Un referendum ancora alla ricerca di un titolo giusto e condiviso

       A 28 giorni dal voto del 22 marzo, e 23, spiace dovere constatare che non si riesca ancora a dare al referendum sulla riforma costituzionale nota in generale per la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri un nome giusto, corretto, condiviso, non solo diretto e semplice, senza dovere riproporre per intero l’intero quesito posto agli elettori dalla Corte di Cassazione.

       “In altre parole”, come si chiama la trasmissione televisiva condotta da Massimo Granellini su La 7, una giornalista pur di gande mestiere come Giovanna Botteri, che ha girato  mezzo mondo, ha troppo sbrigativamente, anzi arbitrariamente, definito questo referendum  “contro la magistratura”, portando così le sue fascine al grande fuoco della campagna elettorale su cui invece aveva cercato di buttare acqua nei giorni scorsi il presidente della Repubblica Sergio  Mattarella nel breve richiamo al “vicendevole rispetto” rivolto a tutte le istituzioni coinvolte nel confronto. Nessuna delle quali il Capo dello Stato ha voluto ritenere esente da “errori” più o meno recenti. 

       Eppure non solo o ancora più della giornalista Giovanna Botteri con quel suo “contro la magistratura”, evidentemente colpita ingiustamente dalla riforma approvata dalle Camere su iniziativa del governo, anche il professore e presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, sempre “in altre parole”,  ha rappresentato  il referendum in senso contrario alla magistratura. Che sarebbe “intimidata” -testuale- da una riforma che ne svilisce la rappresentanza non solo dividendola ma componendola col sorteggio. E ancor più intimidita da un’Alta Corte di disciplina anch’essa viziata in qualche modo dal sorteggio, pur limitato in un’area di consolidata professionalità.

       A Zagrebelsky collegato con Gramellini e i suoi ospiti di studio televisivo, è mancato solo di ripetere e condividere ciò che, sempre su La 7, ma nello studio “otto e mezzo” di Lilli Gruber, aveva detto qualche giorno prima l’ex premier Romano Prodi per motivare il suo no referendario. “Se sorteggiano i giudici, tanto vale sorteggiare i vincitori delle Olimpiadi”, era sbottato Prodi. Che si è meritatamente guadagnato, secondo me, una reazione abrasiva di Pierliigi Battista, Pigi per gli amici, altrove, non  nello studio della Gruber, dove temo che lui non avrà mai accesso facile. Pigi ha avvertito e denunciato in una intervista “il limite del ridicolo” superato dall’ex premier, finito anche lui in “una banda di fanatici”.

       Questo referendum non è “contro” ma “sulla” magistratura.  Della quali gli elettori sono semplicemente chiamati a dire, bocciando o approvando la riforma, se sono soddisfatti o no del modo in cui si gestisce da almeno una trentina d’anni, o quarantina comprendendo gli anni della orrenda vicenda di Enzo  Tortora. Soddisfatti o no dei magistrati per l’uso fatto delle loro prerogative, compresa l’autonomia e l’indipendenza da ogni altro potere del vecchio e nuovo articolo 104 della Costituzione.  

Uno strano referendum appeso all’astensionismo, pur senza quorum

       A 29 giorni dal voto referendario sulla riforma costituzionale della magistratura mi ha incuriosito l’esplorazione del mondo dell’astensionismo che ha voluto fare sul Corriere della Sera Walter Veltroni. Che, dopo esperienze di governo con Romano Prodi, fu il primo segretario del Pd poi restituito- grazie a Dio- al giornalismo, alla letteratura, al cinema e alla televisione. Da cui ricaverà, sulla strada dei 71 anni da compiere ancora, più soddisfazioni della politica che non ha voluto o saputo trattenerlo, temo facendo un pessimo affare.

       E’ nell’area ormai maggioritaria, e consolidata, dell’astensionismo che Veltroni vede quella decisiva per la sorte del referendum del 22 marzo. Anche dai sondaggi, del resto, è emerso che la vittoria del sì dipende dall’affluenza alle urne. Che quanto più sarà bassa tanto più favorirà il no, piuttosto che il sì.

