L’Europa, ma non solo, in trasferta in Gran Bretagna…

La foto d’opportunità del vertice londinese

E’ stato in evento ad un tempo drammatico e beneaugurante il vertice svoltosi a Londra col proposito e sotto il titolo di “garantire il nostro futuro”. Vi hanno partecipato i rappresentanti di 16 Paesi non solo europei, come il Canada, la Turchia e la stessa Gran Bretagna da cinque anni fuori anche formalmente dall’Unione, dopo quattro di negoziati per dare esecuzione all’abbandono deciso con un referendum.  

Giorgia Meloni a Downing Street prima del vertice

E’ stato un vertice per niente paradossale, come si sarebbe tentati di definirlo pensando da una parte alla eterogeneità degli invitati dal premier inglese-. in gran parte comunque europei, a cominciare dal presidente del Consiglio dell’Unione e dalla presidente della Commissione esecutiva, in trasferta a Londra-  e dall’altra alla dichiarata volontà di salvare una solidarietà occidentale messa a dura prova dal principale alleato. Si tratta naturalmente degli Stati Uniti d’America, guidati da meno di due mesi da un presidente, Donald Trump, deciso a concordare di fatto con la Russia di Putin una soluzione della guerra in Ucraina alle spalle della stessa Ucraina, partecipe anch’essa del vertice di Londra che le ha confermato l’appoggio, e di quel che resta fisicamente e politicamente dell’Occidente dopo l’esplosione metaforicamente avvenuta alla Casa Bianca venerdì scorso. Quando al termine di un incontro fra Trump e il presidente ucraino Zelensky, che pure era cominciato e si era sviluppato per buona parte in un clima normalmente dialettico, poco è mancato che i due venissero alle mani, aizzati dal vice dello stesso Tramp e da giornalisti, operatori televisivi e altri ospiti che di solito per un evento del genere aspettano fuori per fare all’uscita le domande e togliersi le loro legittime e professionali curiosità. Questa volta invece – per motivi misteriosi, che alimentano anche il peggiore sospetto di un agguato teso nella Casa Bianca al presidente ucraino- si è preferita una sceneggiatura più da ring che da salotto o ufficio ovale, qual è quello dove lavora e riceve il presidente degli Stati Uniti. “Un’oscena rappresentazione”, l’ha definita sul Foglio Giuliano Ferrara scrivendo di Zelensky “appozzato, tenuto sott’acqua”.

Giorgia Meloni col presidente ucraino Zelensky a Londra

Che cosa sia destinato a produrre il vertice anomalo di Londra, dove tutti erano più in trasferta che di casa, eccetto naturalmente il primo ministro inglese, è difficile dire. Se lo staranno chiedendo per primi lo stesso Trump e chi ha forse teso un agguato anche a lui spingendolo a cacciare l’ospite troppo ostile o diffidente verso Putin, che da più di tre anni bombarda di tutto in Ucraina anche ospedali, scuole, chiese, teatri. E non solo obiettivi militari come sono considerati da Putin pure le centrali elettriche e termiche, ìn modo da fare morire di freddo in inverno anche quelli che hanno avuto non so se più la fortuna o la sfortuna di sopravvivere al fuoco.

Per quanto in trasferta londinese comunque, l’Unione Europea non mi è parsa “celebralmente defunta”, come la considera invece Lucio Caracciolo su Repubblica.

