La lunga passione di Pasquale Laurito per il giornalismo e la politica

Da Libero

Conobbi Pasquale Laurito, il decano dell’associazione della stampa parlamentare appena scomparso a 98 anni, più di mezzo secolo fa, Dio mio. Collaboravamo insieme al Globo, un quotidiano della Confindustriadiretto da Remigio Rispo, conservatore in tutto, a cominciare dall’abbigliamento, e da quel “Lei” che dava a tutti, dall’autista al redattore capo. Ciò mi lasciò pensare che anche Laurito in qualche modo lo fosse, anche se lo sapevo, anzi lo immaginavo, per le sue origini calabresi, spintosi sino a simpatizzare per il socialista Giacomo Mancini. Che nel Psi era un autonomista tosto, superato poi negli anni solo da Bettino Craxi, col quale peraltro non sarebbe andato d’accordo per questioni di carattere più che di politica.

Giacomo Mancini

Fu proprio Rispo a rivelarmi invece, e con un certo compiacimento, l’appartenenza di Pasquale, del quale ero diventato intanto amico, al partito comunista. E me lo disse contentissimo di sorprendermi, compiaciuto di averlo nella squadra degli informatori anche per la possibilità che gli dava in privato di sapere del Pci, e delle sue intriganti vicende interne, più di quelli che Fortebraccio sull’Unità chiamava “lor signori”.

Aldo Moro

L’amicizia con Pasquale si strinse ulteriormente nel 1968, quando ci trovammo insieme, pur non più nello stesso giornale, scambiandoci notizie e segreti, a difendere Aldo Moro dallo sfratto da Palazzo Chigi deciso dai cosiddetti “amici” di corrente della Dc, che si chiamavano “dorotei”. Essi gli avevano contestato troppa pazienza nei rapporti col Psi che aveva portato al governo nel 1963, salvo offrirgliene ancora di più pur di portare Mariano Rumor alla guida d una edizione dichiaratamente “più incisiva e coraggiosa” del centro-sinistra“ a “maggioranza delimitata” permessa cinque anni prima a Moro.  

Ma mentre io solidarizzavo con Moro, peraltro pugliese come me, non condividendo quella che ritenevo una porcata fattagli nel partito pur di sostituirlo, Pasquale godeva, diciamo così, dell’occasione offerta a Moro dai suoi colleghi di partito per spostarsi reattivamente a sinistra, scavalcandoli. Il centrosinistra, ripeto, “più incisivo e coraggioso” di Rumor impallidì rapidamente di fronte alla sopraggiunta “strategia dell’attenzione” di Moro verso il Pci.  E persino verso la contestazione giovanile dalla quale i dirigenti comunisti cercavano di tenersi ad una certa distanza, avendo avvertito di non poterla controllare o convogliare come erano abituati a fare con tutto ciò che era protesta.

Sapevamo entrambi della diversa angolatura delle nostre comuni simpatie per Moro, ma costituimmo con Pasquale uno strano connubio politico a livello giornalistico, confezionando anche un’agenzia di stampa chiamata Ipe -da “informazioni politiche ed economiche”- che cessò le pubblicazioni dopo il fallimento della scalata tentata da Moro alla Presidenza della Repubblica alla scadenza del mandato di Giuseppe Saragat. Che lo stesso Moro nel 1964 aveva aiutato ad essere eletto al Quirinale, tra le resistenze e le paure dei democristiani, succedendo all’ormai impedito Antonio Segni.

Da allora, da quella nostra curiosa esperienza di “convergenze parallele”, secondo una formula propedeutica al centro-sinistra attribuita proprio a Moro ancora segretario della Dc, fra il 1959 e il 1963, il mio rapporto con Pasquale fu solo di amicizia e simpatia personale. Le assonanze politiche furono ancora più di carattere e di stile, a proposito dei leader succedutisi tra prima e seconda Repubblica, che di linea o di progetti.

Massimo D’Alema

Ci scontravamo amichevolmente, per esempio, io con le mie simpatie per Bettino Craxi e lui per Massimo D’Alema, mai lasciato indifeso in qualsiasi polemica in quella nota informativa, prevalentemente breve, che egli confezionava lasciandola chiamare “velina rossa”. Contrapposta a quella “bianca”, di ben più largo e remunerativo mercato, del compianto Vittorio Orefice. Che aveva sempre un occhio di riguardo, diciamo così, per la Dc.

