La pazienza di Mattarella a dura prova nello scontro fra la magistratura e il governo

Dal Dubbio

Al netto di una certa enfasi apologetica che penso lo abbia più imbarazzato che compiaciuto, Sergio Mattarella si è sicuramente meritate le celebrazioni dei 10 anni dalla sua prima elezione al vertice dello Stato, dei 3 dalla sua seconda elezione, di conferma, e quando ancora ne mancano 4 alla conclusione del suo doppio mandato quirinalizio. Sono stati dieci anni obiettivamente difficili, nei quali a Mattarella è toccato, forse più dei suoi predecessori, gestire un quadro politico a dir poco volubile. Gli toccò già tra la fine del suo primo anno al Quirinale e l’inizio del secondo assistere, a dir poco, se non accelerare la fine degli equilibri politici che lo avevano portato alla Presidenza della Repubblica.

Matteo Renzi, l’artefice della sua prima elezione, bussò inutilmente alla sua porta quando, sconfitto clamorosamente nel referendum sulla riforma costituzionale, la più completa e organica di quelle sino ad allora tentate, più ancora della riforma proposta da Silvio Berlusconi, chiese a Mattarella di consentirgli con le elezioni anticipate di tradurre quel 40 per cento dei voti pur raccolti nelle urne referendarie in una conferma della propria leadership. Mattarella scelse invece la prosecuzione della legislatura. Che costò a Renzi, oltre a Palazzo Chigi, la sconfitta elettorale alla scadenza ordinaria della legislatura come segretario del Pd e, di conseguenza, la segreteria.

Ma soprattutto il residuo anno della legislatura permise a Beppe Grillo di cavalcare l’onda anti-politica portando già nel 2018 il suo movimento a Palazzo Chigi con un avvocato -Giuseppe Conte- che si definì orgogliosamente “del popolo”. Della cui esistenza tuttavia si erano accorti in pochi, senza volergli mancare con ciò  di rispetto. Pure Mattarella, a sentirsene proporre il nome per l’incarico di presidente del Consiglio, si lasciò scappare la sorpresa dicendo che avrebbe preferito quanto meno uno con qualche precedente nelle amministrazioni locali.

Grillo scombussolò con la sua vittoria il campo del cosiddetto centrosinistra, ma Mattarella si trovò nel 2018 anche di fronte ad un centrodestra diverso. In cui Berlusconi aveva dovuto subire il sorpasso della Lega di Matteo Salvini e concederle un sostanziale permesso a governare con le 5 Stelle pur di evitare in elezioni anticipate l’aumento del distacco dall’alleato.

Non furono giorni e mesi facili neppure per Mattarella al Quirinale, oltre che per Berlusconi ad Arcore e per il Pd al Nazareno. Nello spazio di soli quattro anni, fra il 2018 e il 2022, sino all’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi con un governo arrivato quasi a metà del suo percorso ordinario di legislatura, Mattarella ha visto sfilare nella sala del Quirinale dove giurano due governi di Giuseppe Conte e uno, del tutto eccezionale, di Mario Draghi. Cioè tre governi in quattro anni, ad una media da prima Repubblica.

Mattarella e Meloni

Ora con la Meloni, ripeto, da quasi due anni e mezzo a Palazzo Chigi, e con un centrodestra a trazione ancora più a destra di quanto non fosse avvenuto col sorpasso di Salvini sul Berlusconi ancora vivo nel 2018, Mattarella ha un quadro politico decisamente più stabile in cui esercitare il suo ruolo. Che è di garanzia e di rappresentanza dell’unità nazionale sancita dall’articolo 87 della Costituzione. Ma proprio perché si è formata nel frattempo una leadership forte di governo, non aleatoria, non a rischio di fronte ad avversari che si stanno dividendo peraltro sul problema di come affrontare le prossime elezioni, se unite o divise, il rapporto fra il governo e, più in generale, la politica e la giustizia, o la magistratura, si è fatto più caldo. Anzi, più tempestoso.

Napolitano e Mattarella

E’ un fuoco, o una tempesta, che -volente o nolente- chiama in causa anche Mattarella come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, oltre che della Repubblica. Un fuoco e una tempesta, a dire il vero, che coinvolse anche il predecessore di Mattarella al Quirinale Giorgio Napolitano, costretto a ricorrere alla Corte Costituzionale per difendere le sue prerogative da una Procura della Repubblica. Ma la situazione oggi è persino più difficile.

