Sarà di improbabile riuscita, vista l’”ipocrisia” messa nel conto dallo stesso proponente, ma è di una intuizione insieme felice e drammatica -quasi un ossimoro- la rinuncia suggerita da Pierluigi Battista oggi sul Foglio alla Giornata della Memoria, con le maiuscole che ancora le spettano nell’anagrafe delle ricorrenze. Fissata a livello internazionale per il 27 gennaio in ricordo della liberazione del campo di concentramento degli ebrei ad Aushwitz effettuata dalle truppe russe alla fine della seconda guerra mondiale.
Immagini da Gaza
Quanto poco sia rimasto in realtà di quella Memoria, sempre al maiuscolo pensato da chi la volle imprimere nella Storia, anch’essa al maiuscolo, lo abbiamo visto e lo vediamo con l’antisemitismo tornato nelle piazze, nelle strade, nelle scuole e nei cosiddetti tribunali internazionali e dintorni. Dove il genocidio sarebbe non quello rivissuto il 7 ottobre 2023 col pogrom di Hamas in territorio israeliano ammazzando, ferendo e sequestrando ebrei, ma la reazione d’Israele per cercare di neutralizzare gli arsenali di guerra nascosti sotto le case, gli ospedali, le scuole, le chiese di Gaza, con la popolazione ridotta a tragico scudo dei terroristi. Che sono forniti addirittura di una polizia tornata adesso, a tregua concordata e iniziata con le pressioni della ex e della nuova amministrazione americana, presidiare rovine e traffico in quella terra devastata. Dove è facile prevedere più una ripresa del fuoco che una pace vera pur dopo più di quarantamila morti.
Pierluigi Battista
Se non si avrà la forza di disertare lunedì prossimo la Giornata della Memoria, come ha proposto Pierluigi Battista, Pigi per gli amici, si avverta almeno la decenza di portare e alzare cartelli su una memoria aggettivata. Una memoria “ipocrita” o “perduta”, secondo le parole suggerite dal Foglio nella titolazione dell’articolo di Pigi, o tradita. Anche a livello dell’Onu, dove nacque l’idea di questa Giornata, prima che arrivassero e prevalessero gli smemorati. O i traditori, ripeto.
Anche se le opposizioni, guidate personalmente dalla segretaria del Pd Elly Schlein, non hanno creduto al vice presidente del Consiglio e ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, che ne ha riferito alla Camera, mi chiedo cos’altro dovesse o debba ancora accadere per non sentire puzza di bruciato, fisico e metaforico, nei guasti e incidenti ferroviari susseguitisi negli ultimi tempi.
Un video registrato in aree riservate
Non ha insospettito le opposizioni neppure la circostanza sottolineata da Salvini della normalità subentrata sui binari e nelle stazioni dopo gli esposti alla magistratura, corredati di riprese di presenze di estranei in aree chiuse al pubblico.
Da Repubblica
Sospetto invece è apparso alle opposizioni che Salvini abbia parlato a Montecitorio dai banchi del governo da “solo”, ha riferito Repubblica in prima pagina non vedendo neppure altri ministri leghisti invece presenti, a cominciare da un Roberto Calderoli rinfrancato dalla bocciatura, da parte della Corte Costituzionale, del referendum abrogativo della sua legge sulle autonomie differenziate.
Elly Schlein ieri alla Camera
Bisognava evidentemente che nell’aula di Montecitorio ci fosse il governo al completo per risparmiare a Salvini la rappresentazione di una solitudine da dissenso. E magari anche da condivisione da parte della premier in persona dell’impressione espressa dalla segretaria del Pd che a Salvini di trasporto interessi solo quello suo al vertice del Ministero dell’Interno. Dove egli vorrebbe tornare al più presto dopo l’assoluzione con formula piena nel processo per sequestro di persone, avendo ostacolato nell’estate del 2019 lo sbarco di immigrati clandestini soccorsi in mare da una nave spagnola decisa a scaricarli solo sulle coste italiane. Un’assoluzione che Salvini ha tenuto a ricordare alla Camera per spiegare le “spalle larghe” di cui ritiene di disporre.
