Più della Meloni ora l’incubo della Schlein è lo sconfitto Sholz a Berlino

Da Libero

Quel 16,5 per cento dei voti cui sono scesi i socialdemocratici tedeschi, in un turno elettorale peraltro a larghissima partecipazione, con ben più dell’80 per cento ormai inimmaginabile in Italia, dovrebbe far riflettere la segretaria del Pd Elly Schlein. Che ha cominciato anche a lei a registrare nei sondaggi una certa tendenza a scendere da quando ha opposto la sua dichiarata testardaggine, nell’inseguimento della unità delle opposizioni, a quanti nel partito mordono il freno per la radicalizzazione della linea. E ciò pur di non perdere per strada la sinistra di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ma soprattutto quel misto fritto che è diventato il Movimento 5 Stelle sotto la guida sempre più personalizzata e massimalista di Giuseppe Conte.

Elly Schlein e Giuseppe Conte

Diversamente dalla Germania, dove i socialdemocratici sotto una guida diversa dallo sconfitto Olaf Sholz, possono pensare ad una ripresa collaborando con la Dc tedesca del prossimo cancelliere Federik Mez, la Schlein in Italia non ha alcuna rete di sicurezza o di riserva su cui poter contare. Se non riesce a legare bene neppure con i riformisti del suo partito, temendo i contraccolpi che le deriverebbero nei rapporti con Conte, figuriamoci se e come potrà coltivare il disegno alternativo suggeritole da quel furbacchione di Dario Franceschini. Che è di scommettere sul collasso del centrodestra per agganciare la Forza Italia di un Antonio Tajani finalmente consapevole di quel biglietto della lotteria che avrebbe in tasca rompendo con Giorgia Meloni e con Matteo Salvini. E diventando -ha detto sempre Franceschini nell’autofficina dove ha aperto il suo nuovo ufficio- l’ago della bilancia di ogni governo.

Elly Schlein e Dario Franceschini

In Italia la Meloni non è come Alice Weidel in Germania, con la sua estrema destra marginalizzata anche col quasi 21 per cento raggiunto nelle elezioni raddoppiando i voti rispetto a quattro anni fa e piazzando la sua Alternativa al secondo posto nella graduatoria dei partiti tedeschi. La Meloni è di altra stoffa. E sa tenere bene la coalizione di centrodestra che guida, nonostante le tensioni o difficoltà amplificate dagli avversari: meglio di quanto non riesca la Schlein al Nazareno alle prese con una decina ormai di correnti, quante ne ho viste contare dagli specialisti della formazione prodotta dalla fusione a freddo, nel 2007, fra i resti del Pci, della sinistra democristiana e cespugli vari.

Giorgia Meloni

Sconcerta, a dir poco, la segretaria di un partito che dovrebbe essere l’animatore e il perno dell’alternativa al centrodestra e non riesce a trovare un argomento o una piazza per partecipare a qualcuna delle manifestazioni organizzate per solidarizzare con l’Ucraina nel terzo anniversario della guerra d’invasione cominciata dalla Russia di Putin col proposito velleitario di concluderla entro tre giorni. Eppure la Schlein aveva sfidato nei giorni scorsi la premier Meloni a schierarsi con l’Ucraina piuttosto che col presidente americano Donald Trump deciso ad accordarsi con Putin anche a costo di attribuirgli la parte dell’aggredito, anziché dell’aggressore.

La Schlein ritiene evidentemente gli altri della sua stessa pasta. Si è tappata orecchie e occhi per non sentire e vedere la Meloni ripetere, in collegamento con l’assemblea dei conservatori americani, che l’aggredita è l’Ucraina e l’aggressore è Putin. Il mondo della Meloni non è sottosopra come la Schlein vorrebbe per consolarsi e cercare di uscire dal vicolo -quello sì- in cui lei ha trascinato il Pd. Dove prima o poi penso che dovrà pagare il conto di una gestione un po’ maramaldesca.

