Quelle scale sul vuoto dove è rimasto in cima l’elevato Beppe Grillo

         C’è un po’ di sadismo, diciamo la verità, in quella postura scelta da Beppe Grillo elevandosi alla sommità di una lunga scala sul vuoto col pretesto di riproporsi come in un Truman Show dei nostri tempi, per sbeffeggiare la festa di Giuseppe Conte. Che, per quanto abbia vinto anche il bis delle votazioni digitali imposto dallo stesso Grillo al MoVimento 5 Stelle dopo essere stato defenestrato nel primo turno dalla funzione di garante e quant’altro, resta in fondo a quelle scale. Lo aspetta un percorso assai accidentato, giudiziario e politico, in cui sono in gioco simbolo, nome ma soprattutto voti di un movimento cresciuto troppo in fretta, del resto, per risultare davvero solido. Peraltro in un contesto di tale e tanta disaffezione che il primo partito italiano è ormai quello degli astenuti.

         Va bene che è finito il tempo delle ideologie, fra crolli di muri reali e metaforici e  ritirate spontanee, se non suicidi, come fu quello dalla Dc sciolta dall’ultimo segretario Mino Martinazzoli con un telegramma che gli rimproverò persino Umberto Bossi pur ereditando al Nord buona parte del suo elettorato. Va bene che nell’entusiasmo della sorpresa della sua vittoria elettorale, nel 1994, la buonanima di Silvio Berlusconi distorse sul piano personalistico il sistema più di quanto non avessero fatto i magistrati delle cosiddette “Mani pulite” poi occupatisi anche di lui, ma si è forse un pò esagerato col pragmatismo, con la fantasia, con l’improvvisazione. E non solo in Italia, va detto on tutta onestà.  

Da ItaliaOggi del 5 dicembre

         Nel proporsi di “voltare pagina” con ciò che gli è rimasto in mano del movimento fondato da Grillo, sperando di non arrivare all’ultima perfidamente attribuitagli qualche giorno fa da una vignetta di ItaliaOggi stampata con la parola “fine”, Giuseppe Conte ha fatto una promessa forse troppo impegnativa non solo e non tanto per le sue capacità camaleontistiche, già rimproverategli da molti analisti non compiacenti, quanto per i modelli da lui stesso indicati.     

Giuseppe Conte

         “Non scimmiotteremo mai -ha detto testualmente Conte- gli altri partiti. Non saremo mai come gli altri partiti. Non risolveremo mai la nostra questione territoriale accogliendo i signori delle tessere, che spostano voti da una lista all’altra. Noi non saremo mai quella roba lì”, che già Grillo gli ha attribuito. “Porteremo avanti l’etica pubblica, contrastando questo sistema dei signori delle tessere e la degenerazione partitica, quella di cui parlava Berlinguer”, ha concluso l’ex presidente del Consiglio. Che aveva 20 anni quando morì il segretario del Pci avvoltosi nella cosiddetta questione morale, sfuggendo a tutte le formule politiche che lui stesso aveva inventato e in qualche modo imposto, compreso il famoso “compromesso storico” col partito elettoralmente antagonista che era la Dc. Se è a quell’Enrico Berlinguer che Conte si è fermato, o intende tornare, la scalinata in fondo alla quale lo ha messo Grillo sarà dura da percorrere.     

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Assad, il siriano, ruba la scena a Beppe Grillo nella (ri)caduta…..

Immagini da Damasco

         Quel diavolo di Bashar al Assad fuggendo a Mosca proprio nella giornata dell’Immacolata Concezione, per salvare almeno la pelle nella rivolta che lo ha travolto in Siria, è riuscito a offuscare sulle prime pagine dei giornali italiani la festa di Giuseppe Conte per la  (ri)decapitazione pur metaforica di Beppe Grillo. Che ha perduto anche il secondo turno delle votazioni digitali nel movimento da lui fondato a suo tempo. E peggio ancora del primo turno di due settimane fa. Ai funghi, proposti da Grillo per gite alternative alle votazioni, gli iscritti hanno preferito Conte.