Pubblicato sul Dubbio

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Marco Minniti denuda le opposizioni sulla vicenda del generale restituito alla Libia

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

         In attesa delle informazioni del governo al Parlamento sulla vicenda del generale libico Almarsi, rimandato in patria anziché tratteuto in carcere in Italia come richiesto dalla Corte penale internazionale dell’Aja per i delitti commessi nelle carceri da lui gestite nel suo Paese, le opposizioni potrebbero leggere e rileggere -ripassare, diciamo così- l’intervista di Marco Minniti pubblicata oggi dal Corriere della Sera. Le opposizioni, dicevo, ma in particolare il Pd, la sua segretaria, i suoi parlamentari per la provenienza e apparteneza tuttora -credo- di Minniti al partito del Nazareno. Se a qualcuno da quelle parti non verrà in mente l’idea di chiederne l’espulsione e sequestrargli la tessera d’iscrizione.

         Ministro dell’Interno nel primo e unico governo di Paolo Gentiloni, già vice ministro -sempre al Viminale- nel secondo governo di Romano Prodi, sottosegretario per molti anni, fra i più esperti, se non il più esperto in assoluto dei servizi segreti, Marco Minniti ha ricordato agli smemorati della sua parte politica il carattere “strategico” della Libia, con cui è “giusto accordarsi”.

Minniti al Corriere della Sera

         “Primo, è la base più avanzata -ha spiegato Minniti- dei trafficanti di essere umani. Secondo: vi si gioca una partita energetica essenziale, come si è visto nella vicenda ucraina. Terzo: l’Africa è il principale incubatore di terrorismo internazionale e solo qualche anno fa la capitale moderna della Libia, Sirte, era in mano allo Stato Islamico”.

         Sull’iniziativa presa dal capo della Procura di Roma di iscrivere nel registro degli indicati la premier, i ministri dell’Interno e della Giustizia e il sottosegretario con delega dei servizi segreti affidandoli alle indagini e alle ulteriori iniziative del tribunale dei ministri per il rimpatrio di Almarsi con un volo di Stato, Minniti si è pronunciato in modo inequivocabilmente critico, sul piano giudiziario e politico.

Minniti al Corriere della Sera

         “Credo -ha detto Minniti parlando di Francesco Lo Voi e del suo presunto atto “dovuto”- che davanti ad un esposto non sia automatica l’apertura di un’indagine. Si valuta la congruità. La valutazione della Procura è legittima, certo. Tuttavia, essenziale è il momento: Se un esposto sottolinea criticità nell’azione del governo ed è prevista per il giorno dopo l’audizione dei ministri della Giustizia e dell’Interno, forse è doveroso aspettare le due audizioni, anche per valutare meglio la fondatezza dell’esposto. Ed evitare così un effetto molto negativo”.

         Il “forse” usato da Minniti è di natura ovviamente pleonastica. Non vorrei che qualcuno, fra le opposizioni, vi si attaccasse con la disperazione di chi sta annegando nella sua faziosità.

Il pur critico, insoddisfatto Prodi soccorre la Schlein nel Pd

Da Repubblica

Pur stanco, deluso e quant’altro dalla sostanziale indifferenza opposta dalla segretaria del Pd Elly Schlein ai suoi ricorrenti consigli di fare di più e di meglio per allestire il programma di uno schieramento alternativo al centrodestra, non rinviandolo- come vorrebbe Dario Franceschini- a dopo le elezioni da affrontare divisi per fare raccogliere da ciascun partito più voti possibili; pur stanco, deluso e quant’altro, dicevo,  Romano Prodi si è sottratto a fare una specie di Bruto della situazione. Come gli sarebbe toccato rendendosi disponibile alla proposta dell’ultimo segretario del Ppi-ex Dc Pierluigi Castagnetti di introdurre lui una discussione straordinaria della direzione del Pd sulla situazione politica e sui rapporti con gli altri partiti aspiranti all’alternativa al governo in carica.