Zelensky dalla Casa Bianca al pronto soccorso di Londra, al 10 di Downing Street

Il premier ucraino nella imboscata americana

Dall’incidente a Washington, addirittura alla Casa Bianca, al pronto soccorso a Londra, al numero 10 di Downing Street. Dove il primo ministro britannico Keir Starmer ha ricevuto col massimo della cordialità e insieme della ufficialità il presidente ucraino Volodymir Zelensky. Al quale ha confermato l’appoggio “sino alla fine” nella guerra mossagli più di tre anni fa dalla Russia di Putin con una cosiddetta “operazione speciale” che avrebbe dovuto concludersi, nei progetti del Cremlino, in tre giorni. E non nei quindici risultanti al presidente americano Donald Trump, diventati più di nei quali gli ucraini gli ucraini hanno resistito  con gli aiuti militari e d’altro tipo ricevuti paradossalmente anche dagli americani. O soprattutto dagli americani, come Trump ritiene sia avvenuto sotto la presidenza del suo predecessore Joe Biden. E ora  rivendicare il diritto di rifarsi con le “terre rare” eventualmente rimaste all’Ucraina dopo la perdita dei territori che dovrà cedere alla Russia negli accordi di pace, effettiva o presunta, che finiranno per definire lo stesso Trump e Putin nei negoziati che sono ancora ai livelli preliminare.

Il premier ucraino all’uscita dalla Casa Bianca

Se Zelensky ha trovato difficoltà, diciamo così, a far capire a Trump la paradossalità di questo percorso o progetto studiato alle spalle dell’Ucraina, e non a suo sostegno, non ne ha certo trovate col premier inglese. Che probabilmente avrà condiviso la scelta sostanzialmente unanime della stampa britannica di definire “agguato” l’appuntamento dato al presidente americano a quello ucraino nello storico studio ovale della Casa Bianca, affollato di ospiti e operatori televisivi per uno spettacolo sostanzialmente in diretta. Conclusosi con l’altrettanto sostanziale cacciata di Zelensky, accompagnato all’uscita dalla Casa Bianca da una inserviente, o poco di più.

Al pronto soccorso del numero 10 di Downing Street ne seguiranno altri tra oggi e domani, sempre a Londra, a livello comunitario, come se l’Inghilterra stesse eccezionalmente rientrando dalla Brexit per l’emergenza creatasi, o aggravatasi, in Europa per ciò che Trump vuole fare dell’Ucraina dandogliela praticamente vinta a Putin. Forse oltre le stesse aspettative del Cremlino.

Oggi è l’ultima domenica di Carnevale, spero non solo in Italia.

Mani pulite raccontate da Antonio Di Pietro a Massimo D’Alema

Da Libero

Merita qualche riflessione non solo retrospettiva ma anche attuale, per la perdurante esondazione del potere giudiziario, il racconto di “Mani pulite” fatto giovedì scorso alla Camera da Massimo D’Alema partecipando alla presentazione di due libri pubblicati su Bettino Craxi nel venticinquesimo anniversario della morte. Che lo stesso D’Alema da presidente del Consiglio -gli va riconosciuto- tentò inutilmente di evitare in terra tunisina cercando di garantirgli un ricovero in ospedale in Italia senza l’umiliazione dell’arresto in quelli che sarebbero stati i suoi ultimi giorni di vita. Poi egli dispose i funerali di Stato che i familiari di Craxi, a cominciare dalla figlia Stefania, rifiutarono per protesta contro il trattamento riservato al loro congiunto nella vicenda giudiziaria di Tangentopoli con una “durezza senza uguali”, come avrebbe pubblicamente riconosciuto dieci anni dopo l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Di Pietro e D’Alema d’archivio

D’Alema ha raccontato, in particolare, secondo il resoconto fattone sul Riformista da Aldo Torchiaro, di avere raccolto da Antonio Di Pietro, non più magistrato ma ministro di Romano Prodi, la confidenza che a Milano, fra indagini, arresti e processi sul finanziamento illegale della politica, “noi volevano abbattervi e liquidarvi tutti”, incontrando però nei comunisti -o post-comunisti, come si chiamavano nel Pds-ex Pci- “un osso duro”.

Pur inorgoglito da questo racconto, D’Alema contestò a Di Pietro di avere portato in uno dei suoi processi un “falso testimone” sulla famosa visita fatta da Raoul Gardini nella sede del Pci. Dove, accolto proprio D’Alema per essere accompagnato dal segretario del partito Achille Occhetto, egli sarebbe arrivato con una valigetta piena -non credo di santini e simili- uscendone senza. Erano scomparsi contenuto e contenitore.

