La ciambella senza il buco della piazza della pace promossa da Michele Serra

Dal Corriere della Sera

Appartiene alla serie delle ciambelle che non riescono tutte col buco la piazza odierna di Roma per l’Europa e la pace, ideata da Michele Serra sognando l’arcobaleno rappresentato, sia pure come un “fenomeno ottico”, da Emilio Giannelli sul Corriere della Sera. Persino il giornale dove scrive Serra, la Repubblica, l’ha tradotta con una vignetta di copertina di Ellekappa in una “manifestazione d’affetto”, più che di effetto. Ma di affetto più che per l’Europa e la pace, per la segretaria del Pd Elly Schlein, con quel cuoricino rosso al centro della vignetta, espostasi tanto sul fronte pacifista, inseguendo Giuseppe Conte, da mettersi nei guai nel Pd e correre il rischio, con o senza un congresso anticipato, di seguire la sorte della maggior parte dei suoi predecessori al Nazareno. La sorte cioè della rinuncia o caduta, come Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi, Nicola Zingaretti, Enrico Letta.

Michele Serra

La pace che è diventata prioritaria nella piazza di Serra e amici non è né quella in Ucraina, alla quale stanno lavorando alle spalle di tutti, Trump e Putin, né quella in Europa che sarebbe minacciata dal riarmo proposto dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e approvato a larga maggioranza dall’Europarlamento, ma più semplicemente o banalmente la pace nel Pd lasciando naturalmente al suo posto la Schlein. Che pure si è persa per strada nel contrasto astensionistico al riarmo 10 dei 21 eurodeputati del suo partito. Sarebbero stati 11 contro dieci, cioè la maggioranza della delegazione italiana nel gruppo socialista, se la volenterosa e indipendente Lucia Annunziata non avesse fatto all’amica segretaria il dichiarato piacere “lealista” di astenersi pure lei, per quanto convinta invece del sì come il presidente del partito Stefano Bonaccini, la vice presidente dell’Europarlamento Pina Picierno eccetera.

Dall’Unità

Basterà una piazza, pur nominalmente del Popolo, con la maiuscola, che si stende sotto la terrazza del Pincio, a salvare la pace personalissima della Schlein? Si vedrà. Certo è che più di una piazza è finita per assomigliare ad un circo equestre quella intestata a Serra, pur nell’enfatica rappresentazione fattane sull’Unità da Piero Sansonetti. Che ha scritto di un “inedito“  popolo di sinistra che si divide in almeno tre popoli”. Un po’ troppi forse, non importa come divisi nelle loro denominazioni specifiche.

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Donne alle armi al Nazareno col supporto…dei maschietti

Dal Dubbio

“L’Europa forse si riarmerà ma il Pd l’ha già fatto”, ha scritto con sarcasmo sulla Stampa Federico Geremicca raccontando, analizzando e quant’altro, con la familiarità che ha con la sinistra, da un lato il voto dell’Europarlamento sul riarmo, appunto, e dall’altro la crisi che si è ormai aperta, o è esplosa, al Nazareno. Dove Elly Schlein ha impartito agli eurodeputati del Pd l’ordine largamente disatteso di un’astensione critica, forse per non distanziarsi troppo dal no dei pentastellati di Giuseppe Conte e dei rossoverdi, con i quali in Italia è “testardamente” fiduciosa di costruire l’alternativa al centrodestra.

All’astensione ordinata personalmente dalla segretaria ai suoi eurodeputati telefonicamente, uno per uno, si sono attenuti in undici, compresa -all’ultimo momento- Lucia Annunziata, Che così impedito ai dieci che hanno votato a favore del riarmo, a cominciare dal presidente del partito Stefano Bonaccini, di trovarsi in maggioranza. In caso contrario qualcuno al Nazareno avrebbe potuto forse reclamare le dimissioni della segretaria, a poco più di due anni dall’elezione e a due dalla scadenza congressuale del mandato. “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, scriveva Dante avventurandosi nel suo viaggio agli Inferi e dintorni.

