca- trovata peraltro in evidenza sulla prima pagina dell’insospettabile Repubblica, una specie di nave ammiraglia della flotta antigovernativa- di “un accordo con la Germania su migranti e Difesa” contestuale alle modifiche al cosiddetto patto di stabilità europeo e alla ratifica italiana del tanto a lungo contestato Mes. Che non è naturalmente una marca di sigarette, né tradizionali né elettroniche, ma l’acronimo del “Meccanismo europeo di stabilità”, noto anche come fondo salva-Stati.  

Destra e sinistra riescono a litigare anche sulla orrenda fine di Giulia

Per quanto bipartisan, condotto cioè da entrambe le parti, sinistra e destra o viceversa, l’una attaccando e l’altra ricambiando, lo sciacallaggio politico e la sua appendice mediatica della tragica fine di Giulia Cecchettin è stato, anzi è di uno squallore certamente prevedibile ma non per questo accettabile.

         Chi abbia cominciato per prima è difficile dire. Forse la sinistra cavalcando anche certe reazioni internettiane della sorella, Elena, della giovane assassinata da quell’aguzzino che alla fine si è rivelato il fidanzato Filippo Turetta. La congiunta, in particolare, facendo per me un pò di confusione fra potere, al minuscolo, e Stato, con la maiuscola, ha definito l’assassinio di Giulia un omicidio di un potere, appunto, ancora patriarcale nella concezione dei rapporti sociali, affettivi e familiari e quindi di uno Stato rivelatosi incapace di prevenire, educare e quant’altro.

         La ciliegina sulla torta già intossicata, volente o nolente, con questo tipo di ragionamento ce l’ha messa il giornale debenedettiano della radicalità –Domani- scrivendo in fondo ad un titolo ispirato ad una frase di Elena Cecchettin –“Se tocca a me voglio essere l’ultima”- che delle leggi necessarie “per educare alla libertà e all’affettività la destra ha paura”. Una destra -si deve dedurre- ancora attaccata alla già ricordata concezione patriarcale della società e della famiglia, da cui deriva la riduzione della donna a persona posseduta dall’uomo sino a diventarne vittima nel senso anche sanguinario della parola.

         La destra peraltro oggi guidata da una donna anche alla testa del governo- una giovane francamente difficile, con la sua storia personale, da immaginare come partecipe convinta di una simile concezione dei rapporti umani- non è rimasta naturalmente silenziosa o passiva davanti a questa rappresentazione di se stessa.  Ma, ahimè, è scesa al livello della sinistra -o pseudosinistra- d’attacco pregiudiziale, antipatica –direbbe Luca Ricolfi- nel rivendicare superiorità morale ed educativa anche in questo, Vi è scesa rivendicando il merito dei femminicidi diminuiti, rispetto al passato, nel 2023 contrassegnato dal governo  della Meloni. Un 2023 peraltro non ancora finito -vorrei ricordare al Giornale, che se n’è vantato- e perciò capace ancora di riservare brutte sorprese anche a questo modo di misurare, calcolare e quant’altro meriti e demeriti di una parte politica o dell’altra. Come si fa del resto in tema di migranti approdati sulle coste italiane.

Piuttosto che proseguire su questa strada oscena della strumentalizzazione o dello sciacallaggio di turno, sarebbe ora che almeno di fronte a certi fenomeni drammatici come il femminicidio la politica scoprisse il dovere o quanto meno il buon gusto di non dividersi e di esercitare in positivo la pratica bipartisan. Cioè affrontando unitariamente e solidarmente quella che è ormai diventata un’autentica emergenza, senza sgambettarsi e intestarsi da soli successi più o meno effimeri.

Pubblicato sul Dubbio

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Come sarebbe stato bello vedere Mattarella alla fiaccolata per Giulia

Non per fare polemica, ma francamente avrei preferito vedere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella -così presente e partecipe di solito dei sentimenti della gente comune, non a caso rieletto al vertice dello Stato per un secondo e pieno mandato, diversamente da quello breve del suo predecessore Giorgio Napolitano- tra i cittadini di Vigonovo nella struggente fiaccolata di ieri sera in memoria di Giulia Cecchettin. Che è, anzi era la laureanda in ingegneria biomedica sottratta alla giovinezza, ai sogni, ai genitori, agli amici da quello che doveva essere il fidanzato ed è stato invece il suo assassino. Di più, il suo aguzzino con tutte le sofferenze, fisiche e morali precedenti alle decine di coltellate infertele prima di caricarla sulla sua auto e di abbandonarla in un  dirupo lontano, scelto apposto per cercare di non farla trovare e, chissà, farla anche franca, o quasi, con la giustizia pur così male amministrata in Italia.  Con la quale, invece, dovrà fare i conti, ora che è stato catturato in Germania, dove è finita la sua corsa infame, e la sua estradizione è questione ormai solo di ore.

