Anche gli avvocati, come il governo, nel mirino dei magistrati

Il presidente pur moderato dell’associazione nazionale dei magistrati Cesare Parodi -moderato almeno all’anagrafe, diciamo così, delle correnti e delle loro denominazioni ufficialio di fatto- ha allertato colleghi e attigui sui pericoli che corrono questa volta non per la riforma in cantiere parlamentare che porta il nome dell’attuale guardasigilli Carlo Nordio. Ed  è temuta dalle toghe contrarie alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Ma per l’attuazione della riforma Cartabia di tre anni fa sul concorso degli avvocati e  loro ordini regionali alla valutazione dei magistrati e relativi uffici con i quali hanno a che fare.

         Gli avvocati ambrosiani hanno appena attivato una piattaforma elettronica e riservata per raccogliere le segnalazioni e immetterle su un percorso di valutazione di una commissione interna dell’Ordine, Immediato è stato l’allarme di Parodi. Che ha accompagnato “l’interesse”, bontà sua, per la piattaforma con la preoccupazione “per il possibile utilizzo strumentale”.  Le modalità comunicative “in qualche misura -ha spiegato, protestato e quant’altro il presidente del sindacato delle toghe- non consentono una immediata interlocuzione con le controparti, un immediato chiarimento e una precisa e dettagliata conoscenza esatta di quelli che possono essere gli addebiti o le critiche che vengono formulate”.

         “Noi -ha continuato e insisitito Parodi- non temiamo le critiche ma  vogliamo essere nelle condizioni di poter argomentare in termini tempestivi ed efficaci su quello che ci viene addebitato” perché “il clima dei tempi purtroppo non ci consente di escludere che questa iniziativa, volta a garantire una trasparenza democratica di valutazione sul nostro lavoro, possa essere utilizzata, al contrario, per finalità dirette a distorcere ulteriormente quella che è l’immagine della magistratura”. Danneggiata evidentemente dai soliti detrattori che ne scrivono e ne parlano, e legiferano, piuttosto che dagli errori e dalle abitudini prese dai magistrati nell’esercizio delle loro funzioni da quanto riuscirono ,più di trent’anni fa, a cambiare “bruscamente” gli equilibri nei rapporti con la politica. E mi scuso per l’ennesima volta con la buonanima di Giorgio Napolitano per l’insistenza con la quale ricordo la certificazione che lui fece da presidente della Repubblica scrivendone ad Anna Craxi nel decimo anniversario della morte del marito Bettino. Che era stato la maggiore vittima sopravvissuta brevemente e male a quella tragedia. 

         Ma torniamo ai magistrati di oggi e al loro presidente Parodi. Che -ripeto- sente minacciati i suoi colleghi dalle procedure pur “trasparenti” adottate dagli avvocati per la partecipazione alla valutazione delle toghe e dei loro uffici, anche amministrativi, riconosciuta loro dalla ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia nella riforma della giustizia da lei proposta al Parlamento, e approvata, quando le capitò di fare la ministra nel governo di Mario Draghi.

         Pur nel lodevole proposito, per carità, di determinare rapidi chiarimenti e magari anche perdite di tempo -la strada dell’inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni- Parodi teorizza il diritto suo e dei suoi colleghi di interferire nelle valutazioni, che dovrebbero essere autonome, degli ordini degli avvocati.

         Non per essere malizioso -anche se a pensare male si fa peccato ma s’indovina, come diceva la  buonanima, pure lui,  di Giulio Andreotti- ma per mettere le mie osservazioni sul piano delle “possibilità” evocate o temute da Parodi, la conoscenza dei soli nomi degli avvocati avventuratisi, diciamo così, sul percorso delle segnalazioni li esporrebbe al rischio di ritorsioni  nelle cause alle quali sono interessati professionalmente. E’ una “possibilità”, ripeto, forse più reale e concreta di quella prospettata o temuta dal presidente dell’associazione nazionale dei magistrati ai danni della reputazione e altro dei suoi colleghi.

Pubblicato su Libero

La rivincita dei garantisti nell’affare giudiziario di Prestipino e De Gennaro

Da garantista dovrei compiacermi delle difficoltà, dello sconcerto, dello spiazzamento in cui si sono trovati in questi giorni fior di giustizialisti occupandosi della vicenda giudiziaria del procuratore ancora aggiunto dell’Antimafia Michele Prestipino e dell’ex capo della Polizia e altro Gianni De Gennaro.