D’Alema, raggiunto dalla cronaca di quella deposizione nel 1994 mentre faceva campagna elettorale a Gallipoli, aveva cercato di smentire il testimone scrivendo al presidente del tribunale, ma inutilmente. Lui peraltro all’epoca di quella visita di Gardini non lavorava al partito con Occhetto ma nella sede dell’Unità, che dirigeva col solito zelo.

 Ma l’”osso duro”, ripeto, riconosciuto alla sua parte politica dall’ornai ex magistrato in qualche modo simbolo di “Mani pulite” è rimasta pur sempre una consolazione per D’Alema. Che nel suo racconto ha impietosamente contrapposto alla durezza, disciplina e quant’altro dei suoi compagni, coinvolti nella pratica generalizzata del finanziamento illegale dei partiti, alla prova data dai socialisti. Che preferirono invece la “slealtà”. E in effetti si scannarono fra di loro contribuendo alla demonizzazione del segretario del Psi, diventato il capro espiatorio di tutta Tangentopoli.

Bettino Craxi

Sarebbe disonesto non riconoscere una parte almeno di verità al racconto, ragionamento e altro ancora di D’Alema. Il quale però deve ammettere che alla “durezza” dell’osso comunista contribuirono i magistrati: o almeno quel procuratore aggiunto di Milano, per esempio, che cercò e trovò personalmente un documento utile alla difesa di Primo Greganti, finito nei guai per la “gabbia” costituita da un conto svizzero dove passavano fondi destinati al Pci. Di prove a discolpa dei socialisti finiti nel tritacarne giudiziario personalmente non ho memoria.

Chiudo chiedendomi, senza la pretesa di aspettarmi una risposta, se Massimo D’Alema sia mai stato tentato di dare una mano a Craxi in quegli anni terribili, in cui i magistrati avrebbero voluto fare fuori “tutti”. E vi abbia rinunciato solo perché Craxi era stato abbandonato dagli sleali compagni del proprio partito. E non invece perché Craxi eliminato giudiziariamente dalla politica faceva un grande, grandissimo comodo al partito di D’Alema.

So bene che la storia non si fa con i “se”. Ma sospetto che la sinistra italiana non si troverebbe nella crisi attuale, di identità e di tutto il resto, se non si fosse liberata a suo tempo di Craxi in quel modo. Semplicemente orribile.

Pubblicato su Libero

Zelensky battuto e cacciato dal ring allestito da Trump alla Casa Bianca

Le due torri gemelle di New York nel 2001

Le immagini televisive della lite alla Casa Bianca fra Donald Trump e Volodymir Zelensky mi hanno procurato la stessa, devastante impressione delle due torri gemelle di New York l’11 settembre del 2001 sotto l’attacco terroristico. Oriana Fallaci le vide e descrisse dalla sua casa come due fiammiferi che ardevano.

Come mai avrei immaginato lo spettacolo di quelle due torri, tanto da scambiarle a prima vista per un film, così mai avrei immaginato che Trump e Zelensky, in ordine non solo alfabetico, se le sarebbero dette e metaforicamente date così tanto davanti alle telecamere in un incontro o “agguato” -secondo Repubblica- in un cui le parole sono volate come schiaffi o pugni. Uno spettacolo del quale porta le maggiori responsabilità Trump non solo come padrone di casa ma anche come un attore dichiaratamente compiaciuto, alla fine, della sua prestazione, nel massimo della trasparenza. Che non è sempre una virtù, come dimostra la necessità della diplomazia avvertita e praticata da tempo, almeno sino a un momento prima dell’incontro di ieri.

Alle rovine dell’Ucraina dopo più di tre anni di guerra cominciata dalla Russia di Putin fra la distrazione di Trump, che prima ancora di riceverlo aveva attribuita a Zelensky l’attacco per compiacere lo zar o lo Stalin di turno. Che temo non glielo avessero neppure chiesto, tanto pubblicamente e orgogliosamente il Cremlino aveva annunciato il 24 febbraio 2022 l’invasione dell’Ucraina considerandola una “operazione speciale” di “denazificazione” da concludere in tre giorni. E non nei quindici indicati da Trump all’ospite, diciamo così, ucraino come il termine entro il quale i russi avrebbero portato a termine il loro progetto se non fossero stati sorpresi dagli aiuti occidentali all’Ucraina. Con i quali Zelensky, secondo Trump, avrebbe “giocato con la terza guerra mondiale”.

