La scoperta di Giusi Bartolozzi ancora magistrata, altro che ex….

       Ohibò, al Fatto Quotidiano e dintorni, di carta e di immagine, si sono accorti improvvisamente che la ormai ex capa di Gabinetto del tuttora ministro della Giustizia Carlo Nordio “potrà rientrare subito in magistratura” -ha titolato il giornale di Marco Travaglio- “grazie a una legge del governo”. Che tuttavia  esisteva ben prima che Giusi Bartolozzi entrasse nel mirino delle opposizioni e alla fine anche della premier Giorgia Meloni, stanca di sopportarla, dicono i retroscenisti.

       Ohibò, ripeto, alla ex “zarina” di va Arenula, svillaneggiata come una ex parlamentare intrufolatasi nel Ministero della Giustizia e diventata la preferita del Guardasigilli, diciamo così, è stata finalmente riconosciuta l’appartenenza alla magistratura. Magari non anche all’associazione dei togati, e tanto meno a qualcuna delle sue correnti praticamente partitiche, ma alla magistratura di certo. E perciò in grado di conoscere e valutare, non da “ex” ma ancora da magistrata  i suoi colleghi meglio dei loro adoratori mediatici e politici, esterni e interni alla categoria. Conoscerli e valutarli così bene da essersi sentita come davanti a “un plotone di esecuzione” quando dalla Procura di Roma le hanno notificato inizio e fine di indagini propedeutiche a un processo per l’affare del rimpatrio del linico Almasri non autorizzato dalle Camere contro due ministri e un sottosegretario. Che sono quelli della Giustizia e dell’Interno, Nordio e Matteo Piantedosi, e il principale collaboratore della Meloni a Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano.   

La Santa polemicamente obbediente alla premier, piuttosto che sfiduciata in Parlamento

       La Santa, con la maiuscola ma senza l’aureola, la pitonessa, con la minuscola, o come altro la chiamano amici o avversari, mariti o compagni, ha opposto una resistenza rumorosa ma breve, anzi brevissima, alle dimissioni da ministra reclamate pubblicamente, e impietosamente, dalla premier Giorgia Meloni. Che ha proceduto ad una operazione di imbullonatura del governo dopo il risultato negativo del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. Non della giustizia, come ogni tanto vedo scrivere o titolare, o sento dire nei salotti televisivi e per strada con una certa enfasi.

       Se non si è riusciti a riformare la magistratura, separando le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri a coronamento della riforma del processo penale intestata alla buonanima di Giuliano Vassalli, e con le carriere anche il Consiglio cosiddetto superiore, e affidando ad un’altra, apposita e volutamente “alta”  Corte di disciplina i processi interni, figuriamoci se poteva passare una riforma ancora più generale della giustizia. O si potrà mai tentarla, una volta che la magistratura è riuscita a salvare, forse anche rafforzare l’onnipotenza nella quale ha tradotto l’autonomia e l’indipendenza conferitele dall’articolo 104 della Costituzione, anche nella versione modificata dalla riforma e bocciata con essa.

       A questa magistratura rafforzata, ripeto, dal successo del no a cambiarne abitudini, a cominciare da quella di commettere errori, ammessi ora anche dal presidente dimissionario dell’associazione nazionale delle toghe, la ormai ex ministra Santanchè teme di essere stata lasciata più indifesa e debole nei processi che l’attendono per le sue vicende imprenditoriali finite maluccio, nonostante le “visibilia” propostesi anche col nome. E’ questo forse, più ancora della vanità di governo, che la ministra ha cercato di evitare resistendo. Ma infine obbedendo pur polemicamente con una lettera nella quale ha rivendicato il suo certificato penale ancora “immacolato” e l’abitudine di “pagare anche per altri”.  Così peraltro, o soprattutto, come preferite, la Santa obbediente ha disarmato le opposizioni pronte a proporre di nuovo la sfiducia parlamentare, sapendo di poter contare stavolta sull’aiuto della maggioranza, o di una parte sufficiente a vincere la partita.  

       Più che in montagna, come si diceva dei partigiani che vi salivano durante la Resistenza, l’ormai ex ministra andrà al mare, che è anche più di stagione, a primavera ormai cominciata. Quella vera, non la primavera che si è calata sulla testa Giuseppe Conte come una pentola festeggiando la vittoria del no referendario, anzi intestandosela nello spirito competitivo dell’alleanza col Pd di Elly Schlein per l’alternativa al centrodestra. Di primavere finite male, d’altronde, se ne sono già viste tante, politicamente o climaticamente.

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