Giuseppe Conte

         Soddisfatto dell’”onda dirompente”, come l’ha chiamata lui stesso, che l’ha salvato e consolidato alla guida di quel che è rimasto elettoralmente del MoVimento 5 Stelle, l’ex premier ha ora come inconveniente maggiore non tanto l’inseguimento del Pd sulla strada dell’opposizione, per essere il più duro e puro, il “progressista” più “indipendente” nelle spallate quotidiane al governo Meloni,  quanto il ritorno alla sua professione o esperienza di avvocato per non essere travolto dalle cause che per generale previsione lo aspettano. Promosse naturalmente da Grillo, che non intende lasciargli senza combattere quel marchio delle 5 Stelle che da solo pare valga il 3 per cento dei voti. Non sono pochi in una regione, per esempio, come l’Emilia-Romagna dove il mese scorso il movimento ora del tutto contiano è sceso al 3.6 per cento. A livello nazionale, certo, potrebbe andare meglio ma sempre lontanissimo, sideralmente, dal 30 per cento del 2018.

         Dai giornali che hanno preferito la tragedia di Assad a quella di Grillo, o la festa del rivoltoso siriano Abu Muhammad al Jani a quella di Conte, ha voluto distinguersi Il Fatto Quotidiano. Che ha preferito per la sua copertina, diciamo così, un Grillo mestamente di spalle fotomontato sotto un titolo sull’Elevato che “scende dalle stelle”, sullo sfondo di un rosso natalizio.

Meloni e Trump a Parigi

Sono finiti davvero i tempi in cui il direttore di quel giornale andava a divertirsi agli spettacoli comici di Grillo, non so se più da spettatore pagante o da invitato, per darsi la carica anche come cronista e analista della rivoluzione pentastellare. Premono ora altri problemi da quelle parti di elettorato o opinione pubblica, come si dice con troppa generosità forse. Preme soprattutto il problema di difendere Conte nella postazione dove Marco Travaglio lo aveva collocato di “migliore presidente del Consiglio d’Italia dopo Cavour” -sì, proprio lui, il primo e mitico Camillo Benso conte, al minuscolo, di Cavour- e di lasciargli ancora sperare in un ritorno a Palazzo Chigi, pur nelle difficoltà personali, politiche ed elettorali che si è procurate. E che Giorgia Meloni, reduce dal suo incontro parigino con Trump, non ha nessuna intenzione di alleviargli, neppure per fare un piacere alla segretaria del Pd Schlein. Cui Travaglio l’accoppia più o meno perfidamente nelle sue finissime analisi politiche sul piano della politica estera e persino interna.     

Il dramma quasi a lieto fine, per ora, di Giuliano Urbani

Silvio Berlusconi

In attesa di tornare alla cronaca politica a tutto tondo, diciamo così, apprendendo e commentando i risultati delle nuove votazioni digitali imposte da Beppe Grillo al Movimento 5 Stelle, pur da lui considerato ormai estinto, mi concedo la divagazione di una cronaca parapolitica minore. Che è quella del ridimensionamento della drammatica rappresentazione di se stesso fatta di recente dall’ex parlamentare, ex ministro e quasi inventore, forse ancor prima di Silvio Berlusconi, di Forza Italia Giuliano Urbani. Che, consegnatosi ad una residenza di anziani a Roma per aspettare, dopo un delicato intervento chirurgico, la morte cui d’altronde siamo tutti destinati, mi aveva procurato molta tristezza, a dir poco. 