         Quest’ultimo, intercettato per fatti risalenti al 1992, e al depistaggio subìto dalle indagini sulla strage che era costata la vita a Paolo Borsellino e alla scorta, ha funzionato da microspia in una conversazione avuta il primo aprile scorso in un ristorante di Roma, accompagnato da un consulente, con Prestipino, appunto. Che conduceva e coordinava indagini, sottrattegli ora dal  superiore Giovanni Melillo, sui possibili intrecci fra la malavita organizzata e la realizzazione del progetto del ponte sullo stretto di Messina. Di cui De Gennaro si occupa come presidente del consorzio istituito per la realizzazione dell’opera.

         La storia di entrambi, che hanno a lungo combattuto in ruoli diversi la mafia, non ha loro risparmiato l’amarezza, chiamiamola così, di incorrere nel sospetto -esplicito per Prestipino, raggiunto da un avviso di garanzia, e implicito per De Gennaro- di comportamenti penalmente rilevanti. De Gennaro, si presume, avendo interesse ad avere notizie utili a cautelare la realizzazione del ponte dalle intromissioni affaristiche della malavita organizzata. Prestipino condividendo forse le preoccupazioni dell’amico e cercando di aiutarlo anche in questo suo nuovo compito. E sottovalutando il rischio della rivelazione di segreto d’ufficio con aggravante mafiosa contestatagli dalla Procura di Caltanisetta perché titolare dell’indagine per la quale è ancora intercettato De Gennaro.

La competenza dell’affare giudiziario, subito avvertito come malaffare, che sarebbe stato quel pranzo di lavoro, di amicizia e quant’altro è già stata riconosciuta a Roma, ma l’errore del primo passo falso resta, a mio avviso, indicativo di come in Italia si gestisca e amministri la giustizia, per quanto in un sistema, per carità e per fortuna, di garanzie.

Da garantista, dicevo a proposito delle garanzie, dovrei sorridere divertito dello choc avvertito da giornali abituati a privilegiare il sospetto agli argomenti della difesa. E persino a criticare, come ho letto, la decisione di Prestipino di farsi assistere adesso dall’avvocato del maggiore, o fra i maggiori imputati di quel processo chiamato “Mafia capitale” in cui egli aveva sostenuto il ruolo di accusatore. Non vi è cosa, personalmente, più rivoltante di vedere identificato l’avvocato col suo imputato di turno.

Per quanto tuttavia tentato da un compiacimento ritorsivo, spero nella mia ingenuità ormai senile che i giustizialisti sappiano finalmente cogliere l’occasione per un esame di coscienza. E per un contributo, pur tardivo, alla restituzione della cronaca giudiziaria a quella che per altri versi  è stata definita in questi giorni “la sobrietà”.

Pubblicato sul Dubbio

A Roma, San Giovanni, dalla festa del lavoro alla festa agli ebrei

         Va bene, anzi benissimo la festa del lavoro, sul quale d’altronde è fondata la Repubblica nata dalla Resistenza. Che è stata evocata cantando la Bella Ciao dei partigiani nel concertone del 1° maggio nella storica piazza romana di San Giovanni, gioiosamente riempita dai sindacati.

         Meno bene, anzi malissimo l’occasione sfruttata dal gruppo dei Patagarri per cantare e gridare lo slogan della Palestina libera. In nome del quale si vuole, fra le armi di Hamas e gli incitamenti delle piazze non solo italiane, fare la festa agli ebrei. Una fine non metaforica ma fisica, sterminandoli o sequestrandoli per usarli come ostaggi nella guerra contro Israele.

         Nel protestare contro questa infamia, promossa dal gruppo musicale al diritto artistico e sociale di “prendere posizione anche a costo di dividere”, il capo della comunità ebraica di Roma Victor Fadlun ha deplorato anche la circostanza dell’uso, da parte dei musicisti, di un canto della “nostra cultura”. Si è trattato, in particolare, di un brano che risale al 1917, a sostegno delle prime comunità ebraiche in Palestina.

         Più che “dividere”, quindi, al concertone romano del 1° maggio si è finito per provocare.

         Non mi risulta, almeno sinora, che qualcuno si sia scusato. E non mi faccio alcuna illusione che lo farà, almeno con sincerità.