Trump -ho sentito dire ieri in televisione da Italo Bocchino, ospite del salotto di Lilli Gruber su La 7- è stato con Zelensky come gli americani lo hanno voluto e lo vorrebbero ancora. Si tratta però dello stesso Zelensky col quale la premier italiana Giorgia Meloni, di cui Bocchino è abitualmente invitato a prendere le difese solo contro tutti, ha un rapporto speciale quanto con Trump.

Dal Foglio

 Siano solo agli inizi di un film giallo di cui temo che gli stessi protagonisti, attori e comparse non conoscono la fine, pur fingendo di averla in testa o di poterla condizionare. Non si può neppure augurare una buona visione, tanto pauroso e tragico è il contesto dello spettacolo, anche se Giuliano Ferrara sul Foglio è riuscito ad avvertire “il lato comico dell’Apocalisse”.  

Ripreso da http://www.startmag.it

La caccia, anzi la corte dei magistrati ai “grandi avvocati” nella lotta al governo

Da Libero

Evidentemente consapevoli della scarsa attendibilità, diciamo così, di quel vantato 80 per cento di adesioni dei magistrati allo sciopero contro il governo e la sua riforma della giustizia-  -cui molti hanno aderito virtualmente, senza in realtà parteciparvi per non subire trattenute sullo stipendio- i tifosi dell’associazione nazionale delle toghe hanno improvvisato una caccia. Anzi una corte ai “grandi avvocati” che, in dissenso dai loro colleghi meno famosi ma largamente maggioritari, hanno criticato anch’essi la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Nella quale il sindacato delle toghe vede un disegno di asservimento delle Procure al governo. E liquida come bugie o truffe le smentite opposte da un ministro della Giustizia come Carlo Nordio, di lunga esperienza maturata nella pubblica accusa quando faceva il magistrato.

Toghe in sciopero

La caccia -o la corte, ripeto- ai “grandi avvocati” solidali con le preoccupazioni e le proteste del sindacato delle toghe, anche nella nuova gestione del presidente Cesare Parodi e del segretario Rocco Manuotti, ha portato al quasi arruolamento di Guido Alpa e di Franco Coppi.

Di Franco Coppi, invece, mi sento di dire qualcosa, nonostante egli abbia mandato in brodo di giuggiole i compiaciuti dello sciopero dichiarando di non avere avvertito l’influenza delle carriere non separate fra giudici e pubblici ministeri in nessuna delle cause che è gli toccato di perdere.

Di Guido Alpa, pur di simpatie notoriamente socialiste, non dico nulla.  Può darsi che l’ex premier Giuseppe Conte, uscito un po’ dalla sua scuderia universitaria e legale, abbia preso da lui anche la preferenza per la carriera unica, sostenuta dal MoVimento 5 Stelle di cui lo stesso Conte è presidente. E forse persino imperatore, dopo tutti gli strappi col fondatore “sopraelevato” Beppe Grillo.

L’avvocato e senatrice Giulia Bongiorno

Di Franco Coppi è abbastanza nota non solo l’assistenza legale ma anche la simpatia maturata nei rapporti con Silvio Berlusconi. Di cui basta il nome ormai per capire l’opinione che aveva dei magistrati. Altrettanto noto è il fatto che sia uscita dalla scuderia forense di Coppi addirittura Giulia Bongiorno. Che unisce adesso la sua esperienza di avvocato a quella politica, di presidente della Commissione Giustizia del Senato, nella convinzione che la separazione delle carriere giudiziarie sia la naturale conseguenza del “giusto processo”. Esso “si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Parole che non si è inventate Giulia Bongiorno ma si trovano nell’articolo 111 della Costituzione aggiornato nel 1999, e stampato nelle copie curiosamente sventolate dai magistrati nei tribunali e fuori scioperando contro la riforma all’esame del Parlamento, E’ passato abbastanza tempo, credo, per garantirne davvero, e finalmente, l’applicazione.

