L’intestazione del piano di riarmo europeo voluta dalla presidente della Commissione di Bruxelles von der Leyen, che ha una certa conoscenza e pratica della materia essendo stata la ministra tedesca della Difesa, piacerà a pochi, o addirittura a nessuno dei leader incontratisi nella sessione ordinaria del Consiglio dell’Unione, ma il voto favorevole è stato unanime, col sì anche dell’Ungheria di Viktor Orban. Si è convenuto, in particolare, di “accelerare i lavori su tutti i piani per aumentare in modo decisivo la prontezza di difesa dell’Europa entro i prossimi cinque anni”.
Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen ieri a Bruxelles
Ci sarà rimasto forse male, informato di questo testo non so dove e come, il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini. Che tuttavia privatamente aveva già smentito alla premier Meloni un capogruppo parlamentare del suo partito che aveva escluso un mandato in tal senso. Così comunque sono andate le cose a Bruxelles con l’apporto della stessa Meloni, non credo troppo sofferto.
Saranno invece soddisfatti in Italia, trovando alimento alla loro linea e propaganda, le opposizioni più radicali, che hanno arruolato d’ufficio il governo italiano, pur a partecipazione leghista, fra i guerrafondai d’Europa, decisi peraltro anche ad ostacolare la pace che Trump e Putin insieme vorrebbero imporre all’Ucraina di Zelensky. Il quale non a caso è tornato a raccogliere anche in questa sessione del Consiglio europeo, questa volta però senza il consenso dell’Ungheria, l’appoggio, la solidarietà e quant’altro nella resistenza opposta da più di tre anni all’invasione russa.
Queste sono le notizie da Bruxelles. Il resto è chiacchiericcio. Sotto, neppure dietro le quinte. Sottoscena più che retroscena.
Qualsiasi cosa si possa o si voglia pensare o scrivere, condividendo o dissentendo dal Sogno di Roberto Benigni mandato in onda in diretta Eurovisione dalla Rai l’altra sera, credo che non si possa decentemente ignorare o nascondere il nubifragio di RaiMeloni. Che è il soprannome dato alla Rai dagli avversari della premier, e con un certo compiacimento anche da alcuni suoi amici, da quando è in carica l’attuale governo. E persino da un po’ prima, quando con Mario Draghi ancora a Palazzo Chigi già si avvertiva l’arrivo della leader della destra per la partita elettorale giocata a porta vuota dalle sinistre e dintorni più di due anni e mezzo fa. Lo stesso Draghi accolse la Meloni a Palazzo a braccia aperte, come si usa dire.
Benigni ha offerto al pubblico, che se lo era perso negli spezzoni dei telegiornali sul dibattito alla Camera in vista del vertice europeo di Bruxelles, uno spettacolo di difesa del cosiddetto manifesto di Ventotene sull’Europa “libera e unita” di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Che a Montecitorio la premier aveva qualche ora prima contestato per i passaggi nei quali l’Europa, piuttosto che libera e unita, era pensata a democrazia sospesa e a regime collettivistico, senza il diritto di proprietà a dintorni.
Senza scomporsi nelle urla e nelle proteste delle opposizioni nell’aula di Montecitorio, sino a doversene sospendere la seduta, Benigni ha allungato le sue ali protettive sulle buonanime di Spinelli e di Rossi, e anche del non menzionato Eugenio Colorni, come su Dante Alighieri da lui già recitato in altra occasione per la sua Divina Commedia. Ed ha generosamente definito l’Unione Europea prodotta anche dal manifesto di Ventotene “la più grande costruzione politica ed economica degli ultimi 5000 anni”. Cinquemila, ripeto in lettere. Una costruzione, peraltro, che ora quel matto del presidente americano Donald Trump, toccato pure lui dall’ironia di Benigni, avverte come una relativamente recente trovata sull’altra sponda dell’Atlantico per fregare gli Stati Uniti. Che pertanto avrebbero tutto il diritto di difendersene in ogni modo: dai dazi a una pace in Ucraina – dopo più di tre anni di guerra avviata dalla Russia- alle spalle, sulla testa e quant’altro dell’Europa, oltre che della stessa Ucraina.
