Le piazze che Conte sogna di riempire di affamati per rovesciare il governo…

Da Libero

Se n’erano perse un po’ le tracce, anche se i telegiornali ogni tanto ce lo propongono nelle immagini di repertorio mentre cammina sempre a passo spedito verso qualcosa, ma l’ex presidente del Consiglio e adesso solo di quel che resta del MoVimento chiamato ancora 5 Stelle, strappato al fondatore Beppe Grillo, è fra noi davvero. E cammina spedito, come al solito, anche leggendone un’intervista rilasciata alla Stampa, verso la piazza intesa in senso largo. Dove egli vorrebbe contestare un governo e, più in particolare, una premier responsabili della miseria in cui starebbero trascinando il paese a furia di scodinzolare, obbedendo sia a Trump sia all’Unione Europea.

L’uno e l’altra, in verità, almeno al momento, non sono proprio allineati, ma Conte li allinea lo stesso pur di proporsi come il guerriero del popolo, dopo avere esordito politicamente come il suo avvocato, ai tempi del primo governo, quando tuttavia interrompeva le sue arringhe in Parlamento chiedendo prudentemente ai suoi due vice presidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, se certe cose le potesse dire o no.

         Anche l’intervistatore Alessandro De Angelis deve essere stato colto da qualche dubbio inseguendo parole e concetti dell’ex premier nella corsa verso la piazza. Sino a  chiedergli prudentemente e al plurale maiestatis delle 5 stelle: “Andate in piazza con i vostri alleati?”. Che sulla carta, pur stropicciata fra veti, distinzioni e simili, dovrebbero essere i partiti dichiaratamente di opposizione: dal Pd di Elly Schlein all’Italia Viva di Matteo Renzi, dalla sinistra radicale di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli ad Azione di Carlo Calenda e a + Europa di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova, più altri cespugli di varia anima, denominazione e ambizione.

Giuseppe Conte alla Stampa

         “I nostri primi alleati -ha risposto Conte, sempre a passo sostenuto- sono i cittadini, quell’Italia che non si rassegna al declino, all’impunità di chi sente intoccabile e al di sopra della legge”. Anzichè al di sotto, come una certa magistratura abituata da una trentina d’anni e più a esondare cerca di mettere i politici scomodi o antipatici di turno.

         “I cittadini”, dice Conte con piglio giacobino, appreso a scuola studiando magari la rivoluzione francese. I cittadini che hanno pagato a caro prezzo la “sconfitta della povertà” annunciata dal balcone di Conte a Palazzo Chigi senza paura del ridicolo sformando la prima di una certa serie di misure demagogiche, o semplicemente avventate prima nelle previsioni e poi nella gestione.

        I cittadini affamati e in miseria che Conte sogna sinistramente di trascinare in piazza per travolgere un governo che disporrebbe, nella sua visione, di una forza arbitraria nel Parlamento pur aperto dai grillini come una scatola di tonno, sono magari quelli che lo stesso Conte vede uscire o entrare nei ristoranti davanti ai quali passa ad andatura svelta e non sono ancora consapevoli della loro intima, prenotata miseria. I cittadini in attesa dei quali si sono già consumate altre avventure qualunquistiche nella storia italiana, pur riconoscendo -per carità- che questa che Conte ha ereditato da Beppe Grillo si è rivelata più resistente del solito.

         Ancora oggi le 5 Stelle, pur dopo precipizi locali come quelli dell’anno scorso in Liguria e in Emilia Romagna, vagano nei sondaggi sopra il dieci per cento dei voti. Che forse dà a Conte l’ebbrezza, pur in un sistema elettorale non più proporzionale come una volta, di sentirsi essenziale come lo fu a suo tempo, per esempio, il partito di Bettino Craxi. O di Ghino di Tacco, come lo definì una volta Eugenio Scalfari pensando di ferire a morte l’allora presidente del Consiglio, che invece da allora preferì firmare così i corsivi che mandava al giornale del suo partito da Palazzo Chigi. Dove il leader socialista riuscì a governare per tre anni , e per niente male, pur tra continui preannunci di crisi stampati come manifesti dalla Repubblica di carta di Scalfari, appunto. Altri tempi, altri uomini, altre stelle….