Marcello Pera

         Ho avuto nella mia attività professionale occasioni quasi incidentali di incontro con Urbani, anche di carattere conviviale a casa dell’amica comune Margherita Boniver. E l’ho sempre stimato anche per la franchezza, da lui non risparmiata neppure a Berlusconi, dal quale si separò culturalmente e politicamente dopo averlo tanto aiutato, peraltro su suggerimento dell’allora ancor vivo e potente avvocato Gianni Agnelli, nella costruzione di quel fantasioso partito che nel 1994 impedì alla nascente seconda Repubblica di esordire con un governo di Achille Occhetto. Che si era proposto a Palazzo Chigi alla guida di una “gioiosa macchina da guerra” di sinistra, sorpassata appunto da Berlusconi nelle urne fra la sorpresa di tutti, a cominciare da Oscar Luigi Scalfaro. Non a caso messosi rapidamente all’opera al Quirinale per farlo durare il meno possibile, garantendo all’insofferente alleato Umberto Bossi di risparmiargli elezioni immediatamente anticipate in caso di crisi.

Dal Giornale di ieri

         L’impressione di sapere Urbani in una casa di riposo, per quanto mitigata il giorno dopo dal pubblico annuncio del comune amico e senatore Marcello Pera di andarlo presto a trovare, mi ha angosciato fino a quando non ho letto ieri sul Giornale una intervista dell’attrice e seconda moglie dell’interessato, Ida Di Benedetto, sposata qualche anno fa dopo una lunga convivenza. Che gli ha dato amorevolmente del “bugiardo” quasi seriale.

Il marito, per niente da lei abbandonato in una casa di riposo, peraltro “di lusso” in un quartiere pur non lussuoso di Roma come Primavalle, sta non dico benone, ma bene. E non ha perso la sua nota brillantezza, emersa d’altronde anche nell’intervista che ne svelò la nuova residenza. Egli ha già fatto una vacanza con la moglie fuori sede, diciamo così, e un’altra ne farà presto per poi tornare nel suo ricovero assistito a leggere i suoi libri e frequentare i nuovi amici, pur nell’inconveniente di perderne uno ognitanto nell’avvicinamento alla morte, sempre e andreottianamente il più tardi possibile. 

Anche a me, del resto, che vivo ancora a casa e ho solo poco più di un anno e mezzo in meno di Urbani, capita di frequente non dico di vedere ma di apprendere della morte di qualche vecchio amico. Come mi è appena capitato con Paolo Pillitteri.         

Da Notre Dame de Paris a Notre Dame d’Italie….

Trump, Musk e Meloni a Parigi

Dev’esserci stato un intervento per niente sotterraneo o losco dell’amico Elon Musk, pure lui a sorpresa a Parigi alla riapertura della cattedrale riaperta cinque anni dopo l’incendio che la devastò, nell’incontro annunciato fra il presidente americano Donald Trump, non ancora reinsediato alla Casa Bianca, e la premier italiana Giorgia Meloni. Accorsa contro ogni previsione nella Capitale francese, dove era già arrivato per rappresentare l’Italia il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Accolto con i soliti onori e l’altrettanto solita cordialità dal presidente Emanuel Macron, con tanto di fotografia familiare sul sagrato della cattedrale tornata agli antichi splendori, ancora più lucenti con i mezzi inimmaginabii ai tempi della sua prima costruzione.

Macron, Mattarella e familiari sul sagrato di Notre-Dame

         La Meloni continua a dare il meglio di sé, simbolicamente e praticamente, sulla scena internazionale. E lo fa per quanti sforzi compiano i suoi avversari di ingabbiarla e immiserirla nelle vicende interne di una politica interna spiata attraverso il classico buco della serratura, amplificando le divisioni nella maggioranza, irridendo alle “schermaglie” cui la premier le riduce nelle dichiarazioni pubbliche e imbottendo di retroscena prevalentemente immaginari ogni sua scelta o decisione. Compresa la rapida sostituzione nel governo di Raffaele Fitto, promosso alla seconda Commissione europea di Ursula von der Leyen anche come vice presidente, e il collega di partito Tommaso Foti.