Pina Picierno

Federico Geremicca non solo sente -familiarmente, ripeto- aria di “scontro” congressuale anticipato, reclamato sulla stessa Stampa già da Luigi Zanda prima del voto col quale il Pd si è isolato peraltro nel gruppo socialista europeo favorevole al riarmo, ma avverte anche una lotta davvero al femminile. Nella quale potrebbe contrapporsi alla Schlein, 40 anni a maggio, svizzera di nascita e americana e italiana di adozione, Pina Picierno, 44 anni a maggio, vice presidente del Parlamento europeo e schieratissima per il riarmo, per nulla intimidita dalla paura di quella parola che è stata avvertita persino dalla premier italiana Giorgia Meloni. Che ha inutilmente cercato con i suoi fratelli e sorelle di fare ambiare nome al piano dell’amica e presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen.

Federico Geremicca sulla Stampa

“Chi contrapporre a Elly Schlein?”, si è chiesto Geremicca dopo averle riconosciuto peraltro il merito di avere fatto guadagnare al Pd, fra elezioni locali e sondaggi, sino a una decina di punti rispetto all’eredità lasciatale da Enrico Letta. “Immaginando che non sia più possibile-si è risposto da solo Federico- riproporre i “soliti noti”, ci si guarda intorno, ed è un po’ che apparsa all’orizzonte una ormai “nemica giurata” della segretaria. Toni netti come lei, donna come lei, giovane come lei: non è ancora un investimento politico, ma nelle ultime settimane l’opposizione “riformista” ha cominciato a guardare co occhi diversi la battagliera Pina Picierno”.

Vi è tuttavia una condizione forse irrinunciabile per un successo della Picierno sulla Schlein. L’ha realisticamente indicata Luigi Zanda, nella già ricordata intervista alla Stampa, chiedendo un congresso straordinario senza più la pratica statutaria delle primarie per la segreteria aperte ai non iscritti al partito.

Pubblicato sul Dubbio

Maggioranza e opposizione come nei Campi Flegrei, scosse dalla politica estera

Maggioranza e opposizione, entrambe generosamente al singolare, vivono come ai Campi Flegrei, sotto le scosse. Procurate prima da una guerra mondiale in pillole, secondo una nota definizione di Papa Francesco, e poi dai rapporti fra Trump e Putin che hanno, a dir poco, spiazzato l’Unione Europea, sino a farle adottare un piano di dichiarato “riarmo”.  Che è passato con una votazione parlamentare nella quale sono saltate trasversalmente le alleanze dei partiti italiani, di governo e non.

Dal Corriere della Sera

Monica Guerzoni, per nulla trattenuta da una smentita congiunta della Presidenza del Consiglio e del Ministero dell’Economia, ha raccontato sul Corriere della Sera, con particolari anche fisiognomici, di uno scontro diretto fra Gorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, in un angolo della sala del Consiglio dei Ministri, per la posizione contraria assunta dalla Lega sul riarmo europeo e dintorni. E di un’assai breve partecipazione di Matteo Salvini, vice presidente leghista del Consiglio, alla riunione di governo, soffermatosi solo sui problemi del suo Ministero delle Infrastrutture.

Dal Foglio

Forse in considerazione anche di queste notizie, pur smentite- ripeto- dagli interessati, al Foglio hanno titolato discorsivamente che “l’ambigua Meloni è ancora un argine contro le ambiguità di Schlein e di Salvini”.