Pubblicato su Libero

Gli effetti collaterali, e provvidenziali, degli attacchi da Mosca a Mattarella

Dal Dubbio

Appartengono alla serie dei mali che non vengono tutti per nuocere, come la frusta di Trump che potrebbe aiutare il processo di integrazione europea, anche i ripetuti attacchi, di venerdì scorso e di ieri, da Mosca al presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella. Che già al primo assalto la premier Giorgia Meloni aveva difeso anche “a nome del governo” per la “blasfemia” contestatagli dalla portavoce del Ministero degli Esteri, avendo egli equiparato l’aggressione di Putin all’Ucraina a quelle di Hitler ai paesi limitrofi, propedeutiche alla seconda guerra mondiale. La portavoce del ministro Lavrov vi è tornata per avvertire, minacciare e quant’altro che il discorso del presidente della Repubblica italiana non rimarrà “senza conseguenze”.

         La solidarietà piena della Meloni  a Mattarella -pure lei, del resto, schierata con l’Ucraina dall’inizio della cosiddetta “operazione speciale” annunciata a Mosca per “denazificarla”, quando era ancora all’opposizione e a Palazzo Chigi governava Mario Draghi- ha fatto cadere la mannaia sulla rappresentazione delle difficoltà temperamentali e politiche nei rapporti fra la premier e il Capo dello Stato.  Anzi, della “Nazione”, come la presidente del Consiglio preferisce dire parlando dell’Italia.

         La sintonia con Mattarella, che di suo aveva già più volte ammonito le opposizioni a non arruolarlo forzandone parole e silenzi, e chiedendogli di non firmare questa o quella legge ad esse sgradita, è stata ed è ancora di più per la Meloni, di fronte all’offensiva reiterata di Mosca, un elemento di forza nel ruolo che le eccezionali condizioni internazionali le consentono o richiedono. Anche al di là del vertice europeo “informale” improvvisato da Macron a Parigi a scapito dell’autorevolezza di Bruxelles.

         In una Europa che Trump vuole o immagina estranea al processo o negoziato di pace per l’Ucraina, ritenendo prevalenti, se non addirittura esclusivi, gli interessi russi e americani nel conflitto ucraino, la Meloni è quella che ha maggiori spazi di manovra per mediare o ammortizzare i colpi. Li ha per la stabilità del suo governo, maggiore rispetto agli altri nell’Unione europea, e per i rapporti personali col presidente degli Stati Uniti.

         Non c’era solo amicizia e colleganza partitica con la Meloni ma valutazione concreta e realistica della situazione, avvertita come ministro della Difesa, nelle parole spese da Guido Crosetto nei giorni scorsi, fra Corriere della Sera e Repubblica, a proposito della premier.

Guido Crosetto a Repubblica

         “In questo momento se io fossi in loro -ha detto Crosetto, in particolare, a Repubblica, dopo avere rilevato la necessità o opportunità che i 27 paesi dell’Unione trovino “di volta in volta una persona” cui delegare la loro rappresentanza- chiederei a Giorgia Meloni per il rapporto privilegiato che ha da anni con Trump, di provare a svolgere il ruolo di mediatore”. “Il rischio dell’Europa è che invece deflagri”, ha avvertito il ministro della Difesa guardando o pensando a Bruxelles.

Pubblicato sul Dubbio

Dalla vanità di Parigi alla realtà di Riad nel negoziato sulla sorte dell’Ucraina, e non solo

         Il protagonismo del presidente francese Emmanuel Macron, che ha improvvisato -peraltro faticosamente- un vertice europeo soltanto e dichiaratamente informale, allargato alla Gran Bretagna e al segretario generale della Nato, non ha naturalmente fermato o rallentato la ruspa del presidente americano Donald Trump. Che ha mandato i suoi uomini a Riad per procedere nella preparazione dei negoziati con Putin sull’Ucraina.