Sotto il plastico del ponte …mafiosabile sullo stretto di Messina

Michele Prestipino, il procuratore ancora aggiunto della Direzione Antimafia e Antiterrorismo, anche se già privato dal suo superiore Giovanni Melillo delle indagini di cui si occupava per mettere il costruendo Ponte sullo Stretto di Messina al riparo dalla malavita organizzata, ce la farà probabilmente a difendersi in via preliminare dall’accusa di avere rivelato segreti d’ufficio al prefetto Gianni De Gennaro. Che aveva l’inconveniente un mese fa  di parlare con lui in un ristorante romano avendo fra le mani inconsapevolmente un telefonino ad alta pericolosità, trasformato un una microspia dalle intercettazioni disposte per altre indagini nelle quali egli è coinvolto, riguardanti fatti del 1992, all’epoca delle inchieste depistate sull’assassinio di Paolo Borsellino. Seguito alla strage di Capaci, che era già costata la vita a Giovanni Falcone, alla moglie e a quasi tutta la scorta.

         Anche se già caduto nelle grinfie di qualche critico che gli ha contestato, nella peggiore tradizione giustizialista, di avere scelto come suo difensore l’avvocato di un imputato nell’affare giudiziario di “Mafia Capitale”, da lui gestito nella Procura di Roma, Prestipino ha opposto dubbi di legittimità sia per l’intercettazione del suo interlocutore, disposta -ripeto- per altro, sia per essere stato già chiamato a rispondere a Caltanisetta, che si occupa appunto di De Gennaro, anziché a Roma. Dove il reato di Prestipino sarebbe stato commesso.

         Da buon garantista, al netto di tutte le volgarità che mi toccano con i tempi che corrono in Italia da più di 30 anni, dovrei fare gli auguri a Prestipino come al suo avvocato. Tanto più perché la mafiosibilità, chiamiamola così, del ponte di Messina, da cui sono caduti Prestipino e il suo amico De Gennaro, più un assistente di quest’ultimo, è metafisica più che fisica.   Quel ponte, allo stato delle cose, è solo un plastico. I suoi cantieri sono più nelle aspirazioni, sogni e quant’altro del vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, e del prefetto De Gennaro, presidente del consorzio che dovrebbe realizzarlo, che nella realtà.

         Di certo o di maggiore visibiltà in questa storia è lo sconcerto, a dir poco, che essa ha creato fra quelli che la buonanima di Leonardo Sciascia chiamava “i professionisti dell’antimafia”. Imbarazzati dal dovere accomunare anche loro, nei racconti e nelle analisi, due personaggi a lungo accomunati con ruoli diversi ma sullo stesso fronte antimafioso. Due uomini -ha scritto Luigi Abbate su Repubblica del magistrato Prestipino e dell’ex capo della Polizia e dei servizi segreti De Gennaro- che nella loro “resistenza” alla mafia “hanno vinto molte battaglie” senza avere “mai cantato vittoria”. Una resistenza per questo “silenziosa”, e senza neppure la maiuscola dell’altra di cui si sono appena celebrati gli 80 anni dalla conclusione.

Ripreso da http://www.startmag.it

La prima vittima del Ponte di Messina è il magistrato Michele Prestipino

         In attesa del Conclave, o degli sviluppi del “Conclaviccio”, come Il Foglio definisce felicemente il chiacchiericcio -fa pure rima- che ne sta precedendo l’apertura fra indiscrezioni e previsioni, registriamo la prima vittima del Ponte. Non quello delle feste di questo fine mese fortunato per i vacanzieri, ma quello sullo stretto di Messina. Che è finito sotto l’attenzione della magistratura prima ancora di essere costruito davvero, e non solo nella fantasia di Matteo Salvini nella triplice veste di leader della Lega una volta del Nord, di ministro delle Infrastrutture -ex Lavori Pubblici, Trasporti e Marina Mercantile- e vice presidente del Consiglio.

         La prima vittima, pur fisicamente indenne, del Ponte è l’ancora procuratore aggiunto, cioè vice capo, della Direzione Nazionale Amtimafia e Antiterrorismo Michele Prestipino. Che, intercettato indirettamente il primo aprile scorso in un ristorante romano, è finito indagato dalla Procura di Caltanisetta per rivelazione di segreto d’ufficio aggravata dall’agevolazione mafiosa. Indagato a Caltanisetta e ridimensionato a Roma dal suo superiore Giovanni Melillo.

