Con tutto quello che c’era da stampare, fra cronache di guerra, finalissima canora di Sanremo e campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura, era finita ieri sul Corriere della in fondo alla 21.ma pagina, con un titolo a una colonna come per le minori, la notizia della conferma a presunta stragrande maggioranza, da parte dei militanti delle 5 Stelle, dei sei vice presidenti dell’omonimo movimento selezionati e nominati da Giuseppe Conte. Sono Paola Taverna, vicaria, Michele Gubitosa, Mario Turco, Stefano Patuanelli e Vittoria Baldino, nell’ordine non alfabetico voluto anch’esso dall’onnipotente presidente.
Ma la stragrande maggioranza raccolta dai sei, e dallo stesso Conte, dei 20.685 votanti, dei quali solo 1246 contrari, compresi i 3 che hanno votato deliberatamente a vuoto vanificando la validità del pronunciamento, è una balla clamorosa. I quasi 22 mila votanti hanno rappresentato solo il 21,3 per cento dell’affluenza al voto, cui si sono sottratti 82.296 aventi diritto.
Eppure da quelle parti, come anche dalle attigue del fantomatico campo largo dell’alternativa al centrodestra, di cui Conte contende alla segretaria del Pd Elly Schlein chiavi e quant’altro, stanno sempre lì a contestare la scarsa rappresentatività della premier, e del suo governo, per via di un’affluenza alle urne di poco superiore al 60 per cento nel rinnovo delle Camere del 2022.. Ce ne vuole, di coraggio, cioè di sfrontatezza, per avventurarsi in queste polemiche.
Fra tutti i partiti della improbabile alternativa, per quanto ambizioso nei propositi e nei progetti del suo presidente, che si considera ancora scalzato da Palazzo Chigi con un colpo di palazzo, se non di Stato, il Movimento 5 Stelle è quello -penso- messo peggio nel rapporto con la sua presunta militanza. E col suo elettorato più che dimezzato rispetto ai tempi più fantasiosi e pur caotici, credo, di Beppe Grillo. Più che dimezzato, esso forse è anche fra i più divisi nell’area del no referendario sulla riforma costituzionale della magistratura: più diviso ancora dell’elettorato del Pd, dove pure c’è una parte favorevole venuta alla luce e composta da esponenti di rilievo. Ho la sensazione, maturata anche leggendo qualche cronaca o retroscena del movimento, che sotto le 5 stelle, o le loro polveri, prevarrà l’astensionismo nel referendum ormai vicino come nelle votazioni fra i militanti per la conferma dei vertici. Un astensionismo referendario clamorosamente a dispetto del no propagandato dai magistrati di grido, diciamo così, arruolati nelle liste delle ultime elezioni da Conte come Federico Cafiero de Raho e Roberto Scarpinato. Che rimarranno così ancora più delusi della loro esperienza politica, dopo i guai che vivono nella commissione parlamentare antimafia, di cui de Raho è addirittura vice presidente coinvolto da una relazione sui dossieraggi eseguiti nella omonima procura nazionale
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