L’aggiornamento costituzionale del 1999 non fu introdotto per capriccio o distrazione, peraltro a larga maggioranza. Ma per il combinato disposto del processo riformato, da inquisitorio ad accusatorio, ai tempi del ministro socialista della Giustizia Giuliano Vassalli, nel 1989, e dell’aggiramento subito dopo qualche anno con la pratica dei processi targati Tangentopoli. O “Mani pulite”, come i magistrati vollero chiamare con enfasi igienica le loro indagini sul finanziamento illegale dei partiti. Allora- con la certificazione, che non mi stancherò mai di ricordare, di Giorgio Napolitano in una lettera scritta e pubblicamente diffusa dal Quirinale alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte del marito in terra tunisina- si verificò un “brusco spostamento degli equilibri nel rapporto fra politica e giustizia”.  Cioè uno squilibrio, al quale in troppi si sono abituati, nei tribunali e fuori. E’ questa la verità alla quale vogliono sfuggire con i loro scioperi i magistrati scambiando per “vendetta” ogni tentativo davvero riformatore per riequilibrare ciò che è stato “bruscamente” -ripeto- oltre che surrettiziamente cambiato una trentina d’anni fa.

Pubblicato su Libero

Fallito l’assalto delle toghe alle prime pagine con lo sciopero nei tribunali

Pur con l’annunciato 80 per cento di adesioni, comprese però quelle solo virtuali di magistrati rimasti al lavoro per evitare le trattenute dallo stipendio, le toghe coccardate e guidate anche fisicamente dal presidente e dal segretario della loro associazione sindacale, Cesare Parodi e Rocco Manuotti, hanno sostanzialmente fallito l’assalto alle prime pagine dei giornali.

Da Libero

Lo sciopero è finito sopra gli altri titoli -come su Libero di Mario Sechi e sull’Unità di Piero Sansonetti- solo in chiave critica per gli “insulti” alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e all’articolo 111 della stessa Costituzione. Che che nel testo aggiornata nel 1999 sul cosiddetto giusto processo ne ha spianato la strada. Sulla quale il governo di Giorgia Meloni è deciso a proseguire in migliori condizioni politiche dei precedenti, pur aperto -come è emerso  ieri da un vertice- a quale modifica  sulle modalità  del ricorso al sorteggio per la composizione  degli organi di rappresentanza istituzionale dei magistrati.

Dall’Unità

Sulle altre prime pagine dei giornali hanno continuato a prevalere Trump con i suoi rapporti rovesciati contro l’Europa e a favore della Russia di Putin, la Brexit un po’ rientrata di fronte alle prospettive di una pace ingiusta in Ucraina, il Papa col suo ricovero al Policlinico Gemelli, il caro-bollette e, fresca di agenzie, la morte misteriosa del famoso attore americano Gene Hachman, della moglie e del loro cane.

Dal Fatto Quotidiano

Persino Il Fatto Quotidiano, pur mettendo in rilievo la partecipazione -taroccata, ripeto- dell’80 per cento delle toghe allo sciopero ha ammesso le difficoltà dei magistrati nella lotta alla separazione delle carriere. Esso ha cercato, in particolare, di amplificare riserve e simili dei “grandi avvocati”. Fra i quali il giornale di Travagli ha scelto, per appendervisi come a una stampella, Franco Coppi. Che ha dichiarato di non avere perso una sola causa per le carriere non ancora separate dei giudici e dei pubblici ministeri. Non sembra pensarla così però, in materia di carriere separate, il più famoso e riuscito avvocato uscito dalla scuderia di Coppi: Giulia Bongiorno, anche presidente della Commissione Giustizia del Senato.  