Dalla Stampa

         Non sono disponibile, ha annunciato Prodi in persona facendo tirare -credo- un sospiro di sollievo alla Schlein in procinto di correre ad una riunione internazionale dei socialisti nei quali il Pd si riconosce a livello europeo, ma si guarda bene a livello nazionale perché non gradirebbero, in combinazione curiosa ma non troppo, sia i provenienti dalla Dc, per le loro origini e per la posizione marginale in cui già si sentono al Nazareno, sia i provenienti dal Pci. Per  i quali i socialisti sono pur sempre quelli guidati in passato dall’ancor odiato Bettino Craxi, pur a 25 anni dalla morte, o i “socialtraditori” della vecchia scuola sovietica e derivati.  Delle ideologie purtroppo sono sopravvissute le parti peggiori: quelle dell’esasperazione e del rancore.

Pierluigi Castagnetti

         Ma il sollievo della Schlein di fronte al no opposto da Prodi alla proposta di Castagnetti, reduce da convegni dell’area centrista di una certa risonanza mediatica, finisce allo scampato pericolo di una riunione della direzione dove la segretaria rischiava di ridere o sorridere meno del solito. Il malumore resta in un partito che cresce di qualcosa nei sondaggi, ma restando sempre ben lontano dalla consistenza che gli permetterebbe -per la natura del campo più o meno largo perseguito dalla stessa Schlein con ostinata aspirazione “unitaria”- di essere il fulcro di un’alternativa. O il punto di stabilizzazione.

L’opposizione giudiziaria combinata con quella politica al governo

Dalla prima pagina di Libero

Vi ricordate il caso di Marco Patarnello esploso in ottobre per una sua mail nella posta elettronica dell’associazione nazionale dei magistrati? Che riconosceva, segnalava e quant’altro ai suoi colleghi la “forza” e la “pericolosità” della premier Giorgia Meloni rispetto ai suoi predecessori perché inattaccabile sul piano personale, solida per la sue “visioni politiche”, cioè per la sua leadership più consistente delle precedenti.   

Da Libero

“Esponente di Magistratura Democratica”, come sottolineò la premier in una immediata reazione polemica, quel magistrato è appena stato eletto dai colleghi nel nuovo comitato direttivo dell’associazione di categoria. Non col massimo dei voti -688 come il collega Giuseppe Tango- nè col minimo -74 voti di Natalia Ceccarelli- ma con 234, rimediando il 28.mo posto su 36.

         Sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Patarnello non gradì la reazione della premier, lamentando peraltro, come i colleghi intervenuti in sua difesa nella polemica, che le fosse sfuggito un altro passo della sua mail. Che era quello in cui egli aveva raccomandato ai colleghi di attrezzarsi bene nell’azione di contrasto che la premier si meritava. Bisognava evitare una “opposizione politica”.

         Bastava e avanzava -si è visto nei fatti- un’azione di contrasto giudiziario, com’era quella concretizzatasi in ottobre, a mio avviso, con la bocciatura della prima operazione di collocamento temporaneo di immigrati clandestini ,a noi destinati, nella struttura costruita appositamente in Albania. A quella bocciatura ne sono seguite altre, l’ultima anche nelle competenze giudiziarie passate nel frattempo alla Corte d’Appello di Roma. Dove è stato sospeso il giudizio rinviando la controversia alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ma svuotando daccapo la struttura italiana in Albania. Che la Meloni rimane convinta di riuscire alla fine a fare funzionare, come promise chiudendo a dicembre la festa nazionale del suo partito al Circo Massimo.

         Intanto è arrivata anche la ciliegiona sulla torta -per non parlare di altro forse più appropriato- col rapido trasferimento di un esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti al tribunale dei ministri da parte del capo della Procura della Repubblica di Roma per l’affare Almarsi. Col solito contorno delle distinzioni leguleiche fra “l’avviso di garanzia” ricevuto, ostentato e proclamato al pubblico dalla premier Meloni, dopo averne riferito al presidente della Repubblica, e la “comunicazione giudiziaria” definita dall’associazione nazionale dei magistrati. Il tutto di una opinabile obbligatorietà, almeno nei tempi rapidi in cui tutto si è svolto per mettere sotto indagine mezzo governo, essendo stati iscritti nel registro degli indagati, oltre alla presidente del Consiglio, i ministri dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario a Palazzo Chigi con la delega dei servizi segreti, Alfredo Mantovano. Tutti sospettati di favoreggiamento del generale libico, perseguito dalla Corte internazionale dell’Aia, e di peculato, avendolo riportato a Tripoli con un volo di Stato.

         La obbligatorietà opinabile potrebbe sembrare un ossimoro. E forse lo è. Ma di ossimori si è riempito il nostro sistema istituzionale a furia di gestirlo con forzature, che consentono a storici e giuristi di affiancare la Costituzione scritta a quella materiale, o viceversa.