Sentir dare alla Meloni, in una scenata parlamentare organizzata con tanto di cartelli, della presidente del coniglio, anziché del Consiglio, da una segretaria di partito che, ripeto, non è riuscita a trovare, o ha esitato fino all’ultimo, se mai ci avesse ripensato mentre scrivo, una piazza per confermare la solidarietà all’Ucraina nel terzo anniversario della sua invasione, è stato il massimo non della durezza nello scontro politico, ma semplicemente della comicità. 

Pubblicato su Libero

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L’Europa continua a correre a destra fuggendo dalla sinistra

Tutto più o meno come previsto nei risultati delle elezioni anticipate in Germania, ma adesso chi va a raccontare e spiegare all’intelligenza artificiale della sinistra, a cominciare da quella italiana, visto ormai il difetto di intelligenza naturale, che l’Europa, come l’America di Donald Trump, va sempre più destra? Anzi, corre a destra, con un’affluenza alle urne altissima, di un 84 per cento ormai inimmaginabile in Italia, fuggendo dalla sinistra.

Dal Fatto Quotidiano

Una destra che in Germania non a torto, una volta tanto, Il Fatto Quotidiano preferisce chiamare al plurale –“le 2 destre”-  essedo una la Dc  di Frederik Mez, spinto verso la Cancelleria col circa 29 per cento dei voti, e l’altra l’Alternativa per la Germania di Alice Weidel, che ha raddoppiato i consensi rispetto alle precedenti elezioni diventando con più del 20 per cento il secondo partito tedesco.

La leader dell’estrema destra tedesca, Alice Weidel

La destra di Alice, chiamiamola così, ha guadagnato quasi quanto ha perso -una decina di punti- il cancelliere socialdemocratico uscente e battuto Olaf Scholz. Il cui partito prevedibilmente si accorderà, essendosi già offerto, con la Dc di Merz per costruire una specie di cordone sanitario conto la destra della Weidel. Che altrettanto prevedibilmente, come accade alla destra francese di Marine Le Pen contrastata dal presidente Emmanuel Macron con governi stagionali, continuerà a guadagnare voti, anziché perderne, rimanendo all’opposizione.

Trump e Putin d’archivio, ma nn troppo

In questa prospettiva, aggravata da un quadro internazionale di confusione o panico, messo sottosopra dal presidente americano Donald Trump scaricando, a dir poco, l’Ucraina del “dittatore e comico mediocre” Zelensky e trasformando Putin da aggressore ad aggredito, la Germania del camcelliere Mez ha buone probabilità di essere instabile come quella di Scholz.

Dal Policlinico Gemelli di Roma

L’Europa Non c’è da stare francamente allegri, nonostante le foto festose di Berlino che si dividono le prime pagine dei giornali con quelle romane del Policlinico Gemelli, dove Papa Francesco è in pericolo di vita.  

Meloni torna a difendere l’Ucraina dalla “brutale aggressione” russa

Giorgia Meloni ha dunque parlato interrompendo un silenzio sui rapporti fra Trump e l’Ucraina che sarcasticamente l’aveva fatta paragonare ieri da Salvatore Merlo, sul Foglio, al cineoperatore Serafino Gubbio. Immortalato in un romanzo da Luigi Pirandello facendogli dire. “Io mi salvo, nel mio silenzio, col mio silenzio, che m’ha reso così come il tempo vuole: perfetto”.

Trump e Meloni d’archivio

  Vestita di un rosso uguale a quello dipinto sulle labbra ma soprattutto a quello frequente, se non abituale, delle cravatte di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti col quale vanta un rapporto dichiaratamente privilegiato, la premier italiana è intervenuta da remoto -come si dice in gergo tecnico- alla convenzione americana dei conservatori.