          Notissimo per gli incarichi di rilievo coperti a suo tempo anche alla Procura di Roma, Prestipino è caduto metaforicamente dal Ponte parlando a tavola con l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, in compagnia del consulente Francesco Gratteri, senza sospettare -sorpresa nella sorpresa- che il suo interlocutore fosse intercettato per vecchie vicende di mafia. Riguardanti, in particolare, i depistaggi nelle indagini sull’assassinio di Paolo Borsellino, nel 1992.

         Ora occupato di altro, come la costruzione del Ponte in qualità di presidente del Consorzio che dovrà provvedervi, De Gennaro aveva evidentemente conservato nella immaginazione di Prestipino la potenza dei suoi anni in carriera. Quando era capitato al mio amico Filippo Mancuso, fresco ancora di esperienza difficile, diciamo così, di ministro della Giustizia, di sentirsi interrompere da un guasto tecnico di trasmissione televisiva mentre in un teatro, ospite di un convegno, cominciò a parlare criticamente appunto di De Gennaro.

 Ricordo ancora bene lo sgomento di Mancuso quando mi raccontò personalmente l’accaduto, collegandolo peraltro alla volta in cui da ministro aveva ricevuto nel suo ufficio lo stesso De Gennaro. Egli aveva dovuto lasciarlo solo ad un certo punto per rispondere ad una telefonata nella stanza attigua della segretaria. Al ritorno aveva trovato l’ospite accovacciato sotto la scrivania ministeriale alla ricerca di una penna che gli era caduta, come lo stesso De Gennaro gli aveva subito spiegato, vedendolo sorpreso.  

Ripreso da http://www.startmag.it

La lunga e irriverente vigilia del Conclave per la successione a Francesco

         Il Conclave per l’elezione del successore di Papa Francesco comincerà dunque il 7 maggio. Ma prima che esso si apra chiudendo i cardinali elettori nella Cappella Sistina, cronisti e retroscenisti hanno cominciato a farcelo capire, immaginare, scrutare inseguendone gli attori e raccontandoli nelle loro abitudini a scapito della riservatezza alla quale avrebbero diritto. Li inseguono per le strade, le piazze, i bar, i ristoranti, i negozi   riuscendo anche a strappare racconti più o meno intriganti. Come quello sul cardinale che non riesce a trovare un collega col quale giocare a carte. O quello sul cardinale che ne trova e ne raccoglie numerosi nella sua stanza d’albergo ma per svuotare il frigo di vini e liquori. E sorprendersi poi del costo delle consumazioni che pensava gratuite, o comprensive della tariffa della stanza o appartamentino.

         A rischio di blasfemia, ma provvisto di quella ironia che Papa Francesco soleva raccomandare ai suoi ospiti, compresa la premier italiana Giorgia Meloni che ha voluto raccontarlo, mi sono chiesto se lo Spirito Santo, cui da fedeli siamo stati abituati a pensare come al protagonista vero del Conclave, riuscirà davvero a svolgere il suo ruolo di “influencer”, come Matteo Renzi ha scritto proprio della Meloni nel libro che sta presentando e vendendo in questi giorni.

         Scherzi a parte, tuttavia, e sempre a rischio di blasfemia come credente, non riesco a capire perché dagli elettori del Papa debbano essere esclusi i cardinali al compimento dei loro ottantant’anni. Che non li privano della lucidità necessaria a una celebrazione del Papa defunto, come quella fatta dal decano del Sacro Collegio Giovanni Battista Re sul sagrato della Basilica di San Pietro davanti alla bara di Francesco, ma del diritto di voto sì per l’elezione del nuovo Pontefice.

         Sì, d’accordo, il Conclave non è un corpo elettorale come quello di cui noi ultraottantenni continuiamo a fare parte laicamente per rinnovare le Camere alle loro scadenze, ordinarie o anticipate che siano. E non è neppure il collegio elettorale che diventa il Parlamento in seduta congiunta, più una delegazione di consiglieri regionali, per la scelta del presidente della Repubblica. Il Conclave è appunto il Conclave. Ma questa storia degli ottantenni che perdono l’elettorato attivo, come si direbbe in gergo giuridico, non mi convince. E non solo per la conoscenza che ho personalmente del già ricordato cardinale Re. O, per esempio, dei cardinali Angelo Bagnasco, Tarcisio Bertone e Camillo Ruini, in odine rigorosamente alfabetico.