Elly Schlein, segretaria del Pd

La Schlein c’entra in questa storia da Campi Flegrei -ripeto- perché il partito da lei guidato da più di due anni si è spaccato nell’Europarlamento fra dieci che hanno votato per il riarmo proposto e undici che si sono astenuti, allineandosi alla posizione critica disposta, peraltro a distanza, dalla segretaria del Nazareno. E’ sbottato persino il paziente e pacioso presidente del Pd, Stefano Bonaccini, battuto dalla Schlein nella corsa alla segreteria per la partecipazione degli “esterni”, particolarmente pentastellati, alla votazione conclusiva dell’ultimo congresso piddino. Anche lui ha votato per il riarmo rivoltandosi alla Schlein sicura di essersi guadagnata il consenso all’astensione in una riunione della direzione svoltasi però prima della proposta del riarmo formalizzata dalla Commissione. E approvata peraltro al Parlamento europeo da tutte le altre delegazioni del Partito socialista continentale, dove pertanto il Pd si è clamorosamente isolato.

Dalla Stampa

Anche la Schlein ha fatto scrivere e dire di essere pronta alla sfida lanciatale da critici e avversari con la proposta di un congresso straordinario, da cui pensa evidentemente di poter uscire confermata, magari con un’altra votazione conclusiva aperta ai cosiddetti esterni, cioè ai non iscritti, Federico Geremicca ha scritto sulla Stampa che “chi si intende di Partito democratico e delle autolesionistiche liturgie che precedono ogni frequente cambio di segretario, non ha dubbi e assicura che la “caccia” a Elly Schlein stavolta sia ufficialmente cominciata”. “Non abbiamo ragione per dubitarne”, ha aggiunto il giornalista, familiarmente favorito nella conoscenza della sinistra confluita a suo tempo nel Pd.

Le crisi parallele della maggioranza e delle opposizioni italiane in Europa

La vignetta del Corriere della Sera

Bellissima, più efficace di un editoriale, la vignetta del Corriere della Sera nella quale Emilio Giannelli fa dire alla segretaria del Pd Elly Schlein che “per il riarmo dell’Europa sono pronte le nostre divisioni”. Cioè quegli undici voti del Pd chiesti e ottenuti dalla stessa Schlein con la formula dell’astensione contro il piano di riarmo proposto dalla Commissione Europea e quei dieci invece favorevoli che hanno messo in evidenza due spaccature: quella interna al Nazareno, dove è destinata a crescere la tensione, e quella interna al gruppo del partito socialista europeo. Dove il Pd ha sulla carta la delegazione più numerosa. Una figuraccia che deve avere inorgoglito la presidente della Commissione Ursula von der Leyen dopo avere detto fuori dall’aula di Strasburgo ad un Giuseppe Conte che, giunto apposta dall’Italia, si vantava di capeggiare la sinistra contro di lei: “Io sono forte”. O più forte.

Peccato che il governo italiano, per quanto i giornali di area moderata abbiano messo in evidenza soprattutto o solo le “divisioni” del Pd, per dirla col vignettista del Corriere, non abbia potuto e non possa ascrivere a proprio merito la figuraccia della sinistra avendone fatto una analoga nell’Europarlamento. E due volte: una quando i leghisti hanno votato contro il riarmo spaccando la maggioranza e l’altra quando i fratelli d’Italia, e della Meloni, si sono astenuti, spaccando anch’essi la maggioranza di centrodestra, su un documento pur a favore dell’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, perché troppo polemico col tipo di pace voluto dal presidente americano Donald Trump.

Dalla Repubblica

La somma di questi spettacoli l’ha tirata, questa volta giustamente, la Repubblica di carta titolando sull’Italia divisa in Europa sul riarmo e dintorni. Un “riarmo” peraltro che è rimasto nel titolo del piano proposto dalla Commissione di Bruxelles, per quanto disagio o contrarietà fossero stati avvertiti per quella parola da partiti e delegazioni, non solo italiani, favorevoli alla linea di Ursula von der Leyen.

Dal Foglio

Lapidario e sarcastico è stato Il Foglio sul “trionfo dell’inconseguenza” nella maggioranza di centrodestra di fronte a Salvini che “vota no”, o fa vorare noi dai suoi, “al piano Ursula ma il governo ne impipa”.