La premier italiana ha parlato bene naturalmente dei conservatori in genere, da lei rappresentati a livello europeo già prima di diventare presidente del Consiglio, e del conservatore massimo che siede “forte ed efficace” alla Casa Bianca.  Del quale si è detta convinta, o al quale ha chiesto, raccomandato e quant’altro di “non allontanarsi dall’Europa”. Come vorrebbero invece “i nostri avversari”, ha detto la Meloni scambiando per tali anche quelli che sul versante moderato, e negli stessi Stati Uniti, oltre che in Gran Bretagna, in Italia e altrove, hanno trovato negli annunci, nelle minacce e quant’altro di Trump qualcosa di non molto entusiasmante o solo incoraggiante per l’Europa.  

Meloni e Zelensky d’archivio

La Meloni ha parlato dell’Ucraina vittima di una “brutale aggressione” russa, e non viceversa, come aveva fatto qualche giorno prima Trump nella “bolla di disinformazione” contestatagli dal premier Volodymir Zelensky. Che si è rimediato per questo dal presidente americano del “dittatore non eletto”, ridotto al “4 per cento” nei sondaggi, e del “comico mediocre”.

Dal manifesto

Un paese aggredito dovrebbe naturalmente attendersi da quelli che lo hanno aiutato a difendersi evitandogli la capitolazione nei tre giorni propostisi dall’aggressore, impegnato da tre anni in una guerra chiamata “operazione speciale”, una gratificazione riparatrice o comunque una protezione nelle trattative di pace, quando queste finalmente si aprono. Ma non si è colta una simile predisposizione nelle parole e negli atteggiamenti di Trump. Le cui aperture a Putin hanno sorpreso tanto persino Mosca, dove l’ultraputiniano vice presidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha riso.  Una risata che presumo non condivisa dalla Meloni, che non ne ha parlato ai conservatori americani. E che, per quanto accolta con una ovazione dai conservatori americani quando è apparsa sugli schermi, Trump non ha citato ringraziando alla fine  gli ospiti intervenuti. “Innervosito”, secondo il manifesto. Ma non al punto da criticarla o insultarla. Anche lui è ricorso al silenzio di pirandelliana memoria. E’ il bello del romanzo, o della commedia.

Da Yalta a Riad, nel mondo sottosopra di Trump, Putin….e Vannacci

Il generale Roberto Vannacci

Impallidisce, e fa un po’ ridere, il “mondo al contrario” lamentato con lauti guadagni letterari e politici dal generale Roberto Vannacci, europarlamentare eletto nelle liste leghiste ma tentato anche di mettersi in proprio con un partito concorrente del Carroccio, di fronte a quello sottosopra al quale stanno lavorando, neppure dietro le quinte, i presidenti americano Donald Trump e russo Vladimir Putin. Entrambi peraltro ammirati dal nostro generale in aspettativa, che ha pure lavorato a Mosca procurandosi qualche rogna amministrativa nella solita Roma burocratica.

Il mondo al contrario, ripeto, di Vannacci è quello, fra l’altro, in cui la coppia omosessuale è più normale di quella eterosessuale. Dove il maschio corteggia la femmina e in generale, senza gradi e stellette sull’uniforme, la mette incinta. O almeno ci prova.

Il presidente ucraino Zelensky

  Nel mondo sottosopra di Trump e Putin, che sta prendendo forma a Riad, in Arabia Saudita, per succedere a quello disegnato militarmente e politicamente a Yalta a conclusione della seconda guerra mondiale, il presidente ucraino Volodymir Zelensky, bollato alla Casa Bianca come “dittatore non eletto e comico mediocre”, è un criminale che ha aggredito e invaso la Russia, invece di essere stato aggredito e invaso. Come Zelensky, appunto, è riuscito a far credere per tre anni ad un’America ancora nelle mani di quel presunto rincitrullito di Joe Biden e a un’Europa fuori di testa, avvolta nelle bandiere dell’Unione, con capitale a Bruxelles e tanto di organismi come il Parlamento, un Consiglio e una commissione esecutiva. Un’Europa che per Trump, come l’Italia ai tempi di Metternich in Austria, due secoli fa, è soltanto un’espressione geografica, più o meno. Sfidata ora  a tornare alla realtà e a difendersi da sola, dopo essere stata protetta a caro prezzo dagli Stati Uniti come una viziosa mantenuta.