Il cavallo morente della Rai
Non vi è stata diga, barriera di sacchi, catena di secchi e simili capace nella cosiddetta RaiMeloni, con tutte le costose strutture e direzioni esistenti, che abbia potuto prevenire e contenere il Benigni protettivo di Ventotene e di tutto il resto compromesso dalla premier con le sue parole, i suoi giudizi, i suoi gesti. Un disastro, ripeto, per RaiMeloni, Telemeloni e varianti dell’azienda pubblica di viale Mazzini. Dove d’altronde a vigilare, anche per il risanamento ambientale in corso dopo una lunga convivenza col pericolosissimo amianto, è rimasto solo il pur imponente cavallo di bronzo, non a caso “morente” per definizione, dello scultore Francesco Messina.
Nella caricatura che hanno finito per farne, spero involontariamente, i suoi tifosi fra lacrime, invettive, interruzioni di seduta alla Camera e tutto il resto di una sceneggiatura di opposizione abusivamente al singolare, il cosiddetto manifesto di Ventotene per una “Europa libera e unita” del lontano 1941, scritto quando essa era ancora sotto il ferro e il fuoco della seconda guerra mondiale, è diventato un po’ come la corazzata Potemkin nella letteratura e cinematografia sovietica. Sulla quale si rovesciò a suo tempo la “cagata pazzesca” di Paolo Villaggio nei panni di Ugo Fantozzi, scampati miracolosamente l’uno e l’altro al linciaggio tentato adesso contro la premier Giorgia Meloni. Che si è permessa di non riconoscersi, o almeno non del tutto, nell’Europa a democrazia sospesa, e collettivistica, sognata da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Ma anche da Eugenio Colorni.
Giorgia Meloni al Quirinale
Dalla rivolta tragicomica contro la Meloni, sulla quale è stato subito sparso da qualche giornale anche “il gelo” del presidente della Repubblica al Quirinale, nel solito incontro conviviale prima dei vertici europei, si è fatto travolgere, o quasi, questa volta anche il buon Pier Ferdinando Casini dal Senato. Dove è ospite, con i suoi elettori personali di Bologna e dintorni, del Pd prima di Matteo Renzi, poi di Enrico Letta e ora di Elly Schlein, che da segretari del Nazareno hanno steso le liste dei candidati dove il mio amico Pierferdy ha potuto maturare quello che credo si possa ormai considerare il suo primato di longevità parlamentare.
Pier Ferdinando Casini
Neppure Casini, un moderato doc come un democristiano senza più la Dc, ha voluto perdonare alla premier Meloni dalle colonne del Corriere della Sera le distanze prese da Spinelli e amici, o compagni, Mi consola solo l’idea, sulla quale scommetto conoscendolo bene, che non si lascerà neppure tentare dalla curiosità di cercare e magari trovare anche lui in qualche anfratto preistorico del Colle Oppio, a Roma, davanti al Colosseo, la sede fisica e morale di un assalto fascistoide al manifesto di Ventotene. Che è stato stampato, distribuito e sventolato per la manifestazione di sabato scorso, sempre a Roma, in Piazza del Popolo, sotto la terrazza del Pincio.
Pierferdy non ha avuto bisogno di leggere ieri sul Foglio il comune amico Giuliano Ferrara per ricordarsi del saggio critico sul manifesto di Ventotene scritto da uno storico non certo di strapazzo come Ernesto Galli della Loggia. Che credo, modestamente, sia stata anche la fonte informativa e culturale della premier parlando appunto di quel manifesto alla Camera. E non lasciandosi intimidire o zittire dagli avversari.