La vignetta del Secolo XIX

Lapidaria sul versante opposto anche la vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX, dove di “pacifico” davvero in quello che è successo parlando e votando di riarmo nell’Europarlamento è stato solo “il Pd spaccato”. Pacifico nel senso di certo, certissimo, non controvertibile.  

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Mattarella fra il compiacimento e l’imbarazzo in quella sua “autosupplenza”

Dal Dubbio

Qualcuno -almeno fra gli addetti ai lavori, presumendo che molti non se ne siano neppure accorti- si sarà chiesto perché il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non abbia ritenuto di affidare la supplenza al presidente del Senato Ignazio La Russa neppure in occasione del lungo viaggio ufficiale compiuto in Giappone.

L’articolo 86 della Costituzione glielo avrebbe consentito, stabilendo che “le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato”. Che di certo non ne rimarrebbe contrariato. Ricordo ancora nitidamente il compiacimento col quale la buonanima di Giovanni Spadolini mi ricevette una volta in uno dei suoi uffici di presidente del Senato, presidiato da Corazzieri, essendo in quel momento supplente del Capo dello Stato, impegnato all’estero. Rimasi estasiato e divertito della felicità che non riusciva a contenere nel viso e nella posa il “direttore”, come io ostinatamente continuavo a chiamarlo per avere egli scalato con successo la carriera professionale di giornalista, prima di essere consegnato alla politica dal comune amico Indro Montanelli. Che lo aveva  fatto candidare da Ugo La Malfa come indipendente al Senato, quasi per compensarlo della brusca perdita della guida del Corriere della Sera.

Mauro Zampini

Alla curiosità, ripeto, degli esperti sulla supplenza ancora una volta mancata della pur “persona di qualità alta” come La Russa al vertice dello Stato durante la lunga trasferta asiatica di Mattarella ha cercato di dare una risposta un esperto, pure lui di qualità alta, come l’ex segretario generale della Camera Mauro Zampini. Che in un articolo pubblicato sul suo Alto Adige di martedì scorsosuo, essendo egli nativo di Trento- ha scritto testualmente: “Oggi, dopo pochissimi giorni di assenza dall’Italia del Presidente Mattarella, con un perdurante e inquietante rifiuto del Presidente del Consiglio di dare conto (e magari di chiedere il sostegno con un voto) alle Camere di una situazione internazionale e nazionale angosciante per lo stesso futuro della democrazia e delle democrazie nel mondo, ci si rende conto dell’effetto rassicurante, familiare dei ripetuti, pressoché quotidiani messaggi inviati ai connazionali dal lontano Giappone”. Dove in effetti il Capo dello Stato è tornato a ripetere i suoi giudizi, fra l’altro, a favore dell’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, e non viceversa come il presidente americano ha concesso allo stesso Putin presumendo di incoraggiarlo finalmente alla pace, sazio del suo bottino.

Mauro Zampini sull’Alto Adige

Quella esercitata da Mattarella con le sue dichiarazioni, puntualizzazioni, risposte ai giornalisti e quant’altro nel lontano Giappone è stata per Zampini “una sorta di autosupplenza, di cui è arbitro unico: che può essere utile, a chi ascolta, per formare il giudizio sui progetti di riforma della nostra Costituzione preannunciati e legittimamente (sia chiaro) perseguiti dal Governo”. Progetti -ha notato l’ex segretario generale della Camera- “comprensivi di una compressione inevitabile del ruolo del capo dello Stato”.

Non si può neppure dire che Zampini abbia detto a suocera perché nuora intenda, secondo un vecchio proverbio, perché l’assalto al progetto di riforma costituzionale del governo sul premierato è stato ed è diretto.

Curiosità per curiosità, mi piacerebbe tanto sapere se Mattarella leggendo Zampini, che peraltro conosce bene essendo stato pure lui di casa a lungo a Montecitorio, sia rimasto più compiaciuto o imbarazzato. Ma da giornalista sono forse troppo curioso.

