Il rifiuto opposto dal tribunale regionale amministrativo del Lazio al ricorso contro la data fissata del 22 marzo per il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura è un po’ una grazia giudiziaria al governo nei tempi che corrono. Quando i magistrati fanno più penare che altro il governo, appunto, con applicazioni e interpretazioni delle leggi difformi dalle aspettative di chi quelle stesse leggi è appena riuscito a fare approvare dal Parlamento. O di quelle decisioni adottate secondo le procedure di legge stabilendo la data di un rferendum.
Questa volta a soccombere sono stati i ricorrenti, mossisi contro la data del 22, e 23, marzo perché convinti, al di là delle loro argomentazioni tecniche e giuridiche, che una campagna referendaria più lunga avrebbe potuto favorire il no, partito nei sondaggi molto più indietro del sì. Ma non è per niente detto che, perdendo il ricorso, i promotori siano stati svantaggiati. La campagna del no, nelle more del ricorso, si è infilata in una serie di autoreti, dividendo anche i dirigenti dell’associazione nazionale dei magistrati contrari alla riforma, da poter far credere che più tempo avrebbe potuto favorire più ancora il sì che no.
L’ultima, quella di infilare nella campagna referendaria del no anche il ciuffo, diciamo così, del presidente americano Donald Trump, come ha fatto il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti demonizzando a modo suo le “affinità” di cuore e di mente tra lo stesso Trump e la premier italiana Giorgia Meloni; l’ultima, dicevo, della campagna referendaria del no è stata, a dir poco, un regalo di logica e di emozioni ai sostenitori della riforma. Che ora possono accusare a ragione i sostenitori del no di strumentalizzare addirittura la politica estera a fini di politica interna e campagna elettorale.
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