         Sì, lo so, a questo punto vi aspetterete qualche parola anche sul caso, di casa sulle prime pagine dei giornali, del cardinale sardo Becciu, Angelo di nome ma diavolo di fatto per una vicenda giudiziaria ancora aperta. Ma me ne astengo per il trauma che mi ha procurato la scoperta che i magistrati, pure quelli d’oltre Tevere, possono interferire con un Conclave.

Ripreso da http://www.startmag.it

La segretaria del Pd dice no in altre parole al congresso anticipato

Dopo averne lasciato scrivere per giorni fra cronache e retroscena la segretaria del Pd Elly Schlein ha sgranato gli occhi quando, ospite del salotto televisivo delle “altre parole” di Massimo Gramellini, si è sentita chiedere di confermare il progetto, la tentazione e quant’altro di un congresso del suo partito anticipato all’anno prossimo. Sarebbe quello straordinario proposto nei mesi scorsi da Luigi Zanda, tra i fondatori del Pd, già capogruppo al Senato, tesoriere e per niente defilatosi come ex parlamentare dal dibattito mediatico. Al quale egli è ben lieto di partecipare ogni volta, o quasi, che gliene offrono l’occasione i giornali, come quando appunto lamentò l’assenza di una chiara linea di politica estera al Nazareno e chiese di definirla nel modo più chiaro e vincolante possibile come sarebbe un congresso.

         Lì per lì la segretaria del partito, peraltro spiazzata -a dir poco- dagli europarlamentari piddini divisisi nella votazione a Strasburgo sul piano di “riarmo” -si chiamava ancora così- proposto dalla commissione di Bruxelles presieduta da Ursula von der Leyen, si mostrò imbarazzata dalla sortita di Zanda e dall’interesse suscitato. Poi si lasciò tentare dalla sfida anche direttamente, e non solo attraverso dichiarazioni o sussurri del suo cerchio magico. Di cui ogni segretario di partito o leader dispone già dai tempi della cosiddetta prima Repubblica, senza bisogno di copiare la buonanima di Silvio Berlusconi nella seconda e successive.

         Lo statuto del Pd però prevede per congressi non ordinari le dimissioni vere, non finte e formali, del segretario di turno per sostituirlo con uno di garanzia. Quando i poco esperti evidentemente della materia se ne resero conto gli umori e le disponibilità della segretaria sembrarono cambiare. Ma per poco, perché si è poi tornati a leggerne sui giornali. Sino a quando, appunto, Elly Schlein non ha deciso, o preferito, chiudere la porta allo scenario di un congresso straordinario a doppia mandata, o quasi. Ricordando a   Granellini le scadenze più urgenti  del Pd nell’anno in corso e in quello successivo, tra referendum ed elezioni locali. Nelle  e con le quali la segreteria del Nazareno vorrebbe costruire l’alternativa al centrodestra a sua personale trazione. E ciò per quanto dall’interno del suo stesso partito si siano recentemente levate voci anche di una certa autorevolezza sulla improbabilità di una simile trazione nel quadro di incertezza, se non di confusione, in cui la segretaria è costretta a muoversi sul terreno della politica estera e, a questo punto, anche della difesa.

         Nel prendersi tutto il tempo che vorrebbe per coltivare il suo ambizioso progetto la Schlein ha mostrato nel salotto televisivo di Granellini di non temere le difficoltà che altri invece hanno intravisto nell’ultimo sondaggio della Ipsos di Nando Pagnoncelli pubblicato sul Corriere della Sera. Da cui risulta che da gennaio ad aprile il Pd è sceso dell’1,7 per cento dei voti e il MoVimento 5 Stelle ormai di Giuseppe Conte è aumentato dell’1,4.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

La doccia gelata di Putin sull’Ucraina e su Trump

         L’Amleto del Cremlino, come merita forse di essere chiamato Putin, si è smentito in poche ore. Ha smentito, in particolare, una certa disponibilità fatta annunciare dal suo portavoce a trattare anche direttamente con Zelensky una pace in Ucraina, scommettendo forse sulla ragione, a suo avviso, alla quale il presidente ucraino poteva essere stato ridotto da Trump nell’incontro nella Basilica di San Pietro. Che aveva rubato la scena ai funerali di Papa Francesco.