Addio, Pasquale. E grazie dell’amicizia che mi hai ricambiato così a lungo.

Pubblicato su Libero

Le fughe nominalistiche dai problemi drammatici della politica

Dal Dubbio

Ci sono parole non magiche, come le definiva la buonanima di Amintore Fanfani irridendo ai benefici effetti che venivano ad esse attribuite dagli ottimisti, ma tragiche. Che fanno paura al solo pronunciarle, come la morte, il cancro, pur con tutti i progressi compiuti nel combatterlo, la guerra e il riarmo. Con cui la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha voluto impavidamente titolare il piano portato al Consiglio europeo per mettere maggiormente in sicurezza il nostro vecchio continente. E ciò nello scenario internazionale che va creandosi attorno alle sfide, provocazioni e quant’altro del presidente americano Donald Trump, pur all’ombra della pace da ristabilire in Ucraina con le buone o le cattive.

Anche alla premier italiana Giorgia Meloni, pur avendo contribuito ad approvare il piano a Bruxelles, quel “riarmo” messo nel titolo è piaciuto poco, o per niente. E lo ha detto quasi per scusarsene, forse agli occhi o alle orecchie del suo vice presidente leghista del Consiglio a Roma, Matteo Salvini. Che ormai quando si occupa di politica estera, sconfinando dalle competenze assegnategli dalla presidente del Consiglio, finisce per trovarsi, o ritrovarsi con Giuseppe Conte, di cui pure è stato vice fra il 2018 e il 2019, e con la segretaria del Pd Elly Schlein.

Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni

Bisogna tuttavia stare attenti, secondo me, ad avere troppa paura della realtà, sino ad esorcizzarla con questioni nominalistiche. Sulla cui strada si rischia di imitare o di confondersi con l’inimmaginabile. Per esempio, essendo in gioco la partita della pace in Ucraina, con quell’ineffabile Putin che più di tre anni fa, progettando e infine ordinando una guerra lampo che pensava di concludere in tre giorni uccidendo o facendo scappare Zelensky da Kiev, la chiamò “operazione speciale”. E fece una legge, in quattro e quattr’otto, per mandare in galera dissidenti, cronisti e congiunti dei militari partiti per il fronte che chiamavano quella “operazione”, ripeto, col nome più pertinente di guerra.

Vorrei andare un po’ più indietro negli anni per ricordare quella mattina del 1980, o poco più avanti, in cui alla Camera  in cui Giancarlo Pajetta mi rispose beffardo  quando gli feci notare che i cortei di sinistra contro i missili che dovevano essere installati a Comiso per contrastare gli SS 20 installati nel blocco sovietico contro le capitali dell’Europa occidentale contrastavano con l’accettazione della Nato da parte del Pci all’epoca della “solidarietà nazionale”. Quando Enrico Berlinguer si spinse a sentirsi “più sicuro sotto l’ombrello della Nato”, appunto, nella sua politica di autonomia da Mosca.

Giancarlo Pajetta

Pajetta nella rudezza che lo contraddistingueva nello stesso Pci e fuori mi squadrò e disse, anzi chiese: “Ma come si fa ad aspettarsi il nostro silenzio, la nostra accondiscendenza di fronte al dichiarato riarmo missilistico della Nato ?”. Che doveva pertanto rimanere un ombrello bucato o bloccato. E che, invece, adeguatamente attrezzato, causò il collasso del comunismo senza bisogno di far partire un solo missile dalla base italiana di Comiso, o altrove.

Pubblicato sul Dubbio

Eccesso di soccorso giudiziario agli immigrati clandestini per legge

Da Repubblica

Ho sfilato dalla mia libreria un dizionario della lingua italiana appena appresa la notizia della decisione della Cassazione a sezioni unite che, smentendo una sentenza d’appello, ha riconosciuto il diritto al riconoscimento dei danni ai clandestini soccorsi nel 2018 dalla nave Diciotti, della Guardia Costiera. Ma trattenuti per nove giorni, prima dello sbarco, nel tentativo del governo allora in carica di ottenere una loro distribuzione fra i paesi dell’Unione europea, i cui confini marittimi sono italiani.  

Ho sfilato, in particolare,  il dizionario di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, alquanto malmesso dopo tanto uso, anche in epoca elettronica. E sono andato a consultarlo ala voce “provocazione”, a pagina 1501, trovando parole dalle quali mi sento autorizzato a questo modestissimo commento.  Che è di critica a quello che il dizionario definisce “un atto diretto a provocare una reazione irritata o violenta”.