Macron e Trump a Parigi

         Nulla, nella leggenda interna della Meloni, pur quasi a metà ormai del suo primo mandato di presidente del Consiglio, può e deve ritenersi ordinario o normale. Tutto deve avere i suoi misteriosi o inquietanti risvolti, la sua doppia, triplice lettura, per non andare anche oltre. Chissà cos’altro l’aspetta nell’immaginario del pettegolezzo, nella demonizzazione delle sue iniziative e dei suoi progetti negli oltre due anni e mezzo che l’attendono a Palazzo Chigi. Non parlo poi di quelli che potrebbero seguire se l’alternativa perseguita dagli avversari continuerà ad essere quella alla quale essi lavorano, divisi e scomposti, nel campo di dimensioni variabili di cui scriviamo ogni giorno come sull’acqua. Ora si sono aggiunte nel sottofondo musicale dello spettacolo le pernacchie e simili di Beppe Grillo, scippato del suo movimento dal mago di Oz, come lui chiama Giuseppe Conte dopo averlo garantito a 300 mila euro l’anno in veste di comunicatore. Un compito i cui risultati hanno prodotto sinora un improvvisato funerale senza bara e senza fiori, con la semplice esposizione di un lussuoso carro funebre a motore.

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Il Censis si arruola fra le opposizioni al governo Meloni

Giuseppe De Rita, padre di Giorgio

         Evoluzione della specie, diciamo così. Dal 92.enne Giuseppe De Rita, mitico ormai per le sue ricerche targate Censis e per la sua formazione culturale sostanzialmente democristiana, che gli permise di conoscere bene l’Italia cresciuta praticamente all’ombra politica di quel partito, pur nell’alternanza delle alleanze da destra a sinistra, al figlio 62.enne Giorgio, ingegnere aeronautico con un lungo currriculum diffuso anche dalla Presidenza del Consiglio, sotto la cui dicitura si trova navigando per internet. De Rita jr ha appena diffuso il 58.mo rapporto annuale col quale il Censis, volente o nolente il suo segretario generale, ha allungato la lista delle opposizioni al governo di Giorgia Meloni. Almeno per la rappresentazione che si è guadagnata sui giornali.

Dalla Notizia

         Ne prendo uno tra i minori, in quanto meno noti, ma tra i più chiaramente schierati col partito di Giuseppe Conte: più ancora del famoso e diffuso Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Si chiama La Notizia. Eccovene il titolo di copertina di oggi: “Un’Italia allo sbando. Redditi in picchiata. Industria in crisi. Licenziamenti a gogo. E Welfare allo stremo”. Tutto alternando rosso e nero su sfondo rosa. E sotto lo sguardo un po’ sgomento della Meloni.  

         Scritto a tre mani, il resoconto della ricerca di Giorgio De Rita viene più dettagliato e attualizzato nel sommario così: “La fotografia del Censis sull’Italia che galleggia è solo l’ultima conferma di un Paese allo sbando, tra crescita ferma e redditi erosi dall’inflazione. E a pagare sono i lavoratori, come dimostrano i licenziamenti dell’indotto di Stellantis”.

Dal Corriere della Sera

         Per una pura combinazione nel curriculum dell’ingegnere aeronautico si trova un vecchio passaggio di lavoro, fra il 1988 e il 1992,  in una società a responsabilità limitata chiamata Nova, di “ricerche e progetti per l’innovazione sociale” e quan’altro. Nova come Giuseppe Conte ha chiamato il mese scorso la sua assemblea costituente o di rifondazione delle 5 Stelle, con annesse votazioni digitali contestate da Beppe Grillo e in replica sino a domani. Un Grillo che, in attesa di una guerra preannunciata per carte bollate, prima ha improvvisato funerali senza bara e fiori del movimento da lui fondato a suo tempo e poi ha suggerito sarcasticamente  alla segretaria del Pd Elly Schlein una specie di iscrizione coatta di Conte allo stesso Pd. Che se lo meriterebbe tutto come segretario addirittura, anche se l’ex premier, da buon “progressista indipendente”, fa di tutto per distinguersene, criticando le sue scelte di politica internazionale, sociale e quant’altro.

