La corsa al Quirinale scatenata dalla vittoria referendaria del no

Si chiama notoriamente Marietta la contadinella della favola che porta baldanzosa la ricotta al mercato sognando i guadagni che potrebbe ricavarne e se la perde rovinosamente per strada. Nella favola che suggerisce ai cronisti e analisti più fantasiosi, o malevoli, il gran traffico di ambizioni e manovre politiche innescato dalla vittoria della sinistra del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura, Marietta potrebbe essere di sesso diverso e chiamarsi, magari, Giuseppe, al singolare italiano e non al plurale americano di Donald Trump. Sarebbe Giuseppe Conte, naturalmente.

       L’ex premier  smanioso di tornare a Palazzo Chigi per riprendere il lavoro cavouriano, secondo l’esegeta Marco Travaglio, interrotto anni fa da Mario Draghi con un presunto, mezzo colpo di Stato del pur insospettabile Sergio Mattarella al Quirinale, potrebbe essere dirottato dalla concorrente ugualmente ostinata Elly Schlein, segretaria di un Pd ancora in testa nella graduatoria elettorale dei partiti  dell’alternativa al centrodestra, verso una destinazione ancora più alta e di maggiore durata: proprio il Quirinale che Mattarella dovrà lasciare nel 2029 concludendo i lunghi 14 anni del suo secondo mandato.

       “Dai, Giusè”, porrebbe dirgli e proporgli Elly, anche perché lei non è quirinabile per ragioni di età, avendo oggi 40 anni, e avendone nel 2029 ancora 43, sette in meno dei 50 richiesti dalla Costituzione. Conte invece ha 62 anni e potrebbe addirittura sognare di ripetere il miracolo mattarelliano del doppio mandato, quasi regale.

       Lo sventurato, manzonianamente, potrebbe lasciarsi tentare immaginando la prossima legislatura a maggioranza di cosiddetto centrosinistra sul vento del no referendario. Ma Conte potrebbe anche rifiutare non fidandosi dei tre anni che dovrebbe aspettare, di tutto ciò che potrebbe nel frattempo accadere, anche una sconfitta elettorale sorprendente come la vittoria referendaria. Ma soprattutto ricordando l’abituale cedimento dei parlamentari di sinistra alla tentazione di abbattere da cosiddetti franchi tiratori i candidati ufficiali, formali e quant’altro della loro parte al vertice dello Stato. Come accadde nel 2013 a Romano Prodi. Che finge di avere digerito il rospo dopo tanto tempo ma potrebbe anche sfidare “la demenza senile” appena esclusa per sé, a 88 anni da compiere, da Giuliano Amato scrivendo al quotidiano Libero che lo aveva effigiato in prima pagina nella corsa al Quirinale apertasi con la solita, abbondante insofferenza. Fra tre anni anche Prodi ne avrà una novantina, ma le prospettive di vita, si sa, sono aumentate. Sempre più di frequente si legge di feste di compleanno di centenari e più.

       Ma soprattutto non mancano a sinistra altri possibili aspiranti al Quirinale: in ordine rigorosamente alfabetico, Bersani Pier Luigi, Bindi Rosy, Franceschini Dario, Gentiloni Paolo e magari, fuori concorso e partito del Nazareno, persino Renzi Matteo, 51 anni compiuti a gennaio.

Quella direttiva europea di non cambiare legge a ridosso del voto

La tentazione è forte, quasi come al bar per lo sport. E quella, in politica, di dare consigli al vincitore o allo sconfitto di turno, o a entrambi, come ha fatto sul Corriere della Sera il mio amico Paolo Mieli dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale della magistratura intestatasi dal governo blindandone il contenuto nel percorso parlamentare. E fornendo con ciò stessoalle opposizioni una buona ragione, o un buon pretesto, come preferite, per arroccarsi nell’azione di contrasto, pur essendo le modifiche costituzionali con la qualificata   maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera previste dall’articolo 138, primo comma, dicono i giuristi. Cui segue il terzo, ed ultimo, in cui una modifica costituzionale diventa non impugnabile con l’arma referendaria se approvata in Parlamento con la maggioranza, ancora più vasta, dei due terzi.

       Da non richiesto, forse neppure gradito consigliere della premier già troppo assediata da familiari, amici e alleati nell’approccio alla ripresa dalla  botta del referendum, raccontata in tanti retroscena addirittura attratta da un ricorso ad elezioni anticipate di cui non disporrebbe perché la competenza di questa decisione interruttiva della legislatura è solo, insindacabilmente, del presidente della Repubblica; da non richiesto, forse neppure gradito consigliere, ripeto, suggerirei alla presidente del  Consiglio di non tentare neppure questa carta. Che Mattarella non le farebbe giocare in tempi peraltro di guerra, come ha avvertito il più competente dei ministri in materia che è quello della Difesa Guido Crosetto. Della Difesa, ripeto, non della Guerra, con la maiuscola, come Donald Trump ha promosso , diciamo così, il suo omonimo americano.

       Mi piacerebbe inoltre, o infine, per ridurre al minimo spazio e tempo nella buca del suggeritore, che la Meloni spiazzasse tutti, a cominciare da lei stessa, rinunciando alla riforma della legge elettorale già messa mel cantiere parlamentare. Ma così, dicono dalle sue parti, la coalizione di centrodestra perderebbe contro avversari prevedibilmente alleati, non più separati come nelle elezioni precedenti.  E chi lo ha detto? , ammesso e non concesso che il cosiddetto campo largo dell’alternativa trovasse la quadra per non diventare o confermarsi camposanto.

       La Meloni avrebbe un’occasione tanto coraggiosa e ragionevole quanto destinata a procurarle consensi per imporre una svolta etica, a dir poco, sul terreno delle regole del voto. Che da troppo tempo cambiano in Italia a ridosso delle elezioni, ordinarie o anticipate, spesso destinate a concludersi in senso diverso o opposto da quello perseguito dai promotori della riforma di turno. Le regole per decenza raccomandata, a dir poco, anche da una direttiva europea ignorata anche dai presidenti della Repubblica che hanno controfirmato le riforme, non possono cambiare a partita in corso. O addirittura al secondo tempo della partita, o nei cosiddetti tempi supplementari del calcio. E’ una questione etica, dicevo. Morale, potrei aggiungere, se di questo aggettivo non si fosse fatto tanto abuso in Italia da diventare negativamente moralistico.

Pubblicato sul Dubbio

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