La nave Diciotti della Guardia Costiera

Irritata è sicuramente stata la reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dichiaratamente “frustrata”,  e di tutti gli altri esponenti del governo espressisi contro una decisione nella quale hanno avvertito l’ennesima invasione giudiziaria di campo in tema di lotta all’immigrazione clandestina. Una invasione peraltro aggravata da almeno due circostanze. La prima delle quali è il riferimento della Corte di Cassazione all’obbligo del soccorso in mare che il governo, in particolare l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, avrebbe disatteso. Eppure quei migranti erano sulla nave della Guardia Costiera proprio perché soccorsi. E non rischiavano certamente l’affogamento in mare stando su quella nave.

La nave Open Arms

La seconda circostanza è la recente assoluzione con formula piena di Matteo Salvini in primo grado dall’accusa di sequestro di persona per un caso analogo accaduto nell’anno successivo, sfociato in un processo penale per l’autorizzazione data dal Parlamento dove era intervenuto un cambiamento di maggioranza. Per cui i grillini che avevano evitato a Salvini il processo per la vicenda della nave Diciotti lo permisero per l’analoga- ripeto- vicenda della nave Open arms, braccia aperte in italiano.

Questa seconda circostanza espone peraltro maggiormente Salvini al rischio di un ricorso contro la sua assoluzione con argomenti appesi anche alla decisione della Cassazione, sia pure a sezioni civili unificate, di considerare i pur immigrati clandestini trattenuti sulla nave Diciotti danneggiati tanto da meritare un risarcimento.

Dal Giornale

Di fronte a questo ennesimo prodotto dei rapporti anomali, a dir poco, fra giustizia e politica penso che la cosiddetta popolarità della magistratura abbia poco da guadagnare e molto da perdere ancora. Se ne vedranno gli effetti, credo, nel referendum sulla riforma costituzionale della giustizia all’esame delle Camere e contestata dal sindacato delle toghe. Cui la Cassazione non ha fatto un grande piacere con la sua provocazione, ai sensi – come si dice in gergo giuridico- del dizionario della lingua italiana.   

Quel riarmo europeo che non si vorrebbe chiamare col proprio nome

La vignetta di ItaliaOggi

Questa storia, condivisa anche dalla premier Giorgia Meloni parlandone ai giornalisti dopo il Consiglio europeo a Bruxelles, di volere sì riamarsi per potenziare la sicurezza dell’Unione ma senza parlare di riarmo, come ha fatto invece la presidente della Commissione Ursula von der Leyen formulando la sua proposta di piano regolarmente approvata, è un altro dei paradossi prodotti dallo scossone del presidente americano Donald Trump ai rapporti internazionali. Uno scossone che ha obiettivamente complicato il percorso della pace in Ucraina che lo stesso Trump ha voluto avviare dubitando, diciamo così, della volontà del presidente ucraino Volodymir Zelenski, “dittatore non eletto e comico mediocre”, di porre fine davvero alla guerra nel suo paese.

Titolo della Ragione

Dai dubbi di Trump sono derivati il bisticcio suo e del vice Vance con Zelensky nell’ufficio ovale della Casa Bianca affollato per un incontro alla presenza un po’ anomala di troppi ospiti, compresi giornalisti e teleoperatori, e poi la solidarietà riparatrice ottenuta dal presidente ucraino in varie sedi. Che sono stati il vertice internazionale promosso a Londra dal premier britannico e il Consiglio europeo ieri  a Bruxelles, dove Zelensky ha raccolto strette di mano e abbracci da tutti i partecipanti.  Convinti tuttavia, come lo stesso Zelensky scrivendo al presidente americano che se n’è vantato davanti al Congresso, che Trump ha sbagliato approcci, toni e quant’altro, anche nei riguardi dell’Unione europea concepita, secondo lui, per fregare gli alleati americani, ma ha la “forza” e l’autorevolezza di giocare la partita in corso con Putin. Che per sentirsi meglio a suo agio nella trattativa sulla pace in Ucraina ha ottenuto dal presidente americano il riconoscimento, non falso ma falsissimo, di non avere aggredito l’Ucraina con una dichiarata e vantata “operazione speciale”, bensì di essere stato aggredito dal paese limitrofo, evidentemente con la complicità di tutti quelli che lo hanno aiutato con soldi e armi, a cominciare dagli Stati Uniti dei tempi di Joe Biden alla Casa Bianca.