Del jobs act -la riforma del diritto di lavoro da lui voluta quando era presidente del Consiglio e contestata dal maggiore dei cinque referendum ammessi dalla Corte Costituzionale- Matteo Renzi ha appena scritto e chiesto: “Quelli che dicono che vogliono stare nel Pd a tutti i costi che cosa fanno?”. E ha aggiunto: “Schlein ha dato nuova linfa al Pd ma lo ha trasformato in un partito molto più di sinistra rispetto a Veltroni e al sottoscritto”, tanto da sostenere l’abrogazione di quella riforma da lui ancora orgogliosamente rivendicata. “Questo -ha osservato l’ex premier, sempre a proposito della posizione abrogazionista assunta dalla segretaria del Nazareno- scopre il lato più centrista. Insomma i riformisti devono pensare a un contenitore diverso dal Pd se vogliono questo spazio politico”.
Dalla posta elettronica di Matteo Renzi
Ciò significa che i riformisti, appunto, appena ritrovatisi in convegni fra Milano e Orvieto, i primi di cultura e provenienza democristiana e i secondi di provenienza comunista o radicale, dovrebbero decidersi o a mettere su un’altra casa o cosa, dove magari ritrovarsi anche con Renzi, o fargli concorrenza nello spazio di centro. O infine, magari nella più prevedibile delle evenienze nell’immaginazione o nell’interesse dell’ex presidente del Consiglio, rimarranno dove sono, cioè nel Pd, del tutto legittimamente per occupare” non uno spazio politico ma “alcuni posti nelle liste elettorali la prossima volta”, affollando stanze e corridoi del Nazareno dove si svolgono le trattative di questo tipo. E intanto -ha avvertito Renzi nel suo quasi messaggio ad amici, conoscenti, concorrenti ed altri- la premier Meloni continuerà ad allargarsi al centro, a scapito sia dei suoi alleati di centrodestra, particolarmente i forzisti di Antonio Tajani, sia dei suoi avversari del campo opposto.
Il campo largo al completo contro il jobs act
L’analisi sottintesa o derivante dai ragionamenti di Renzi, con o senza punti interrogativi, ha una sua indiscutibile logica. Ma finisce per contraddire obiettivamente la decisione da lui presa nell’estate scorsa, anche giocando a pallone con la Schlein in una partita e passandole la palla per una rete tuttavia annullata dall’arbitro, di rinunciare al progetto terzopolista proposto nel 2022 agli elettori con Carlo Calenda. E di proporsi per uno schieramento alternativo al centrodestra comprensivo di partiti o aree non compatibili con lui, come il Movimento 5 Stelle prima di Beppe Grillo e ora, o per ora, di Giuseppe Conte. Che inorridisce al solo sentire il nome di Renzi, il “conticida” celebrato letterariamente da Marco Travaglio scrivendo della successione a Palazzo Chigi dallo stesso Conte a Mario Draghi.
Concepita dalle opposizioni per sfasciare e/o sconfiggere il governo, la prossima primavera referendaria dominata dall’assalto al jobs act, e non da quello impedito dalla Corte Costituzionale a ciò che è rimasto della legge sulle cosiddette autonomie differenziate dopo i tagli ch’essa le aveva già apportate, è così diventata una stagione più scomoda e rischiosa per le opposizioni che per la maggioranza. Che era ed è favorita d’altronde di suo dal fenomeno da tempo in crescita dell’astensionismo. Un fenomeno che sta all’istituto del referendum abrogativo come il diavolo all’acqua santa, essendo necessaria per la validità del risultato referendario la partecipazione alle urne della metà più uno degli elettori aventi diritto al voto. Cosi è se vi pare, pirandellianamente.
Il giuramento del presidente americano Donald Trump
In attesa, o nella speranza, di raccogliere anche lei qualcosa come italiana e come premier dall’”età dell’oro” annunciata dal presidente americano Donald Trump dopo il giuramento, al quale ha assistito accettando l’invito mancato ad altri che se l’aspettavano ai piani alti dell’Unione Europea, Giorgia Meloni è stata raggiunta proprio a Washington dalla notizia romana della bocciatura del referendum abrogativo della legge sulle autonomie differenziate. “Un assist” della Corte Costituzionale per la premier e il suo governo, ha lamentato Il Fatto Quotidiano che aveva imprudentemente deriso, con altri, il ministro della Giustizia Carlo Nordio -chiamato ognitanto “Mezzolitro” dal direttore di quel giornale- che aveva non reclamato ma soltanto previsto il verdetto dei giudici del palazzo della Consulta. I quali avevano appena bocciato alcune parti di quella legge e non potevano ragionevolmente lasciare agli elettori la possibilità, per quanto solo teorica, di bocciare anche il resto, senza che il Parlamento avesse il tempo di correggere, o cercare di correggere, com’è nel suo diritto, i punti contestati dalla Corte al provvedimento.