Carlo Nordio

Un ossimoro è anche quella che a me sembra un’opposizione giudiziaria, dovendo essere la giurisdizione neutra politicamente. Una opposizione è avvertita anche da chi nei sondaggi sta facendo salire il gradimento del governo e scendere quello della magistratura. Lo ricorda spesso impietosamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio, già magistrato per una vita, convinto anche per questo che supererà l’eventuale, anzi scontato referendum confermativo la riforma a lui intestata, all’esame del Parlamento, per la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e tutto il resto. 

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Conte in edizione franceschiniana, con vista sull’officina dell’amico

Da Repubblica

         Parole di Giuseppe Conte fresche di stampa sui rapporti col Pd in una intervista a Repubblica con la quale, a sentirlo, l’ex premier ha cercato di non farsi “distrarre” dalla guerra in corso fra la magistratura e “il governo più indecente” che sarebbe quello in carica: “Al momento ci sono dei punti in comune ma anche questioni fondamentali che ci dividono. La pace, per esempio, per noi è dirimente mentre il Pd ha sposato, con la maggioranza di governo, una linea di sostegno incondizionato anche militare all’Ucraina e persegue l’isolamento della Russia”.

Conte a Repubblica

         E la proposta di Dario Franceschini, nel Pd, di correre divisi alle elezioni, magari con intese solo sui collegi uninominali, per “colpire uniti” il centrodestra dopo il voto, prevedibilmente con un compromesso sul programma di un nuovo governo e di una nuova maggioranza? “E’ una proposta -ha risposto Conte- che guardo con attenzione perché è un tentativo di rendere compatibili le differenze. L’importante è condividere l’obiettivo di porre al centro dell’azione il cambiamento della società”. Che era poi l’obiettivo dichiaratamente propostosi da Conte con entrambi i governi da lui presieduti a maggioranze variabili, anzi contrapposte.

Conte a Repubblica

         E Prodi, che nel Pd considera “cinico” andare divisi alle elezioni per vincerle senza un programma comune? “Sarebbe ancora più cinico -ha risposto Conte, da professore a professore- presentarsi in coalizione ed esibire una unità fittizia, senza misurarsi concretamente anche sulle questioni che ci dividono. Sarebbe una finta alleanza che si sfalderebbe il giorno dopo le elezioni”. Come, d’altronde, Prodi ha sperimentato personalmente con entrami i governi -pure lui- formati a distanza di dieci anni l’uno dall’altro, finiti prematuramente.

         Conclusione. Alle varie edizioni di Conte succedutesi in sette anni, da quando gli capitò di arrivare la prima volta a Palazzo Chigi con i leghisti per restarvi col Pd, si aggiunge questa del Conte franceschiniano. Non francescano come uno zio, se non ricordo male andando indietro con la memoria ai primi tempi della sua avventura politica, ma franceschiniano. Da Franceschini, l’uomo che lavora da qualche tempo orgogliosamente in una officina e potrebbe un giorno, chissà, assemblare lui stesso il programma di un suo primo governo con Conte, lasciando al Nazareno la segretaria del partito Elly Schlein, o un suo ritratto.

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Il Foglio attacca Mantovano per i voli di Stato negati a Lo Voi

Dalla prima pagina del Foglio

         “Un consiglio all’ex fogliante Mantovano”, ha titolato -credo personalmente- Giuliano Ferrara un articolo di critica al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con la delega dei servizi segreti, Alfredo Mantovano appunto, per avere negato l’uso dei voli di Stato al capo della Procura della Repubblica di Roma Francesco Lo Voi. Che vi ricoverava per fare ogni tanto riorno nella sua Palermo.  Un rifiuto contro cui Lo Voi ha fatto ricorso al Consiglio di Stato e persino al presidente della Repubblica. E che oggettivamente può alimentare il sospetto che abbia influito sulla rapida gestione fatta dal magistrato del ricorso dell’avvocato Luigi Li Gotti contro la premier, i ministri dell’Interno e della Giustizia e il sottosegretario “ex fogliante” per l’affare Almarsi: il generale libico restituito dall’Italia alle patrie galere di cui lui è il comandante, accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale dell’Aja.