Vi ho raccontato, anzi vi sto raccontando non un film comico o tragicomico, con un comico di professione prestato alla politica come Zelensky e un politico ormai professionale prestato allo spettacolo come Trump, ma semplicemente e banalmente lo stato delle cose. E degli altri attori o comparse che partecipano allo spettacolo.

Il ministro degli Esteri russo Lavrov

Vedremo se, quando e come tutto questo si tradurrà davvero in una pace in Ucraina, nell’Europa cui essa ha chiesto di aderire e, ancora più in generale, in un mondo ridisegnato dopo le carte scritte a Yalta a conclusione della seconda guerra mondiale. Vasto programma, avrebbe detto la buonanima del generale Charles De Gaulle, di cui ha raccolto la successione dopo tanti anni a Parigi il presidente Emmanuel Macron, appena paragonato a Mosca da Putin e ancor più dal suo ministro degli Esteri Lavrov a   Napoleone e a Hitler, in ordine anagrafico o storico.

Giuliano Amato tra rimpianti e ammissioni sul progressismo tradito dalla sinistra

Da Libero

“Ce la siamo meritata”, ha confessato, ammesso e quant’altro il mio amico e coetaneo Giuliano Amato in una intervista a Repubblica riflettendo e sfogandosi sul mondo rovesciato dal presidente americano Donald Trump agli occhi dei progressisti. Nei quali il due volte ex presidente del Consiglio, l’ex presidente della Corte Costituzionale, l’ex braccio destro di Bettino Craxi a Palazzo Chigi fra il 1983 e il 1987 si riconosce parlandone al plurale. E dicendo anche che “il tempo lungo” della loro storia “ce l’ho tutta dentro di me”.

Sono parole amare quelle di Giuliano e, in parte, anche di un’autocritica esagerata. Perché il progressismo sul quale egli si batte il petto, finito da noi nei salotti delle zone cittadine a traffico limitato e negli Stati Uniti negli “attici di Manhattan”, magari costruiti da Trump, non è quello in cui lui si è fatto le ossa sino alla prima scalata a Palazzo Chigi, Dove arrivò nel 1992 spinto da un Craxi messo ormai fuori gioco dal combinato disposto della Procura di Milano, col capo consultato in una crisi di governo, del Pci di Achille Occhetto e del Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro.

Giorgia Meloni

Il progressismo suicida, che ha fatto le fortune politiche in Italia prima di Silvio Berlusconi e ora di Giorgia Meloni, e di Trump in America, è quello di molte parole e pochi fatti, anzi pochissimi, se non niente in assoluto, che ha avuto la presunzione di vivere o addirittura di rigenerarsi nel deserto, come vedremo, del giustizialismo e dintorni. Un progressismo al quale Amato, a costo di rompere con un Craxi che gli diede del “professionista a contratto”, diede una mano nella sua seconda esperienza a Palazzo Chigi e altrove. Pur conservando -gli va riconosciuto- il merito e il coraggio di distinguersene. Come ha fatto nell’intervista a Repubblica difendendo la premier Meloni dal tentativo della sinistra di liquidarla come estranea alla liberaldemocrazia. E riconoscendole il merito di difendere in questa congiuntura internazionale terremotata l’Ucraina di Zelensky. “Non sembra -ha detto, sempre parlando della Meloni- che sia nelle condizioni di potersi sottrarre all’impegno comune europeo. E bisogna darle atto, nel suo intervento alla convention dei conservatori americani, di avere parlato di “aggressione russa”, formula scomparsa dal loro vocabolario”.

E’ la sinistra piuttosto, arrivatavi del resto col solito ritardo, che non riesce a stare al passo di quello che Amato ha chiamato – ripeto- “impegno comune europeo”. E’ bastata la parola “riarmo” usata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per parlare di come garantire maggiore sicurezza per fare venire le convulsioni a buona parte della sinistra, nel Pd di Elly Schlein e fuori.