Papa Francesco

Da questo mondo sottosopra -scusate l’ironia quasi blasfema- quel furbacchione di Papa Francesco, Bergoglio all’anagrafe argentina, pur sensibile ad una pace ad ogni costo, sta cercando di andarsene, anzi di scappare, sino a essersi procurato con una condotta imprudente quella polmonite bilaterale che lo tiene in pericolo di vita anche nel Policlinico Gemelli. Dove si è lasciato trasportare cedendo evidentemente alla tentazione di salvarsi per quell’insopprimibile istinto alla sopravvivenza che si avverte nel mondo ordinario, non al contrario o sottosopra. Auguri, Santità. Ma auguri anche a Zelensky, se è ancora Kiev e non già scappato a Parigi, come già lo immagina qualche retroscenista in Italia.

Insolita condanna, contro l’assoluzione chiesta dall’accusa, e solita gazzarra

Da Libero

La modesta condanna in primo grado del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro con l’imputazione “coatta” di violazione del segreto d’ufficio, che la pubblica accusa peraltro non ha sostenuto neppure al processo, chiedendo inutilmente l’assoluzione, è un po’ come il dito che si preferisce vedere piuttosto che la luna da esso indicata. Un dito al quale le opposizioni si sono attaccate reclamando le dimissioni rifiutate invece dal sottosegretario, fiducioso nel famoso giudice che troverà prima o dopo a Berlino. Ma soprattutto sostenuto dalla premier Giorgia Meloni in persona, con tanto di comunicato ufficiale, e dal guardasigilli Carlo Nordio, felice di continuare ad averlo “fra i collaboratori più cari e capaci”.

Ma anche di Nordio, si sa, le opposizioni, con la sola eccezione di Carlo Calenda, hanno reclamato le dimissioni proponendo in Parlamento per altre vicende la cosiddetta “sfiducia individuale”, per quanto improbabile. Anzi, impossibile con i numeri di cui dispone la maggioranza, ai quali le opposizioni non sono abituate E ne soffrono sino all’ossessione.

Più che per la condanna del sottosegretario Delmastro, il verdetto del tribunale di Roma è significativo per il no che hanno rimediato come parte civile i quattro parlamentari del Pd che sono all’origine sostanziale del processo, per quanto l’esposto d’avvio delle indagini fosse stato presentato dal deputato della sinistra radicale Angelo Bonelli.

Alfredo Cospito

Il segreto d’ufficio contestato a Delmastro dal giudice -ripeto- e non dalla pubblica accusa non fu due anni fa, quando esplose il caso, solo o tanto quello dei colloqui dell’anarchico Alfredo Cospito con due detenuti per camorra e indrangheta, tutti in regime speciale in un carcere sardo. Colloqui nell’ora d’aria sentiti dalle guardie, riferiti in un rapporto al dipartimento penitenziario a conoscenza del sottosegretario Delmastro, da questo confidato all’amico e collega di partito e di Parlamento Giovanni Donzelli, indicativi di una lotta coordinata fra anarchici e criminalità organizzata contro il regime speciale di detenzione contestato da Cospito con lo sciopero della fame.