C’è in questa pratica delle opposizioni, anche in questo passaggio della storia italiana, di unirsi solo nell’aggressione verbale al nemico di turno, uomo o donna che sia, anziano o giovane, celibe o coniugato, separato o convivente, qualcosa non so se di più comico o tragico. Sono abbastanza anziano per ricordarmi ancora dei “calci in culo” con i quali il pur forbito Palmiro Togliatti nel 1948 si proponeva di “cacciare” Alcide De Gasperi, forse anche per questo sulla strada della Beatificazione, dalla guida del governo. Che allora aveva ancora sede al Viminale, come anche il Ministero dell’Interno.
Francesco Saverio Borrelli
Il colpo a Togliatti non riuscì per le “piazze piene e urne vuote” lamentate da Pietro Nenni in edizione sfortunatamente frontista. E credo che non riuscirà, questa volta contro Meloni, neppure alle opposizioni attuali quando si tornerà a votare per il rinnovo, ordinario o anticipato che dovesse essere, delle Camere. L’elettore, per fortuna, è generalmente meno sprovveduto, meno avventato, meno distratto di quanto non credano gli esagitati della politica. E persino gli avventurieri. Se ne accorsero una trentina d’anni fa persino i magistrati che erano riusciti a ghigliottinare la cosiddetta prima Repubblica. E furono poi chiamati da Francesco Saverio Borrelli a “resistere, resistere, resistere” -tre volte- all’inatteso, imprevisto e imprevedibile Silvio Berlusconi.
Altro che RadioMeloni, TeleMeloni e simili, con cui si indica, persino già da prima della formazione del governo in carica, la dipendenza della Rai dalla premier e leader della destra italiana. Lo spettacolo di Roberto Benigni, chiamato Sogno, andato in onda in diretta -e in Eurovisione- ieri sera, alcune ore dopo le proteste alla Camera contro la presidente del Consiglio che aveva osato dissentire da alcuni passaggi del famoso manifesto europeo di Ventotene, ha smentito clamorosamente quella rappresentazione. O ha segnato altrettanto clamorosamente il fallimento del piano di conquista, se mai ci fosse stato davvero, della Rai da parte della Meloni.
Elly Schlein ieri alla Camera
Benigni è insorto -di sicuro più efficacemente, sul piano dello spettacolo, della segretaria del Pd Elly Schlein e degli altri oppositori a Montecitorio- contro l’eresia, lo sfregio e quant’altro attribuito alla Meloni verso il cosiddetto manifesto di Ventotene del 1941. Cui una certa propaganda, non storiografia, riconosce la paternità dell’Europa più dei trattati e altri accordi internazionali che ne hanno segnato il percorso reale, non immaginario. Un’Europa che Benigni, cui non si può rimproverare la comicità per essere la sua professione, ha definito “la più grande costruzione politica ed economica degli ultimi 5 mila anni”. Quel mitomane del presidente americano Donald Trump l’ha invece scambiata di recente per una mezza truffa ordita contro gli Stati Uniti alquanto recenti e giovani, direi infantili, rispetto alle migliaia di anni con cui gioca Benigni da storico.
Il combinato disposto fra lo spettacolo della Camera, con proteste, sospensioni della seduta, insulti, minacce, pianti ed altro ancora e quello successivo del supercomico nazionale nella televisione pubblica è qualcosa che resterà a lungo negli annali delle commedie politiche. E salverà probabilmente la Meloni, nell’eco dell’odierno vertice europeo di oggi a Bruxelles, dalle difficoltà che potrà procurarle la sua posizione di equilibrio, mediazione, ponte e quant’altro fra il bisogno di sicurezza che avverte l’Europa di fronte al tipo di soluzione della guerra in Ucraina che va profilandosi e lo scarso interesse che mostra nei suoi riguardi il presidente americano Trump. Al quale sembra premere più un buon rapporto con Putin che con Bruxelles.