Dal Fatto Quotidiano
L’”assist” alla Meloni, per rimanere al linguaggio del Fatto rappresentando però l’umore di un po’ tutte le opposizioni, toglie dal mazzo dei referendum da esse promossi per rendere amara la primavera del governo, la prova alla quale maggiormente tenevano le stesse opposizioni per la destabilizzazione, quanto meno, che avrebbe potuto provocare nella coalizione di centrodestra. Dove i leghisti di Matteo Salvini, Roberto Calderoli, Luca Zaia eccetera, senza distinzioni fra loro, avrebbero vissuto la pur improbabile abrogazione di quel che è rimasto della legge sulle autonomie differenziate come motivo, o pretesto, per rimettere in discussione nella maggioranza i tempi concordati per altre riforme, comprese quelle del premierato e della giustizia.
Se a Washington la Meloni ha accolto la notizia della decisione della Corte Costituzionale con un sospiro di sollievo, la si può quindi comprendere benissimo. Era in ballo qualcosa di ben più della “bonaccia” concessale sulla Stampa da Alessandro De Angelis. Quel che rimane del mazzo o grappolo primaverile dei referendum promossi dalle opposizioni con le foto di rito del famoso “campo largo” davanti alla Cassazione, dove erano state depositate le firme di richiesta, non impensierisce di certo il governo, fra jobs act, gli anni occorrenti agli immigrati per chiedere la cittadinanza, lavoro a tempo determinato e responsabilità nei subappalti. Sul tentativo di abrogazione del jobs act, comprensivo della disciplina dei licenziamenti, il Pd è addirittura nei guai per averlo a suo tempo votato in Parlamento. Esso quindi si è spostato tanto a sinistra che persino Matteo Renzi, ancora orgoglioso di quella legge voluta da presidente del Consiglio, è costretto ad allentare metaforicamente l’abbraccio ad Elly Schlein che segnò la sua rinuncia al terzopolismo promesso agli elettori nel 2022.
Spogliata di tutta la drammaticità del tempo in cui fu adottata da Churchill e della sua destinazione, che era addirittura la Russia di Stalin, o il comunismo più in generale, si potrebbe dire anche del Centro che è “un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma”. Esso non è stato certamente risolto dai due convegni svoltisi come in una saga fra Milano e Orvieto nella presunzione -spero- di farsi capire dal pubblico attraverso le cronache giornalistiche. Dalle quali però non mi pare che si sia riusciti a comprendere granché.
Questo è accaduto non per colpa dei giornalisti, per quanto avvezzi al linguaggio politico a volte competitivo con l’oracolismo, diciamo così, ma per la oggettiva astrusità dell’argomento e della stessa figura del Centro, sempre con la maiuscola, in un campo bipolare in cui si contendono la maggioranza del Parlamento e il governo del Paese un centrodestra e un centrosinistra.
Bisognerebbe allora parlare di due Centri. Ciascuno dei quali rivendica di essere l’unico valido, perché se fossero due o si eliderebbero a vicenda o dovrebbero avvertire quanto meno la tentazione attrattiva per scombinare il bipolarismo, se non si sentono abbastanza gratificati negli schieramenti di rispettiva collocazione. Ma curiosamente questa tentazione, almeno sinora non si avverte.
Ciascuno dei due Centri rivendica l’essenzialità nel campo proprio. Come Antonio Tiajni, per esempio, con la sua Forza Italia nel centrodestra sentendosi erede non solo di Silvio Berlusconi ma anche di Luigi Sturzo e di Bettino Craxi. Ma un democristiano di origine controllata come Gianfranco Rotondi si ritrova meglio tra i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. La cui consistenza elettorale è ormai ben superiore a quella della destra di una volta e simile piuttosto a quella della Dc.
Elly Schlein
Nel Centro dell’altro campo non sanno ancora spiegare bene, perché forse non lo sanno ancora bene neppure loro, se debbono continuare a stare nel Pd per condizionare di più la segretaria Elly Schlein, o addirittura “assaltarla”, come è stato indotto a pensare Roberto Gressi sul Corriere della Sera, o proporsi autonomamente per scalate e prospettive meno ravvicinate, pensando per esempio alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella fra quattro anni, come ha sospettato Mario Sechi. Perfidamente, avrà detto qualcuno degli interessati leggendolo ieri su Libero, ma non troppo perché obiettivamente e storicamente, fra prima Repubblica e edizioni successive, vere o presunte, le gare al Quirinale sono sempre cominciate con larghissimo anticipo.