Giovanni Donzelli

Più rilevante del coordinamento tra anarchici e criminalità organizzata era la circostanza emersa da quel rapporto, di cui Donzelli si avvalse in un discorso nell’aula della Camera, di quattro parlamentari del Pd che, nell’esercizio legittimo, per carità, del loro diritto di visita nelle carceri, ebbero contatti con gli interlocutori di Cospito. Al cui digiuno di protesta contro il regime speciale disposto per la gravità dei reati commessi, e la pericolosità del detenuto, la sinistra non era rimasta insensibile, diciamo così,

Ciò che scatenò la rabbia del Pd e affini fu insomma la rivelazione della visita della sua delegazione. Che francamente non si poteva considerare una notizia suscettibile di una riservatezza tale da incorrere in un reato parlandone, peraltro in un’aula parlamentare. Deputati e senatori, in base ad una parte dell’articolo 68 della Costituzione sopravvissuta alla riforma del 1993 restrittiva dell’immunità, “non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”.

Alle opposizioni, nell’esercizio stavolta delle loro ossessioni, appare praticamente normale, cioè abituale, come ho sentito dire in un salotto televisivo, una condanna non chiesta dalla pubblica accusa, per cui il primo grado viene scambiato per il terzo, e definitivo. E si reclama la rimozione dell’imputato da una carica di governo legittimamente ricoperta. Ma alla gente comune, oltre che alla maggioranza parlamentare anch’essa legittima, non credo che possa apparire normale lo spettacolo di parlamentari in visita in un carcere per fare praticamente politica anche in quella sede e tessere o comunque tenere, anche occasionalmente, rapporti informativi o d’altra natura con criminali interessati a campagne contro il regime speciale di detenzione.

Pubblicato su Libero

Quanto spreco di parole nella vicenda del sottosegretario Delmastro imputato “coatto”

La premier Giorgia Meloni col sottosegretario Delmastro

Per avere definito “abnorme” -nel senso anche di inusuale, oltre che esagerato-la condanna del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro alla pena, sospesa, di 8 mesi di reclusione per violazione del segreto d’ufficio, nonostante l’assoluzione chiesta dalla pubblica accusa trasformatasi in questo caso in pubblica difesa, il direttore di Libero Mario Sechi si è guadagnato, diciamo così, una mezza lezione di diritto dall’ex magistrato, ex parlamentare del Pd e ora solo scrittore Gianrico Carofiglio. Che nel salotto televisivo di Lilli Gruber, alle otto e mezzo di sera, ha trovato normale, anzi normalissima, la condanna inflitta in primo grado al sottosegretario in difformità dalla richiesta di assoluzione da parte dell’accusa. E ha condiviso con gravità di parole, gesti e sguardo le dimissioni dell’interessato reclamate dalle opposizioni. Dimissioni che non ci saranno, avendo il sottosegretario ricevuto la solidarietà della premier Giorgia Meloni, “sconcertata” dalla sua condanna, e del ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Anche a costo di essere smentito da qualche ricercatore statistico più o meno improvvisato e attrezzato, ritengo non normale, usuale e simili una condanna, pur simbolica oltre che provvisoria, a 8 mesi sospesi -ripeto- di carcere emessa contro un imputato non accusato ma sostenuto dal pubblico ministero. Che aveva già chiesto l’archiviazione alla fine delle indagini preliminari promosse da un deputato dell’opposizione con un solerte esposto. E, ad imputazione “coatta” disposta dal giudice, non ha trovato nel dibattimento processuale elementi per cambiare idea, chiedendo l’assoluzione.

Gianrico Carofiglio

Carofiglio avrà dimestichezza, per carità, col giuridichese e con le parole comuni nella composizione dei suoi libri di meritato successo, più gratificante rispetto a quello avuto dallo scrittore nelle precedenti esperienze, ma a me la condanna del sottosegretario Delmastro continua -ripeto- ad apparire abnorme, inusuale. E perciò sospetta. Cioè sospettabile di ambientalismo politico, diciamo così. Che mi auguro di non avvertire nei successivi gradi di giudizio, in attesa dei quali vale naturalmente l’articolo 27 della prima parte della Costituzione, sui “doveri e diritti dei cittadini”, precedente alla seconda sull’ordinamento della Repubblica, comprensiva del titolo sulla magistratura, ordinamento giurisdizionale eccetera eccetera. Quel benedetto articolo dice con chiarezza persino stentorea: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Tanto più  l’imputato“coatto”, cioè processato contro il parere, la richiesta e quant’altro della pubblica accusa.