Dall’Unità
In questa situazione c’è gente che si avvolge nel tappeto del manifesto di Ventotene e rispolvera -come hanno fatto oggi persino il mio amico Piero Sansonetti e amici o compagni sull’Unità– le foto in bianco e nero dei firmatari Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Enrico Rossi per poterne lamentare o immaginare un ritorno “al confino” fascista. Dai, Piero. Davvero pensi che siamo anche a questo tipo di traffico funerario?
Il Senato approva, è stato annunciato nell’aula di Palazzo Madama a proposito del documento proposto dalla maggioranza, diviso in ben 12 capitoli, a sostegno della linea esposta dalla premier Giorgia Meloni in partenza oggi, dopo un analogo passaggio alla Camera, per il Consiglio europeo. Le opposizioni hanno presentato tanti documenti quanti sono i gruppi che le compongono aspirando a diventare un’alternativa al centrodestra: documenti che non sono stati neppure votati dopo quello della maggioranza con 109 sì.
Dalla Stampa
Flavia Perina, già direttrice del Secolo d’Italia della destra di Gianfranco Fini, ha scritto sulla Stampa di una “palude tecnica” nella quale la Meloni si sarebbe “rifugiata” per conservare l’unità della maggioranza insidiata soprattutto dai leghi. Una palude apprezzata in qualche modo sul Fatto Quotidiano, dove il direttore Marco Travaglio ha riconosciuto alla presidente del Consiglio il merito di essere “l’eccezione una volta tanto lodevole fra gli euromitomani” che fra Londra, Parigi, Bruxelles, Varsavia, Berlino vorrebbero ostacolare col riarmo del vecchio continente la pace in Ucraina e quant’altro potrà nascere dal nuovo rapporto fra Donald Trump e Putin. Che priprio ieri si sono a lungo parlati per telefono con reciproco compiacimento.
Dall’Unità
Analoga a quella del Fatto Quotidiano è l’impressione ricavata dall’Unità di Piero Sansonetti, che ha sottolineato “la frenata” della Meloni sulla strada del riarmo pur condiviso da fratelli e sorelle dell’Europarlamento votando qualche giorno fa a favore del piano che porta il nome della presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen.
C’è molta tattica di sicuro, paludosa come quella rimproverata alla Meloni sulla Stampa, nelle reazioni mediatiche e politiche al voto del Senato e a quello prevedibile di oggi alla Camera. Ma la premier ha voluto certamente ritagliarsi col suo intervento e gli atti parlamentari successivi un suo spazio distinto e distante -avrebbe forse detto la buonanima di Francesco Cossiga- dai suoi omologhi nell’Unione Europea. Uno spazio, a sua volta, il più vicino possibile a Trump e alla tela che egli sta cercando di tessere con Putin.
Mario Draghi, pure lui al Senato
Tutto è un po’ strano, ed anche opaco, in questo passaggio di clima e forse anche di epoca nello scenario internazionale. Lo deve avere avvertito anche l’ex premier Mario Draghi -pure lui al Senato, ma in un’altra aula- dopo avere riproposto le sue note analisi, da consigliere o quasi della presidente della Commissione europea, sul colpo di reni che l’Europa dovrebbe darsi anche in materia di difesa. Ad un certo punto egli ha preferito interrompere l’interlocuzione con i senatori delle commissioni Esteri e Difesa, ma anche altri, vedendoli stanchi e distratti, presi più dai loro orologi che dalle sue parole. Un’altra buona notizia, forse, per Putin a Mosca.
Giorgia Meloni, dopo essersi concessa l’ultima evasione, chiamiamola così, incontrando ieri a Palazzo Chigi il re di Giordania, ha dunque finito di fuggire o nascondersi, secondo la rappresentazione fattane dalle opposizioni una volta tanto unite, o quasi: dalla segretaria del Pd Elly Schlein all’ex presidente del Consiglio e ora solo del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.