       La ragione l’ha spiegata Veltroni, appunto, vedendo e raccontando l’area dell’astensionismo assai diversamente dal passato, quando era decisamente minoritaria e composta o da indifferenti incalliti o da fanatici estremisti, neppure interessati ad una loro rappresentanza in Parlamento.

       Ora, forse non a caso dopo la caduta della cosiddetta prima Repubblica e le edizioni che ne sono seguite in un percorso non ancora completato, anche perché sono mancate riforme organiche della Costituzione o di sue parti importanti, l’astensionismo non sarebbe più espressione di radicalità, o di crisi identitarie che la Schlein, per esempio, ha ritenuto di superare spostando a sinistra il Pd ereditato da Enrico Letta ma anche dai suoi predecessori, sino a Veltroni appunto. Sarebbero i moderati ad alimentare l’astensionismo, insoddisfatti di una lotta politica troppo aspra prodotta dal bipolarismo in Italia. E infatti gli aspiranti alla riedizione di un centro che mancherebbe, o sarebbe insufficiente, sia alla sinistra sia alla destra, pur vantandosi entrambe di contenerne uno, è proprio nelle acque dell’astensionismo che si propongono pubblicamente di pescare voti: sia Carlo Calenda sia Matteo Renzi, per esempio, in odine rigorosamente alfabetico, e contrapposto.

       Una riforma costituzionale della magistratura come quella sotto procedura referendaria sembra fatta apposta per piacere più ai moderati che ai radicalizzati: non radicali, per carità, perché faremmo rivoltare Marco Pannella nella tomba a quasi dieci anni dalla morte. Più ai moderati, ai quali non dispiacerrebe vedere la magistratura contenuta nelle sue pratiche e abitudini esondanti, che ai radicalizzati -ripeto- del no. Che vedono la magistratura già nella fossa della subordinazione alla politica, per quanto rimanga costituzionalmente “autonomia e indipendente da ogni altro potere”. Così dice l’articolo 104 anche nel testo modificato dalle Camere.

       E’, o quanto meno sembra paradossale, anche nella logica che certamente  non manca alla riflessione o previsione di Veltroni,  che finisca per dipendere dall’astensionismo anche un referendum che per la sua natura confermativa anziché abrogatrice, dovendo confermare o bocciare una modifica della Costituzione e non abolire o confermare una legge o norma ordinaria,  non deve superare alcuna soglia di partecipazione alle urne: il cosiddetto quorum. E’ un referendum, questo sulla riforma della magistratura, davvero complesso e singolare.

Una breccia nel muro del No referendario della Repubblica di carta

       Mancano 30 giorni al voto referendario del 22 marzo, e 23, sulla riforma costituzionale della magistratura.

       Trenta giorni al voto spingono all’immagine del conto alla rovescia, cui invece Antonio Polito sul Corriere della Sera ha preferito “l’inizio della partita”, forse per paragonare al “fischio dell’arbitro” d’inizio, appunto il breve intervento del Capo dello Stato Sergio Mattarella al Consiglio Superiore della Magistratura, di cui è presidente. Ma più che d’inizio, quell’intervento mi è parso nel corso della partita, per ammonire più che per avviare essendo tutto già cominciato con troppa animosità e falli di reazione. Fra i quali è francamente difficile giudicare, scegliere, indicare e quant’altro il più grave. Anche se l’ammissione e la promessa del ministro della Giustizia Carlo Nordio di “adeguarsi” ha fatto pensare che Mattarella ce l’avesse soprattutto con lui per avere evocato, sia pure citando le parole di un ex esponente dello stesso Consiglio come Nino Di Matteo, l’aspetto “paramafioso” del suo funzionamento, condizionato dalle correnti dell’associazione nazionale delle toghe. “Una cinofila” diventata erogatrice di nomine, promozioni , insomma una centrale “di potere” nel corrosivo racconto anche di Antonio Di Pietro, l’ex magistrato simbolo della vicenda giudiziaria “mani Pulite”, detta anche Tangentopoli, Un Di Pietro che faceva sognare, con i suoi colleghi della Procura di Milano,  le folle che sfilavano chiedendo più manette ai polsi soprattutto dei politici, che avevano praticato il finanziamento illegale dei partiti in modo così prolungato e diffuso da averlo fatto diventare, al massimo della osservazione negativa, un posteggio in seconda fila.