La sinistra rimane quella di una cinquantina d’anni fa, che Amato dovrebbe ricordare bene. Quella che si tirò indietro dalla cosiddetta solidarietà nazionale -in qualche modo riproposta ora da Amato con un patto bipartisan di politica internazionale- non tanto per la morte di Aldo Moro, o per i voti che il Pci aveva paura di perdere, quanto per sottrarsi alla prospettiva che cominciava a delinearsi del riarmo missilistico della Nato. Sotto il cui “ombrello”, alquanto bucato o malmesso per gli SS 20 schierati dal blocco sovietico contro le capitali dell’Europa occidentale, Enrico Berlinguer era arrivato a dire di sentirsi “più al sicuro” nel perseguimento di un’autonomia dei comunisti italiani da Mosca.

Per non ammettere una realtà che smascherava la sua vera collocazione o linea Berlinguer si inventò, fra l’altro, la famosa “questione morale”, cavalcando la “diversità” della sua comunità politica da tutte le altre e seminando quel campo poi intitolato alle “Mani pulite”. Vi dice nulla questa formula, all’ombra del quale i comunisti italiani avrebbero poi cercato, solo in parte riuscendovi, di sopravvivere alla caduta del muro di Berlino e di tutto il resto? A me dice tutto, ancora. E dovrebbe dirlo anche a Giuliano Amato.

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Un’altra pace difficile è quella fra politica e giustizia, o governo e magistrati

La premier Giorgia Meloni e il presidente dell’associazione magistrati Cesare Parodi

Dopo un incontro di due ore col governo, da lui stesso chiesto e ottenuto in una data successiva allo sciopero delle toghe indetto contro la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici e altro proposto dalla riforma della giustizia all’esame del Parlamento, il nuovo presidente dell’associazione nazionale dei magistrati Cesare Parodi non ha voluto riconoscere appieno l’utilità del confronto avuto con la premier Giorgia Meloni. “Io credo non sia stato inutile”. Non inutile, quindi, piuttosto che utile.

Dal Corriere della Sera

Di più evidentemente il presidente dell’associazione, di una corrente moderata diversamente dal predecessore Giuseppe Santalucia, non poteva dire dopo essersi consultato col segretario del sindacato Rocco Manuotti, dell’area di sinistra. Al quale aveva già dovuto concedere dopo la richiesta dell’incontro correzioni e precisazioni alla lettura di una possibile svolta che era stata data della sua iniziativa.

La pace fra governo e magistratura, o politica e giustizia, o viceversa, che sono ai ferri piò o meno corti in Italia da almeno una trentina d’anni, è forse ancora più difficile di quella che il presidente americano Donald Trump, d’accordo col quasi omologo russo Putin, ha deciso di perseguire in Ucraina su una linea ben diversa, se non opposta a quella del predecessore Joe Biden.

Se vogliamo mettere, in questa metafora che riconosco al di sopra delle righe, la premier Meloni sullo stesso piano del presidente dell’Ucraina aggredita più di tre anni fa dalla Russia, bisogna riconoscere che a Palazzo Chigi la presidente del Consiglio ha assunto la postura del suo amico Zelensky.

La delegazione delle toghe al tavolo di Palazzo Chigi

Lo stesso presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, prima di un analogo comunicato ufficiale del governo, ha annunciato che l’esecutivo è deciso ad “andare avanti senza alcun tentennamento, e alcuna modifica sul punto” per completare il percorso parlamentare della riforma della giustizia e la prevedibile coda referendaria. Qualcosa i magistrati, presentatisi all’incontro a Palazzo Chigi con un documento che racchiude in otto punti le loro posizioni di protesta o di proposta, potranno ottenere nei decreti e nelle leggi ordinarie di attuazione della riforma costituzionale.

La delegazione del governo al tavolo di Palazzo Chigi

Ora che le cose si sono messe in questo modo, si può dire, per tornare al linguaggio usato dal presidente del sindacato delle toghe, che l’incontro se è stato “non inutile” per la folta rappresentanza dei magistrati, è stato utile per la chiarezza della posizione del governo, con la Meloni che è stata affiancata alla sua destra dai due vice presidenti del Consiglio, Antonio Tajani e Matteo Salvini,  e alla  sua sinistra dal principale sottosegretario e dal  Guardasigilli, entrambi peraltro ex magistrati.  Le divisioni sono soltanto nei sogni altrui.