Dal Corriere della Sera
La premier non ha potuto sottrarsi alle comunicazioni e alle votazioni, oggi al Senato e domani alla Camera, propedeutiche alla sua partecipazione, giovedì, al Consiglio Europeo. Che si riunisce in un contesto internazionale davvero straordinario, mentre Trump e Putin trattano la pace in Ucraina, dopo più di tre anni dalla guerra d’invasione cominciata dalla Russia, come se fossero loro due a disporne davvero, a prescindere non solo della stessa Ucraina ma anche dell’Unione Europea che ha avviato da tempo le procedure per associarla.
Dal manifesto
Ma più del ritorno in Parlamento, che avviene non per la loro azione ma solo per gli adempimenti istituzionali del governo alla vigilia dei Consigli europei, le opposizioni non hanno potuto strappare oltre alla Meloni secondo loro recalcitrante. Ma soprattutto, salvo imprevisti dell’ultima ora, non possono godersi lo spettacolo di una maggioranza che si divide nel voto sulle comunicazioni della premier, come sicuramente si divideranno invece le opposizioni. Se non addirittura il principale dei partiti di opposizione che è il Pd, spaccatosi pochi giorni fa nel Parlamento europeo sul riarmo proposto dalla presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen. Spaccatosi, in particolare, fra dieci europarlamentari favorevoli e undici astenutisi su ordine telefonico arrivato dal Nazareno, a Roma. Sarebbero stati undici contro dieci se Lucia Annunziata, convinta anche lei dichiaratamente del sì, non avesse avvertito la generosa delicatezza -non di più- di non fare trovare formalmente in minoranza nella delegazione del Pd la linea dettata dalla segretaria del partito, alla quale deve la candidatura da indipendente nelle liste che l’hanno portata al Parlamento europeo.
Elly Schlein in piazza a Roma sabato scorso
La maggioranza di governo, per carità, ha i suoi problemi anch’essa, di marca soprattutto leghista, nello scenario internazionale modificato dai rapporti in via di cambiamento fra gli Stati Uniti del presidente Donald Trump e la Russia di Putin, con annessi e connessi non solo ucraini. Ma sono problemi che Meloni riesce a gestire, disponendo evidentemente di una leadership che manca alle opposizioni, e persino -ripeto- al principale partito, il Pd, della ipotetica alternativa al centrodestra. Sembra una commedia, magari pirandelliana, ma è semplicemente la cronaca dei fatti.
Ci ho pensato passando e fermandomi, come faccio ogni 16 marzo, davanti alla targa prima e al monumento poi eretto in via Fani, a Roma, dove Aldo Moro fu rapito a poca distanza da casa fra il sangue della scorta dalle brigate rosse. Che avrebbero ucciso pure lui dopo 55 giorni di prigionia, precedendo di poche ore la grazia che Giovanni Leone al Quirinale aveva deciso di concedere, anche senza il consenso del governo, a Paola Besuschio: una terrorista compresa nell’elenco dei tredici detenuti con i quali i brigatisi rossi avevano chiesto di scambiare il loro ostaggio eccellente. Pur di non spaccarsi di nuovo, come era già accaduto una volta dopo il sequestro opponendo fermezza a fermezza,, i macellai di via Fani decisero di eliminare l’ormai troppo ingombrante prigioniero.
Via Fani, a Roma, il 16 marzo 1978
Moro, il mio amico e conterraneo Moro, pagò con la vita prima ancora della generosità e solidarietà di Leone, che peraltro si sentiva in debito con lui per averlo preceduto di un soffio al Quirinale alla fine del 1971; pagò con la vita, dicevo, la cosiddetta politica di solidarietà nazionale, variante del berlingueriano compromesso storico, da lui stesso realizzata, come presidente della Dc, dopo le elezioni politiche anticipate del 1976 con l’astensione concessa dai comunisti al governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti. Una solidarietà che, per quanto sempre più difficile da sostenere elettoralmente dal Pci, Moro proprio pochi giorni prima del sequestro era riuscito a rafforzare inducendo il Pci a passare dall’astensione al voto di fiducia.