Dal Fatto Quotidiano

         “A Parigi i piagnistei”, come ha irriso Il Fatto Quotidiano felice della prospettiva di una pace penalizzante per l’Ucraina e per l’Europa, a Riad la forza e la concretezza di un percorso sostanzialmente a due. Che sono naturalmente Trump e Putin, in uno scenario che Macron aveva pensato di scongiurare più di due mesi fa a Parigi, invitando Trump appena eletto ma non ancora insediato alla Casa Bianca e il presidente ucraino Zelensky, in occasione della riapertura della cattedrale Notre Dame, e facendoli incontrare.

Trump, Macron e Zelensky a Parigi…tempo fa

Non mancarono le foto, anche quelle di Macron con Giorgia Meloni e di questa con Trump, ma i fatti veri erano già allora destinati a non svilupparsi fra gli stucchi e gli arazzi dell’Eliseo. Dove Macron è tornato invece a illudersi di poter condizionare gli eventi improvvisando, come ho già scritto, un vertice europeo “informale” accolto per cortesia, più che per convinzione, dagli invitati. O almeno dalla premier italiana, della quale si è saputo che avrebbe preferito giustamente un Consiglio straordinario dell’Unione Europea nella sede propria di Bruxelles perché convinta -lei che pure è considerata una “sovranista”- che le istituzioni comunitarie debbano essere rafforzate anche nella loro fisicità, e non aggirate. O piegate alla vanità di qualcuno.

Anche le riserve della Meloni, che fra i leader dei paesi fondatori dell’Unione europea è peraltro quella che ha i migliori rapporti con Trump, hanno finito per ridimensionare il protagonismo francese di facciata. E far capire che ci vuole ben altro di un vertice informale attrezzato di lustrini, luci e telecamere a Parigi per evitare il rischio che davvero la pace in Ucraina -almeno quella a parole- si raggiunga alle spalle, insieme, di Kiev e di Bruxelles. Con tutto quello che potrebbe conseguire.

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La partita di Macron in quella più vasta dell’Europa con Trump

Dal manifesto

Nel momento forse più rischioso e buio dell’Europa, “sfrattata” -quanto l’alleanza atlantica sulla quale ha preferito titolare invece il manifesto- dal condominio perseguito dal presidente americano Donald Trump col russo Vladimir Putin per un negoziato di pace sull’Ucraina, il vertice comunitario non riesce neppure a tenere la scena della resistenza, o del contrattacco. E se la lascia strappare dal presidente francese Emmanuel Macron con un vertice preannunciato a Parigi dal ministro degli Esteri polacco. Il Consiglio europeo, la Commissione di Bruxelles, i loro presidenti e affini evidentemente sono niente, o addirittura meno di niente.

Da Repubblica

         E’ un altro tributo, o peggio, fornito a Trump, che tocca con mano così anche la debolezza delle istituzioni unitarie dell’Europa, Che gli dà  un altro argomento, o pretesto, per continuare a gestire l’affare ucraino praticamente da solo con Putin, inseguendo quella che Ezio Mauro non a torto ha definito su Repubblica “una pace imperiale” piuttosto che la “pace giusta” reclamata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky e promessagli, garantita e quant’altro un po’ da tutti gli interlocutori da lui avuti nei suoi viaggi durante i tre anni ormai della guerra inflittagli da Putin.  Che lo considera un ebreo rinnegato e un nazista.

         Macron, che ha voluto assumere l’iniziativa, è fra tutti i presidenti o leader europei il più ambizioso o vanitoso di certo, ma quello messo peggio nell’Unione. Peggio persino del cancelliere tedesco alla vigilia di elezioni che ne sanciranno la sconfitta nazionale dopo quelle locali accumulate nei mesi scorsi. Macron non ha elezioni su cui tentare di riprendersi perché non ne può convocare di anticipate dopo quelle dell’anno scorso, volute per una riscossa che gli è mancata. Dall’Eliseo egli è in grado di produrre solo governi effimeri per forza e durata, forse propedeutici alla prima  vittoria della destra nelle prossime elezioni presidenziali.