Dal Giornale

         Una stecca nella rappresentazione oppositoria, diciamo così, del rapporto Censis è il titolo compiaciuto dedicatogli dal Giornale di antica fondazione montanelliana. Che gli ha riconosciuto il merito di avere ammesso che anche gli italiani di sinistra sono preoccupati dagli immigrati, sentendo “6 su 10 il nostro stile di vita minacciato”. Ma quella del Giornale è stata solo “una rondine”, che notoriamente “non fa primavera”. Sotto Natale, poi.  

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Giorgia Meloni nel mirino dei neo-nazisti ha desertificato la dietrologia

         E’ proprio vero che il bene non fa notizia, come scrisse una volta Aldo Moro sul Giorno polemizzando con un intellettuale che sul Corriere della Sera aveva appena rappresentato l’Italia tragicamente attribuendogliene almeno una parte delle responsabilità. Moro, in verità, in quel momento non era al governo, ma non per questo aveva perduto autorevolezza e influenza, essendo rimasto protagonista e tessitore degli equilibri politici. Destinato non a caso a finire nel mirino mortale delle brigate rosse e dintorni, forse non estranei ad uno Stato rivelatosi incapace prima di proteggerlo e poi di liberarlo, o cercare quanto meno di farlo davvero, con le buone o con le cattive, in 55 lunghissimi giorni di sequestro in un covo promosso dai terroristi a prigione e tribunale del popolo.  In nome del quale, come della libertà, si sa ormai che possono essere compiute le azioni più cattive.

Dal Corriere della Sera di ieri

         Il bene, o la notizia che oggi non trovate sui giornali perché, appunto, buona ve la do io. I dietrologi solitamente pronti e numerosi a scoprire ciò che gli ingenui o i troppo scaltri, secondo i gusti, non avvertono o vogliono nascondere, si sono finalmente presa una pausa. Nessuno, almeno finora, ha messo in dubbio la serietà delle indagini che hanno portato all’arresto di una dozzina di nazistelli e simili propostisi di ammazzare la premier Giorgia Meloni. Che fingerebbe di fare la fascista comservando la fiamma nel simbolo del suo partito, e lasciandosi trasportare allegramente a Palazzo Chigi dal baciamano di quel fascistone del premier ungherese Viktor Orban, ma in realtà sarebbe una traditrice. Non pronta ma già passata dall’altra parte. E tanto furba, astuta, diabolica -potrei addirittura prospettare sostituendomi ai dietrologi in vacanza o in astinenza- da avere allestito in due anni e più di governo una banda di apparenti, falsi malintenzionati decisi a farla fuori perché convertitasi troppo alla democrazia.

Da Libero

         Ecco, questa commedia ci è stata risparmiata, almeno per ora. Così come ci è stato risparmiato, fra le cronache vere o verosimili della politica, fra retroscena e simili, l’anticipazione o solo la prospettazione di chissà quali segrete contropartite della Meloni a Gianfranco Fini, appena espostosi pubblicamente in elogi di chi ha saputo fare meglio di lui alla guida della destra, portandola a Palazzo Chigi anziché affacciarvisi solo come vice presidente del Consiglio.

No. Non si sono trovate, per ora, tracce di chissà quale investimento, dall’ombra in cui è caduto per tante ragioni, dell’unico fascista, o post-fascista e simili perdonato dagli antifascisti, anzi portato sugli altari dell’antifascismo per un po’ di tempo, avendo avuto l’occasione, il coraggio e quant’altro di essersi rivoltato a Silvio Berlusconi nel centrodestra e di avere cercato, dall’ufficio peraltro di presidente della Camera, di abbatterlo con una mozione di sfiducia.  