       In apertura, diciamo così, del conto referendario alla rovescia vorrei segnalare una sorpresa spero incoraggiante per chi desidera una partita in cui è scontato solo il peggio, cioè uno scontro pregiudiziale di posizioni dure come paracarri, contro i quali si sbatte facendosi generalmente solo del male. La sorpresa, almeno personale, cioè mia, è quella riservata dalla breccia che il buon Francesco Merlo ha fatto nel muro del no referendario della sua “Repubblica” di carta rispondendo ad una lettera di Giorgio La Malfa, figlio dell’indimenticabile Ugo. Al quale Carlo Donat Cattin, al limite della basfemia per un cattolico praticante, dava del “Padreterno”.

       Diversamente dal padre, famoso per distinguere i contenuti dagli schieramenti, come li chiamava, privilegiando i primi rispetto ai secondi, Giorgio La Malfa ha guardato la riforma della magistratura con gli occhiali degli schieramenti, appunto, e ha scelto il no per evitare che col sì vinca il centrodestra della Meloni. E se ne faciliti il raddoppio del mandato nelle elezioni dell’anno prossimo. “I secondi mandati -ha scritto la Malfa senza imbarazzo per quello in corso di Mattarella al Quirinale e ponendosi un problema di “coscienza”- rischiano di essere peggio dei primi”.

       “La coscienza è materia complessa e a volte contorta”, gli ha risposto Francesco Merlo osservando che i sostenitori del no “per ragioni solo politiche” dovrebbero porsi il problema di avere “sulla coscienza un rafforzamento del giustizialismo”.  Ben detto.

Ripreso da http://www.startmag.it il 21 febbraio

Mattarella grazia il Consiglio Superiore della Magistratura e ne reclama il rispetto

       Anche o “persino” il presidente della Repubblica, come ha titolato con uno stupore galeotto, ha voluto dunque intervenire, a suo modo naturalmente, nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura. Lo ha fatto andando a presiedere una volta tanto anche una seduta ordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura per graziarne “gli errori”, da lui riconosciuti espressamente, e chiedere lo stesso “il rispetto” dell’organismo istituzionale di cui è il vertice  anche da parte del governo. Ottenendo dal ministro della Giustizia Carlo Nordio l’impegno di “adeguarsi”, un po’ come il famoso “obbedisco” di Giuseppe Garibaldi degli anni risorgimentali. Di cui si è dimenticato Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, negando al Guardasigilli un paragone che forse gli spettava. E riducendolo al semplice ministro richiamato all’ordine da chi lo ha nominato a quel posto.  

       Al di là di ogni ironia o sarcasmo possibile, l’intervento del Capo dello Stato si presta ad ogni interpretazione. Anche a quella che ritengo personalmente la più arbitraria, nonostante avanzata da un giornale che si chiama presuntuosamente  “La Verità”, di un Mattarella arruolato, o persino arruolatosi, nella formazione politica del no referendario. Come un signornò qualsiasi, insomma.

Solo il presidente della Repubblica potrebbe liberarsi di questa rappresentazione che lo degrada a uomo di parte smentendola, o lasciandola smentire dai suoi uffici quirinalizi, non solo da qualche volenteroso, anche troppo, analista, commentatore e quant’altro. Ma francamente, molto francamente, ne dubito. Come dubito anche di quel rispetto, sì, ma “vicendevole”, cioè reciproco, reclamato da Mattarella pensando evidentemente a quello mancato dalla magistratura ,associata e non, al governo e persino al Parlamento che legifera in modo diverso dalle aspettative di lor signori.

