Da garantista dovrei compiacermi delle difficoltà, dello sconcerto, dello spiazzamento in cui si sono trovati in questi giorni fior di giustizialisti occupandosi della vicenda giudiziaria del procuratore ancora aggiunto dell’Antimafia Michele Prestipino e dell’ex capo della Polizia e altro Gianni De Gennaro.
Quest’ultimo, intercettato per fatti risalenti al 1992, e al depistaggio subìto dalle indagini sulla strage che era costata la vita a Paolo Borsellino e alla scorta, ha funzionato da microspia in una conversazione avuta il primo aprile scorso in un ristorante di Roma, accompagnato da un consulente, con Prestipino, appunto. Che conduceva e coordinava indagini, sottrattegli ora dal superiore Giovanni Melillo, sui possibili intrecci fra la malavita organizzata e la realizzazione del progetto del ponte sullo stretto di Messina. Di cui De Gennaro si occupa come presidente del consorzio istituito per la realizzazione dell’opera.
La storia di entrambi, che hanno a lungo combattuto in ruoli diversi la mafia, non ha loro risparmiato l’amarezza, chiamiamola così, di incorrere nel sospetto -esplicito per Prestipino, raggiunto da un avviso di garanzia, e implicito per De Gennaro- di comportamenti penalmente rilevanti. De Gennaro, si presume, avendo interesse ad avere notizie utili a cautelare la realizzazione del ponte dalle intromissioni affaristiche della malavita organizzata. Prestipino condividendo forse le preoccupazioni dell’amico e cercando di aiutarlo anche in questo suo nuovo compito. E sottovalutando il rischio della rivelazione di segreto d’ufficio con aggravante mafiosa contestatagli dalla Procura di Caltanisetta perché titolare dell’indagine per la quale è ancora intercettato De Gennaro.
La competenza dell’affare giudiziario, subito avvertito come malaffare, che sarebbe stato quel pranzo di lavoro, di amicizia e quant’altro è già stata riconosciuta a Roma, ma l’errore del primo passo falso resta, a mio avviso, indicativo di come in Italia si gestisca e amministri la giustizia, per quanto in un sistema, per carità e per fortuna, di garanzie.
Da garantista, dicevo a proposito delle garanzie, dovrei sorridere divertito dello choc avvertito da giornali abituati a privilegiare il sospetto agli argomenti della difesa. E persino a criticare, come ho letto, la decisione di Prestipino di farsi assistere adesso dall’avvocato del maggiore, o fra i maggiori imputati di quel processo chiamato “Mafia capitale” in cui egli aveva sostenuto il ruolo di accusatore. Non vi è cosa, personalmente, più rivoltante di vedere identificato l’avvocato col suo imputato di turno.
Per quanto tuttavia tentato da un compiacimento ritorsivo, spero nella mia ingenuità ormai senile che i giustizialisti sappiano finalmente cogliere l’occasione per un esame di coscienza. E per un contributo, pur tardivo, alla restituzione della cronaca giudiziaria a quella che per altri versi è stata definita in questi giorni “la sobrietà”.
Pubblicato sul Dubbio
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