Alfredo Mantovano

         Ferrara ha un sospetto opposto e antecedente, diciamo così, a quello di una ritorsione di Lo Voi nell’investire il tribunale dei ministri dell’esposto di Li Gotti.  E lo ha scritto senza fare sconti al suo ex collaboratore. Il sospetto cioè che sia stato Mantovano, o chi per lui, a usare la gestione dei voli di Stato, a protezione della sicurezza di chi viaggia, per condizionare un magistrato, o simile.

Giuliano Ferrara sul Foglio

         “Bisogna raddoppiare la cautela nella gestione di certi dossier”, ha scritto il fondatore e ancora animatore del Foglio pur diretto ora da Claudio Cerasa. E ancora: “Pazienza se della sicurezza si tenda a fare un cattivo uso e plateale, in alcune circostanze. Da allontanare sistematicamente è il solo sospetto che con mezzi impropri si intenda condizionare l’operato di magistrati, già in sè condizionati malamente da scelte culturali e di potere, di supplenza come si dice, intollerabili”.

         “Avanti con le riforme più radicali, e mettetele sotto scorta”, ha concluso Ferrara cercando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma il più ammaccato mi sembra sia Mantovano, piuttosto che Lo Voi, potenziale fogliante di un domani immaginario.

Lotta continua fra la magistratura e il governo, o viceversa

Dal Messaggero

         Nata nel 1969 e dissoltasi nel 1976 come formazione della sinistra extraparlamentare, ma sopravvissuta come testata giornalistica sino al 1982, Lotta Continua è tornata a sua insaputa fra noi in questi giorni. E’ quella fra la magistratura e il governo Meloni. O viceversa, come si preferisce. Muro contro muro.

Dalla Stampa

         Anche i giudici di appello di Roma, come quelli di primo grado sostituiti con apposito intervento legislativo, hanno contraddetto l’impegno gridato dalla premier Giorgia Meloni, chiudendo la festa nazionale del suo partito al Circo Massimo, di fare “funzionare” la struttura creata in Albania per una prima fase di gestione degli immigrati clandestini. Pure dei quaranta e più appena scaricativi la magistratura ha disposto la liberazione in Italia, pur sospendendo il giudizio per rimettere gli atti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Uno “schiaffo” alla Meloni, ha titolato La Stampa e altri giornali.

         Non più tardi del giorno prima la premier aveva sfidato i magistrati convinti di potersi associare o addirittura sovrapporsi al governo nella gestione dell’immigrazione clandestina a candidarsi per rispondere come lei agli elettori delle decisioni che prendono vanificando quelle dell’esecutivo.

Il Quirinale

         L’ostinazione della magistratura nella contrapposizione al governo è stata tuttavia compensata nelle ultime 24 ore dalla conferma da parte del Quirinale del retroscena giornalistico di un incontro avuto dalla Meloni col presidente della Repubblica prima di prendere pubblicamente di contropiede la Procura della Repubblica di Roma. Della quale aveva deciso di rendere pubblica criticamente la comunicazione fattale di iscrizione nel registro degli indagati, con i ministri Piantedosi e Nordio e col sottosegretario Mantovano. E della contemporanea trasmissione al tribunale dei ministri di un esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti per il rimpatrio in Libia di un generale di cui invece la Corte penale internazionale dell’Aja aveva chiesto e inizialmente ottenuto l’arresto in Italia per crimini di guerra.

         La conferma dell’incontro chiesto e ottenuto dalla Meloni col Presidente della Repubblica, e del Consiglio Superiore della Magistratura, ha in qualche modo fornito alla premier una copertura che le opposizioni fingono di ignorare. Loro, le opposizioni, che pure spesso tirano la giacca a Sergio Mattarella usando contro la Meloni esternazioni o silenzi, anche in questi giorni di celebrazione mediatica e politica dei dieci anni appena trascorsi dalla sua prima elezione al Quirinale.

Francesco Lo Voi

         E’ difficile, d’altronde, anche con un po’ di buon senso, immaginare Mattarella indifferente ad una delle più imbarazzanti circostanze nelle quali il capo della Procura della Repubblica Francesco Lo Voi si è mosso: dopo un contenzioso aperto col governo, e spinto sino a ricorrere al Capo dello Stato, per l’uso negatogli dei voli di Stato neglii abituali spostamenti da Roma alla sua Palermo. Anzi, alla loro Palermo, essendovi nato anche Sergio Mattarella.