La sinistra divisa e smemorata della campagna referendaria sulla magistratura

       Dichiaratamente e simpaticamente compagni politici e amici, che si vogliono bene anche attaccandosi a vicenda, Massino D’Alema e Cesare Salvi, peraltro quasi coetanei con i 77 anni dell’uno e i 78 dell’altro da compiere a breve, si sono scambiati graffi referendari, chiamiamoli così, sulla magistratura che aiutano a capire non il problema ma il dramma che su questa materia vive la sinistra.

       D’Alema, partecipe della campagna del no alla riforma che separa le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri autogovernati da due Consigli superiori e istituisce un’Alta Corte disciplinare per niente o meno domestica delle abitudini prese dalle toghe, ha accusato Salvi, partecipe invece della campagna del sì, di avere “cambiato opinione”. E ciò per avere votato contro  la separazione delle carriere nella Commissione bicamerale per la riforma costituzionale presieduta dallo stesso D’Alema nel 1997. Presieduta peraltro grazie alla preferenza per lui espressa, stando all’opposizione, da Silvio Berlusconi rispetto ad altri candidati della sinistra, palesi o occulti che fossero.

       Cesare Salvi, dalle colonne dello stesso Corriere della Sera che aveva ospitato D’Alema, gli ha ricordato la circostanza, altre volte precisata dallo stesso D’Alema, di quella Commissione conclusasi senza votazioni. Ci furono, quindi, o non ci furono quelle benedette votazioni?  In ogni caso Salvi ha ribadito la sua posizione favorevole, già in quella Commissione, alla separazione delle carriere ricordandone il recepimento non certo casuale nella cosiddetta “Bozza Boato”, dal cognome del parlamentare Marco, di sinistra, in cui furono racchiusi gli orientamenti emersi dai lavori  dall’organismo bicamerale prima che ne venisse troncato il percorso per una crisi politica di carattere generale, sfociata poi nella caduta del primo governo di Romano Prodi. Che fu sostituito a Palazzo Chigi nel 1998 dallo stesso D’Alema mentre il premier dimissionario e il vice Walter Veltroni reclamavano elezioni anticipate contro la sinistra di Fausto Bertinotti, che ne aveva provocato la caduta in Parlamento. Da allora Bertinotti divenne negli articoli e nei binocoli di Giampaolo Pansa, che vi ricorreva nei congressi e simili, “il parolaio rosso”.

       Ma torniamo al referendum sulla magistratura. E ai problemi della sinistra, che mi sembrano francamente maggiori di quelli del centrodestra. Dove sicuramente c’è qualcuno – tra i leghisti del cappio nell’aula di Montecitorio e il missino che cambiava lire di carta in monete per fornirne i lanciatori contro Bettino Craxi all’uscita dall’albergo dove abitava a Roma-  che ha cambiato idea in tema e campo di garantismo e giustizialismo, di libertà e di manette. Ma non lo nega, vivaddio. Mentre nei piani alti della sinistra, diciamo così, non si trova mai il momento giusto, opportuno e quant’altro per tornare alle origini garantiste di quell’area partecipe della Costituzione repubblicana. Mai il momento giusto, ripeto, per chiedere ai magistrati di tornare anche loro alla Costituzione, che non basta sventolare nelle manifestazioni contro il governo ma va applicata davvero, anche nella giurisdizione e nel modo di essere magistrati autonomi e indipendenti, pure dalla politica delle opposizioni di turno.  Diversamente neppure gli apprezzamenti ricevuti ieri dal presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore Sergio Mattarella basteranno a far loro recuperare il consenso perduto, che dovrebbe valere più della paura che le toghe riescono a procurare nei tribunali e fuori.        