L’assalto dei magistrati alle prime pagine dei giornali…di domani

Dal Tempo

Con lo sciopero di oggi nei tribunali, che i nuovi vertici dell’associazione nazionale dei magistrati hanno ereditato dai precedenti, e confermato pur in pendenza di un incontro a breve col governo, le toghe tentano l’assalto più che allo stesso governo per la riforma della giustizia all’esame delle Camere, alle prime pagine dei giornali di domani. Dove sperano di sottrarre più spazio di quello modesto di oggi al Papa in ospedale, a Trump che sogna di replicare Las Vegas o Miami, o la Costa Smeralda, o tutte insieme, nella striscia di Gaza, alla Brexit felicemente tradita, o aggirata, a Londra per una risposta unitaria e militare dell’Europa al presidente americano che l’ha praticamente esautorata nel negoziato con Putin per la pace nell’Ucraina aggredita tre anni fa dalla Russia con un’operazione che doveva concludersi in tre giorni. E altro ancora.

Dall’Unità

Per poter vantare la partecipazione più larga possibile a questo sciopero impietosamente definito “eversivo” dall’Unità di Piero Sansonetti, davvero nuova rispetto a quella dove i magistrati erano solo eroi nella lotta al male costituito dai partiti e dintorni, i sindacalisti delle toghe hanno deciso di considerare aderenti alla protesta anche quelli che non vi aderiscono per dichiarata indisponibilità a perdere la paga, diciamo così. Che è un po’ il modo di ingannare il sindacato. O di rifilare borsette contraffatte come una Santanchè qualsiasi.

Dal Foglio

Pur in questo contesto alquanto goffo, a dir poco, qualcuno fra i magistrati -per esempio, il giudice Giuseppe Cioffi del tribunale di Napoli nord- ha annunciato il suo no allo sciopero con condividendo la contestazione ch’esso sottende delle competenze del governo di proporre e del Parlamento di esaminare una qualsiasi legge, anche quella costituzionale che prevede la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Chissà se Cioffi arriverà ad appendere l’annuncio del suo no allo sciopero sulla porta del proprio ufficio, come fece a suo tempo a Milano l’allora sostituito procuratore Antonio Di Pietro per uno sciopero indetto addirittura contro il presidente della Repubblica. Che era Francesco Cossiga, sdebitatos poi in qualche nodo scrivendo la prefazione ad un libro dello stesso Di Pietro, salvo revocargliela nelle edizioni successive, quando “Tonino” diventò qualcosa d’altro di un pur noto e ruspante sostituto procuratore.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

Una cosa comunque è sicura dello sciopero in corso. Anche per la carnevalesca ammissione dei non scioperanti all’elenco delle adesioni, la popolarità dei magistrati continuerà a scendere, in una curva  ripetutamente ricordata ai suoi ex colleghi dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che si è guadagnata anche per questo un’avversione di carattere anche personale in quello che fu, in senso lato, il suo ambiente di lavoro. 

La Santanchè con le dimissioni nella borsetta, pur avendo evitato la sfiducia

La ministra Santanchè a Montecitorio

Da Lascia o raddoppia? dell’indimenticato Mike Bongiorno a Raddoppia e lascia!- si potrebbe diredello spettacolo di Daniela Santanchè alla Camera. Dove la ministra del Turismo si è guadagnata la seconda fiducia parlamentare derivante dalla bocciatura della sfiducia promossa dalle opposizioni, ma promettendo praticamente e generosamente le dimissioni agli amici di partito e di maggioranza, se dovesse essere rinviata a giudizio anche per truffa all’Inps, oltre per il falso in bilancio contestatole in un altro processo.

Le parole di Santanchè

“A breve -ha detto la ministra al termine di un discorso estremamente polemico e interrotto dalle proteste delle opposizioni- ci sarà un’udienza preliminare e finora abbiamo solo sentito l’accusa. In quell’occasione farò una riflessione per poter anche valutare le dimissioni. Sarò guidata solo dal rispetto del mio premier, del governo, della maggioranza ma soprattutto per l’amore per il mio partito, dove certo io non vorrò mai diventare un problema ma continuare a essere una risorsa”.  