Pubblicato sul Dubbio

La supplenza mancata di La Russa durante la visita di Mattarella in Giappone

Dall’Alto Adige

Il prefetto Mauro Zampini,  segretario generale della Camera dei Deputati dal 1994 al 1999, in un articolo firmato sull’Alto Adige senza avvolgersi nel Montesquieu che adotta come pseudonimo in altre e maggiori testate, o occasioni, ha sorpreso ancora una volta, come quando contrastò in dottrina, diciamo così, la candidatura al Quirinale dell’allora presidente del Consiglio Mario Draghi. Che sarebbe stato il primo a trasferirsi sul colle più alto di Roma direttamente da Palazzo Chigi.

Ci aveva già provato nel 1992, ma dietro le quinte, Giulio Andreotti dopo la strage di Capaci, quando la corsa al Quirinale venne accelerata ricorrendo alle cosiddette “soluzioni istituzionali”. Ma non se ne fece nulla perché alla categoria delle soluzioni istituzionali, appunto, si decise misteriosamente in una notte che potessero appartenere solo i titolari delle presidenze delle Camere. E fra Oscar Luigi Scalfaro a Montecitorio e Giovanni Spadolini al Senato i maggiori partiti preferirono il primo, quando già Spadolini aveva cominciato a preparare il discorso di insediamento.

Mauro Zampini

Ma torniamo a Zampini e, più modestamente questa volta, non al Presidente della Repubblica ma al suo supplente. Che sarebbe, in caso di impedimento del Capo dello Stato previsto dall’articolo 86 della Costituzione,  il presidente del Senato Ignazio La Russa: “persona -si legge nell’articolo di Zampini- di qualità rara e nota a chi scrive”. Al Senato, e al suo vertice, La Russa è infatti arrivato dopo sette legislature alla Camera, nel “territorio” di Zampini.

Mattarella in Giappone

L’aspetto più curioso dell’attenzione dedicata dallo stesso Zampini alla supplenza al vertice dello Stato sta nel fatto che questa supplenza è mancata anche in occasione della lunga visita ufficiale dello stesso Mattarella in Giappone, peraltro in una settimana alquanto delicata, in uno scenario internazionale movimentato, diciamo così, dal presidente americano Donald Trump e da una ricerca della pace, finalmente, in Ucraina ma alle condizioni più dell’aggressore, Putin, che dell’aggredito, Zelensky. E Mattarella, si sa, fra i due preferisce decisamente il secondo, non il primo. Come penso anche il presidente del Senato, solidale anche in questo con la premier, amica e collega di partito Giorgia Meloni. Eppure, nonostante questo, Mattarella nella settimana di missione in Giappone ha voluto fare “pieno uso della sua funzione”, come ha scritto Zampini, senza decretare alcuna supplenza, utile a risparmiargli qualche decina di firme e altre adempienze d’ufficio. Che di solito inorgogliscono il supplente protetto dai Corazzieri anche restando nei suoi uffici al Senato.  

Il fuoco col quale il presidente americano sta forse giocando un pò troppo

Da Repubblica

La recessione breve che il presidente americano Donald Trump ha promesso ai suoi elettori mentre la Borsa, al maiuscolo e al singolare, brucia in pochi giorni per il panico da lui provocato mille miliardi di dollari, mi ricorda la brevità della guerra in Ucraina propostasi o promessa da Putin più di tre anni fa ordinandola e chiamandola “operazione speciale”. Una guerra che invece dura ancora e di cui Putin potrà forse liberarsi fra qualche settimana o mese grazie al soccorso fornitogli dal presidente americano scaricando l’Ucraina sostenuta dal predecessore Biden e obbligando Zelensky se non alla resa, quasi. Questa è la verità dei fatti spogliati di tutti i veli nei quali sono avvolti per nasconderla o deformarla, tra scenate, lettere, incontri di delegazioni e tutto il resto.