Il fascino perduto del silenzio, cui il politico ha diritto come alla parola

Dal Dubbio

Dio mio, non per cullarmi nostalgicamente nella vecchiaia ma per constatare e cercare di capire meglio l’evoluzione della politica e dei modi di raccontarla, com’è cambiato il trattamento giornalistico del silenzio. Una volta esso veniva rispettato dai cronisti, che ci lavoravano sopra con indiscrezioni, immaginazioni, intuizioni, bufale e quant’altro.

Ora i silenzi dei politici sono vissuti solo come fastidiosi paracarri e dispetti all’informazione, che reagisce processandoli come se fossero reati, dai quali difendersi con tanto di avvocati. Che non sempre riescono a fare bene il loro mestiere improvvisato, come mi è apparso, francamente, Italo Bocchino l’altra sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber. Dove la premier Giorgia Meloni era attaccata dalla conduttrice e dagli altri ospiti per non essersi espressa subito sugli insulti del presidente americano Trump al presidente ucraino Zelensky.

Attilio Piccioni

Quasi 70 anni fa, esattamente nel 1954, Attilio Piccioni, che aveva già rinunciato l’anno prima per l’opposizione dei socialdemocratici all’incarico di presidente del Consiglio conferitogli dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi per succedere ad Alcide Gasperi, sorprese tutti non provandoci neppure quando il Capo dello Stato gli chiese di succedere invece ad Amintore Fanfani. Egli fu  trattenuto dalla paura, non infondata, di vedere coinvolto ingiustamente il figlio Piero nel giallo della morte di Wilma Montesi. Tutti capirono, nessuno infierì.  

Amintore Fanfani

Quattro anni dopo, nel 1958, toccò ad Amintore Fanfani opporre addirittura la sua irreperibilità alle dimissioni multiple da presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e infine segretario della Dc: tutti incarichi che, diavolo di un uomo, egli aveva voluto ricoprire contemporaneamente, riuscendo lo stesso a trovare il tempo di riposare e dipingere.

Aldo Moro

Dieci anni dopo, nel 1968, toccò all’altro “cavallo di razza” della Dc, Aldo Moro, opporre il silenzio ai giornalisti dopo avere praticamente vinto le elezioni politiche da presidente del Consiglio ma perso l’appoggio dei suoi ormai ex colleghi di corrente Mariano Rumor, Flaminio Piccoli ed altri. Che lo accusavano di essere stato troppo paziente con i socialisti, ai quali tuttavia essi offrirono poi un’edizione “più incisiva e coraggiosa” del centro-sinistra ancora col trattino, non più “delimitato” a sinistra nei rapporti col Pci.

Moro non si rese irreperibile, maturando la decisione di accettare la sfida, passare all’opposizione interna e scavalcare gli amici a sinistra. Continuò a frequentare gli stessi posti, a cominciare dalla spiaggia di Terracina, ma con la bocca a lungo cucita.

Carlo Cottarelli

Più recentemente, o meno lontano nel tempo, ricordo il silenzio di Carlo Cottarelli nel 2018 accettando l’incarico di presidente del Consiglio da Sergio Mattarella ma lasciando che il dimissionario Giuseppe Conte continuasse in privato le trattative con i leghisti per formare infine il primo dei suoi due governi. Cottarelli semplicemente rinunciò sorridendo.