         L’Amleto, ripeto, del Cremlino non solo ha ripreso o continuato la sua “operazione speciale”, cominciata più di tre anni fa per la “denazificazione” addirittura dell’Ucraina. Ma fra gli obiettivi dei suoi droni e delle sue truppe ha incluso Sumy. Non bastandogli evidentemente la strage nella città ucraina ormai nota come quella della domenica delle Palme. Di fronte alla quale anche Trump alla Casa Bianca aveva perso la pazienza e cominciato a dubitare delle troppe aperture e concessioni fatte a Putin nei primi novanta giorni della sua seconda permanenza alla Casa Bianca, sino ad assegnargli il ruolo dell’aggredito, e non dell’aggressore. E ciò dopo avergli concesso anche il famoso strapazzo a Zelenshy in diretta televisiva da Washington.

         Sul Corriere della Sera Paolo Mieli si è posto oggi qualche domanda, di fronte all’improntitudine feroce di Putin, sulle ragioni della “gran fretta” avuta da Trump di lasciare sabato scorso Roma, dove pure era riuscito -ripeto- a rubare la scena ai funerali del Papa e a proporsi come un protagonista assoluto. Ed ha espresso il timore, se non già la convinzione, il mio amico Paolo, di dovere ricordare “come il giorno della grande illusione” quello vissuto sabato scorso anche da lui. Che era corso di sera in uno dei salotti televisivi che lo ospitano come a casa annunciando di avere “personalmente” verificato dalle sue postazioni elettroniche di informazione che in Ucraina non c’erano state in giornata azioni di guerra. Evidentemente si stavano solo programmando.

Trump contende la scena a un Francesco compiaciuto nella sua nuova luce

Donald Trump, lontanissimo- a dir poco- da un Papa che potrebbe diventare da Santo il più aggiornato protettore dei migranti, è riuscito non dico a rubare ma quanto meno a contendere la scena a Francesco e ai suoi funerali, sui quali è piombato come l’aquila dello stemma degli Stati Uniti in una missione lampo a Roma. Ma mai furto, scippo e simili nella storia è stato probabilmente tanto gradito dalla vittima. Esso è stato forse il primo miracolo di Francesco. Che ha lasciato da morto ieri  lun angolo della Basilica di San Pietro, prima di essere tumulato nella Basilica di Santa Maria Maggiore da lui preferita alla protezione delle mura del Vaticano, a disposizione di incontri  -fra lo stesso Trump e Zelensky, ma per un attimo anche col presidente francese Macron e il primo ministro inglese Starmer- che potrebbero rivelarsi decisivi per la pace finalmente nella “martoriata Ucraina”, Come il compianto Pontefice diceva sempre di quel  paese senza mai parlare di una martoriata Russia, per quanto avesse lamentato anche lui, come Putin, l’”abbaiare” della Nato ai suoi confini.

Quella foto di Trump e Zelensky seduti uno di fronte all’altro a San Pietro dopo lo scontro clamoroso avuto alla Casa Bianca in diretta televisiva, e già ridimensionato da successive interlocuzioni a distanza fra i due, riduce obiettivamente gli spazi di manovra di Putin. Che può certamente continuare a boicottare la pace, come anche Trump ha cominciato a rimproverargli dopo averne disinvoltamente rovesciato il ruolo da aggressore ad aggredito. Ma gli sarà a questo punto più difficile prolungare una guerra durata già troppo rispetto ai cinque o quindici giorni previsti della cosiddetta “operazione speciale”, cominciata più di tre anni fa con l’obbiettivo di ammazzare o mettere in fuga Zelensky e di prendersi tutta l’Ucraina per “denazificarla”, come annunciò l’uomo del Cremlino.