Zelensky e Meloni

         Il presidente francese dall’alto della sua supponenza avrà probabilmente riso se qualcuno gli ha fatto leggere una intervista del ministro della Difesa italiano Guido Crosetto. Che ieri ha detto a Repubblica, parlando della situazione dell’Unione: “L’Europa deve restare unita, ma avrebbe bisogno che i 27, nei momenti di scelte storiche, sapessero delegare di volta in volta una persona a rappresentarli tutti. In questo momento, se io fossi in loro, chiederei a Giorgia Meloni, per il rapporto privilegiato che ha da anni con Trump, di provare a svolgere il ruolo di mediatore. Il rischio dell’Europa è che invece deflagri. Meloni potrebbe essere un canale per parlare su questo tema, Forse è l’unica che può farlo. E, mi creda, questa affermazione non la sto facendo per simpatia (anche perché non le sto facendo un regalo), o per calcolo politico, ma perché vorrei che superassimo al meglio questo momento”. Macron si ammazzerebbe piuttosto che dargli ragione.

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Nella matrioska di Mattarella a Mosca c’è la premier Meloni

Da Repubblica

         La notizia non è tanto nell’attacco da Mosca al presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella per il “blasfemo” paragone da lui ribadito la settimana scorsa, in un discorso all’Università di Marsiglia, fra la Russia di Putin nei rapporti con l’Ucraina, sotto invasione da quasi tre anni, e la Germania di Hitler. La notizia sta nei nove giorni che a Mosca hanno lasciato passare dal discorso di Mattarella a Marsiglia per contestarlo con quello che Repubblica ha definito “sfregio”.

         Un’altra notizia ancora, nello stile di una matrioska molto di casa in Russia, sta nella decisione che credo sia stata presa al Cremlino di fare rispondere a Mattarella, che come capo dello Stato avrebbe forse meritato come interlocutore Putin direttamente, piuttosto che la portavoce del Ministero degli Esteri di Sergey Viktorovic Lavrov. Che ha voluto rinfrescare, diciamo così, la memoria a Mattarella ricordando l’Italia fascista alleata della Germania nazista, dimenticando a sua volta che a fare esplodere la seconda guerra mondiale fu l’accordo di Hitler con Stalin  per spartirsi la Polonia. La storia andrebbe raccontata per intero, non a metà o a un terzo.

Roberto Benigni al festival di Sanremo

         Perché -dicevo, e per andare all’osso del problema- Putin ha lasciato trascorrere nove giorni dal discorso di Mattarella a Marsiglia per ordinare o autorizzare una reazione? E perché è stato scelto Mattarella piuttosto che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni -non la presidente del coniglio di marca piddina- che con l’Ucraina aggredita dalla Russia si era già schierata prima di insediarsi a Palazzo Chigi, nell’autunno del 2023. E conseguentemente ha solidarizzato con l’”offeso” Mattarella in un coro conclusosi al festival di Sanremo in una ovazione all’elogio dell’ospite Roberto Benigni.

         La risposta alla domanda sui tempi e modi dell’attacco da Mosca al capo “della Nazione” italiana, come ha precisato la premier, sta nella paura che si avverte al Cremlino per il rapporto speciale, chiamiamolo così, che la Meloni ha col presidente americano Donald Trump.  Un rapporto che Putin non ha ritenuto opportuno sfidare esplicitamente temendo ch’esso possa complicare maggiormente quell’altro rapporto, anch’esso speciale, che lui coltiva col ritrovato presidente degli Stati Uniti nel negoziato della cosiddetta pace sulla testa della Ucraina e anche dell’Europa.

Trump e Meloni

Il diavolo, si sa, fa le pentole senza i coperchi.  E chissà che non sia proprio la premier italiana il coperchio che manca alla pentola contro l’Ucraina “nazista” -ha detto la portavoce di Lavrov- allestita da Putin. Che, non potendo o avendo paura di sparare contro la Meloni ammirata da Trump, ha cominciato a sparacchiare e fare sparacchiare contro Mattarella. Che a Trump, in coppia non certamente silenziosa con Elon Musk,  sta molto meno simpatico, diciamo così, della Meloni. Ne vedremo presto delle belle, credo e spero, nello spettacolo del negoziato sull’Ucraina.

