La Meloni interviene nella campagna referendaria in soccorso, ma vero, dei magistrati

       A 21 giorni dal voto sulla riforma costituzionale della magistratura la campagna referendaria è stata un pò sommersa, fra paura e allegria, dalle cronache della guerra in Medio Oriente, con l’attacco di americani e israeliani all’Iran, di cui è stato abbattuto il despota fanatico Khamenei, e quelle del festival canoro di Sanremo finalmente conclusosi, col relativo sequestro dei palinsesti televisivi della Rai.

Ma, per quanto sommersa da altri e opposti avvenimenti, la campagna referendaria ha segnato un intervento della premier in persona Giorgia Meloni. Che ha così accolto le sollecitazioni giuntele dall’interno della maggioranza e del governo a impegnarsi di più sul fronte del sì minacciato di sorpasso dal fronte del no.

       “Sarebbe un peccato- ha detto la presidente del Consiglio a Bloomberg-se non vincessero i si. Ma invece penso che accadrà”. Cioè che a vincere saranno i sì. A vantaggio non tanto del governo-  che ha promosso la riforma anche per riequilibrare i rapporti fra giustizia e politica -perché no?- alterati “bruscamente”  da una trentima d’anni con tanto di certificazione, a suo tempo, del presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura Giorgio Napolitano- quanto degli stessi magistrati. “Vogliano un sistema della giustizia  -ha spiegato la Meloni- nel quale quando un giudice vale non ha bisogno di andare a chiedere il permesso alla corrente per fare carriera”.  Se ne ha una di appartenenza, fra quelle che alimentano l’associazione nazionale dei magistrati e condizionano il Consiglio Superiore. Sennò, quel giudice si appende al classico tram.

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