Ne è passata di acqua da quei giorni. Anche per Zelensky certo, se avesse davvero pensato di riprendersi la Crimea e qualcosa d’altro. Ma ne è passata ancora di più per Putin considerando il sostegno che Zelensky ha continuato ad avere dall’Europa anche nella crisi intervenuta, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, nei rapporti fra gli Stati Uniti e l’Unione europea. Un sostegno, quello europeo, che porta il segno pure  di Giorgia Meloni in un ruolo di tessitrice che ne ha rafforzato il prestigio internazionale, per quanto negato, contestato, indigesto agli avversari “sempre in Resistenza”  contro di Lei, direbbero forse compiaciuti avvolgendosi con la solita disinvoltura nelle parole e nelle celebrazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ripreso da http://www.startmag.it

La morte di Alberto Franceschini, il comunista tra i fondatori delle brigate rosse

Fra tutti, e i maggiori esponenti delle brigate rosse, di cui era stato uno dei fondatori, Alberto Franceschini è riuscito ad essere il più emblematico e insieme anche il più misterioso. Persino nei tempi e nelle circostanze della morte. Avvenuta l’11 aprile, all’età di 78 anni, e appresa nel giorno più difficile, diciamo così, in cui conquistarsi un’attenzione adeguata al  sinistro ruolo avuto dall’interessato nella storia del terrorismo italiano: il giorno dei funerali di Papa Francesco.

         Libero dal 1992, e refrattario al palcoscenico nella sua recuperata libertà dopo avere scontato le condanne procuratesi da terrorista, Franceschini conosceva paradossalmente delle brigate rosse più segreti del fondatore più famoso, che è l’ultraottantenne Renato Curcio, e del protagonista dell’operazione più clamorosa -e alla fine suicida- compiuta da quell’organizzazione armata. Mi riferisco naturalmente a Mario Moretti, di un anno meno anziano di Franceschini, e al sequestro di Aldo Moro, la mattina del 16 marzo 1978 fra il sangue della sua scorta, in via Fani, a Roma, in quella che fu definita una mattanza da una terrorista che vi aveva partecipato.

Il sequestro si concluse 55 giorni dopo con l’uccisione dell’ostaggio nel bagagliaio di un’auto parcheggiata nel palazzo dove era finito prigioniero. E dove le forze dell’ordine avevano peraltro individuato il covo, pronte all’assalto ad un comando che mai arrivò non si saprà mai se e per quale preciso motivo, di buona o cattiva fede che fosse.

         Certo è che i terroristi sapevano di essere stati scoperti e accelerarono l’esecuzione della loro sentenza di morte per sfuggire contemporaneamente all’assalto e ad una crisi del loro vertice per la grazia che l’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone si accingeva a concedere alla terrorista detenuta Paola Besuschio, Che era stata scelta dal Quirinale fra i tredici con i quali le brigate rosse avevano reclamato lo scambio con Moro.

  Forse al corrente, il prigioniero ebbe l’illusione, confessata nella sua lettera d’addio alla moglie, di poter essere liberato. Leone, dal canto suo, ad esecuzione di Moro avvenuta, quel tentativo di grazia costò l’interruzione del suo mandato presidenziale per le dimissioni impostegli dai suoi colleghi di partito democristiani e dal Pci di Enrico Berlinguer. Dimissioni motivate ipocritamente con ragioni moralistiche, cavalcando voci e notizie di natura giudiziaria. Una vergogna autentica, di cui poi raccolsi personalmente una sola confessione: quella di Giovanni Galloni. In tempo, per fortuna, per rivelarla all’ormai ex presidente.

         Franceschini, di formazione e provenienza comunista, era già stato arrestato da quattro anni all’epoca del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. Era finito in carcere per il sequestro del giudice Mario Sossi e altro. Ma nel suo percorso di dissociazione premiato giudiziariamente egli avrebbe aiutato a intravedere, capire lo zampino, quanto meno, avuto dai servizi segreti forse già nella nascita, sicuramente nella crescita delle brigate rosse arrivate a sfiorare il successo finale, con la sconfitta dello Stato. Un obbiettivo paradossalmente fallito solo grazie a quello riuscito contro il presidente della Dc.   

         Sarebbero state le brigate rosse a finire sconfitte, per quanto si fossero illuse tenendo lo Stato sotto scacco per 55 giorni e uccidendo anche Moro, dopo averne sterminato la scorta. Franceschini dal carcere aveva capito come sarebbe finita davvero. E per fortuna. Il diavolo, si sa, fa le pentole senza  coperchi, per quanto quello dello zampino dei servizi segreti sulla pentola delle brigate rosse qualche altro diavolo sia riuscito metterlo.

Pubblicato su Libero

Blog su WordPress.com.

Su ↑