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Meloni disobbedisce al suo avvocato e alza il tiro contro la magistratura

Da Repubblica

         Se fosse vero il consiglio alla prudenza, moderazione e quant’altro attribuito da qualche indiscrezione giornalistica a Giulia Bongiorno nel momento di ricevere il mandato difensivo da Giorgia Meloni nell’affare del generale libico rimpatriato di cui è stato investito il tribunale dei ministri, la premier ha…disobbedito. Non solo alla Bongiorno intesa come avvocato suo, dei ministri Piantedosi e Nordio e del sottosegretario Mantovano, interessati pure loro all’iniziativa giudiziaria alla quale la Procura della Repubblica di Roma si è considerata obbligata dall’esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti, ma anche come presidente della Commissione Giustizia del Senato. Una sovrapposizione di ruoli che le fu contestata dalle solite opposizioni anche quando Bongiorno assunse la difesa del collega e leader di partito Matteo Salvini nel processo per sequestro di persona, Conclusosi notoriamente a favore del suo assistito.

Dal Mattino

         La Meloni non solo è tornata a protestare contro la magistratura da lei avvertita come invasiva e un po’ anche disfattista, nuocendo “alla Nazione” le indagini a carico suo e dei colleghi di governo, ma ha “alzato il tiro” o ha proceduto all’”affondo”, come hanno titolato, rispettivamente, Repubblica e il Corriere della Sera.  

Dal Corriere della Sera

         La premier ha accusato i magistrati -non tutti ma quelli sufficienti a incidere- di volere “governare” a loro modo il Paese rubandole mestiere e ruolo, ma senza risponderne a nessuno. Mentre lei risponde agli elettori. Oltre che al Parlamento che le accorda la fiducia e potrebbe revocargliela, come è accaduto a qualche suo predecessore come Romano Prodi. Che se la vide negare in entrambe le esperienze non lunghe avute di presidente del Consiglio, a distanza di dieci anni l’una dall’altra.

         Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, presidente anche del Consiglio Superiore della Magistratura, che peraltro ha appena compiuto il decimo anno del suo doppio mandato quirinalizio, alla cui scadenza ne mancano ancora quattro, è stato immaginato da qualche retroscenista in imbarazzo, se non contrariato dalla piega che sta prendendo l’ennesima battaglia della guerra più che trentennale fra la politica e la giustizia, o fra la magistratura e il governo.

Dal Messaggero

         Ma, retroscena per retroscena, ce n’è anche uno, con particolare evidenza sulla prima pagina del Messaggero, secondo cui la premier si sarebbe personalmente recata al Quirinale per informare il Capo dello Stato, prima di prendere di contropiede la Procura della Repubblica di Roma svelando e criticando l’avviso di garanzia ricevuto. Che l’associazione nazionale dei magistrati ha subito ridimensionato in “comunicazione giudiziaria”, con una distinzione che ha contribuito ad alimentare altre polemiche, anziché a ridurle.

         La tempesta, che le opposizioni non vedono l’ora di scatenare a loro modo anche nelle aule parlamentari, protestando perché ciò non sia ancora avvenuto, continuerà a livello mediatico e politico malgrado anche il fastidio, ripeto, attribuito a torto o a ragione a Mattarella.

La causa più facile capitata a Giulia Bongiorno

Marco Travaglio ieri a Otto e mezzo

         A sentire l’insospettabile Marco Travaglio ieri sera nel solito collegamento con l’altrettanto solita Lilli Gruber a Otto e mezzo, l’avvocato Giulia Bongiorno ha ricevuto l’incarico più facile della sua attività forense: la difesa della premier Giorgia Meloni, dei ministri dell’Interno Matteo Piantedosi e della Giustizia Carlo Nordio e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con la delega dei servizi segreti, Alfredo Mantovano, in un procedimento dall’esito scontato a favore dei suoi assistiti. Destinato a concludersi o con l’archiviazione delle accuse dell’avvocato Luigi Li Gotti di favoreggiamento, peculato eccetera per il rimpatrio del generale Almasri in Libia, o col naufragio del processo in Parlamento- Dove la maggioranza di governo è troppo ampia e compatta per lasciare alle opposizioni la speranza di  un’autorizzazione.