Ricordo che quando perse quella col presidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro per succedere al dimissionario Francesco Cossiga nel 1992, il presidente del Senato Giovanni Spadolini si consolò facendomi notare che dopo sette anni, alla scadenza del mandato del nuovo capo dello Stato, lui avrebbe avuto la “stessa età” del concorrente che lo aveva preceduto perché preferito, insieme, dai comunisti interessati alla presidenza che si liberava a Montecitorio, e da Craxi imprudentemente fermo al ricordo di Scalfaro come suo ministro dell’Interno fra il 1983 e il 1987.
Sandro Pertini
Le ambizioni in politica sono tanto nascoste quanto prevedibili, forse troppo, per cui scattono nelle corse al Quirinale fattori misti di politica e psicologia. Persino il mio amico Sandro Pertini, all’età che aveva alla scadenza del suo mandato -89 anni nel 1985- pensava ad una rielezione. Ma si indignava se qualcuno ne scriveva, non capii mai bene se per il sottinteso scettico dei retroscena dedicatigli o per quel vezzo dei politici di apparire disinteressati quando invece sono interessatissimi. Lo furono, ai loro tempi, anche Amintore Fanfani e Aldo Moro, mancando entrambi il Colle più alto di Roma. L’unico forse a non avervi mai ambito davvero, anche quando i suoi amici lo spingevano sino a votare contro Arnaldo Forlani che era ancora segretario della Dc, oltre che candidato ufficiale al Quirinale, fu Giulio Andreotti. Che scherzava apprezzando l’”aurea mediocrità” che si attribuiva.
Incoraggiato da alcune cronache televisive che riferivano di reazioni finalmente negative di palestinesi fra le rovine della loro Gaza alle grida e gesti festosi di uomini armati e per niente pentiti della morte che avevano seminato fra la loro gente, anziché proteggerla davvero, sono andato a cercare più dettagli nelle cronache dei giornali. Purtroppo non ne ho trovati, almeno di consistenti. E’ prevalso lo spettacolo di quello che il Corriere della Sera ha definito in un titolo lo “show di Hamas tra le rovine”.
Più promettente, per quello che desideravo trovare nei racconti, mi è sembrato un titolo della Stampa, nelle pagine interne, su Hamas che “celebra la vittoria ma i palestinesi non gioiscono” perché “case, vite: tutto è distrutto”.
Dalla Stampa
Sotto tanto titolo, tuttavia, ho trovato una cronaca alquanto striminzita di Nello Del Gatto. Che racconta di “una donna a cui vengono offerti dei dolci per festeggiare la tregua”, e il primo rilascio di ostaggi israeliani e di detenuti palestinesi, rispettivamente, da Hamas e dalle prigioni di Israele, ma che “in un video li rifiuta, quasi gettandoli via”. E gridando: “Che cosa c’è da festeggiare, abbiamo perso tutto, in ogni famiglia ci sono stati dei lutti, non abbiamo più le nostre case, il futuro è morto e non sappiamo se e quando potremo riprendere una vita normale”. Ma, ripeto, “una donna”: non di più. Al massimo due, se non è la stessa alla quale viene attribuito un analogo sfogo più contro i presunti difensori dei palestinesi che contro gli israeliani da loro provocati con lo scempio del 7 ottobre 2023. Da cui tutto è nato. E dopo il quale i “combattenti” dai loro rifugi sotterranei hanno subìto 3000 morti e la popolazione più di 40 mila.
Neppure il Vesuvio nel 79 dopo Cristo riuscì a fare tanto a Pompei e dintorni, fermandosi a 16 mila morti.
Sergio Mattarella ha dato dal Quirinale più di una copertura al presidente del Senato, e seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa nella partecipazione, contestata a sinistra neppure tanto fra le righe, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario della morte di Bettino Craxi davanti alla tomba che ne custodisce i resti ad Hammamet. E vi è andato anche col vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, nonché con Stefania Craxi, presidente della Commissione Esteri e Difesa del Senato e figlia irriducibile, direi, di Bettino. Che ha naturalmente ringraziato il Capo dello Stato per il suo intervento da Roma.