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A Monaco 87 anni dopo il tragico piatto servito a Hitler

Dall’Ucraina

         Paolo Mieli e Giuliano Ferrara, scrivendone rispettivamente sul Corriere della Sera e sul Foglio, si sono forse guadagnati il diritto ad un aggiornamento del fotomontaggio nel quale Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano ha oggi accomunato come “vedove di guerra” e “atlantisti in lutto” per la sorte dell’Ucraina  -da sinistra a destra- Gianni Riotta, Carlo Calenda, Vittorio Emanuele Parsi, Pina Picierno e Alan Friedman, ormai più noto forse più in Italia che nei suoi Stati Uniti. Tutti contrariati per la pace che il presidente americano Donald Trump, passando dalle parole della sua campagna elettorale ai fatti, ha deciso di trattare col presidente russo Vladimir Putin sulla testa, sostanzialmente, della stessa Ucraina e dell’Europa per chiudere una guerra che avrebbe dovuto durare tre giorni nei calcoli del Cremlino, quando fu ordinata la cosiddetta “operazione speciale” contro Kiev, ma si è trascinata per tre anni.

Dal Corriere della Sera

         Per Mieli -ripeto, sul Corriere della Sera- Trump sta vendendo “l’anima” dell’Occidente, e non solo dell’Europa responsabile, dal canto suo, della propria debolezza nel fronteggiare con poca o nessuna unità davvero l’emergenza creatasi con l’invasione, dandola praticamente vinta a Putin. Che sta per portare a casa, fra l’altro, l’impegno americano a non fare entrare quel che resta o resterà dell’Ucraina nella Nato per garantirle la sopravvivenza.

Dal Foglio

         Per Giuliano Ferrara non saremmo solo, a 87 anni di distanza, ad una replica della conferenza di Monaco dove francesi e inglesi alimentarono anziché ridurre il tragico appetito di Hitler, ma andiamo dritti verso “una Yalta da brividi, e senza l’Europa” per un’altra spartizione del mondo. Che finirà per estendersi anche all’Asia con la cessione di Formosa alla Cina. Mancano “antidoti”, secondo Ferrara, alla “coppia Trump-Putin”.

         Al pessimismo della ragione che accomuna gramscianamente Mieli e Ferrara si oppone solo l’ottimismo della volontà, per restare a Gramsci, dei pochi che sperano o scommettono soprattutto su qualche errore di Trump e Putin, separatamente o insieme, avendo ogni negoziato sempre qualcosa di imprevisto o imprevedibile.

         La politica italiana che cosa fa in questo passaggio mozzafiato , a parte la coerenza riconosciuta da Mieli al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fermo nella difesa dell’Ucraina dal primo momento? Fa il solito gioco della maggioranza e delle opposizioni entrambe divise. Ma con le opposizioni unite solo -con l’eccezione di Calenda-nella pregiudiziale ostilità, anche personale, alla premier Giorgia Meloni, presidente del coniglio, e non del Consiglio, anche su questo fronte, secondo la segretaria del Pd Elly Schlein.

Il sonno già perduto dal nuovo presidente dell’associazione nazionale dei magistrati

Dal Tempo

         Se la tregua a Gaza rischia di finire prima di quando e quanto fosse stata concordata, visto l’uso sfrontato che hanno fatto i terroristi di Hamas del rilascio degli ostaggi, catturati nel pogrom del 7 ottobre 2023, per intestarsi una vittoria che Israele non intende loro riconoscere; se in Ucraina sta forse arrivando  il momento di uscire da una guerra alla quale temo che ci siamo un po’ troppo abituati in tanti, in corso da quasi tre anni contro i tre giorni previsti da Putin per vincerla con l’eliminazione o la fuga di Zelensky da Kiev, in Italia sta forse fallendo prima ancora di cominciare la tregua fra governo e sindacato delle toghe. Che sembrava proposta, auspicata e quant’altro dal nuovo presidente dell’associazione nazionale dei magistrati Cesare Parodi chiedendo un incontro col governo, pronto a fissarlo.

