E’ finita, se Dio vuole, l’anomalia ungherese con la sconfitta elettorale di Viktor Orban, che aveva fatto diventare il suo paese una mezza o intera enclave russa nell’Unione Europea. Un’enclave non più sovietica solo a parole, perché in realtà Putin ha riportato il sovietismo al Cremlino congiugendolo alle tradizioni zariste, chiamiamole così.
Fatale politicamente a Orban, dopo sedici anni di potere e di democrazia orgogliosamente antiliberale, è stato l’appoggio di Trump, l’americano amico di Putin senza il cui sostanziale appoggio, o tolleranza, la guerra d’invasione russa in Ucraina non sarebbe durata così tanto. Il bacio pur metaforico del vice presidente americano Vance, sbarcato in Ungheria proprio alla vigilia del voto non come l’aquila reale della Casa Bianca ma come una civetta del malaugurio, è stato forse decisivo per spingere gli ultimi indecisi a votare per Peter Magyar. Che è di destra come Orban, ma di una destra europea, della quale finirà per apprezzare i vantaggi anche la premier italiana Giorgia Meloni chiudendo pure lei l’anomalia -un’altra- dell’appoggio a Orban.
Più ancora dei sedici anni del regno repubblicano di Orban, l’Ungheria è paradossalmente e felicemente tornata indietro di 70 anni: a quel 1956 della rivolta antisovietica, purtroppo soffocata nel sangue. Come 12 anni dopo sarebbe toccato anche alla primavera di Praga.
Nel 1956 il presidente 62.enne sconfitto nelle elezioni ungheresi di questo 2026 non era ancora nato. E tanto meno il vincitore Magyar, di 45 anni. Eppure è toccato all’uno e all’altro, rispettivamente, spegnere e riaccendere il patriottismo magiaro anticomunista di 70 anni fa.
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