Non per la sua età perché 73 anni, per quanto compiuti già a novembre, non sono molti nei nostri tempi, ma per la sua stazza, fra altezza e peso, deve avere procurato una certa fatica arretrare, come del resto anche avanzare, a Goffredo Bettini. Eppure la retromarcia il brav’uomo l’ha fatta sulla strada del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. Chiamiamola solo così, come fa Antonio Di Pietro che ha frequentato i tribunali da pubblico ministero, imputato e avvocato. Gli è mancato di fare solo il giudice, pur chiamato così ai suoi tempi dai giornalisti che chiamano giudici anche i pubblici ministeri, e l’usciere.
Mentre la riforma si discuteva ancora in Parlamento, ma era ormai scontata la sua approvazione con la coda referendaria di quando la maggioranza delle Camere non è stata abbastanza larga per evitarla, Bettini annunciò il suo favore per ragioni, diciamo così, familiari. Il padre era stato un avvocato, anche di grido e di peso politico, avvolto nell’edera del partito repubblicano di Ugo La Malfa e Oronzo Reale, e gli aveva bene inculcato una certa prudenza, diffidenza e simili di fronte alla soverchiante disparità di forze, in un processo, fra magistrati e imputato. O anche imputati quando sono di più e appaiono più agguerriti nel recinto loro destinato.
Non vi dico la delusione che Bettini con la sua scelta del sì procurò non tanto alla segretaria del suo partito Elly Schlein quanto al comune amico, chiamiamolo così, con tutte le imprecisioni della cronaca politica, Giuseppe Conte. Che Bettini si vanta, ingrassando vieppiù, di avere spinto con pazienza e astuzia verso la postazione di un “progressista”, per quanto “indipendente”, come precisa sempre l’ex premier. Indipendente anche da se stesso. Ma talmente sicuro del fatto suo da credere di potere tornare a Palazzo Chigi, dove ha lasciato il cuore, anche senza vincere o contribuire a far vincere la sinistra.
Ora comunque la delusione di Conte per il sì referendario dell’amico, consigliere, affabulatore è superata. Bettini ci ha ripensato, annunciandolo sulla insospettabile Unità di Piero Sansonetti in un articolo disteso sotto la prima pagina. Dove Indro Montanelli sistemava sul suo Giornale quelli che definiva gli “editoriali di sotto”, appunto, magari trasformandoli in lettere quando non li condivideva del tutto.
Ebbene Bettini, manovrando indietro, ha spiegato che, pur continuando, per carità di Dio o altro, a preferire le carriere separate fra giudici e pubblici ministeri, come avrebbe già voluto ai suoi tempi il padre, farà la crocetta sul no al referendum per non fare intestare la vittoria del sì a Giorgia Meloni e al suo governo.
Ben tornato a casa, avranno detto in tanti di Bettini leggendolo direttamente o per cronaca interposta. Il poveretto -diciamo così a dispetto delle sue dimensioni fisiche- si è risparmiato così anche l’espulsione dal Pd di tutti i sostenitori del sì referendario raccomandata, anzi pretesa dal professore Tomaso Montanari, rivolto alla Schlein dai salotti televisivi dove troneggia, per restituire l’onore al Nazareno.
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