Aldo Moro prigioniero delle brigate rosse
Anche in questi giorni, nel mondo un po’ troppo sottosopra per le aperture di Trump a Putin alle spalle, sostanzialmente, di un’Europa solidale con l’Ucraina di Zelensky, che rischia di pagare un prezzo troppo salato alla pace pur necessaria dopo più di tre anni di guerra mossale dalla Russia, ho sentito e letto della opportunità, necessità e quant’altro di una solidarietà nazionale fra i partiti nazionali, divisi sulla politica estera fa di loro e persino al loro interno. Divisi così paradossalmente che un esperto di politica e di Parlamento italiano come Mauro Zampini, ex segretario generale della Camera, con lo pseudonimo di Montesquieu sulla Stampa ha immaginato realizzabile, con la benedizione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, scombinando maggioranza e opposizione per mettere insieme soprattutto il Pd della Schlein, con tutti i problemi che ha la stessa Schlein, e il partito della premier Giorgia Meloni. Roba da capogiro, più ancora di 47 anni fa con la convergenza fra i due maggiori partiti che erano allora la Dc e il Pci. Usciti entrambi vincitori dalle urne, nell’analisi di Moro, ma numericamente e politicamente incapaci, l’uno e l’altro, di combinare maggioranze alternative fra di loro.
Ci vorrebbe oggi un Moro ultracentenario, ma destinato forse allo stesso destino di quello morto così tragicamente all’età di soli 62 anni, nel lontano 1978, con tutti i pazzi di cui avverto la presenza in giro nel mondo, ripeto.
Con tutto quello che accade nel mondo, appeso alla linea telefonica diretta fra Trump e Putin più che alla raccomandazione di Michela Serra al suo pubblico in piazza di non perdersi di vista, il Corriere della Sera ha dedicato 12 pagine- dodici in lettere- al futuro assai incerto della segretaria del Pd Elly Schlein. Che Emilio Giannelli nella sua vignetta di giornata ha immaginato proprio nella piazza di Serra sia nel “rilancio” sulle braccia del pubblico festante sia nella caduta a terra fra lo stesso pubblico non più festante e interessato alla sua salvezza, o protezione. Dall’ottovolante al quattrovolante, diciamo così. O dalle stelle, non quelle di Giuseppe Conte naturalmente, alle stalle.
Dal Foglio
Contemporaneamente quelli del Foglio hanno scommesso su tutta la prima pagina del numero di lunedì, più riflessivo degli altri perché confezionato con calma, cioè preconfezionato, su “un altro Pd possibile”. Che sarebbe quello guidato da Pina Picierno, la vice presidente del Parlamento europeo che ha votato per il riarmo dell’Europa, appunto, proposto dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen, a dispetto dell’astensione critica ordinata dal Nazareno. Ed è diventata -credo- l’incubo della Schlein, più degli altri nove europarlamentari del Pd che hanno disatteso la linea della segretaria, compresi il presidente del partito Stefano Bonaccini e il recordman delle preferenze in Italia ed ex sindaco di Bari Antonio Decaro.
Dalla Gazzetta del Mezzogiorno
Di quest’ultimo, probabilmente destinato a succedere a Michele Emiliano alla presidenza della regione Puglia, la Schlein si è lamentata, irritatissima, chiamando al telefono lo stesso Emiliano. Lo ha raccontato in un titolo di prima pagina La Gazzetta del Mezzogiorno attribuendo alla Schlein quest’accusa, al plurale: “Siete d’accordo contro di me”. E disaccordo sia sulla strada del congresso anticipato e straordinario proposto da Luigi Zanda con aria battagliera contro la segretaria del partito. Della quale si è scritto sia stata tentata dal coraggio della sfida in contropiede prima di accorgersi che lo statuto l’obbligherebbe a dimettersi e lasciare la gestione del partito ad un reggente e garante del congresso. Da allora la segretaria del quattrovolante starebbe pensando a surrogati del congresso come un referendum centrato sulla linea di politica estera del partito o un congresso dichiaratanente “tematico”, con la segretaria incollata al suo posto più di Putin al Cremlino, o di Trump alla Casa Bianca.