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In memoria del mio carissimo amico Paolo Pillitteri

Da Libero

Ci eravamo sentiti pochi giorni fa. Lo avevo cercato io, senza ottenere risposta. E mi ero impensierito. Ma Paolo Pillitteri mi aveva chiamato il giorno dopo con un filo di voce che, a pensarci, doveva impensierirmi ancora di più. Il piacere di risentirlo mi aveva distolto da ogni altra considerazione. E ne ho un grandissimo rimorso, ora che ho appena appreso dal figlio Stefano la notizia della morte mentre compiva 84 anni.

           Lo avevo cercato per commentare insieme la notizia giudiziaria del risarcimento dei danni ai proprietari dell’ultima area occupata abusivamente a Milano dal centro sociale noto col nome della strada del suo primo insediamento, intitolata al musicista Ruggero Leoncavallo. I cui Pagliacci quei contestatori avevano a loro modo deciso di recitare mettendo in croce di giorno e di notte, con le loro attività e musiche assordanti, gli abitanti incolpevoli della zona. Che protestavano scrivendo ai giornali.

         Fresco ancora di nomina a direttore del Giorno e incoraggiato dai rapporti di amicizia che avevo con lui, misi letteralmente in croce Paolo, sindaco della città, perché si desse da fare rendendola “da bere” -come si diceva allora, volendo dimenticare gli anni bui del terrorismo- anche agli abitanti di quella sfortunata strada del suo Comune.

         Non dovetti faticare molto per convincerlo. In una giornata di Ferragosto che doveva aiutarlo sul piano della sorpresa il sindaco tentò con i suoi vigili urbani, strappando anche agenti di polizia al prefetto e al questore poco convinti, di fare sgomberare l’area occupata dai contestatori. Che, quasi avvertendo la scarsa convinzione delle altre cosiddette autorità, opposero una resistenza da guerriglia. E l’area riprese o continuò ad essere occupata, come altre che poi i successori di Paolo a Palazzo Marino avrebbero praticamente permesso agli ormai leoncavallini d’anagrafe politica e sociale di sostituire a quella originaria.

Bettino Craxxi e Paolo Pillitteri

         Peggio dei leoncavallini tuttavia si comportarono con Paolo Pillitteri i magistrati che poi si occuparono di lui nelle indagini sul finanziamento illegale della politica e sugli altri assai presumibilmente reati connessi. L’essere cognato di Bettino Craxi, avendone sposato la sorella Rosilde, fini per diventare per Paolo un’aggravante nei processi di piazza che precedettero e accompagnarono quelli di tribunale.

Antonio Di Pietro

         Ma un’altra circostanza forse ancora più aggravante fu per Paolo la sua amicizia col sostituto procuratore subito diventato il più famoso della covata “Mani pulite”: Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici. Il quale, ora disincantato ex magistrato ed ex politico, in odore o puzza di eresia agli occhi e alle orecchie di tanti giustizialisti incalliti, che non gli perdonano, per esempio, di essere favorevole, o almeno non contrario, alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, non me ne vorrà se continuo ad avere un sospetto. Che, sentendosi in conflitto d’interesse con l’amico Paolo indagato e poi imputato, egli fosse stato ancora più severo del necessario. Così andavano, del resto, le cose in quegli anni terribili: peggiori, secondo me, persino degli anni di piombo per la loro carica dirompente verso le istituzioni e la democrazia. Esse sopravvissero al piombo, ripeto, ma non so francamente se e quanto siano sopravvissute ai danni procurati da quel ribaltamento dei rapporti fra politica e giustizia certificato dall’insospettabile presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, scrivendone pubblicamente alla vedova di Craxi, Anna, nel decimo anniversario della morte del marito in terra tunisina.

         Proprio alla morte di Craxi, quasi venticinque anni fa, era stata negata peraltro a Paolo Pillitteri dalla magistratura milanese l’autorizzazione a lasciare l’Italia per il tempo necessario a partecipare ai funerali del cognato. La ciliegina, direi, sulla torta dell’orrore.