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La manipolazione mediatica e politica della posizione di Zelensky

Dal Corriere della Sera

Più che di Zelensky che “apre a Trump”, come hanno titolato il Corriere della Sera ed altri giornali riferendo delle ultime dichiarazioni del presidente ucraino, pur reduce da un duro scontro col presidente americano alla Casa Bianca, si dovrebbe scrivere e titolare che Zelensky si fida degli europei, aderenti e non all’Unione, e degli altri occidentali. Che gli hanno confermato solidarietà e appoggio, in incontri bilaterali o vertici sulla sicurezza, e chiesto, a loro volta, di continuare o tornare a fidarsi di Trump. Anche dopo essere stato trattato a Washington in un modo che ha sorpreso tutto il mondo, compreso Putin, che pure dallo spettacolo in diretta televisiva dall’ufficio ovale della Casa Bianca ha tratto vantaggio politico e mediatico in vista delle trattative sulla pace da restituire, augurabilmente con la sicurezza e la integrità della più grande parte del territorio di un paese che ha l’unica colpa, o inconveniente, di confinare con la Russia.

Dalla Stampa

Solo in questi termini si può capire e spiegare l’interlocuzione con gli Stati Uniti, scambiata dalla Stampa addirittura per “resa”, che il presidente ucraino ha deciso di non compromettere pur dopo l’agguato -come in molti lo hanno definito-tesogli alla Casa Bianca soprattutto dal vice presidente americano Vance. Che ha finito per prendere la mano, e fortunatamente non anche i piedi, a Trump.

E’ augurabile ora che europei, interni ed esterni all’Unione, a cominciare naturalmente dalla prenier italiana Giorgia Meloni, non facciano pentire Zelensky della fiducia ch’egli ha riposto in loro. Sarebbe un guaio anche per l’Europa, che non sono è separata dall’Ucraina dall’oceano che separa la stessa Europa  dagli Stati Uniti.

Ripreso da http://www.startmag.it 

Dalla Meloni acrobata alla Schlein immobilizzata dalla crisi ucraina

Dal Dubbio

Non so da chi possa o debba sentirsi disturbata, o minacciata, di più sul filo dell’equilibrista dove molti la indicano in questi giorni di grande esposizione sul piano internazionale. Un’esposizione superiore a quella del suo ministro degli Esteri e vice presidente del Consiglio Antonio Tajani.

Non so, in particolare, se su quel filo le diano più fastidio, o le procurino più distrazioni, le intemperanze del presidente americano Donald Trump. Col quale pure vanta un rapporto “speciale”, servitole molto nella vicenda della liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala dal carcere iraniano dove era stata rinchiusa per scambiarla di fatto con un trafficante e altro di droni finito in manette in Italia su richiesta americana, ma protetto da Teheran. O quelle -parlo sempre delle intemperanze- dell’ancora amico e leader della Lega Matteo Salvini, che è l’altro dei suoi due vice presidenti del Consiglio. Quello più trumpiano forse dello stesso Trump, della moglie ogni tanto defilata, del vice Jean David Vance, dell’animatore, finanziatore e quant’altro Elon Musk e del presidente argentino Javier Milei. Che non porta ma indossa la pur ingombrantissima e lucida motosega d’ordinanza.

Giorgia Meloni al vertice di Londra sulla sicurezza

Potrebbero disturbare l’”equilibrista” Meloni -nel Circo internazionale e interno della crisi ucraina, paradossalmente aggravatasi sulla strada della pace dopo tre anni e più di guerra scatenata dalla Russia di Putin- anche le intemperanze di un altro suo amico che è Volodymir Zelensky. Che la settimana scorsa -come gli hanno rimproverato anche estimatori suoi e della Meloni in Italia- è andato alla Casa Bianca per firmare un accordo con Trump e ne è uscito cacciato per averne contestato troppo la troppa fiducia riposta in Putin, sin quasi a scambiarlo da aggressore ad aggredito nella cosiddetta “operazione speciale” ordinata per la “denazificazione”, addirittura, dell’Ucraina.

Per sua fortuna politica la Meloni sul filo, ripeto, dell’equilibrista attribuitole a torto o a ragione non deve guardarsi dalle urla e dagli attacchi delle opposizioni in Italia. Che sono ancora più divise della maggioranza di centrodestra: divise fra sostenitori di Zelensky, sostenitori di Trump e sostenitori del nulla, o quasi. Opposizioni aspiranti ad un’alternativa al centrodestra che si dissolve ogni volta che deve affrontare un problema spinoso, di genere prevalente fra quelli di un governo reale o potenziale.

