Monti infila il ciuffo di Trump nel referendum sui magistrati in Italia

Se non è, o non ancora, un altro no referendario a sorpresa alla riforma costituzionale della magistratura, poco è mancato e manca a quello del senatore a vita, ex presidente del Consiglio, ex professore, ex commissario europeo Mario Monti alla fine di un lungo editoriale anti-trumpiano del Corriere della Sera. Incitante non a caso la premier italiana a “prendere le distanze da Trump”, più di quanto non abbia già fatto lamentandone pubblicamente gli “errori”.

       Che c’entra Trump con la riforma della magistratura italiana? C’entra, c’entra anche secondo Monti, come qualche settimana fa secondo Goffredo Bettini, il guru del Pd. Passato dal sì ispiratogli dal ricordo del padre avvocato di cultura e militanza repubblicana, del Pri del mitico Ugo La Malfa, al no per via dei troppi poteri che la riforma, se confermata col voto popolare, darebbe alla Meloni.

       Il collegamento con Trump, il trumpismo e altro è nel passaggio conclusivo dell’editoriale di Monti, che riprendo interamente per la sua trasparenza, chiamiamola così, che è pur sempre un fattore positivo, anche quando si dissente dal merito del ragionamento. Esso ha quanto meno il pregio, appunto, di essere chiaro, non avvolto in allusioni e simili.

       “Si prenda la riforma della giustizia”, ha scritto Monti amplificandone la portata, visto che si  tratta di una riforma solo della magistratura, come precisato da gente di mestiere, diciamo così’, come l’ex sostituto procuratore Antonio Di Pietro. “Sul referendum -ha raccontato il senatore a vita- io sono indeciso, vedo luci e ombre. Ma se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria. Meglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”.  Se non lo si vuole chiamare fascismo, come fanno attaccando Meloni gli avversari di lunga data. Dai quali Monti ancora l’anno scorso, come ha ricordato lui stesso, aveva voluto distanziarsi, dissociarsi e quant’altro riconoscendo alla Meloni il merito di essersi offerta come ponte fra l’appena rieletto presidente americano e l’Europa.

       Trump evidentemente deve essere peggiorato, ormai passato dal ciuffo all’orbace. E la Meloni con lui facendo crollare anche il ponte. Un’analisi, temo personalmente, più da zuffa politica quotidiana, mescolando politica estera e interna, che da laticlavio.

Pubblicato sul Dubbio

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