Le fughe nominalistiche dai problemi drammatici della politica

Dal Dubbio

Ci sono parole non magiche, come le definiva la buonanima di Amintore Fanfani irridendo ai benefici effetti che venivano ad esse attribuite dagli ottimisti, ma tragiche. Che fanno paura al solo pronunciarle, come la morte, il cancro, pur con tutti i progressi compiuti nel combatterlo, la guerra e il riarmo. Con cui la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha voluto impavidamente titolare il piano portato al Consiglio europeo per mettere maggiormente in sicurezza il nostro vecchio continente. E ciò nello scenario internazionale che va creandosi attorno alle sfide, provocazioni e quant’altro del presidente americano Donald Trump, pur all’ombra della pace da ristabilire in Ucraina con le buone o le cattive.

Anche alla premier italiana Giorgia Meloni, pur avendo contribuito ad approvare il piano a Bruxelles, quel “riarmo” messo nel titolo è piaciuto poco, o per niente. E lo ha detto quasi per scusarsene, forse agli occhi o alle orecchie del suo vice presidente leghista del Consiglio a Roma, Matteo Salvini. Che ormai quando si occupa di politica estera, sconfinando dalle competenze assegnategli dalla presidente del Consiglio, finisce per trovarsi, o ritrovarsi con Giuseppe Conte, di cui pure è stato vice fra il 2018 e il 2019, e con la segretaria del Pd Elly Schlein.

Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni

Bisogna tuttavia stare attenti, secondo me, ad avere troppa paura della realtà, sino ad esorcizzarla con questioni nominalistiche. Sulla cui strada si rischia di imitare o di confondersi con l’inimmaginabile. Per esempio, essendo in gioco la partita della pace in Ucraina, con quell’ineffabile Putin che più di tre anni fa, progettando e infine ordinando una guerra lampo che pensava di concludere in tre giorni uccidendo o facendo scappare Zelensky da Kiev, la chiamò “operazione speciale”. E fece una legge, in quattro e quattr’otto, per mandare in galera dissidenti, cronisti e congiunti dei militari partiti per il fronte che chiamavano quella “operazione”, ripeto, col nome più pertinente di guerra.

Vorrei andare un po’ più indietro negli anni per ricordare quella mattina del 1980, o poco più avanti, in cui alla Camera  in cui Giancarlo Pajetta mi rispose beffardo  quando gli feci notare che i cortei di sinistra contro i missili che dovevano essere installati a Comiso per contrastare gli SS 20 installati nel blocco sovietico contro le capitali dell’Europa occidentale contrastavano con l’accettazione della Nato da parte del Pci all’epoca della “solidarietà nazionale”. Quando Enrico Berlinguer si spinse a sentirsi “più sicuro sotto l’ombrello della Nato”, appunto, nella sua politica di autonomia da Mosca.

Giancarlo Pajetta

Pajetta nella rudezza che lo contraddistingueva nello stesso Pci e fuori mi squadrò e disse, anzi chiese: “Ma come si fa ad aspettarsi il nostro silenzio, la nostra accondiscendenza di fronte al dichiarato riarmo missilistico della Nato ?”. Che doveva pertanto rimanere un ombrello bucato o bloccato. E che, invece, adeguatamente attrezzato, causò il collasso del comunismo senza bisogno di far partire un solo missile dalla base italiana di Comiso, o altrove.

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