Rocco Maruotti, il segretario di sinistra del sindacato delle toghe

         Da quella richiesta, e più ancora dalle interviste nelle quali aveva riconosciuto la competenza esclusiva della politica nella produzione legislativa, compresa la riforma costituzionale della giustizia all’esame delle Camere con l’obiettivo, fra l’altro, di separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, Parodi ha smesso di dormire e sognare “non in senso metaforico” ma davvero, ha scritto in una lettera di sostanziale retromarcia ai colleghi. Soprattutto a quelli delle correnti di sinistra che anche attraverso il nuovo segretario dell’associazione, Rocco Maurotti, avevano contestato toni e contenuti delle dichiarazioni di esordio del presidente.

         D’altronde, già nei contatti che debbono esserci stati fra la presidenza dell’associazione e quella del Consiglio -non del coniglio gridato nell’aula di Montecitorio dalla segretaria del Pd Elly Schlein- Parodi aveva ottenuto da Giorgia Meloni di programmare l’incontro per un giorno successivo al 27 febbraio, scelto dal sindacato delle toghe sotto la prevedente gestione per uno sciopero contro il governo. O a sostegno della Costituzione che sarebbe minacciata dalle modifiche in cantiere in tema di giustizia, pur prevedendo la stessa Costituzione procedure di esplicita, dichiarata “revisione”.   

         Se la sinistra sindacale delle toghe è riuscita a togliere il sonno al presidente espresso dalla destra, vera o presunta, di Magistratura indipendente dopo le elezioni associative, ciò è accaduto anche per la resistenza delle opposizioni politiche ad una tregua. Esse preferiscono un rapporto conflittuale sui temi della giustizia credendo di potere così delegittimare moralmente il governo, visto che conferiscono alla magistratura quella funzione salvifica, etica che le toghe si sono prese da sole da più di trent’anni ribaltando gli equilibri nei rapporti fra politica e giustizia voluti dai costituenti.

Le opposizioni si danno alla caccia….a vuoto ai ministri

Da Libero

La concorrenza, si sa, è l’anima del commercio, al netto dei raggiri. Vale anche nella politica, i cui spettacoli si contendono in questo periodo le prime pagine dei giornali e i salotti televisivi col festival canoro di Sanremo e col carnevale a Viareggio. Dove quest’anno Walter Veltroni ha voluto fare recuperare ai carri anche il tempo, lo spazio e la fantasia perduti nelle sospensioni del buon umore e dell’allegria imposte dalla seconda guerra mondiale.

         Solo l’ex segretario del Pd, restituito alle passioni adolescenziali e giovanili dalla politica, poteva proporsi un simile obiettivo e riuscire a raggiungerlo, diversamente da quanto gli capitò al Nazareno fra il 2007 e il 2009 inseguendo la “vocazione maggioritaria” dell’accrocco -o “amalgama mal riuscito”, come lo definì impietosamente Massimo D’Alema- ricavato fondendo i resti del Pci e della sinistra democristiana, più cespugli liberali, radicali e ambientalisti.

Lo sbarco del generale Almasri in Libia

         In concorrenza, dicevo, con la musica e le canzoni di Sanremo e i carri di Viareggio le opposizioni giocano in Parlamento con la caccia ai ministri. A sfiducia non ancora votata alla Camera contro la ministra del Turismo Daniela Santanchè, per niente imbarazzata in un’aula dove il centrodestra non brillava certamente per le presenze in apertura della discussione sulle sue vicende giudiziarie da imprenditrice, è stata annunciata un’altra mozione contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Al quale le opposizioni non perdonano, in particolare, il contributo dato dal suo ufficio di governo al rimpatrio del generale libico Almasri. Di cui la Corte penale internazionale dell’Aia aveva ordinato e ottenuto l’arresto in Italia per crimini di guerra e contro l’umanità, dopo averne peraltro consentito con assai improbabile casualità la libera circolazione in Gran Bretagna, Belgio e Germania. Che hanno con la Libia meno problemi dell’Italia sui fronti abbastanza securitari degli approvvigionamenti energetici, della presenza di aziende e connazionali in quelle terre, e dell’immigrazione clandestina che parte dalle coste africane in direzione delle nostre.