Il presidente del Senato Ignazio La Russa alla tomba di Craxi
“Una personalità rilevante degli ultimi decenni del Novecento italiano”, ha detto di Craxi il presidente della Repubblica aggiungendo anche il suo apprezzamento a quello espresso dal predecessore Giorgio Napolitano. Che nel decimo anniversario della scomparsa del leader socialista e due volte presidente del Consiglio aveva voluto scrivere una lettera pubblica alla vedova per riconoscere e lamentare “la durezza senza uguali” con la quale il marito era stato indagato, processato e condannato per il finanziamento illegale della politica a lungo praticato dalla generalità dei partiti. E di cui l’ex capo del governo era diventato il capro espiatorio con una combinazione -anch’essa senza uguali, andrebbe riconosciuto finalmente anche dai giornali- fra la magistratura e l’informazione stampata e trasmessa.
Di quella diabolica combinazione si sarebbe poi lamentato anche l’ex presidente della Camera e magistrato Luciano Violante proponendo più volte la separazione fra le carriere dei pubblici ministeri e dei giornalisti, piuttosto che quella fra pubblici ministeri e giudici di cui si è finalmente consumato il primo dei quattro passaggi parlamentari. Al quale è seguita, puntuale come il giorno alla notte, la proclamazione dello sciopero dell’associazione delle toghe per il 27 febbraio. Che per fortuna cadrà di giovedì, e non del solito venerdì propedeutico all’altrettanto solito ponte dei lavoratori del trasporto pubblico.
Alla vicenda giudiziaria di Craxi, dopo una lunga carriera di servizio alla politica e alle istituzioni, in termini innovativi sul piano interno e internazionale, caratterizzati peraltro da “grandi trasformazioni sociali e dai profondi mutamenti negli equilibri globali”, Mattarella ha solo accennato inserendola in quelle che caratterizzarono un “burrascoso passaggio della vita della Repubblica”. In particolare, “la crisi -ha ricordato il presidente- che investì il sistema politico, minando la sua credibilità”. E “chiuse con indagini e processi una stagione provocando un ricambio radicale nella rappresentanza”.
Giorgio Napolitano
Napolitano invece quindici anni fa, scrivendone ad Anna Craxi, si era spinto a rilevare il “brusco spostamento degli equilibri nei rapporti fra politica e giustizia” intervenuto all’ombra di Tangentopoli e/o Mani pulite.
A quello spostamento sono in tanti ancora a non volere rimediare, scambiando per “vendetta” e “resa dei conti”, come fa parlandone il presidente uscente dell’associazione nazionale dei magistrati in agitazione, il lungo, faticosissimo tentativo di provvedere, visti anche i fatti sopraggiunti alla già ricordata Tangentopoli.
La reazione del Fatto Quotidiano ai riconoscimenti di Mattarella a Craxi
Non dimentichiamoci che nel 2013 Napolitano fu costretto a ricorrere dal Quirinale alla Corte Costituzionale per mettere le sue prerogative presidenziali al riparo dalla Procura di Palermo nel trattamento delle intercettazioni in cui era finito pure lui, nella sua utenza telefonica di presidente della Repubblica, nella vicenda giudiziaria delle presunte trattative fra Stato e mafia nella stagione delle stragi. Fu, quella di Napolitano, una iniziativa dirompente, che spaccò anche la Repubblica di carta, con Eugenio Scalfari schieratosi col capo dello Stato e suoi autorevoli collaboratori, quasi familiari, contro. Nello scontro vinse Napolitano con una nettezza che gli avversari non gli perdonarono mai, nel loro stile.
Alla faccia dei “24 carati” di socialismo, o di sinistra, che Goffredo Bettini in un lungo intervento -quasi un saggio- avrebbe restituito a Bettino Craxi a 25 anni dalla morte scrivendone ieri sull’Unità ripensata e diretta dal generoso Piero Sansonetti. Che ha messo nel titolo i carati, appunto, che Bettini tuttavia non ha restituito.
Sempre dall’Unità di ieri
Egli ha riconosciuto “sbagliato”, bontà sua, “ridurre” Craxi a “una sorta di spregiudicato capo politico, emerso in una congiuntura della storia di sinistra, un caso patologico”, ma ha ripiegato solo sulla formula di un Craxi che “fu un socialista e un democratico, naturalmente con le sue peculiari caratteristiche e idee”. Un “totus socialista” tradotto sempre generosamente dall’Unità” nel titolo interno, a pagina 10.