Dal giornale Domani

         Persino Travaglio, ripeto, una specie di superprocuratore onorario della Repubblica ha riconosciuto la fondatezza di un’archiviazione, ancor prima della impraticabilità politica, in questa legislatura, di un processo per reati ministeriali. Ma allora -ha fatto finta di chiedersi, incredulo e spalleggiato dalla conduttrice mai neutrale della trasmissione de la 7- perché mai la premier Meloni ha così rumorosamente protestato contro l’avviso di garanzia, o come altro si voglia o si debba chiamare, ricevuto da capo della Procura della Repubblica di Roma  Francesco Lo Voi, comprensivo degli “ossequi” del firmatario? E perché mai -potrei aggiungere io al posto di qualche ipercritico della presidente del Consiglio- scomodare un avvocato prevedibilmente così costoso, bastandone e avazandone uno più a buon mercato? E sottrarre peraltro alla Bongiorno tanto di quel tempo che richiede il suo lavoro di parlamentare leghista e di presidente della Commissione Giustizia del Senato? Peraltro dopo tutto il tempo speso per vincere una causa difficilissima e incerta come quella al vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona per avere ostacolato nel 2019 da ministro dell’Interno lo sbarco in Sicilia di circa 150 immigrati clandestini soccorsi dalla nave spagnola Open Arms?

Dal Riformista

         Perché ?, ripeto, spingendomi a condividere quel “casino”, se non ho sentito male, sfuggito anche alla solitamente pudica conduttrice di Otto e mezzo parlando della reazione della Meloni alla ricezione della lettera giudiziaria, esibita nel video registrato nel suo ufficio o dintorni di Palazzo Chigi. Semplicemente perché -penso dopo avere scritto di politica per una vita- la premier ha una concezione trasparente dei suoi rapporti con i cittadini. Dei quali cerca il sostegno e ai quali non a caso ha offerto l’elezione diretta del presidente del Consiglio con una riforma costituzionale sostenuta in passato anche da alcuni dei suoi attuali avversari. Che hanno cambiato idea e posizione solo quando hanno capito o scoperto che a beneficiarne potrebbe essere lei, appunto.

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Da Andreotti a Craxi, da Berlusconi a Meloni…

Dal Dubbio

Per lunghezza e quantità Giulio Andreotti scherzò per un certo tempo sui suoi rapporti con la magistratura, allora filtrati dalla commissione parlamentare inquirente e altri congegni scomparsi, evocando le guerre puniche. Se fosse vivo, le estenderebbe con la sua ironia tagliente alla giovane Giorgia Meloni, succedutagli dopo tanti anni a Palazzo Chigi, per la vicenda giudiziaria che lei stessa ha rivelato. E che di punico ha anche un riferimento geografico, visto che il percorso del generale libico Asmari contestato alla premier e ad altri esponenti del suo governo porta sulle coste africane. Dove Asmari è tornato scampando ad un ordine di arresto internazionale in Italia e, in coincidenza o contropartita, si sono ridotte le partenze improvvisamente aumentate di immigrati clandestini destinati alle nostre coste.

         Chissà se non si finirà per ridere o sorridere anche di questa avventura giudiziaria della Meloni, come Andreotti faceva delle sue prima di incorrere in quella che alla fine però gli costò un processo di mafia con epilogo misto di assoluzione e prescrizione e uno addirittura per il delitto del giornalista Mino Pecorelli, conclusosi con assoluzione piena. Ma a carriera politica di Andreotti ormai chiusa, per quanto egli fosse rimasto senatore a vita sino appunto alla morte grazie alla nomina conferitagli in precedenza dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

         Più che alle vicende di Andreotti tuttavia quella della Meloni è stata generalmente ricondotta all’avviso a comparire mandato nel 1994 al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dalla Procura della Repubblica di Milano sull’onda emotiva e politica che aveva già scosso e fatto crollare la cosiddetta prima Repubblica. Avviso peraltro notificato al capo del governo a mezzo stampa, prima che un ufficiale dei Carabinieri glielo potesse materialmente consegnare.

Da Berlusconi a Meloni, si è scritto e titolato in una linea di continuità del centrodestra. Non va però dimenticato il clamoroso divieto imposto nel 1985 dal Quirinale del già citato Cossiga al Consiglio Superiore della Magistratura che voleva processare a suo modo l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. Che non si dava pace delle modeste sorti giudiziarie, chiamiamole così, degli assassini di Walter Tobagi, l’inviato del Corriere della Sera colpevole anche, per chi lo volle morto, di godere della stima e dell’amicizia del leader socialista.

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