Buon viaggio, onorevole segretaria del Partito Democratico, ovunque sia destinata a sua insaputa ad arrivare, o a trovarsi.
Trentamila, hanno cominciato a contare registi, ammiratori e simili vedendo la piazza romana del Popolo riempirsi per l’Europa, la pace eccetera e consolandosi per la pioggia dicendo della piazza come del matrimonio, fortunato quando è bagnato. No, quarantamila, hanno corretto dopo gli stessi osservatori. No, cinqantamila, si sono fermati alla fine, con la piazza più asciutta che bagnata, confortati anche dalla valutazioni una volta tanto generose dei poliziotti della Questura.
Fabrizio Roncone sul Corriere dellaSera
“La sensazione netta -ha scritto Fabrizio Roncone, del Corriere della Sera– è che questa piazza sì, certo, plurale e tollerante inclusiva e democratica, sia in realtà piuttosto girevole, attraversata da una bolgia di idee distanti e spesso in contraddizione”.
Michele Serra trattato dal Fatto Quotidiano
Michele Serra -il giornalista di Repubblica al quale è venuta l’idea di questa piazza, rimastagli attaccata addosso come alla buonanima di Biagio Agnes quella di una trasmissione televisiva sulla salute che lui naturalmente protesse quando salì al vertice della Rai- ha cercato naturalmente, pur col suo stile pacato o persino dimesso, di tenere su gli animi parlando dal palco. Ma i colleghi concorrenti del Fatto Quotidiano non si sono commossi e gli hanno confezionato una vignetta abrasiva contro la solita tentazione di fare santo subito il frainteso di turno.
Da Repubblica
Gli stessi colleghi di testata di Serra, d’altronde, lo hanno strattonato assegnando alla “sua” piazza anche il compito, riferito in particolare dalla volenterosa Giovanna Vitale, di riconciliare la segretaria del Pd Elly Schlein, accorsa col suo solito passo svelto, e amici e compagni del Nazareno che vorrebbero farle la festa. E ciò naturalmente per l’astensione critica sul riarmo europeo. Che, per quanto rifiutata da metà della delegazione a Strasburgo, ha ugualmente isolato il partito nella famiglia politica del partito socialista continentale.
Achille Occhetto
A dare una mano alla Schlein nella difesa dall’assalto dei presunti guerrafondai del suo partito è corso in piazza, in tenuta rigorosamente leninista anche secondo Roncone, il vecchio Achille Occhetto, da poco entrato nel percorso dei 90 anni. “Si vergognino”, ha praticamente detto l’ultimo segretario del Pci ai critici e avversari della segretaria del Pd, cui alla fine egli finirà forse per iscriversi proprio per sostenere la Schlein dall’interno.
Il sindaco di Milano Beppe Sala
Numerosi sono accorsi nella piazza romana del Popolo anche i sindaci di altre città, oltre a quello della Capitale Roberto Gualtieri. Non ha voluto mancare il sindaco di Milano Sala, Beppe come il suo amico Grillo, tenutosi naturalmente lontano per quanto sicuro di non potervi incontrare Giuseppe Conte. Che non ha voluto mescolarsi ad un pubblico troppo sbarazzino per i suoi gusti ultimamente e rigorosamente pacifisti.
Dal Corriere della Sera
Tuttavia nella sua irriverenza politica ormai nota il sindaco di Milano ha commentato, rispondendo ad un giornalista: “Bellissima piazza, ma non basta. Se andassimo a votare stasera, purtroppo rivincerebbe il centrodestra”. Ah, che importuno.