A Craxi 25 anni dopo la morte, preceduta peraltro dalla fine pure del Pci, Bettini ha continuato a rimproverare di non aver saputo “misurare e indagare con la necessaria serenità le peculiarità” del partito di Palmiro Togliatti e successori. E neppure le responsabilità che i socialisti avrebbero avuto nell’avvento del fascismo, addebitate loro da Bettini citando “un editorialista del Corriere della Sera”, scoperto leggendo Antonio Scurati, che il 23 novembre 1920 così aveva commentato i disordini sopraggiunti a elezioni amministrative: “Di chi è la colpa di questa situazione? Chi, se non il partito socialista, aspira alla guerra civile?”.
Bettino Craxi alla Camera nel 1992
Spintosi molto più avanti nel tempo per arrivare al discorso pronunciato da Craxi alla Camera nel 1992, mentre maturava il suo coinvolgimento nella “tempesta giudiziaria” di Tangentopoli, Bettini ha contestato all’allora segretario del Psi di avere denunciato “fuori tempo massimo” il carattere diffuso del finanziamento della politica. Solo “per allontanare le accuse che in quel momento gli piovevano sulla testa”.
“Il Pds rispose in modo “povero” e opportunista. No, noi siamo i “buoni” e voi i “cativi”…intravedendo la possibilità di accelerare un ricambio politico”, ha annesso, riconosciuto e quant’altro Bettini. Che ha anche ricordato che al Pds “non andò bene” perché nel 1994, solo dopo due anni, “Berlusconi stravinse”.
Dalla prima pagina dell’Unità di ieri
Bettini ha anche provato a immaginare che cosa avrebbe dovuto dire, piuttosto, Achille Occhetto dopo quel discorso di Craxi alla Camera, pur rivendicando il merito della sua parte politica di non avere ceduto al “lusso” e alla “mondanità”: “Ma, sì, anche noi siano pienamente parte di un sistema a politico istituzionale arrivato alla frutta perché gestiamo insieme agli altri la sanità pubblica…perché il sindacato all’interno delle grandi aziende di Stato decide parte delle assunzioni….perchè il 30 per cento degli appalti nell’edilizia è destinato alle cooperative”. E ti pare poco, caro Bettini, pur vantando amicizia con Bobo Craxi, a un cui articolo sul padre è stato affiancato il tuo sull’Unità,che quel discorso o ragionamento fosse mancato? E con esso tutto il resto? Compreso il suicidio della sinistra.
Il ricordo dei 25 anni trascorsi dalla morte di Bettino Craxi, spentosi ad Hammamet il 19 gennaio del 2000, ha naturalmente finito per sommergere e superare i 33 trascorsi dall’esplosione di una Tangentopoli destinata, ma forse anche attivata per chiuderne la carriera politica mente stava per tornare a Palazzo Chigi, dove era già stato fra il 1983 e il 1987. O i 36 anni ai quali ha voluto risalire lo storico Andrea Spiri, docente della Luiss e autore di altri già eccellenti lavori, selezionando e pubblicando per “gli Scarabei” di Baldini+Castoldi ottanta lettere, fra scritte e ricevute da Craxi dal 1989, quando sarebbe cominciato davvero l’inconsapevole declino del leader socialista. E, più in generale, della cosiddetta prima Repubblica. O della Repubblica e basta, la cui “fine” è nel titolo del libro costruito da Spiri con molto scrupolo, premettendo ad ogni lettera una efficace e rigorosa sintesi del contesto politico in cui era partita o arrivata.
I 36 anni che Spiri ripropone alla memoria dei lettori meno giovani o offre ai lettori più giovani, cominciano da un 1989 che pure avrebbe dovuto essere per Craxi il top, il coronamento del suo lungo, ostinato anticomunismo, condotto pur rimanendo un uomo di sinistra, con gli stivali e la camicia nera infilatigli addosso nelle vignette di Giorgio Forattini. Che pure -va detto con onestà anche questo- non lo faceva per compiacere i comunisti. Ai quali, a parte quegli stivali e quella camicia nera di Craxi, le vignette di Forattini erano prevalentemente indigeste perché impietose con le contraddizioni del loro partito.
