Con la borsa pendente dal braccio destro, grande come se stesse partendo, e non solo arrivando, e la cartellina col discorso stretta al cuore sotto il braccio sinistro, la premier Giorgia Meloni si è presentata alla Camera, e poi anche al Senato, non per annunciare, ma per confermare e spiegare a chi non lo avesse ancora capire, o voluto capire sui banchi di opposizione il proposito di rimanere al suo posto. Anche dopo la sconfitta certamente subita nel referendum per niente confermativo della riforma costituzionale della magistratura. La cui bocciatura, anche se la presidente del Consiglio si è risparmiata la fatica o la desolazione di dirlo, rafforza in milioni ci cittadini e di elettori, quelli cioè che hanno perso, non il sospetto ma la convinzione che la Repubblica più che parlamentare, come la vollero i padri costituenti, pace all’anima loro, ha le sembianze, il sapore, il tanfo, come preferite, di una Repubblica giudiziaria. La cui agenda è dettata non dalle Camere, non dai governi da esse fiduciati, non dai partiti, non dal vigilante, anzi vigilantissimo Capo dello Stato, ma dalle Procure e dai processi mediatici di rito sommario che esse innescano, prima di quelli ben più lunghi nei tribunali.
La campagna elettorale che le opposizioni politiche e mediatiche hanno accusato la Meloni di avere voluto aprire con la sua “informativa” parlamentare durerà sicuramente meno di un processo nei tribunali delle tre istanze, che di solito scavalcano le legislature, ma non abbastanza poco per gli interessi attuali di chi aspira all’alternativa di governo. Che, per lo stato confusionale nel quale si trovano le opposizioni anche dopo avere vinto il referendum del mese scorso, avrebbe bisogno di una campagna elettorale breve, di natura emergenziale per effetto di una crisi improvvisa. Di fronte alla quale le opposizioni potrebbero improvvisare un programma e una leadership paradossalmente difficili da definire e indicare in un anno e mezzo, più o meno, di discussioni, manovre, sgambetti e imprevisti aggravanti sul versante internazionale, che è già quello che è, cioè di guerre e tregue incerte, e anche su quello interno.
Questa e non altra, al di là delle apparenze e delle “euforie” lamentate al suo stesso interno, è la situazione in cui si trova il fronte, il campo eccetera dell’alternativa. Che curiosamente contesta al governo una campagna elettorale nella quale le opposizioni hanno trasformato nei mesi scorsi la campagna referendaria, discutendo e proponendo persino il “contesto internazionale” nel quale avrebbe dovuto essere giudicata la riforma della magistratura italiana. Il contesto internazionale invocato persino dal senatore a vita, ed ex premier, Mario Monti per chiarirsi le idee, uscire dall’incertezza e annunciare il suo no. Un no anche a Trump.
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