La campagna referendaria della Meloni per il sì alla riforma della magistratura

       Distintosi nei giorni scorsi con un editoriale del direttore Claudio Velardi, sul fronte del sì alla riforma costituzionale della magistratura , per un forte invito alla premier Giorgia Meloni a partecipare di più alla campagna referendaria, vista la rimonta del no avvertita nei sondaggi, Il Riformista si è un po’ attribuito il merito di avere scosso, diciamo così, la presidente del Consiglio. O il presidente, come l’interessata preferisce farsi chiamare.

       Alla protesta rinnovata dalla premier contro l’abitudine perdurante della magistratura “politicizzata” a vanificare il contrasto all’immigrazione clandestina perseguito dal governo, in sede peraltro non solo nazionale ma anche europeo e internazionale, ancora più in generale, il Riformista ha dedicato il titolo di copertina del sapore di uno slogan: Sì parte.

       Non so, francamente, se la Meloni abbia voluto davvero raccogliere l’invito pressante, ed allarmato, del giornale diretto da Claudio Velardi. Ma di sicuro il suo è stato un intervento a gamba tesa nella campagna referendaria. Che mi pare preferisca condurre cavalcando più la cronaca, maggiormente avvertita dall’opinione pubblica, che le distrazioni fatte di richiami alla Costituzione più o meno appropriati e processi alle intenzioni.

La Meloni ha indicato il caso –ultimo solo in ordine cronologico- del mirante clandestino algerino così ostinatamente protetto dalla magistratura, dopo 23 condanne, da venire risarcito di 700 euro per un suo trattenimento in un campo di raccolta. Un fatto che da solo vale dieci, cento interviste, comizi, conferenze stampa, ospitate televisive e quant’altro sulla necessità di contenimento di una magistratura passata dall’autonomia e indipendenza dell’articolo 104 della Costituzione alla prepotenza. A dir poco.   

Ripreso da http://www.startmag.it 

L’affare buffo, molto buffo, dei sì e dei no al comitato di pace a Gaza

       Al board- comitato in italiano- della pace a Gaza, per quanto tradotto in “bordello” di affari più o meno personali del presidente americano Donald Trump, per esempio sul manifesto all’indomani dell’annuncio della sua formazione, l’Italia parteciperà dunque come paese “osservatore”. Invitato dallo stesso Trump, non potendo aderirvi a tutti gli effetti perché mancano “le condizioni di parità con gli altri Stati” imposte dall’articolo 11 della Costituzione per associarsi in pieno a organismi internazionali di pace, appunto. Che possono comportare “limitazioni di sovranità”.

       Il ruolo di osservatore concordato dietro le quinte nei giorni scorsi, presumibilmente anche col Presidente della Repubblica, e infine formalizzato in un passaggio parlamentare, come si dice in gergo politico e come richiesto anche qui probabilmente dal Capo dello Stato, è stato visto, interpretato, denunciato, contestato dalle opposizioni, una volta tanto riuscite alla Camera a elaborare una risoluzione comune, come un aggiramento della Costituzione sul piano del diritto, diciamo così, e una sottomissione a Trump sul piano politico. I sì alla risoluzione della maggioranza sono stati 183, i no 122.

       Solo i fatti naturalmente potranno dire, in tempi non brevi, visto anche ciò che continua ad accadere a Gaza e dintorni in attesa di una pace vera e di una riviera di affari, chi in questi giorni abbia sbagliato o stia sbagliando di più o di meno. Sbagliato, non azzeccato, perché francamente e personalmente, temo più il pessimismo della ragione che l’ottimismo della volontà.

       Mi sembra tuttavia che tra le tante formule o immagini negative applicate al comitato di pace a Gaza, chiamiamolo pure semplicemente così, la più bislacca sia quella di una “Onu privata” che con la solita disinvoltura il presidente americano sia riuscito a realizzare con le complicità di amici e soci di affari. Se lo ha fatto davvero, si è portato appresso il consenso delle stesse Nazioni Unite con una risoluzione del Consiglio di sicurezza, numero 2863, approvata nel mese di novembre scorso, evidentemente senza che nessuno se ne accorgesse, sulla questione di Gaza appunto.

