Il funerale a Pontida di Umberto Bossi, non del centrodestra della Meloni

       Secondo gli schemi, gli umori e quant’altro del compianto Umberto Bossi, al cui funerale a Pontida si sono levati più applausi alla premier Giorgia Meoni che a Matteo Salvini, in camicia rigorosamente verde, il segretario del Carroccio dovrebbe appendersi al primo pretesto per provocare la crisi di governo. Come fece appunto Bossi nel 1994 quando si accorse che l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ancora fresco di nomina, o quasi, guadagnava consensi fra elettori e parlamentari leghisti.

       Bossi allora andò a consolarsi dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che già sopportava male, anzi malissimo, quell’intruso della politica che considerava in cuor suo il pur vincitore delle elezioni, e incoraggiò quindi il capo della Lega a rompere. E far cadere il governo dove il Carroccio era parcheggiato, diciamo così, al Ministero dell’Interno con Roberto Maroni.

       Poi Bossi andò a consolarsi, fra spuntini a casa con alici e birra, con Rocco Buttiglione e Massimo D’Alema, che lo incoraggiarono anche loro alla rottura, sia pure più gradualmente, meno lentamente di quanto non gli avesse consigliato Scalfaro. E la crisi precipitò prima di Natale, col companatico -chiamiamolo così- di una iniziativa giudiziaria della Procura di Milano -e di chi, sennò?- contro il presidente del Consiglio informato a mezzo stampa di un cosiddetto avviso a comparire. Per il quale l’ancora sostituto procuratore Antonio Di Pietro si offrì al superiore Francesco Saverio Borrelli per “sfasciare” l’indagato in un interrogatorio  con i suoi metodi. Che ora Di Pietro, nel frattempo uscito dalla magistratura e anche dalla politica dove si era rifugiato per un po’, riconoscerà alquanto bruschi. Come “brusco”, per ammissione poi di Giorgio Napolitano al Quirinale, era stato il cambiamento degli equilibri, cioè la rottura, nei rapporti fra giustizia e politica nella stagione manettara e forcaiola delle cosiddette “mani pulite”.

       Salvini, per tornare al segretario della Lega accolto dal popolo di Pontida non dico come un intruso, ma almeno come un infedele politicamente, non si lascerà prendere dalle tentazioni di Bossi del 1994. Non farà da sponda alle opposizioni. Non si dividerà fra il Quirinale e il Nazareno per liberarsi di un’alleata, questa volta al femminile, diventata troppo scomoda e pericolosa per lui. E già questa è una differenza che segna il cambiamento della Lega e della situazione politica italiana  in 32 anni, quanti ne sono trascorsi dal 1994.

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Il fiato sospeso della seconda giornata di votazione sulla riforma della magistratura

       Quello spettacolo di seggi pieni di scrutatori, seduti e in piedi ai loro posti, e vuoti di elettori, e di cani d’accompagnamento, mi ha angosciato ieri, di prima mattina, quando sono andato a votare in fretta, in una scuola romana a poca distanza da casa. Di prima mattina e in fretta nel timore che qualcosa mi potesse impedire, all’età che ormai ho, di essere puntuale. Naturalmente, all’appuntamento col sì alla riforma costituzionale della magistratura, che rischia di perdere non l’autonomia e l’indipendenza da ogni potere, garantite anche con le sette modifiche apportate alla Costituzione per separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, e tutto il resto: magistratura minacciata, dicevo, di perdere non l’autonomia e l’indipendenza ma solo l’onnipotenza acquisita abusando dell’una e dell’altra.

       Tornato sul posto dopo qualche ora per accompagnarvi mia moglie, ho visto file ad ogni sezione, di elettori e cani, ripeto. E ho tirato un sospiro di sollievo, memore dei sondaggi che condizionavano nelle scorse settimane, quando erano pubblicabili, la vittoria del sì all’affluenza alle urne. Il 46 per cento registrato alla fine della prima giornata di votazioni, salito al 54 a Milano, al 59 a Bologna, al 58 a Firenze e al  52 a Venezia, meno nel Sud dove generalmente si ha la pressione bassa, diciamo così, è stato a sorpresa per giudizio generale,

       “La Costituzione è appesa a un filo”, hanno titolato col fiato in gola  al Fatto Quotidiano. Il filo naturalmente della visione che quel giornale. quasi bandiera del no referendario, ha della Costituzione: alquanto diversa -quella visione- da buona parte dei padri costituenti, disturbati anch’essi nei loro sepolcri per fare loro dire e pensare cose diverse da quelle fatte in vita. A un filo, piuttosto che la Costituzione, vedo appeso l’uso che ne fanno i magistrati associati per tenersi stretto, fra l’altro o soprattutto, l’unico Consiglio Superiore, almeno nel titolo, che le loro correnti hanno praticamente conquistato e preso in ostaggio per il mercato delle carriere emerso dalla vicenda di Luca Palamara. Una vicenda chiusa un po’ troppo frettolosamente, a dir poco, da lorsignori oggi del no.     

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