         Addio, Paolo, amico mio carissimo.

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L’autofunerale poco comico del Beppe Grillo politico

Dal Dubbio

Tanto fu accorto, sobriamente accorto, a suo tempo scegliendo la festa di San Francesco d’Assisi come giorno di fondazione del suo movimento politico ispirato alle stelle, quanto è stato distratto Beppe Grillo scegliendo per i funerali della sua creatura, salvo “compostazione” dei resti, il furgone -credo -credo- più costoso sul mercato dell’acquisto o dell’affitto. L’ho scambiato pure io, lì per lì, vedendolo arrivare alla sua guida, per un fuoristrada di listino ordinario, anche per i noti gusti meccanici di Grillo.  Che nel lontano 1981 si avventurò alla guida del mostro di turno su una strada ghiacciata con esiti, a dir poco, infausti.

         Sarà stato per avere lui dimenticato fiori e corone, cui ha poi provveduto sui giornali qualche vignettista, sarà stato per la mia inescusabile ingenuità di spettatore, non ho avvertito all’istante lo sfondo funebre della performance decisa da Grillo. E preannunciata come “messaggio delicato” 24 ore prima.

Una volta insieme

         Ma ora, a esequie immaginate o proposte dall’alto della sopraelevata dove Grillo ritiene di essere visto, e anche preso un po’ giro, da un Giuseppe Conte abituato a muoversi nei sottopassaggi come una volta si pensava che fossero capaci solo i democristiani; a esequie, ripeto, immaginate o proposte, che cosa davvero ha in mente il fondatore di un movimento che ben prima del Landini dei nostri giorni si era proposto di rivoltare l’Italia come un guanto? O di aprire il Parlamento con le sue truppe d’assalto orgogliosamente non professionali, a mandato rigorosamente limitato, come una scatoletta o un barattolone di tonno?  A saperlo davvero.

L’unica, reale prospettiva che si intravvede è di natura giudiziaria, si spesa solo civile e non anche penale, in una contesa lunga e complicata di sigle e di nomi, di contratti e di clausole.  Un po’ troppo o troppo poco, secondo i gusti, per chi aveva pensato, quanto meno, di divertirsi. E per giunta gratis, senza andare necessariamente a teatro e pagare il biglietto.

Pubblicato sul Dubbio

Quella orgogliosa solitudine annunciata da Giuseppe Conte

Dal manifesto

         Quei megalomani dei nostri cugini francesi, come spesso -confessiamolo- li abbiamo considerati, anche quando la buonanima di Cavour riuscì ad ottenerne l’aiuto per fare uscire l’Italia dall’”espressione geografica” alla quale l’aveva relegata a Vienna Metternich, possono godersi in questi giorni lo spettacolo del “re solo”. Come al manifesto hanno rappresentato il presidente Emmanuel Macron, deciso a rimanere in carica sino alla scadenza ordinaria del suo mandato, nel 2027, ma incapace da luglio scorso di allestire un governo capace di restare in carica per più di qualche settimana, o quasi.

         I tedeschi stanno scommettendo fra di loro su quanto perderà nelle elezioni anticipate di febbraio il loro cancelliere Olaf Sholz. Gli americani stanno aspettando con un’ansia neppure tanto trattenuta l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, vista la quantità enorme di novità che egli ha promesso o minacciato per essere eletto e prendersi la rivincita su Joe Biden, che lo aveva sconfitto l’altra volta con risultati contestati a furor di scalmanati incitati dallo stesso Trump contro il Campidoglio di Washington. I coreani del Sud reclamano per strada le dimissioni di un presidente sconfessato in Parlamento in un tentativo di soppressione o sospensione della democrazia.

