I morti manipolati nella campagna referendaria del no

       Peggiore dello scempio di cadavere, punito dall’articolo 410 del codice penale con una pena da uno a tre anni di carcere, è lo scempio di memoria, che si commette purtroppo senza rischiare nulla se non la faccia, non essendo stato codicizzato, diciamo così.

       Se n’è fatto uso nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura prima contro il compianto Giovanni Falcone e poi contro il compianto, pure lui, Giuliano Vassalli.

       Di Falcone ha abusato il capo della Procura della Repubblica Nicola Gratteri attribuendogli in una diretta televisiva la contrarietà alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, segnalatagli con un messaggino telefonico  da un amico, presumo, che disponeva del suo numero. E che ha avuto il merito, fra l’altro, di sfatare ulteriormente la leggenda di Gratteri inquisitore già compromessa da tanti esiti delle sue retate, specie in terra calabrese, dove ha lavorato prima di arrivare a Napoli. Retate persesi per strada, nei processi, un bel po’ di sventurati, neppure tutti poi risarciti.

       Eppure, anche dopo quell’infortunio, a dir poco, viste le prove poi sopraggiunte di Falcone favorevole alla separazione delle carriere, Gratteri ha continuato e continua la sua campagna del no. Che, se dovesse vincere, chissà dove farà salire Gratteri, riparando anche al torto fattogli dal compianto Giorgio Napolitano negandone la nomina a ministro della Giustizia propostagli da Matteo Renzi.

       Di Vassalli, praticamente autore della riforma del processo penale, da inquisitorio ad accusatorio, ha abusato l’avvocato, anzi avvocatissimo Franco Coppi parlandone quasi come un allievo in un convegno del no organizzato in Campidoglio, fra gli altri, da Giuseppe Conte e Marco Travaglio. Ma ne ha abusato, contestandone il giudizio favorevole alla separazione delle carriere, o dubitandone, anche  Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il mio carissimo amico e collega ucciso sotto casa da terroristi aspiranti ad essere arruolati dalle brigate rosse. Che non gli perdonavano di avere capito bene il terrorismo e di non considerarlo invincibile scrivendone sul Corriere della Sera.

       Giustizia per Vassalli è stata fatta pubblicamente dal giornalista inglese Torquil Dick Erickson, 81 anni, che ha recuperato un articolo scritto nel 1987 per il Financial Times, dopo un incontro con Vassalli presidente della Commissione Giustizia del Senato, e appunti e registrazioni da cui risulta che ancora prima di varare la sua riforma del processo penale il giurista prevedeva l’impossibilità di portarla a buon termine per il troppo potere di cui disponevano già allora i magistrati. I quali avevano reso quella del Parlamento una “sovranità limitata” come quella dei paesi di cui disponeva allora Breznev nell’est europeo.

       Capito, signori del no, a 18 giorni dal referendum? Brezneviani a loro più o meno insaputa.   

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