Walter Veltroni non cede alla tentazione referendaria del sì alla riforma della magistratura

E’ durata una decina di giorni, non di più, la tentazione del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura avvertita, almeno da me, in un editoriale di Walter Veltroni sul Corriere della Sera. Dove il primo segretario del Pd, in qualche modo restituito o tornato al giornalismo, al cinema e alla televisione dopo le amarezze procurategli dalla politica, aveva lamentato “l’estremismo quotidiano” della politica, appunto, che si era esteso anche alla campagna referendaria. Un estremismo- scrisse il 20 febbraio- da “asilo infantile di chi usa il governo come un santino o l’effige del demonio”. Un diavolo deciso, nel caso della riforma approvate dalle Camere, a togliere alla magistratura l’autonomia e l’indipendenza pur confermate a parole nel testo modificato dell’articolo 104 della Costituzione.

       E’ durata, dicevo, la tentazione veltroniana del sì una decina di giorni perché, intervistato dalla Repubblica di carta, forse reduce dalla festa dei 90 anni di Achille Occhetto, alla quale non era  mancato con amici e compagni di una vita, egli ha voluto soddisfare a sorpresa, almeno -ripeto, per me,  la curiosità di Stefano Cappellini su come voterà il 22 marzo. “Quando si cambiano -ha detto- sette articoli della Costituzione non si può uscire dal Consiglio dei Ministri dicendo che il testo è blindato. La Costituzione si cambia insieme, dialogando. Siccome in questa scelta e nella campagna elettorale si vede un’ispirazione di tipo più autocratico che democratico, io voterò no”. No e basta, senza alcuna concessione a quell’intercalare famoso del “ma anche” cui Veltroni ci aveva abituati da politico. Un no come quello, fra gli altri, di Massimo D’Alema e di Elly Schlein, in ordine alfabetico.

       Pur restituito, ripeto, al giornalismo, Veltroni ha seguito la vicenda preparatoria e parlamentare della riforma costituzionale della magistratura senza accorgersi dello sciopero, non del dialogo e del confronto, opposto dall’associazione nazionale dei magistrati, fresca di ricambio direttivo, e sostenuto, nella difesa di principi e abitudini “non negoziabili”, anche dai partiti solitamente schiacciati sulle sue posizioni. A quel punto o il governo rinunciava, come forse avrebbe voluto anche Veltroni, o andava avanti nel dovere, oltre che nel diritto, di realizzare un programma condiviso dalla maggioranza degli elettori nel voto di rinnovo delle Camere, nel 2022. O no? Tertium non datur, dicevano i latini, non i barbari.

       Del resto, anche la sinistra -questo almeno Veltroni dovrebbe ricordarselo perché era ancor totus politicus– ha modificato la Costituzione con la forza della sua maggioranza, facendo peraltro tanti danni ai rapporti fra lo Stato e le regioni da pentirsene. E da tentare inutilmente di porvi poi rimedio. E tutto solo per inseguire un’alleanza, mancata, con i leghisti ancora di Umberto Bossi. O sottrarli alla tentazione di ripristinare quella con Silvio Berlusconi che essi avevano interrotto fra le sollecitazioni, confessate poi dallo stesso Bossi, dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

       Nella già citata intervista a Repubblica, prima di annunciare il suo no referendario, Veltroni ha detto, fra l’altro, che “nei suoi momenti migliori la sinistra è sempre stata un impasto di riformismo e radicalità. Ha vinto quando è stata in grado di suscitare -ha detto- un sogno e di corrispondere a questo sogno con decisioni radicali ma realistiche”.

Mi chiedo se possa essere considerato di un radicalismo realistico, che è un po’ un ossimoro, il confermato appiattimento della sinistra neppure tanto alla magistratura, composta anche da giudici e pubblici ministeri per niente contrari alla separazione delle loro carriere, ma ad un’associazione  correntizia  e “privata”, come la chiamano Claudio Martelli e Antonio Di Pietro in un’assonanza che dovrebbe pur dire qualcosa anche a Veltroni.

Pubblicato su Libero

Le affinità a sorpresa di D’Alema e Veltroni sul fronte del no

Anche Walter Veltroni – tu quoque- ha dunque deciso di votare no alla riforma costituzionale della magistratura nel referendum del 22 marzo.  Lo ha annunciato a Repubblica alla fine di un’intervista spiegando a Stefano Cappellini:  “Quando si cambiano sette articoli della Costituzione non si può uscire dal Consiglio dei ministri dicendo che il testo è blindato. La Costituzione si cambia insieme, dialogando. Siccome in questa scelta e nella campagna elettorale -ha detto- si vede un’ispirazione di tipo più autocratico che democratico, io voterò no”.

       E’ un po’ lo stesso discorso, o ragionamento, fatto di recente da Massimo D’Alema – col quale Veltroni si è trovato spesso in dissenso quando praticava la politica a tempi pieno o totalizzante- all’assorto Corrado Augias nella torre televisiva di Babele, su la 7. Un discorso o ragionamento da anni piuttosto lontani -Sessanta del secolo scorso- dell’”arco costituzionale” steso nella Dc da Ciriaco De Mita per chiudere la porta alla destra missina e socchiuderla al Pci pur arroccatosi nell’opposizione al centro-sinistra, ancora col trattino. Un arco oggi un po’ d’antiquariato perché tutti, ma proprio tutti i partiti che si intestarono la Costituzione finalmente repubblicana sono morti. Alcuni nemmeno di morte naturale, se pensiamo a quelli suicidatisi nella pratica del finanziamento illegale o decapitati dalla magistratura della stagione delle “mani pulite”.

       A parte tuttavia l’antiquariato dell’arco costituzionale di De Mita, la sinistra referendaria del no alla riforma costituziomale della magistratura. a carriere separate fra giudici e pubblici ministri e tutto il resto, è coerente solo con l’errore commesso da Veltroni  nel 2008 come primo segretario del Pd, fondato l’anno prima. L’errore, in particolare, di preferire Antonio Di Pietro a Marco Pannella nell’apparentamento elettorale. Il Di Pietro oggi autocritico e  favorevole alla riforma della magistratura  ma allora in politica col credito guadagnatosi come sostituto procuratore simbolo delle già ricordate “mani pulite”, che faceva “sognare” le folle   per le manette che le sue indagini procuravano ai politici non disposti a sottrarvisi confessando anche più di quanto non avessero fatto coi loro corruttori.

       Quella decisione di Veltroni di apparentarsi elettoralmente, ripeto, più col Di Pietro ancora giustizialista che con Pannella precluse al Pd i voti di cui aveva bisogno per diventare davvero maggioritario, come il segretario voleva. Voti fra i quali, per quel poco che valeva e vale, anche il mio. Voti che la sinistra probabilmente continuerà  a mancare col no referendario condiviso da Veltroni. Che pure avrei personalmente trovato in migliori condizioni con i tanti compagni o ex compagni schieratisi sul fronte del sì: dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera all’ex ministro Cesare Salvi e a Claudio Petruccioli. Dei sì che non so quanto potranno resistere, e rimanere nel Pd, se dovesse vincere il fronte del no col conseguente rafforzamento dei vincoli fra la sinistra e la magistratura associata, diversa da quella più vasta che difende la sua autonomia e differenza dalle correnti pseudo-sindacali.

Pubblicato sul Dubbio

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