Pubblicato sul Dubbio

Il silenzio imbarazzato della Meloni, che preferisce correre dal Papa in ospedale

Da Avvenire

         Dopo gli insulti del presidente americano Donald Trump al presidente ucraino Volodymir Zelenslky- “dittatore mai eletto, comico mediocre” e altro- a chi non sarebbe piaciuto sentire un commento della premier italiana Giorgia Meloni, stretta fra il “rapporto privilegiato” col primo e la simpatia pubblicamente e ripetutamente manifestata al secondo? Invece la Meloni è corsa dal Papa, ricoverato al Policlinico Gemelli, per informarci poi di averlo trovato del solito buon umore, nonostante la polmonite bilaterale.  

Dal Fatto Quotidiano

Al silenzio comprensibilmente imbarazzato della Meloni su Trump e Zelensky che si prendono ormai  “a pesci in faccia”, come hanno titolato al Fatto Quotidiano, è stato fatto ieri sera un processo nel salotto televisivo della solita Lilli Gruber spalleggiata dall’altrettanto solito Massimo Giannini. Ma il silenzio non può diventare una colpa, o persino un reato. E’ un’arma come altre della politica, cui hanno fatto ricorso anche leader della statura di Aldo Moro.

l silenzio è migliore di un giudizio affrettato, come penso sia stato quello espresso da Trump su Zelensky, pur provocato dalla “disinformazione” rimproveratagli dal presidente ucraino.

         Chi del resto può davvero dire di essere bene informato sul conto dell’inquilino del Cremlino?  Che forse è il primo a non conoscersi abbastanza dopo essere stato un comunista, a capo addirittura dei servizi segreti dell’allora Unione Sovietica, e un anticomunista, raccogliendo l’eredità di Boris Nicolaevic Eltsin, il primo presidente della Russia post-sovietica. Poi ha scoperto e stabilito una continuità, al rovescio, fra lui, Pietro il Grande e Stalin. Il quale concluse sì la seconda guerra mondiale alleato con gli americani contro Hitler ma avendola cominciata spalleggiando il dittatore nazista nelle aggressioni in Europa e spartendosi con lui la Polonia. Ah, quanto è scomoda la storia.  

Zelensky e Biden d’archivio

         Diventerà storia, prima o dopo, anche la confusa cronaca di questi giorni, fatta ancor prima che del negoziato per la pace in Ucraina, dei suoi preparativi o dalla sua premessa a Riad, dopo tre anni di guerra cominciata con l’invasione delle truppe russe chiamata “operazione speciale”. Che Putin, disinformatissimo, credeva di concludere in tre giorni, on l’uccisione di Zelensky a Kiev, o con la sua fuga prevedibilmente negli Stati Uniti di Joe Biden. Dove sarebbe stato accolto, credo, se lui avesse voluto davvero andarvi abbandonando, cioè tradendo il suo paese e il suo popolo. Ora Zalensky rischia, con Trump al posto di Biden alla Casa Bianca, di pagare carissimo il suo coraggio, senza neppure essere restituito al teatro, visto che sarebbe “mediocre”, ripeto, anche come attore agli occhi, alle orecchie, alle viscere e ai capelli del presidente americano in sintonia con Putin. Ma non con la Meloni, spero non foss’altro perché non vedo che vantaggio politico potrebbe lei ricavarne, essendo cresciuta alla Garbatella e operando in Europa.

L’accanimento di Macron nella pratica dei vertici europei “informali”

Dal Corriere della Sera

Come il trumpismo “imperiale” lamentato oggi sul Corriere della Sera da Sabino Cassese Trump può appartenere alla serie dei mali che non  vengono tutti per nuocere, se produrrà  in Europa la consapevolezza della pericolosità del suo percorso unitario troppo lento e spesso pasticciato, così l’annuncio del presidente francese Emmanuel Macron di un altro vertice informale e parziale, ma soprattutto al di fuori delle sedi e procedure istituzionali dell’Unione, appartiene alla serie degli errori che sono umani quando compiuti una volta o ogni tanto, ma diabolici se persistenti.