Meloni e Zelensky a Londra

La Meloni rischierebbe di cadere dal filo su cui si muove a braccia aperte se si mettesse a ridere, come forse avrebbe il diritto di fare, contemplando sotto i suoi piedi la povera segretaria del Pd Elly Schlein. Che le dà della fuggiasca e del coniglio anche nello scontro fra Trump e Zelensky ma non è riuscita, nel suo ufficio al Nazareno, a individuare una piazza dove farsi vedere, quanto meno, tra cartelli e grida a favore del presidente ucraino. E tutto per non perdere la ricerca “testarda” di un rapporto “unitario” col Conte, Giuseppe, del pacifismo senza se e senza ma.

Quello della Schlein è un po’ uno spettacolo esoterico, aggravato dalla impossibilità della segretaria del Pd in un eventuale dibattito parlamentare, che pure reclama un giorno sì e l’altro pure, di affrontarne la conclusione con un voto comune di tutte le opposizioni  su un documento alternativo a quello della maggioranza. Sul quale invece la premier può contare, come è sempre avvenuto sinora nei passaggi parlamentari difficili, nonostante le intemperanze verbali di Salvini o di Tajani, o di entrambi.

Pubblicato sul Dubbio

Il Cossiga imprevedibile anche come picconatore dei segreti

Da Libero

Chi ha avuto la fortuna di conoscere e frequentare Francesco Cossiga non si stupirà del racconto fattone da Marco Follini in un capitolo del suo “Beneficio d’inventario” appena pubblicato dall’editore Neri Possa. Un capitolo che il mio amico Marco ha dedicato appunto a Cossiga cogliendo lo spunto dal ricordo di una telefonata natalizia nella quale l’ormai presidente emerito, cioè ex presidente della Repubblica, gli fece un po’ per inorgoglirlo -contando su una loro comunione di idee, sentimenti e umori- e un po’ per divertirsi all’idea di poterlo amichevolmente mettere in imbarazzo.

Il libro di Marco Follini fresco di stampa

Cossiga rivelò in quell’occasione al democristianissimo Marco Follini- graduato già con i pantaloni corti, o quasi, capeggiando il movimento giovanile dello scudocrociato- che suo padre, scomparso da poco, era stato “uno dei capi di Gladio”. Così si chiamava l’organizzazione segreta allestita in Italia, d’intesa con gli americani, per tenere il paese preparato, al di là delle strutture militari ufficiali, ad una invasione sovietica. Un’organizzazione della quale l’ultratlantista Cossiga, informatone già quando gli era capitato di fare il sottosegretario al Ministero della Difesa, era fiero. A differenza di altri che ai vertici o sottovertici governativi e istituzionali finsero di non sapere, e non gradire, quando ne fu rivelata l’esistenza.

Con la notizia del padre fra i “capi” di Gladio l’ormai ex presidente della Repubblica rivelò a Marco Follini un segreto ulteriore del già ex segreto ormai di quell’organizzazione giustificata dalle contingenze post-belliche, dovendosi prevedere anche la violazione degli accordi spartitori dell’Europa raggiunti a Yalta fra i vincitori della seconda guerra mondiale, La cosa -disse Cossiga a Follini, prima di fargli gli auguri di Natale- “forse non ti piacerà o forse magari sì”.

In un’intervista al Corriere della Sera Follini ha dato ieri l’impressione, a torto o a ragione, di una sorpresa scomoda. Ma leggendo il capitolo del suo libro pubblicato sulla Stanpa, sempre di ieri, ho avuto un’impressione diversa. Quella di un figlio sorpreso sì delle notizie ricevute sul padre, ma senza disappunto, incredulità e quant’altro. Del resto, idee, frequentazioni e ambienti del padre di Follini non potevano limitarne la figura ad un giornalista scientifico con lunga e meritata carriera alla Rai. La sua appartenenza ai vertici di Gladio era compatibile con la sua storia personale.  

Aldo Moro e Francesco Cossiga

“Il presidente -ha scritto Follini di Cossiga dopo averne raccontato la confidenza familiare- era sempre stato per me un piccolo mistero. Perennemente in bilico tra la solennità della sua carriera e la compiaciuta ma tragica complessità del suo carattere”. Tragica come molte delle vicende da lui vissute nella sua attività politica, a cominciare dal sequestro e dalla lunga prigionia dell’amico e maestro Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse 55 giorni dopo l’agguato in via Fani tra il sangue della scorta che aveva fallito in quella rivelatasi come la sua ultima missione: il trasporto del presidente della Dc da casa alla Camera per la presentazione del secondo governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti a maggioranza di cosiddetta “solidarietà nazionale”, comprensiva del partito comunista di Enrico Berlinguer.