Dasl tabellone della Camera

La premier Giorgia Meloni, che “non ha risposto” all’appello nominale sulla sfiducia, come ha registrato il tabellone elettronico dell’aula di Montecitorio, deve avere molto apprezzato seguendo la seduta altrove. Sicuramente hanno apprezzato i colleghi di partito e di maggioranza applaudendo calorosamente le parole della ministra, che li hanno liberati dal rischio di un altro passaggio parlamentare scomodo, a dir poco, come in un’arena da combattimento più che nell’aula di una Camera.

Santanchè all’uscita dall’aula di Montecitorio

Per l’insistenza con la quale le opposizioni l’hanno voluta processare chiedendo la sfiducia individuale -e non risparmiandole neppure l’accusa di taroccatrice per l’abitudine di regalare borse contraffatte contestatale di recente dalla penultima fidanzata del compianto Silvio Berlusconi- la Santanchè si è sentita vittima di un “ergastolo mediatico”. E di una lotta demagogica “non alla povertà ma alla ricchezza”. O a una certa avvenenza o eleganza da lei stessa orgogliosamente indicata nei suoi tacchi a spillo. Tutte cose, naturalmente, che hanno infiammato le opposizioni in una giornata parlamentare super-eccitata, essendosi impegnati i deputati, prima di votare sulla Santanchè, nella discussione sulla sfiducia promossa dagli avversari del governo contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio per l’affare del generale libico Almasri. Che è stato rimpatriato, anziché essere trattenuto in carcere per essere consegnato alla Corte penale internazionale, che ne aveva chiesto l’arresto, una volta in Italia proveniente dalla Gram Bretagna, dal Belgio e dalla Germania, per crimini di guerra o contro l’umanità.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il rapporto di Calenda con la Schlein finisce tra le macerie dell’Ucraina

Dal Dubbio

In linea del resto col nome che porta, andava calando già da tempo l’interesse di Carlo Calenda, appunto, per il campo che con spirito “testardamente unitario” la segretaria del Pd Elly Schlein cercava, e cerca ancora, di organizzare, arare, coltivare e quant’altro per realizzare l’alternativa al centrodestra. Andava calando, quell’interesse, specie dopo che alla porta del Nazareno aveva cominciato a bussare anche Matteo Renzi. I due, come si sono accorti ormai anche i più distratti nella lettura della cronaca politica, soffrono di una incompatibilità di caratteri, ambizioni e visioni esplosa dopo lo sforzo sovrumano di nasconderla o attenuarla nelle elezioni politiche di due anni e mezzo fa. Quando essi si proposero come il terzo polo dell’Italia bipolare sognata nel 1993 con la riforma elettorale di senso o spirito maggioritario. Su cui addirittura nacque la cosiddetta seconda Repubblica, pur con la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi e non di Achille Occhetto.

Calenda e Santanchè d’archivio

L’incompatibilità lungo la strada della comune ricerca dell’alternativa al centrodestra è stata scoperta da Calenda anche nei rapporti con la Schlein, deflagrati col ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e l’approccio del presidente americano al problema della pace in Ucraina, da imporre più al “dittatore non eletto e comico mediocre” Zelensky che all’aggressore Putin.

Calenda a Odessa

Il fatto che, mentre lui correva a Odessa per rafforzarsi nella convinzione delle buone ragioni dell’Ucraina nel terzo anniversario dell’invasione russa la Schlein non avesse trovato la voglia, il tempo di scegliere una delle piazze italiane solidali con Zelensky ha spinto Calenda a chiudere praticamente la sua partita col Nazareno.

Calenda al Foglio

Già soddisfatto delle buone ragioni dell’Ucraina ribadite pubblicamente dalla Meloni, accusata invece dalla Schlein di essere anche su questo versante più una presidente del consiglio che del Consiglio, timorosa di perdere la stima e l’amicizia del presidente americano, Calenda ha detto al Foglio, testualmente. “Tra Conte che loda Trump, Renzi che va a Miami a fare la claque del presidente americano pagato dall’Arabia Saudita e Schlein che parla d’altro, questo mi sembra il triste destino del campo largo. No, non ne farò mai parte. Siamo su un crinale per cui passa la Storia. A queste condizioni Azione non ci sarà neppure per collaborazioni parlamentari e locali”.