         Nordio non solo non ha contribuito all’operazione gestita, diciamo così, all’Aia ma ha contestato con la lunga esperienza acquisita da magistrato “sciatterie” e simili del mandato di cattura già eseguito dalla magistratura italiana. Ne è derivata, fra l’altro, la decisione del governo di non sottoscrivere all’Onu una dichiarazione di solidarietà di 79 paesi alla Corte Internazionale raggiunta anche dalle critiche, proteste e sanzioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Che è giustamente esterrefatto del genocidio attribuito dai giudici dell’Aia al premier israeliano Benjamin Netanyahu e a un suo ex ministro per la reazione militare al pogrom dei terroristi palestinesi di Hamas del 7 ottobre 2023.

         Una circostanza aggravante, diciamo così, addebitata dalle opposizioni al ministro della Giustizia nella iniziativa a vuoto della sfiducia -impossibile quanto un processo a mezzo governo eventualmente proposto dal tribunale dei ministri, attivato dalla Procura della Repubblica di Roma, dati i rapporti di forza nei necessari passaggi parlamentari- è stata indicata nell’anagrafe della Corte penale internazionale. Il cui statuto fu concordato e firmato nel 1998 a Roma, portandone il nome. “Vergogna”, ha gridato anche per questo l’ex premier Giuseppe Conte cercando di recuperare il sorpasso compiuto su di lui dalla segretaria del Pd Elly Schlein, in un impeto di fantasia umoristica, dando a Giorgia Meloni della presidente del Coniglio, anziché del Consiglio.

         Di fronte a tanto scrupolo quasi patriottico nella difesa della Corte penale internazionale, che sarebbe stata tradita da un paese fondatore e intestatario dello statuto, è il caso di ricordare alle opposizioni che tra i paesi rifiutatisi di firmare all’Onu il documento di solidarietà c’è il Giappone. Che pure è rappresentato al vertice della Corte dalla presidente nipponica Tomoko Akane.

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Canta che ti passa…la sfiducia al ministro della Giustizia Carlo Nordio

Dal festival di Sanremo

         Strette fra le canzoni più seguite di Sanremo e i carri più festosi di Carnevale a Viareggio, le opposizioni hanno deciso e annunciato lo spettacolo parlamentare di una sfiducia personale al ministro della Giustizia Carlo Nordio, preferito al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per rispondere del rimpatrio del generale libico Almasri. Di cui la Corte penale internazionale aveva ordinato e momentaneamente ottenuto l’arresto in Italia, piuttosto che in Gran Bretagna, in Belgio e n Germania, da dove lui proveniva,  per crimini di guerra e contro l’umanità. Già Nordio, d’altronde, è sotto inchiesta al tribunale dei ministri, che si occupa anche della premier Giorgia Meloni, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del sottosegretario ai servizi segreti Alfredo Mantovano.

Dal Carnevale di Viareggio

         E’ ancora pendente, in verità, alla Camera una sfiducia personale alla ministra del Turismo Daniela Santanchè, rinviata a giudizio per falso in bilancio delle sue visibilia e a rischio di processo anche per truffa all’Inps nelle sue vesti e funzioni di imprenditrice. Ma volete mettere Nordio, il Guardasigilli che si è intestata la riforma costituzionale della giustizia, già candidato della destra meloniana al Quirinale, con la Santanchè? Il boccone era ed è sicuramente più grosso perché le opposizioni vi potessero e vi possano rinunciare.