         Noi, in Italia, in un quadro inconsueto di stabilità governativa, per quanto disturbato dalle “schermaglie” interne ammesse dalla premier Giorgia Meloni e dagli scioperi dichiaratamente politici di un sindacalista -Maurizio Landini- deciso a rivoltare il Paese “come un guanto”, dobbiamo accontentarci di contemplare la solitudine di Giuseppe Conte. Che è stato due volte presidente del Consiglio, con maggioranze di segno opposto, e si è illuso per un po’ di potere tornare a farlo      in e con una coalizione di sinistra dal “punto più alto dei progressisti” dove lo avevano promosso qualche anno fa l’allora segretario del Pd  Nicola Zingaretti e il suo consigliere, amico e quant’altro Goffredo Bettini.

Dalla Stampa

         Ora, ripudiato sotto le 5 Stelle dal garante ripudiato, a sua volta, Beppe Grillo, che si è spinto a celebrare i funerali pur virtuali del suo movimento mettendosi alla guida di un furgone vuoto di bara e di fiori, Conte ha appena affidato alla Stampa, in una intervista, alcuni annunci confermativi o peggiorativi della sua crisi di solitudine. In particolare, egli ha detto che ciò che gli resta o gli resterà del movimento, di qualsiasi denominazione e simbolo, andrà “solo al voto”. Anzi, “soli”. Al plurale che si vedrà di quali dimensioni. Ed ha tenuto a spiegare che “non siamo di sinistra”, per quanto lui la pratichi collocando, per esempio, i suoi con la sinistra radicale nella geografia del Parlamento europeo.

         Quella di non essere o di non poter essere considerati di sinistra dalle parti di Conte sembrava qualche giorno fa solo una battuta di Romano Prodi nel criptico dibattito interno al Pd sulla costruzione dell’alternativa al centrodestra. Ora invece è un’autocertificazione.

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Le navigazioni in Italia dei marinai che non sanno dove andare

         Per deformazione professionale ho pensato alle nostre miserabili cronache politiche finendo di vedere a Rai Storia la prima puntata, dedicata alle eccellenze italiane in mare, della serie “Che magnifica impresa” di Mario Sechi. Il quale ha voluto riproporre, fra il sorriso compiaciuto e consenziente di Marco Tronchetti Provera, un Seneca quanto mai attuale con quel monito sulla inutilità del vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.

         Beppe Grillo, che è anche uomo di mare, oltre che di teatro e di politica a mezzadria con la comicità, appena tornato sulle prime pagine dei giornali per il funerale immaginario, e di lusso, del suo movimento pentastellare, sa davvero dove andare adesso che si è spinto al largo dopo avere scaricato Giuseppe Conte? E Conte sa dove andare, per terra o per mare, con la sua ciurma o simile di “progressisti indipendenti”? Indipendenti non solo dal Pd della Schlein, che l’ex premier considera troppo a destra, guerrafondaia eccetera, ma anche da loro stessi.

La segretaria del Pd Elly Schlein

         E la Schlein, sì proprio lei, la segretaria del Nazareno che è convinta di arrivare sempre dove nessuno l’aspetta? Sa dove andare davvero, oltre che alla ricerca di quell’araba fenice di complemento, rispetto al Centro, che è l’alternativa al centrodestra al governo da più di due anni a conduzione meloniana? E’ una domanda che temo condivisa nel Pd anche da chi dice di apprezzarla. Come, per esempio, in ordine rigorosamente alfabetico, il presidente del partito Stefano Bonaccini, l’ex commissario europeo Paolo Gentiloni, appena restituito alla politica interna, e l’ex presidente un po’ di tutto, compresa la Commissione europea, Romano Prodi.

         Bonaccini appare insofferente dei veti e delle liste bloccate. Gentiloni convinto che ci sia  ancora molta strada da compiere sulla strada dell’alternativa. Prodi si aspetta, sempre su questa strada, proposte più concrete. Se non sono critiche, non sono neppure applausi. O se non è zuppa, è pan bagnato. 

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