
Nell’estate del 1989, trentaquattro anni fa, mancavano pochi mesi alla caduta del muro di Berlino, e a tutto ciò che ne sarebbe seguito. Erano inoltre trascorsi otto anni dallo “strappo” compiuto in televisione da Enrico Berlinguer definendo “esaurita la spinta propulsiva” della rivoluzione comunista del 1917, in risposta ad una mia domanda sul regime militare appena costituito in Polonia per evitare un’invasione sovietica simile a quella del 1968 nella Cecoslovacchia di Dubcek. Non parliamo poi dei tredici anni trascorsi dall’intervista, sempre di Enrico Berlinguer a Giampaolo Pansa sulla Nato da considerare un ombrello di protezione anche per l’evoluzione dei rapporti fra il Pci aspirante all’autonomia e l’Unione Sovietica ancora di Leonida Breznev. Sotto quell’ombrello nacque anche il documento di politica estera approvato dai comunisti con i democristiani nella maggioranza di solidarietà nazionale del governo monocolore dc di Giulio Andreotti formatosi dopo le elezioni anticipate del 1976.


Eppure, con tutto ciò che stava accadendo a livello internazionale ed era già accaduto a livello nazionale, nell’agosto del 1989 un articolo di Biagio de Giovanni sull’Unità nel venticinquesimo anniversario della morte di Palmiro Togliatti in Crimea apparve e fu una bomba fuori e dentro il Pci con quel titolo, nella parte pur bassa della prima pagina, che diceva come più chiaramente non si poteva: “C’erano una volta Togliatti e il comunismo reale”. Riscrivendone sabato scorso sull’Unità recentemente riportata in edicola col direttore Piero Sansonetti, un ancora emozionato e 91.enne Biagio de Giovanni ha ricordato che alla ripresa autunnale dell’attività politica nella direzione del partito il segretario Alessandro Natta disse che bisognava proteggersi in estate dai “colpi di sole”. E il povero de Giovanni, un filosofo curiosamente laureato in giurisprudenza, alla prima occasione perse il suo posto nell’organismo direttivo del Pci, dove per troppa modestia lui si considerava, partecipandone come intellettuale, “il due di coppe” a briscola. Che però -non si è ben capito se o con quanto consenso del direttore Massimo D’Alema al largo in barca a vela- venne scelto dalla direzione dell’Unità, fisicamente rappresentata a Roma da Renzo Foa, Piero Sansonetti e Giancarlo Bosetti, come il compagno più adatto a ricordare in quel modo Togliatti, l’ormai ex “migliore”, a 25 anni dalla morte.


La ripubblicazione di quell’articolo, con le riflessioni dell’autore storicamente importanti, a cominciare dall’accenno all’assenza da Roma del direttore velista, è stata una felice iniziativa di Sansonetti. Che da sola peraltro libera la “sua” Unità dall’ombra allungatole addosso ingenerosamente dopo qualche settimana dal ritorno in edicola con la protesta dei figli di Enrico Berlinguer contro l’abuso che si sarebbe fatto della testata storica del defunto partito comunista e delle immagini dell’ancor più defunto loro genitore e segretario delle Botteghe Oscure.

Se per il mio amico Sansonetti, col quale cominciò questa mia collaborazione al Dubbio, è stata un po’ una rivincita professionale, politica e umana il ritorno, con Biagio de Giovanni, all’Unità che li videro accomunati già 34 anni fa in uno dei tanti passaggi critici del Pci, per me che ho trascorso una vita scrivendo di politica su un fronte certamente diverso, anzi opposto al loro, questa è stata un’occasione d’imprevedibile e, tutto sommato, felice rimpianto. Rimpianto dei tempi che ci siamo forse troppo frettolosamente abituati a liquidare negativamente come quelli delle ideologie, con tutti i loro riti, le loro procedure, le loro asprezze. Cadute le quali, tutto sarebbe diventato più facile, più pratico, più spedito anche nella cosiddetta “governabilità” del Paese, se non del mondo intero. Questo non è semplicemente accaduto. Abbiamo solo dovuto accontentarci, diciamo così, di un maggiore e più disinvolto trasformismo.

Abbiamo visto brillare e spengersi stelle prima ancora che Beppe Grillo inventasse e riuscisse per un po’ a imporci anche le sue. Abbiamo visto alternarsi nelle bocciature referendarie riforme costituzionali proposte come risolutive. Le stagioni politiche si sono abbreviate e insieme intrecciate, producendo una maionese impazzita. Abbiamo una destra che non è più destra, per quanto gli avversari nominalistici sostengano il contrario e vedano il fantasma del fascismo dappertutto, e una sinistra che non è più sinistra, né delle periferie né, ormai, delle zone a traffico controllato. E non si può neppure dire, onestamente, che l’una abbia preso il posto dell’altra, o viceversa. Si è persino perso “il gusto dei nostri antagonismi”, ha appena osservato su Domani il buon Marco Follini lasciandosi riprendere dalla tentazione di sperare in qualche forma di nuovo centrismo all’ombra di una politica peraltro che mai è stata così femminile, e liricamente volubile, con quelle due “regine del bipolarismo” ch’egli forse vede con troppo ottimismo in Giorgia Meloni e Eddy Schlein.
Peccato che il generale Roberto Vannacci col suo omofobo “Mondo al contrario” pubblicizzatogli involontariamente reclamandone il rogo, o quasi, ci impedisca di parlarne in altro, e più appropriato senso. Un mondo, in effetti, al contrario ma del buon senso di manzoniana memoria, e neppure a vantaggio del senso comune, o populista, sempre di memoria manzoniana. Dubito che ci sia qualcuno oggi in grado di dire che cosa sia il senso comune, tanto è diventato difficile rappresentare anche a livello parlamentare la realtà caotica del Paese, con i votanti sorpassati dai non votanti. O quelli che Antonio Gramsci -sì, proprio lui, il fondatore dell’Unità orgogliosamente richiamato da Sansonetti sotto la testata della sua Unità- chiamava gli indifferenti, odiandoli. E non a torto.
Pubblicato sul Dubbio
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