         La partecipazione del presidente Mattarella alla fiaccolata, in testa o fra la gente di Vigonovo, i genitori della vittima ed anche quelli dell’assassino, che ritenevano di avere un “figlio perfetto”, come ha detto sconsolato e inorridito il padre, avrebbe contribuito anche non dico ad evitare ma almeno ad attenuare, allontanare, compensare -come preferite- l’immancabile spettacolo della strumentalizzazione di questa ennesima tragedia del femminicidio. O dell’”uso politico” del delitto denunciato da Libero.  

         Scrivo di un uso politico tentato sicuramente dai soliti noti del teatrino, o teatraccio, dei partiti e dintorni dell’opposizione ma disgraziatamente -secondo me- raccolto e amplificato da chi è caduto nella provocazione. E si è messo a vantare -come ha fatto, per esempio, il Giornale– che nel 2023 governato in Italia da Giorgia Meloni e dalla sua maggioranza di destra-centro ci sono state “meno donne vittime” rispetto al passato di altri governi e altre maggioranze. Una cosa che mi sarei francamente risparmiata anche perché l’anno non è ancora finito e i numeri potrebbero prendersi una triste rivincita.

         Di fronte alla disinvoltura e scelleratezza  di certe polemiche che -ripeto- una presenza di Mattarella a Vigonovo avrebbe ancora più bollato come la solita miseria, trovo esemplare il comportamento e le parole del papà della vittima tradotto felicemente dal Secolo XIX nel titolo “Da Giulia nasca qualcosa”. O dal titolo, temo troppo ottimistico, del Giorno, Nazione e Resto del Carlino “Che sia l’ultima”. E non invece soltanto la penultima in una società purtroppo rivelatasi al di sotto di ogni ragionevole aspettativa, anche dopo le leggi che sono state già approvate in materia, prima che altre sopraggiungano in tempi pure brevissimi, visto che all’ultima messa in cantiere manca solo il voto di una delle due Camere: il Senato.

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Avviso ai populisti: c’è qualcosa di peggio della politica

         In questa giornata oscena di cronaca nera guardo anch’io con struggente nostalgia, pur non avendola conosciuta, la foto della giovane Giulia Cecchettin ancora viva e felice, prima di essere accoltellata, uccisa e buttata da Filippo Turetta in un dirupo quasi inaccessibile, nel tentativo di non fare mai trovare il corpo di quella che era stata la sua fidanzata. E mi consolo in qualche modo -per un paradosso procurato dall’abitudine di occuparmene quasi da quando avevo ancora i calzoni corti- solo all’idea di poter dire ai populisti, qualunquisti, professionisti della cosiddetta antipolitica che c’è qualcosa di peggio della politica. E’ l’uomo quando è capace di compiere cose del genere.

  Non parliamo poi degli uomini al plurale capaci delle guerre più insensate e orribili, come quelle in corso da quasi due anni nell’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin e quella riproposta dai terroristi di Hamas riprendendo l’obiettivo di Hitler di ammazzare più ebrei possibili, specie se vicini di casa.

         E’ mille volte preferibile la politica, della quale è pur vero considerare la guerra una sua prosecuzione, ma solo quando la si rifiuta come il mezzo che dovrebbe essere di comporre pacificamente nella democrazia i contrasti. O la si scambia per un esercizio cinico di ludismo a mezza strada fra lo scherzo e la realtà, come ce l’hanno appena riproposta sia Beppe Grillo sia Giuseppe Conte, il fondatore persino garante e il presidente del MoVimento 5 Stelle ancora operante, pur con i voti dimezzati rispetto al 2018.

         Ospiti di un incontro sull’intelligenza artificiale, con tanto di attrezzature quasi fantascientifiche, Grillo e Conte si sono scambiati il solito sfottò. L’uno dicendo di avere trovato l’altro “più espressivo che dal vivo”, cioè continuando a dubitare della sua autenticità. E l’altro, appunto, chiedendogli tra una selva di microfoni e telecamere  di smetterla di porlo in difficoltà con battute di doppio senso.

         In particolare, Conte ha chiesto a Grillo ciò che è impossibile, ingenuo, diciamo pure sciocco chiedere a un comico di professione:  premettere ad ogni suo spettacolo la sottolineatura del suo carattere parossistico. L’ex premier insomma non si è ancora reso conto della natura appunto paradossale, e perciò antipolitica, del suo movimento o quasi partito, com’è diventato attingendo anch’esso a ciò che rimane del finanziamento pubblico, odiato sino a due anni fa  più di quanto non lo fosse stato dalla buonanima di Marco Pannella. Che rimase un politico sino all’ultimo momento di vita, mai fuggendo o nascondendosi nella comicità.

         E pensare che un partito professionale, diciamo così, come dovrebbe essere il Pd nato dalla fusione fra i resti del Pci, della sinistra democristiana e cespugli liberali e verdi,  continua o ha ripreso a  inseguire con la nuova segretaria Elly Schlein il cosiddetto “campo largo” con i grillini, o “giusto” come preferisce chiamarlo Conte con una certa presunzione.

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