Una volta insieme….

Al macero, quindi, tutte le fotografie lasciate scattare da Calenda con la Schlein, da solo, o con altri aspiranti all’alternativa al centrodestra. Del resto, le foto di opportunità, come vengono chiamate quelle che vorrebbero rappresentare eventi e situazioni particolari, cominciano a non avere bisogno neppure di qualche ora per essere metaforicamente smentite, superate, stracciate. Guardate quelle alla Casa Bianca scattate ai festosi e compiaciuti Trump e Macron mentre i delegati dei rispettivi paesi all’Onu non riuscivano a votare nello stesso modo sul problema al centro del loro “vertice”, cioè la questione della pace in Ucraina.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Che cosa non si riesce a fare davanti al fotografo o a una telecamera…

Già compromessa di suo e da tempo per le frequenti smentite o evaporazioni, la foto “opportunity” -destinata nelle intenzioni di chi la scatta e di chi si fa riprendere, o ne è sorpreso, a dimostrazione o testimonianza del significato di un evento- ha appena avuto alla Casa Bianca un altro colpo micidiale, di inattendibilità o falso. Un po’ come le borse taroccate contestate in Italia alla ministra del Turismo Daniela Santanchè da amiche che le hanno ricevute. O almeno da una -Francesca Pascale, la penultima fidanzata di Silvio Berlusconi- che con le sue rivelazioni ha un pò aumentato le difficoltà d’immagine dell’esponente del governo sottoposta a mozione di sfiducia individuale in Parlamento per le sue vicende giudiziarie.

Ma torniamo alla Casa Bianca, dove si sono persino sprecate le foto dell’incontro del presidente Donald Trump col presidente francese Emmanuel Macron prima, durante e dopo, tra sorrisi, risate, ammiccamenti.

Trump e Macron ala Casa Bianca

A dispetto di questa rappresentazione entusiastica dei rapporti fra le due personalità e i rispettivi paesi o governi, Trump ha rifilato all’ospite durante la conferenza stampa congiunta un elogio all’assente Giorgia Meloni –“una grande leader”, ha detto- che da solo riduceva o smentiva la presunzione dell’ospite di avere fregato tutti in Europa correndo a rappresentarla alla Casa Bianca, mentre il presidente americano tesse con Putin la tela della pace in Ucraina. Dalla stessa Meloni il presidente francese aveva raccolto nei giorni scorsi a Parigi il dissenso, a dir poco, dalla strada da lui scelta, con vertici improvvisati al di fuori delle sedi istituzionali dell’Unione, per rappresentare in questa difficilissima congiuntura internazionale il vecchio continente. O lasciarvi sopra la sua impronta.

Immagine della guerra in Ucraina

Ancor più dell’elogio alla premier italiana -ripagata così anche di un ringraziamento mancato di Trump ad una sua partecipazione a distanza alla convenzione dei conservatori americani-  è caduta come un drone o un missile- per restare alle immagini militari- sul vertice alla Casa Bianca lo spettacolo andato in scena in scena contemporaneamente alle Nazioni Unite. Dove America e Russia hanno votato insieme un documento da cui entrambe erano riuscite a togliere ogni riferimento all’aggressione di Mosca all’Ucraina. E ne hanno osteggiato un altro contenente la difesa dell’”integrità” territoriale del paese invaso dalla Russia tre anni fa per essere normalizzato in tre giorni, secondo i progetti di Putin.  

Von der Leyen e Zelensky a Kiev

Non parliamo poi, o infine, della scarsa compatibilità, diciamo così, tra le foto alla Casa Bianca fra Trump e Macron e quelle giunte da Kiev, dove i vertici istituzionali dell’Unione, a cominciare dalla presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen, hanno voluto correre nel terzo, tragico anniversario della guerra all’Ucraina sferrata da Putin per ribadire il sostegno al “dittatore e attore mediocre” che sarebbe Zelensky secondo Trump.

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