Ripreso da http://www.startmag.it

Gli interessi poco lodevoli degli avvocati del no referendario

Questo benedetto referendum  sulla magistratura – maledetto, secondo gusti e interessi, sui quali mi soffermerò- si sta rivelando molto più complesso, e insieme divisivo, di quanto non abbiano tentato e stiano tuttora tentando le opposizioni riducendolo a uno scontro col governo. Nella presunzione, o illusione, di poterlo battere più facilmente scommettendo sulla vittoria del no come propiziatrice della partita elettorale successiva, dell’anno prossimo. Alla quale le opposizioni sono non impreparate ma impreparatissime per i loro contrasti sul programma, peraltro neppure delineato per sommi capi, e sul candidato a Palazzo Chigi. Che di solito, nel sistema elettorale non più proporzionale della cosiddetta prima Repubblica, viene proposto o indicato prima del voto, non definito dopo con le solite operazioni, interne ed esterne, di partiti e palazzi.

       La complessità del referendum, che ne fa un po’ un mosaico, si vede nelle divisioni che esso ha provocato all’interno delle due, principali categorie di operatori, chiamiamoli così, interessati alla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e a tutto quello che ne potrà o dovrà conseguire. Operatori che non sono solo gli stessi giudici e pubblici ministeri ma anche gli avvocati.

       I magistrati schieratisi per il sì, contro le scelte e indicazioni della loro associazione “privata”, come sottolineano convergendo persone diverse come l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e l’ex magistrato simbolo della stagione di “mani pulite”, Antonio Di Pietro, sono mossi non solo da motivi di principio, o persino ideologici, ma da interessi personali legittimi. Che sono quelli di potere fare finalmente carriera per i loro meriti, di cui evidentemente sono sicuri, tanto da scommettervi, e non più per le loro appartenenze correntizie. Di correnti magari ch’essi hanno già rifiutato in blocco pagandone come conseguenza la marginalità professionale, o qualcosa del genere. La forza di questi magistrati sarà, magari, ininfluente per il loro numero ai fini del risultato referendario, ma potrà rivelarsi decisiva per la Giustizia nella formazione, che potrebbe seguire alla prova referendaria, dei due consigli superiori della magistratura. E dell’alta Corte di disciplina.

       Gli avvocati, dal canto loro, si stanno dividendo, anzi si sono già divisi anche con sortite di un certo clamore, fra chi ha da perdere dal miglioramento del lavoro dei magistrati, e più in generale, dalla gestione del servizio della giustizia in Italia, e chi invece già ci guadagna e ancor più potrà guadagnare da una vittoria del no che condannerebbe quel servizio a rimanere com’è.

       Sotto questo profilo il sì referendario degli avvocati è ancora più apprezzabile, per i danni che potrebbero subirne con una riduzione della conflittualità e una semplificazione delle procedure, di quello dei magistrati stimolati dall’interesse a fare carriera più per meriti che per appartenenze politiche. Sì, politiche. Tali in fondo sono, con tutti i collegamenti con partiti più o meno di riferimento o collegamento, le correnti dell’associazione nazionale dei magistrati riuscite a istituzionalizzarsi nell’omonimo Consiglio Superiore, unico- spero- ancora per poco. Esso ha funzionato, o finito di funzionare, anche o soprattutto dopo la vicenda scandalosa, e soffocata nella culla, intestata a Luca Palamara. Che con onestà ed esperienza personale non si è per niente scandalizzato, diversamente dai suoi ex colleghi associati, degli aspetti “paramafiosi” dell’organo di autogoverno delle toghe lamentati dal Guardasigilli Carlo Nordio. Che da solo, senza voler togliere nulla anche ai migliori dei suoi predecessori, è un po’ l’infortunio maggiore in cui è incorsa la magistratura associata. Un infortunio maggiore forse anche di quello costituito dalla premier Giorgia Meloni, della quale non a caso i signornò della campagna referendaria nei mesi precedenti, quando la riforma era ancora all’esame delle Camere, si lamentavano perché -ripetevano con lei- “non ricattabile”.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 febbraio

