I “cittadini del no” fingono di ignorare quello che hanno fatto

       Tra l’ingenuità e l’ipocrisia come chiave di lettura dei commenti apparentemente moderati dei signornò alla loro vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura scelgo la seconda. Decisamente.

       La scelgo e la vedo, l’ipocrisia, nel proposito, per esempio, del nuovo presidente Giuseppe Tango di non fare un partito dell’associazione nazionale dei magistrati. E di tornare alle funzioni di un sindacato che tratta col governo le condizioni di lavoro, diciamo così, delle toghe.

 Va bene che il tango è anche un ballo col quale si può fare avanti e indietro, ma la natura ormai irreversibile di partito dell’associazione dei magistrati, con le sue correnti a tutela dei cui giochi spartitori e simili è stato demonizzato il sorteggio nella composizione del Consiglio superiore pur previsto e praticato nel campo giudiziario, è una realtà che non si può nascondere neppure con la nebbia artificiale.

       La sconfitta del presunto tentativo del governo Meloni di “regolare i conti col potere giudiziario tagliandogli le unghie” – ha scritto Ezio Mauro sulla Repubblica di carta- “non significa che gli elettori abbiano ribaltato lo schema assegnando con il voto un plusvalore alla magistratura e trasformandola, dalla sponda opposta, in un protagonista diretto della vicenda politica”. “Credo che nessuno tra i cittadini del no -ha insistito l’ex direttore scelto a suo tempo personalmente da Eugenio Scalfari come il suo successore più genuino- pensi a una Repubblica in mano ai magistrati, cioè a un’eccezione costituzionale clamorosa”. Ma va? Proprio nessuno, caro Ezio, dei “cittadini del no”, come tu li chiami col linguaggio della rivoluzione francese del 1789? Cittadini ! Parola magica, adottato anche da Irene Pivetti come presidente  della Camera nel 1994 non piacendogli il tradizionale e, per lei, non tanto meritato “onorevole” riservato al deputato.

       La Repubblica italiana, fondata costituzionalmente sul lavoro, è diventata poco alla volta fondata sulle Procure e uffici limitrofi. La magistratura ha finito di essere “indipendente e autonoma da ogni altro potere”, come sarebbe rimasto scritto nella Costituzione anche modificandone l’articolo 104, per diventare onnipotente. Autoreferenziale, incontrollabile. O controllabile solo da se stessa. Insomma, assolutista. La giustizia italiana è senza la bilancia che continua a rappresentarla iconograficamente. Questo significa parlare chiaro, senza ipocrisia, di ciò che hanno fatto “i cittadini del no”.

L’emozione, oltre alla sorpresa, di Stefania Craxi capogruppo di Forza Italia al Senato

Più che sorpresa, ormai un ossimoro in questi tempi di politica imbarbarita e bugiarda, dove si manipolano anche i referendum pur di vincerli, com’è appena accaduto sulla riforma costituzionale della magistratura stracciata dai no, mi ha personalmente procurato emozione l’arrivo di Stefania Craxi alla presidenza del gruppo di Forza Italia al Senato. Che è stata salutata con affetto, più ancora che con stima, da Marina Berlusconi. Figlie l’una e l’altra di due leader politici che si stimarono e si vollero bene procurandosi anche per questo il livore dei loro avversari, ai quali non bastava sentirsi e fare i nemici.

       Figlie -ripeto- l’una e l’altra che hanno saputo e voluto raccogliere idee e sentimenti dei loro genitori. Marina continuando a custodire i sentimenti e il lascito politico del padre, Stefania salvando pur in un centrodestra nominale, per le circostanze tutte italiane della scomposizione e ricomposizione degli schieramenti politici, il socialismo riformista e anticomunista tradito da socialisti, anche loro nominali, devoti dei loro persecutori, sino a mettersi al loro servizio in cambio di qualche seggio parlamentare di straforo. Uno, due non di più, essendosi a suo tempo Massimo D’Alema, con una celebre battuta delle sue, proposto di non far tornare ai socialisti rimasti senza partito la voglia, il gusto, la possibilità di raccogliere voti. E persino di superare comunisti o post-comunisti, come Craxi stava quasi riuscendo a fare prima di essere fermato dalla sponda giudiziaria del Pci e sigle successive.

Sconfitti sul piano politico e storico con la caduta del comunismo, gli avversari del leader socialista riuscirono a sopravvivere, più o memo travestiti da piante o simili, grazie ai magistrati delle cosiddette “mani pulite”. Un po’ meno, credo, le loro coscienze, visti i dubbi che hanno finito per avere col tempo anche alcuni dei protagonisti di quell’avventura, a cominciare dalla buonanima del loro capo Francesco Saverio Borrelli. Al cui rammarico per la corruzione sopravvissuta alle sue forbici si è ispirato anche l’ex ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli  -“il migliore dei Guardasigilli” per ammissione dello stesso Borrelli- in un libro autobiografico di ricostruzione di quell’epoca per niente gloriosa.

       Anche il nome del partito e del conseguente gruppo parlamentare al Senato ora presieduto da Stefania Craxi mi suscita qualche emozione. Forza Italia -dileggiata da subito come un partito di plastica, più da stadio che da Politica con la maiuscola- frullò nella testa di Berlusconi, pur tra le coppe dell’allora suo Milan, come prosecuzione di quella celebre canzone del 1979 di Francesco De Gregori che tanto aveva incantato pure Craxi da farla suonare nei raduni persino congressuali del suo partito: Viva l’Italia. L’Italia -cantava De Gregori, e con lui spesso Bettino parlandomene- “liberata, dei valzer e del caffè, derubata e colpita al cuore, che non muore, assassinata dai giornali”. Che che stentano ora ad arrivare nelle edicole e a raccogliere un decimo dei lettori che avevano. I giornali dei processi sommari propedeutici a quelli che gli sventurati poi subiscono nei tribunali con i tempi della lumaca. I giornali i cui cronisti giudiziari -come diceva Luciano Violante prima di convertirsi pure lui al no referendario- hanno carriere uniche con quelle dei pubblici ministeri, a loro volta con i giudici. E così continuerà ad essere dopo il coraggioso, ma sfortunato tentativo della premier Giorgia Meloni e del suo ministro della Giustizia di cambiare registro.

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