Da Poggio Mirteto

Ma le Borse, questa volta al plurale, non sono come gli eserciti, ai quali si danno o si tolgono munizioni e quant’altro. Le Borse, sempre al plurale e al maiuscolo, non bruciano denaro metaforicamente, come a Poggio Mirteto, in Italia, in chiusura del Carnevale gli antipatizzanti di Giorgia Meloni hanno fatto avvolgendo nelle fiamme un suo fantoccio.

La recessione di cui Trump ha dovuto ammettere l’arrivo dopo il panico che lui ha creato insieme con Musk potrebbe essere la sua tomba. Almeno quella politica, se i servizi di sicurezza, sopravvivendo ai tagli e licenziamenti in corso, riusciranno a garantirgli la protezione dal solito matto. O finto matto che negli Stati Uniti ogni tanto si apposta dietro qualche finestra o simile e spara contro l’obiettivo politico di turno.

Ursula von der Leyen

Temo, per lui, che Trump stia giocando troppo col fuoco. Ma gli sono personalmente e modestamente, assai modestamente, grato per la sveglia che è riuscita a dare all’Europa sulla strada della difesa comuna. O del “riarmo”, come ha avuto il coraggio di dire la presidente della Commissione di Bruxelles, la tedesca Ursula von der Leyen, facendo inorridire le solte anime belle, specie in Italia. Dove giù la buonanima di Enzo Biagi scriveva ogni tanto che le donne, specie quelle infedeli, si sentivano “un po’ incinte”.

Giuseppe Conte come un pesce nell’acqua del mondo sottosopra di Trump

Dal Corriere della Sera

Nel mondo alla rovescia, o sottosopra, in versione Trump, ben più visibile di quello che porta il nome del generale italiano e leghista Roberto Vannacci, si muove come un pesce nell’acqua il presidente delle 5 Stelle, o di quel che rimane, e due volte ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che, in una intervista al Corriere della Sera, si è liberato della compagnia scomoda del suo ex vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, nel primo dei suoi due governi, dandogli del “pacifista di comodo”, cioè finto.

Conte sulla Lega al Corriere

“La Lega sostiene con i voti le politiche belliciste del governo. Il loro pacifismo di comodo -ha spiegato Conte- serve solo a dare fastidio a Meloni”. E ancora: “Noi invece siamo sempre stati fedeli alle nostre convinzioni, anche quando siamo finiti ingiustamente nella lista dei filo-putiniani”. E pazienza se all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, più di tre anni fa, come gli ha ricordato quella villana, evidentemente, dell’intervistatrice Adriana Logroscino, i pentastellati al governo con Mario Draghi a Palazzo Chigi, e Luigi Di Maio al Ministero degli Esteri, approvarono in Parlamento, come fanno oggi i leghisti con la Meloni, il soccorso militare a Zelensky. Per permettergli -ha spiegato oggi Conte parlando di Zelensky- di non perdere la guerra nei soli tre giorni programmati da quell’esagerato di Putin.

Conte sulla Schlein al Corriere

Liberatosi dell’ingombrante compagnia di Salvini dandogli del pacifista o trumpiano di comodo, ripeto, Conte si è ritrovato per un po’ insieme con la segretaria del Pd Elly Schlein nelle “critiche al piano di riarmo europeo soprattutto all’interno di un partito che ha varie sensibilità su questo terreno”. Che hanno infatti polemicamente indotto uno dei fondatori del partito, Luigi Zanda, a reclamare un congresso straordinario per chiarire la linea del Nazareno, e magari cambiare anche segretario.