L’avvocatissimo Franco Coppi caduto nella trappola referendaria del No

       Nell’infanzia, adolescenza e prima gioventù, diciamo così, avemmo la fortuna, e anche il rimpianto per la sua morte a soli 41 anni, per una banale malaria non diagnosticata in tempo, un campione, anzi un campionissimo in bicicletta come Franco Coppi.  In verità, io tifavo per Gino Bartali, ma le vittorie, anzi i tronfi di Coppi mi piacevano lo stesso.

       In vecchiaia, personalmente della sua stessa età, o quasi, abbiamo Franco Coppi professore emerito e avvocato. Il campione non delle scalate in bicicletta, ma dei processi. Molti dei quali vinti, ma anche persi,  di alcuni dei quali confessa di non darsi pace. Ma “mai -ha rivelato, assicurato e quant’altro parlando in Campidoglio in una manifestazione delle 5 Stelle e dintorni sulla riforma costituzionale della magistratura in pendenza referendaria- pensando che un magistrato (coinvolto) meritasse un’azione disciplinare”. Li ha trovati tutti “intellettualmente onesti”. Di alcuni ha pensato che, nel peggiore dei casi, fossero solo “ciucci”. Come continueranno ad essere a carriere separate se la riforma targata Nordio dovesse superare la prova referendaria. Separarne le carriere non li renderà meno o più “ciucci”, ripeto. Li confermerà nelle loro orecchie metaforicamente lunghe, per non parlare dei nasi da Pinocchio cresciuti nella campagna referendaria del no.

       Con questo modo di ragionare e di raccontare la sua lunga esperienza forense l’avvocato Franco Coppi si è guadagnato naturalmente l’appezzamento del pubblico al quale parlava e l’indomani il titolo di apertura e di copertina del Fatto Quotidiano, entusiasta della riforma liquidata come “inutile” dal campione degli avvocati, anzi campionissimo come l’omonimo in bicicletta del secolo scorso.

       Anche se la buonanima di Giulio Andreotti, suo cliente come anche il compianto Silvio Berlusconi, diceva notoriamente che a pensare male si fa peccato ma s’indovina, non starò qui a dire che l’avvocato Coppi può essersi meritato, ancora di più, anche a sua insaputa, come per la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, il compiacimento e la gratitudine di qualche magistrato, “ciuccio” o no, alle prese con i processi dei quali lui si occupa ancora. Non lo dico né lo scrivo. Ma   lo  sospetto. 

Irrompe anche l’indecenza nella campagna referendaria sulla magistratura

       Nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura, oltre al fascismo evocato spesso da almeno una parte dei sostenitori del no lamentando o denunciando “l’autoritarismo” della premier Meloni che uscirebbe rafforzato da una vittoria del sì, è entrato anche il tema della indecenza, sollevato dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera. O, se preferite, della decenza mancata, per esempio, al capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri quando ha criminalizzato, almeno nella Calabria che forse conosce meglio della Campania dove adesso lavora, il sì sostenuto, secondo lui, da indagati, imputati, condannati di indrangheta,  massonici deviati e simili. Siamo “ai limiti dell’indecenza”, ha detto testualmente Barbera superando “l’eclissi del diritto” lamentato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che poi se l’è presa, giustamente, anche col Consiglio Superiore, cosiddetto, della Magistratura di cui la maggioranza composta di 20 su 30 dei componenti ha sottoscritto un documento contro un interessamento -solo un interessamento- dell’organismo di autogoverno della magistratura al caso Gratteri, appunto.

Il presidente emerito della Corte Costituzionale Barbera, così severamente intervenuto invece, è stato notoriamente e orgogliosamente anche militante e parlamentare comunista, del quale Massimo D’Alema non può dire -come ha fatto di altri, intervistato dal Corriere della Sera– di essere  “un compagno che non sbaglia, ma ha cambiato idea”.

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