Paolo del Debbio, presentatosi con modestia come “giornalista e conduttore a Cologno Monzese”, dove è appena avvenuto l’incontro di quattro ore tra i due figli maggiori e di primo letto di Silvio Berlusconi, l’amministratore di Fininvest Bruno Pellegrino, il “cardinalizio” Gianni Letta e il segretario di Forza Italia Antonio Tajani, ma anche vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, è saltato letteralmente sulla sedia quando ha appreso dell’”evento” e poi dei comunicati che l’hanno accompagnato, con la “fiducia” rinnovata all’ospite. E sottoposto, di cui il mio amico Paolo, conosciuto una quarantina d’anni fa negli uffici della Fininvest dove anch’io aveva a disposizione una stanza, ha scritto giustamente sulla Verità il ruolo di “convocato” assegnatogli dagli invitanti, padroni di casa.
Del Debbio, 67 anni ben portati, che chissà perché ha deciso di ingrigire più del dovuto con tutte le barbe che si è fatto crescere sulla faccia, è molto di più di un giornalista e conduttore di Mediaset. E’ uno che contribuì a suo tempo alla fondazione di Forza Italia scrivendone su incarico diretto di Berlusconi, senza la mediazione di Fedele Confalonieri che lo aveva assunto in Fininvest, le prime bozze del programma, prima che vi intervenissero anche Giuliano Urbani, Marcello Pera, Giuliano Ferrara ed Enrico La Loggia, che ne ha scritto in un libro autobiografico fresco di stampa.
Con molta cortesia, non so francamente sino a quando destinata ad essere riconosciuta e apprezzata in quella che nel frattempo è diventata Mediaset, Paolo ha sollevato contro quell’incontro a Cologno Monzese una questione di “opportunità”, lamentando sulla Verità di Maurizio Belpietro la perdita di prestigio procurata a Tajani nelle sue triplici vesti, ripeto, di vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e segretario del partito fideiussato, diciamo così, dalla famiglia Berlusconi. Ma si può ben parlare anche di una questione di decenza. Non è certamente su questa strada che Tajani potrà riuscire fra un anno e mezzo, poco più o poco meno, a riportare Forza Italia al 20 per cento del suo esordio elettorale, nel 1994, e tanto meno al 30 per cento di qualche mese dopo, nel rinnovo del Parlamento europeo seguito a quello del Parlamento italiano.
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