In particolare, Conte si aspetta ora da Schlein un’opposizione più chiara al “grande piano di investimento” pensato in Europa “sul modello del Next Generation Eu”. Che fu “concepito e attuato per ridare speramza alle giovani generazioni dopo la pandemia”. “Eviterei di accostare -ha detto il presidente pentastellato- le prospettive di difesa e investimenti militari”. Cioè, la difesa e gli investimenti militari sarebbero politicamente inconciliabili in una visione del mondo alla rovescia o sottosopra, questa volta di Conte, dopo le edizioni giù ricordate di Trump e Vannacci.

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I conti di comodo dei tifosi della gestione giudiziaria dell’immigrazione clandestina

Dal Fatto Quotidiano

Tutto per soli, 1.600 euro, ha titolato ieri Il Fatto Quotidiano, tornandovi oggi con un editoriale del direttore, per minimizzare la portata della decisione della Cassazione di imporre il risarcimento del danno da risarcire a ciascuno dei quaranta migranti clandestini che hanno promosso causa, fra i cento e più soccorsi nel 2018 dalla nave Diciotti della Guardia Costiera. Ma trattenuti a bordo per una decina di giorni, prima dello sbarco, dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per aspettare che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte concordasse con gli omologhi europei la distribuzione comunitaria dei salvati in mare. Lo stesso Conte si vantò a suo tempo di questa sua attività telefonica di supporto.

I milleseicento euro derivano dalla moltiplicazione di 160 euro al giorno stimabili come danno procurato sul piano più morale che materiale a ciascuno, ripeto, dei migranti, tutti eritrei, che hanno ottenuto giustizia, diciamo così, dalle sezioni unite della Cassazione. Le quali li hanno un po’ riscattati dal sadico trattamento riservato loro da Salvini, aiutato dal suo capo di Gabinetto Matteo Piantedosi, oggi titolare del Viminale. Anche lui insorto- come Salvini, la premier in carica Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e altri- rivendicando una conoscenza dei fatti superiore a quella dei giudici della Suprema Corte, con le dovute maiuscole, che hanno smentito i precedenti gradi di giudizio contrari ai richiedenti,

Il segretario dell’associazione ei magistrati, Mastruotti, al Corriere della Sera

Milleseicento euro diventerebbero settantaquattromila se moltiplicati per i quaranta interessati alla causa. Diciamo pure centomila e rotti a carico dello Stato comprendendo le spese legali. Una cifra in realtà modesta, o relativamente modesta. Che il segretario dell’associazione nazionale dei magistrati Rocco Mastruotti, in una intervista al Corriere della Sera, difendendo il verdetto della Cassazione ha cercato di proteggere dal rischio di fare da precedente replicabile perché sarebbe improbabile un altro caso Diciotti a distanza di sette anni. Durante i quali il governo, affrontando il problema della lotta all’immigrazione clandestina con accordi con i paesi africani interessati, ha ridotto le partenze e quindi gli arrivi, nonché le emergenze nei porti italiani. 

Ma le cifre dietro alle quali si sono coperti e si coprono i minimalisti scandalizzati, anzi sarcastici con le reazioni persino “ingiuriose” del governo, come le ha definite la presidente della Cassazione, sono tanto modeste quanto devianti, di autentica distrazione dal nocciolo della questione. Che non è contabile, per quanto Nordio abbia prospettato polemicamente un dissesto del bilancio. La questione è politica.

Il problema, in particolare, è che ora grazie alla gestione giudiziaria dell’immigrazione clandestina tutti gli aspiranti all’approdo irregolare in Italia sono non scoraggiati ma incoraggiati pensando alla possibilità di ottenere una specie di rimborso spese, o premio, per sbarchi eventualmente ritardati.  

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Le picconate di Luigi Zanda, che chiede a Schlein un congresso straordinario del Pd

Da Libero

Luigi Zanda, 82 anni e mezzo magnificamente portati, intervistato per La Stampa da Fabio Martini che ne ha ricordato la partecipazione, con altri 44 amici, più che compagni, alla fondazione del Partito Democratico, nel 2007, ha impietosamente denunciato la necessità di un congresso anticipato, straordinario e quant’altro per la inadeguatezza, ormai, della sua linea nella nuova situazione internazionale. Nella quale la segretaria Elly Schlein, anche se Zanda ha cercato di contenersi nelle parole, si muove con una certa confusione o indecisione, a dir poco.