Mario Dragi all’Europarlamento

         Quello di Macron è un accanimento contro l’occasione pur avuta dall’Unione Europea -che ha sede a Bruxelles e istituzioni concordate in tanto di trattati-  di serrare le file e di darsi davvero una comune politica estera e di difesa. Come auspicata, raccomandata e quant’altro dall’ex premier italiano ed ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi parlando non in qualche circolo Rotary ma al Parlamento. E dopo uno studio affidatogli dalla presidente della Commissione dell’Unione presieduta da Ursula von der Leyen. Alla quale Macron ha fatto non la cortesia ma la scorrettezza, di invitarla come ospite al “suo” primo vertice.

Ursula von der Leyen

         Eppure Ursula von der Leyen è al suo primo anno del secondo mandato mentre Macron è al terzo del suo secondo e ultimo mandato quinquennale, debole ormai come una foglia sull’albero d’autunno, in grado di promuovere solo governi di sostanziale minoranza, quasi stagionali. E ciò in un Parlamento fatto rinnovare in anticipo dallo stesso Macron nella presunzione di potervi coltivare maggioranze stabili

La “reggia” di Macron a Parigi

         Che quest’uomo possa promuovere, guidare e portare con le sue iniziative “informali”, ripeto, alla vittoria la resistenza dell’Unione Europea al trumpismo da cui anche lui la sente minacciata, è una prospettiva alquanto incerta. Quella del presidente francese più che una terapia di ripresa è un accanimento. Più che forza, è debolezza decorata di stucchi in quella reggia presidenziale che è  l’Eliseo. Prima o dopo qualcuno glielo dovrà gridare, visto che non basta dirglielo o farglielo capire a bassa voce, o con tatto diplomatico. Come ha cercato di fare, per esempio, ieri nei cinque minuti da Bruno Vespa il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani raccomandando compostezza e non “panico” o vanità. Non è più il tempo in cui Parigi valeva bene una messa.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Il vertice europeo a vuoto a Parigi mentre americani e russi si occupano di Ucraina a Riad

La riunione all’Eliseo

         A parte il cerimoniale all’altezza delle abitudini e delle ambizioni del padrone di casa, che ha selezionato gli ospiti fuori e dentro l’Unione Europea facendo torto agli esclusi e non riuscendo neppure ad accontentare i presenti, il vertice di Parigi improvvisato dal presidente francese Emmanuel Macron non ha risolto alcun problema in vista del negoziato per la pace in Ucraina. Di cui Trump e Putin hanno deciso di assumersi la paternità mandando a Riad le proprie delegazioni per prepararlo.

Giorgia Meloni all’arrivo

         Neppure la telefonata che ha voluto fare prima del vertice al presidente americano ha consentito a Macron di offrire agli ospiti qualche spiraglio. Il presidente americano non ha avuto evidentemente la voglia o l’interesse, o né l’una né l’altro, di dargli una mano. Probabilmente compiaciuto, piuttosto, dell’immagine europea ridotta già nella scelta di Parigi, e non di Bruxelles, per l’incontro.

Dalla Stampa

         La delusione di Macron è risultata evidente al termine del vertice sul suo volto terreo mentre accompagnava all’uscita la premier italiana Giorgia Meloni, che non aveva potuto ricevere all’arrivo, come gli altri, perché giunta in ritardo, a riunione già cominciata. E arrivata -temo- più per cortesia che per convinzione, essendole stata attribuita senza alcuna smentita o precisazione la preferenza per un Consiglio straordinario dell’Unione nella sede propria di Bruxelles.

Il cancelliere tedesco Sholz

         Il più contrariato di tutti, oltre che il primo ad allontanarsi, è stato il cancelliere tedesco Olaf Sholz, forse perché diretto ad un appuntamento ancora più scomodo dell’Eliseo. Che è quello con gli elettori della Germania, chiamati alle urne per chiudere anche formalmente col voto anticipato di domenica prossima il cancellierato socialdemocratico succeduto a quello popolare, in senso democristiano per la vecchia anagrafe politica italiana, di Angela Merkel.  

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