A furia di camminare svelta, quasi di corsa, non perché si senta in ritardo, o non abbastanza in ritardo ad un appuntamento ma solo per il gusto di arrivare dove e quando nessuno ormai se l’aspetta, la segretaria del Pd Elly Schlein non si è accorta del pasticcio in cui si è infilata al Nazareno intimando l’astensione polemica sul piano di riarmo europeo alla delegazione del suo partito a Strasburgo. Che, oltre ad isolarsi nel gruppo socialista, di cui pure è la componente più numerosa, si è spaccato fra dieci voti a favore del piano e undici astensioni. Undici peraltro grazie alla dichiarata generosità della non iscritta al Pd Lucia Annunziata, per evitare che il suo undicesimo voto a favore mettesse la segretaria del partito in minoranza.
Luigi Zanda
Di colpo, come Cristoforo Colombo si accorse di essere arrivato a sua insaputa in America, e non in India, la navigatrice di diporto Elly Schlein si è accorta di essere arrivata su una secca. O addirittura al capolinea del suo mandato al Nazareno, a metà del percorso quadriennale, pur non essendole mancato in tempo l’avviso di pericolo dall’ex senatore Luigi Zanda con l’intervista alla Stampa da noi riferita la settimana scorsa. E’ quella sulla necessità di un congresso straordinario per i grandi cambiamenti intervenuti nello scenario internazionale. Un congresso straordinario anche nelle modalità, con la rinuncia all’abitudine pur statutaria delle primarie di elezione del segretario aperte ai non iscritti: una cosa, fra le altre, che a suo tempo indusse una personalità storica della sinistra come Emanuele Macaluso a tenersi alla larga dal Nazareno.
Fu proprio grazie ai non iscritti al Pd, ma forse al Movimento delle 5 Stelle, o comunque suoi elettori, che due anni fa la Schlein sorpassò nella corsa alla segreteria Stefano Bonaccini, accontentatosi poi di una presidenza, diciamo così, di cortesia o buona volontà. Che tuttavia non gli ha impedito di disattendere nel Parlamento europeo la disciplina criticamente astensionistica reclamata al telefono da una Schlein convinta che un voto favorevole fosse solo da “guerrafondai”, come lamentato appunto da un ormai arcistufo Bonaccini.
Pina Picierno
Ma Bonaccini è solo il più alto in grado degli ammutinati, o quasi, nella nave del Nazareno. In realtà, la segretaria del partito è stata di fatto contestata e sostanzialmente scaricata un po’ da tutti i “Gattopardi” del Pd, come li ha chiamati sulla Stampa, pure lui come il già ricordato Luigi Zanda, un giornalista che conosce la sinistra come pochi altri per esservi cresciuto dentro, in famiglia: Federico Geremicca. Che non solo ha sentito puzza di bruciato congressuale, o di qualcosa di simile sul piano nominalistico, ma ha anche intravisto la sagoma, sempre femminile, dell’antagonista: la quasi coetanea della Schlein -44 anni a maggio anziché 40- Pina Picierno, vice presidente del Parlamento europeo. Che è stata naturalmente fra gli indisciplinati o ammutinati della ormai storica votazione sul riarmo europeo.
Forse di nuovo a sua insaputa -vi spiego poi il perché- la Schlein si è trovata in alcune cronache giornalistiche in gioco di contropiede nel partito, in trasferta sui Campi Flegrei dove si vive fra le scosse sismiche e simili. Maria Teresa Meli, per esempio, sul Corriere della Sera le ha attribuito la tentazione, quanto meno, di sorpassare Luigi Zanda sulla strada di un congresso anticipato, o qualcosa di simile, perché convinta di potere ancora sorprendere. Ma Dario Franceschini, secondo altre cronache, dall’autofficina romana dove ha trasferito recentemente il suo ufficio e riceve un po’ tutti, qualche giorno fa anche l’ex commissario europeo, ex presidente del Consiglio e ammanicatissimo Paolo Gentiloni, si è chiesto se a un gioco di contropiede congressuale pensino più la Schlein o “i suoi”. Ritenendo così -lui che conosce il Pd forse meglio della segretaria pro tempore- che fra i primi segni di tempesta in un partito c’è proprio lo scollamento fra un capo, o una capa, e i “suoi”.