La segretaria Elly Schlein ha un bel ripetere, ogni volta che qualche microfono o telecamera gliene dà l’occasione, il no del Pd alla riforma costituzionale della magistratura, più che della giustizia, sotto procedura referendaria. E’ un no contraddetto, smentito, delegittimato, come si preferisce, da esponenti del suo partito alquanto autorevoli che diffondono interviste, dichiarazioni e incontri, come quello appena svoltosi a Firenze, per annunciare il loro sì. Più coerente, peraltro, del no della Schlein alla cronaca e alla storia del Pd e versioni precedenti.
Il più illustre, e alto in grado sul piano istituzionale perché presidente emerito della Corte Costituzionale è Augusto Barbera. Il più significativo, diciamo così, sul piano politico è il quasi onnipresente Goffredo Bettini perché si tratta del più convinto, generoso, paziente sostenitore dell’alleanza con le 5 Stelle di Giuseppe Conte sulla strada dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni. Sono le stesse stelle del medesimo Conte nel cui inseguimento la Schlein ha schierato il Pd sul fronte referendario del no, anche a costo di contraddirne il passato e metà nomenclatura.
Il cosiddetto cerchio magico della segreteria piddina, di cui il più loquace è il capogruppo al Senato Francesco Boccia, che ne sembra il corazziere senza divisa nelle foto e nelle riprese televisive, accarezza la prospettiva della vittoria referendaria del no per godersi l’indebolimento, se non addirittura la caduta del governo, che dovrebbe o poterne seguire, nonostante la Meloni abbia già avvertito che non si sentirebbe per niente obbligata a fermarsi, rallentare o dimettersi per un successo del no. Piuttosto, ci sarebbe da interrogarsi sugli effetti possibili di una vittoria referendaria del sì sulla segretaria del Pd. Che potrebbe esserne chiamata a rispondere, non penso facendola franca come l’anno scorso col fallimento del referendum abrogativo del jobs act, dei tempi del governo di Matteo Renzi, contestato dalla Cgil di Maurizio Landini.
Non aiuta la Schlein e dintorni neppure la smentita apparentemente a lei favorevole opposta dal presidente della Repubblica al sì attribuitogli dall’ex senatore forzista Andrea Cangini. In e con questa smentita il Capo dello Stato ha sottolineato con forza il ruolo neutrale, fra il sì e il no, che gli impone il suo ruolo. Insomma il suo è stato un no al si non traducibile in un sì al no. Non siamo mica ai tempi quirinalizi del compianto Oscar Luigi Scalfaro, che accorreva deferente alle assemblee più o meno congressuali dell’associazione nazionale dei magistrati assicurando i suoi peraltro ex colleghi che mai e poi mai avrebbe controfirmato una legge che ne separasse le carriere.
Sveglia, ragazzi, signore e signori del no, in toga e senza, molt’acqua è passata da allora sotto i ponti della giustizia, ma anche della politica, entrambe ad un minuscolo prudenziale. Che potrebbe tornare al maiuscolo proprio se dal referendum appena fissato per il 22 e il 23 marzo uscisse confermata la riforma in attesa di giudizio popolare.
Pubblicato sul Dubbio
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