La caduta del muro di Berlino nel 1989
La caduta del muro di Berlino, cioè del comunismo, avrebbe dovuto spianare la strada a quella che Craxi sognava come l’”unità socialista”, e che fece sventolare come bandiera alle finestre della sede del Psi, realizzabile attorno al suo garofano, non alla falce e martello che ancora erano nel simbolo del Pci pur dopo gli strappi di Enrico Berlinguer da Mosca. Invece sotto quel muro i comunisti, affrettatisi poi ad anteporre un post al loro nome, cercarono disinvoltamente di far finire anche o solo Craxi, contestandolo non più come un anticomunista ma come un succube della egemonia democristiana – nonostante egli avesse strappato alla Dc nel 1983 la guida del governo, avendo come vice presidente del Consiglio il presidente dello scudo crociato Arnaldo Forlani- e poi come un ladro, un corrotto, il re di Tangentopoli. Dove pure il finanziamento illegale della politica era una pratica diffusa nella popolazione e nel traffico come la sosta in doppia o tripla fila.
Tutti avvertirono all’esplosione di Tangentopoli con l’arresto in flagranza di reato del socialista Mario Chiesa a Milano durante la campagna elettorale del 1992 -mentre Craxi riceveva lettere da Mino Martinazzoli e da Luigi Preti, della sinistra democristiana e del Psdi, che già lo vedevano o avvertivano di nuovo a Palazzo Chigi- la miccia di un incendio di ben altra dimensione. Appiccato per fare saltare Craxi e gli equilibri politici che egli rappresentava. Tutti, ripeto, lo avvertirono fuorché nel Psi. Dove il ministro delle Finanze Rino Formica, all’indomani delle elezioni pur conclusesi con la conferma della maggioranza uscente, costituita dalla Dc, dallo stesso Psi, dal Psdi e dal Pli, senza i repubblicani sfilatisi l’anno prima, scrisse a Craxi una lunga lettera per sostenere che bisognasse cambiare registro, scaricare praticamente la Dc e inseguire il Pds-ex Pci pur ormai di poco superiore al Psi dopo una scissione subita a sinistra.
La tomba di Bettino Craxi ad Hammamet
Questa lettera di Formica è la più lunga di quelle ricevute da Craxi e pubblicate nel libro di Spiri. La più lunga e -ahimè- quella maggiormente tradottasi nel destino del Psi. Che, a dispetto delle resistenze opposte da Craxi, finì fagocitato dai post-comunisti in quello che il non più segretario del partito in una missiva all’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro descrisse e documentò il 22 luglio 1993 come uno “Stato di polizia”, nato e cresciuto nelle procure e nei tribunali.
Il rinvio a giudizio per falso in bilancio della ministra del turismo Daniela Garnero, più nota col cognome dell’ex marito Santanchè, che anche lei preferisce al suo, è sicuramente un problema per la premier Giorgia Meloni. Che avrebbe preferito non vederselo arrivare tra i piedi, o tra le mani, con le opposizioni scatenate a chiedere le dimissioni della ministra e la maggioranza non del tutto convinta, diciamo così, dell’opportunità di lasciarla al suo posto in attesa del processo. Non del tutto convinta soprattutto nel primo partito della coalizione, che è anche quello della Santanchè, distintosi nelle cronache giornalistiche per il suo silenzio a dir poco imbarazzato.
Dalla Stampa
Alla Meloni, dalla quale la stessa Santanchè si è messa in attesa del giudizio per decidere se insistere o no nella difesa della sua postazione di governo, è stata attribuita dalla Stampa, ma anche in altre cronache o retroscena giornalistici, la tentazione, se on addirittura la “volontà” di chiedere alla collega e amica “il passo indietro”.
Dal Foglio
“Santanchè isolata e mezza scaricata” ha titolato Il Foglio attribuendo alla premier la volontà o tentazione di ”prendere tempo”: non di più, come vorrebbero in senso negativo i nemici della ministra e in senso positivo gli amici, che non mancano anche in questo passaggio difficile, a dir poco, della sua esperienza politica e umana.
Dal Riformista
Fra gli amici, o tendenzialmente tali, vanno probabilmente annoverati quelli del Riformista. Che hanno titolato in chiave critica contro i “manettari in Visibilia”, che è il nome della società voluta dalla Santanchè per dimostrare di quante meraviglie potesse essere capace ma trasformatasi poi in una via Crucis. “Parte subito l’assalto dei forcaioli contro Santanchè”, ha aggiunto il Riformista nel titolo di sostanziale comprensione, se non di incoraggiamento, per la ministra. Che non ha certamente cominciato l’anno nuovo nel migliore dei modi.