Della riforma costituzionale della magistratura appesa al referendum del 22 marzo, salvo qualche rinvio giudiziario, chiamiamolo così, il buon Goffredo Bettini, guru o quant’altro del Partito Democratico, continua a condividere il contenuto. Non foss’altro per ragioni familiari, avendo avuto la fortuna di avere come padre un avvocato, anche di un certo nome e prestigio, consapevole per mestiere della sproporzione nei rapporti di forza in tribunale fra l’imputato e i magistrati che si occupano di lui. Quello che Bettini ora contesta o non condivide più, o ha sottovalutato scrivendone nei mesi scorsi, prima del ripensamento annunciato sull’Unità di qualche giorno fa, è la paternità istituzionale della riforma. Il fatto cioè che a promuoverlae a portarla all’approvazione del Parlamento, sia stato un governo di centrodestra, per giunta presieduto dalla leader della destra Giorgia Meloni, non del centro.
Eh, questo poi il governo non doveva farlo né a Bettini né, più in generale, agli italiani. L’opposizione prevale sul merito del problema, o del quesito referendario. Che non potrà essere quello sventolato dall’associazione nazionale dei magistrati, fra le proteste di gente del mestiere come Antonio Di Pietro, a favore del no a giudici sottomessi alla politica. Questo può essere, al massimo, un timore, una paura, un’opinione, non un fatto.
Fra un problema di contenuto e un problema di schieramento, come li distingueva ai suoi tempi con ostinazione la buonanima di Ugo La Malfa, peraltro amico di suo padre, Bettini ha scelto il secondo. Che comporta il no alla riforma, spero almeno sofferto, non entusiastico. Magari una testimonianza di identità politica nel caso in cui dovesse confermarsi la prevalenza netta del sì sul no emersa dai sondaggi. E talmente avvertita fra gli stessi magistrati, nella loro medesima associazione, che dietro, anzi alle spalle della campagna del no ora supportata anche da Bettini, i più avveduti fra loro già si predispongono a trattare col governo sui decreti di attuazione della riforma. In materia, per esempio, di sorteggio nella composizione dei due Consigli superiori della magistratura che deriveranno, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri, o di Alta Corte di disciplina destinata ad occuparsi dei magistrati senza più dipenderne con i meccanismi diretti o indiretti delle loro correnti, e sottocorrenti. E’ un’altra novità, forse la più sgradita o temuta dagli interessati: più della separazione delle carriere cui molti ancora intestano la riforma.
Pubblicato sul Dubbio
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