Massimo Giannini a la 7

         Eppure anche uno degli spettatori più attivi e partecipi delle opposizioni, cui alterna gli applausi e i consigli, scritti e parlati, fra giornali e televisioni, Massimo Giannini, parlandone nel salotto di Lillli Gruber su la 7, ha riconosciuto che Nordio non rischia nulla. Egli dispone nel governo e nella maggioranza di un prestigio troppo grande per temere agguati e tradimenti. Uscirà anzi rafforzato dal processo parlamentare cui le opposizioni hanno deciso di sottoporlo, unite da Elly Schlein a Giuseppe Conte, da Nicola Fratoianni ed Angelo Bonelli a Matteo Renzi, pensate un po’. Solo Carlo Calenda ha evitato di associarsi all’inutile assalto.

         Nel compiacersi della sfiducia sognata dalle opposizioni Massimo Giannini ha loro proposto di cantare vittoria, pur a sfiducia negata, perché il loro processo parlamentare lascerà comunque “una macchia nera- testuale- sulla giacca già nera” della premier Giorgia Meloni. Nero su nero  può essere solo la macchia dell’ossessione.

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Le indagini della curiosa Corte penale internazionale sull’Italia

Da Repubblica

         Per quanto dichiaratamente e riduttivamente ”conoscitiva”, al limite della volontà o necessità di togliersi solo una curiosità, l’indagine annunciata dalla Corte penale internazionale dell’Aia sulla liberazione in Italia e il rimpatrio del generale libico Almarsi, di cui essa aveva ordinato l’arresto, ha francamente il sapore di una beffa. La Corte evidentemente, oltre a non avere capito la corrispondenza intercorsa col Ministero della Giustizia italiana, su cui il guardasigilli Carlo Nordio ha riferito alla Camera e alla Senato, non dispone neppure di un attrezzato ufficio stampa che la informi delle reazioni ch’essa ha provocato in Italia con quel mandato di cattura di cui sono state necessarie due edizioni in poche ore, essendo stato clamorosamente sbagliato il primo eseguito nel nostro territorio nazionale.

Dal Corriere della Sera

         Alla Corte dell’Aia non hanno ancora capito che il governo italiano non ha a sua volta compreso -o lo ha compreso  e pretende spiegazioni che probabilmente non avrà mai in quanto indicibili- perché mai del generale capo della polizia giudiziaria libica, sotto indagini da mesi, essa abbia ordinato l’arresto, pur conoscendone tutti i movimenti, solo quando egli ha raggiunto l’Italia. Dopo avere potuto liberamente viaggiare per giorni in Gran Bretagna, inl Belgio e in Germania, tutti aderenti a quell’organismo internazionale. La Corte ne ha preteso l’arresto solo nel paese, come appunto l’Italia, decisamente più esposto di tutti in Europa nei rapporti con la Libia, contrassegnati da forniture energetiche essenziali, dalla presenza di molti connazionali e di un’azienda di Stato come l’Eni e dalle partenze da quelle coste di gran parte dei migranti clandestini gestiti dalla criminalità.

         Solo il fatto che la Corte finga di non avere capito ciò che ha combinato, fra errori documentali e documentati e tempi di intervento, giustifica ampiamente quello che ha invece scandalizzato le opposizioni in Italia: il rifiuto della rappresentanza del governo all’Onu di sottoscrivere con altri 79 paesi un documento di solidarietà ai giudici internazionali dell’Aia dopo l’attacco e le sanzioni annunciate dal presidente americano Donald Trump. Che considera giustamente un’infamia il genocidio contestato dalla Corte al premier isreaeliano Benjamin Netanyauh per la reazione al podrom del 7 ottobre del 2023 dei terroristi palestinesi di Hamas, mossisi da Gaza per uccidere ebrei o farne ostaggi nella guerra messa nel conto. 

Tomoko Akane, presidente della Corte penale internazionale

         La mancata adesione dell’Italia a quel documento è stata definita “una vergogna” dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte anche perché l’Italia partecipa alla Corte internazionale. Il cui statuto fu peraltro firmato a Roma nel 1998. Ma, se è per questo, cioè per un malinteso senso di patriottismo, a non volere aderire al recentissimo documento di solidarietà ai giudici dell’Aia è stato anche il governo del Giappone, pur essendo la giudice nipponica Tomoko Akane presidente in carica di quella Corte.

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