Cronache…di guerra dalla prima linea del fronte antimeloniano

         Basta. Vi prometto, doverosamente al futuro, che non tornerò più sulla conferenza stampa d’inizio d’anno di Giorgia Meloni dopo questa cronaca di guerra, diciamo così, che contesto al solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che ha contato, scoperto, denunciato, deriso e quant’altro otto inviati “embedded” al seguito della Meloni in quella specie di guerra, appunto, che sarebbe stata la conferenza stampa della premier: contro la democrazia, la verità, i magistrati. Otto su quaranta che, per quanto fortunatamente in minoranza, avrebbero ricambiato la protezione della premier, diciamo così, facendole domande di comodo, funzionali al suo racconto del governo, del Paese, del mondo. Otto giornalisti di cui sono stati fatti i nomi, e quelli delle testate.

       Magari, proprio a qualcuno di questi otto “embedded” è capitato di fare autorete dando alla Meloni l’occasione di quelle “due sole condivisibili” riferite da Travaglio in persona, in un editoriale di commento, “tra decine di frasi inaccettabili e omissioni indecenti”.

Sarebbero, quelle due sole cose condivise dall’esigentissimo e attentissimo direttore del Fatto, il rifiuto di mandare truppe italiane in Ucraina e la necessità riconosciuta di trattare la pace con Putin “dopo quattro anni e centinaia di migliaia di morti”, forse anche milioni direi. Ai quali comunque si potrebbe arrivare con quelli che proprio Putin contribuisce a far salire ogni giorno dalla sua parte e dall’altra sottraendosi ad una trattativa vera, non alle sole condizioni di cosiddetta pace da lui concordate più o meno dietro le quinte col presidente americano Donald Trump.

       Per queste trattative che sarebbero state finalmente ritenute necessarie dalla premier Travaglio ha omesso di riferire la figura proposta di un “inviato dell’Unione europea”, che sappia, voglia e possa rappresentarla tutta, non potendo essere evidentemente la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, liquidata sullo stesso Fatto dal sempre presente, vigilante e stimolante Goffredo Bettini come troppo guerrafondaia per rappresentare l’Europa.

       Travaglio non si è addentrato nell’argomento dell’inviato, negoziatore e quant’altro forse perché, leggendo soprattutto gli altri giornali da lui considerati troppo meloniani, ha avuto il sospetto che la premier pensi di proporre e riesca a far passare un altro italiano molto indigesto al Fatto e dintorni, specie pentastellari: il predecessore della stessa Meloni a Palazzo Chigi e già presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi.  Una sciagura forse non per gli ucraini, non per i russi, neppure per il Trump dei giorni pari o dispari, ma sicuramente per i costanti, fermissimi umori, anzi malumori -e dintorni anche stavolta- di Travaglio.

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