Cossiga, ministro dell’Interno in quel periodo forse anche più misterioso della Repubblica, portato al Viminale dallo stesso Moro qualche anno prima, è stato descritto efficacemente da Follini nel suo libro come un uomo che “poteva essere inappuntabile come un cadetto asburgico o scherzoso come un fool shakesperiano”. “Una parte di lui, quella che aveva lungamente determinato le sue fortune, era ufficiale, istituzionale, notabilare, pienamente aderente a tutti gli aulici codici del protocollo, alle volte anche con qualche enfasi di troppo….” ma poi incline a “evasioni” per arrivare “laddove nessuno avrebbe mai immaginato che si fosse potuto rintanare”. A Cossiga sarebbe piaciuto – credo- riconoscersi in questa descrizione.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 marzo

Tutti i paradossi prodotti dall’aggravamento della crisi ucraina…sulla strada della pace

Trump rimbrotta Zelensky alla Casa Bianca

Aumentano i paradossi dopo più di tre anni di guerra in Ucraina, cominciata con l’invasione russa e programmata da Putin per durare tre giorni con l’eliminazione di Zelensky. Dopo tanto parlare genericamente di pace è bastato che essa si affacciasse davvero per provocare l’aggravamento della crisi. Anzi, per crearne altre due. Una è nei rapporti fra l’Ucraina e gli Stati Uniti, la cui posizione di sostegno al paese aggredito è cambiata a tal punto che il nuovo presidente americano Donald Trump in una sostanziale diretta televisiva dalla Casa Bianca ha cacciato Zelensky. E poi gli ha sospeso gli aiuti militari.

Zelensky al vertice di Londra sulla sicurezza

L’accoglienza solidale ricevuta rapidamente dal presidente ucraino a Londra in un vertice sulla sicurezza che ha accomunato aderenti e non all’Unione Europea, il segretario generale della Nato e i massimi rappresentanti istituzionali della stessa Unione, non poteva rappresentare di più la frattura fra Trump e l’Occidente che ci eravamo abituati a considerare un  tuttuno, attaccato e guidato dagli Stati Uniti.

Sì, lo so, a cominciare dal promotore del vertice di Londra e dalla premier italiana Giorgia Meloni, riconosciuta “forte” davvero, e non per scherzo, anche dal presidente francese Emmanuel Macron, tutti hanno riconosciuto la irrinunciabilità al rapporto con Trump. Ma so anche che questo ormai è più un auspicio che una realtà, almeno volendo accompagnare la pace in Ucraina con due aggettivi, giusta e sicura, senza i quali essa è solo un inganno, o premessa di altre guerre. E so anche che quanto è accaduto negli ultimi giorni è bastato e avanzato per rafforzare Putin sul piano negoziale.

Ma voglio scendere di quota, diciamo così, e calarmi sulle ricadute di questo aggravamento della crisi ucraina sulla politica interna italiana. Ricadute negative sia per la maggioranza sia per le opposizioni che aspirano a creare un’alternativa di governo.

Nella maggioranza la prudenza, o l’”equilibrismo” attribuito alla premier rimasta solidale sia con Zelensky sia con Trump, nelle parole e nei gesti, prevedibilmente sperando di poter funzionare da ponte fra l’uno e l’altro più ancora di tanti altri aspiranti allo stesso ruolo, è ogni giorno contraddetto dalle prestazioni verbali del vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, più trumpiano di Trump.

La segretaria del Pd Elly Schlein al Nazareno

Sul versante delle opposizioni si intrecciano ancora di più che nel centrodestra contraddizioni e contrasti.  Non riescono ad essere uniti neppure nella solita protesta contro i soliti silenzi o le solite fughe rimproverate alla premier. Che questa volta è riuscita a guadagnarsi qualche consenso, riconoscimento e persino applauso da quelle parti. Non certo però dalla segretaria del Pd Elly Schlein, che ha contestato mancanza di chiarezza e coraggio alla Meloni pur dopo non essere riuscita a trovare sinora una sola piazza alla quale affacciarsi per confermare la solidarietà vera del Nazareno, e non solo a parole, con l’Ucraina aggredita da Putin e abbandonata da Trump.

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