Se poi dal congresso, da svolgere non più tardi delle prime settimane dell’anno prossimo, dovesse venire fuori l’opportunità o necessità di cambiare segretario, senza più consentire che a sceglierlo siano più gli esterni che gli iscritti al partito, com’è accaduto anche per la Schlein, tanto meglio.

“Lei pensa -gli ha chiesto, in particolare, l’intervistatore- che il Pd dovrebbe cambiare segretario?”. “Quello che è necessario per il Pd -ha risposto Zanda- è una rigorosa e profonda riflessione sulla politica internazionale. Se da questo confronto dovessero emergere posizioni e candidature diverse, questo non lo possiamo sapere. In ogni caso il Pd avrebbe il dovere, anzi la necessità, di cambiare lo Statuto e decidere una volta per tutte se il segretario lo scelgono gli iscritti, oppure se chiunque possa continuare ad andare ai Gazebo, anche se non vota Pd, anche un avversario”.  Infatti sull’elezione della Schlein pesa l’ombra dell’aiuto ricevuto nelle primarie dai simpatizzanti ed elettori pentastellati.

Francesco Cossiga

Di fronte alla chiarezza, se non perentorietà e spietatezza di queste parole, peraltro in una situazione interna di partito in cui si mescolano le peggiori abitudini correntizie del Pci e della Dc, tra allusioni e messaggi in bottiglia, più che della partecipazione alla fondazione del Pd, di cui è stato anche tesoriere e capogruppo al Senato, di Zanda andrebbe ricordata la scuola di Francesco Cossiga che ha frequentato. Lavorando con lui prima al Ministero dell’Interno, nel periodo peraltro dal sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, e poi a Palazzo Chigi. E infine lasciando prudentemente Cossiga al Quirinale nelle mani di un diplomatico di carriera come Ludovico Ortona: una specie di ammortizzatore professionale di quella macchina imprevedibile e travolgente che era appunto il conterraneo e ormai amico di Zanda.

Di stile tutto cossighiano ho trovato anche la parte dell’intervista alla Stampa nella quale Zanda non si è lasciato trattenere da nessuna paura, ipocrisia e simili per contestare la demonizzazione che si fa al Nazareno della premier Giorgia Meloni.

Giuseppe Conte ed Elly Schlein

“Questi due anni e mezzo di governo -ha detto Zanda commentando “lo spazio contro” attribuito alla Schlein dall’intervistatore- non sembrano avere indebolito la presidente del Consiglio, anzi. Ora lei cerca di stare in equilibrio tra l’Europa e Trump, pur tra difficoltà. L’impresa le sta riuscendo”. Meglio, credo, di quanto la Schlein stia cercando di fare nel campo della sinistra europea nei rapporti con i socialisti spagnoli e tedeschi. Che strabuzzano gli occhi a vederla e soprattutto ad ascoltarla negli incontri alla vigilia dei vertici comunitari. Incontri nei quali la segretaria del Pd è condizionata più dalla paura che ha in Italia di Giuseppe Conte che dai problemi dai quali sono presi i suoi interlocutori del partito socialista europeo.

“Se il campo largo di fatto non esiste più -ha detto Zanda a questo proposito- significa che essere stati testardamente unitari non è servito a niente”. L’ex presidente del Consiglio Conte, peraltro, nella botte pacifista nella quale si è demagogicamente chiuso, col suo nome Giuseppe rigorosamente al singolare, ogni tanto trova anche il modo e il tempo di irridere alla “confusione” di Schlein e del Pd. Una situazione paradossale. Da Carnevale, direi, che però sta finendo anche nella coda di rito ambrosiano.

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