Il pacemaker guadagnatosi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Dove non sono riusciti i fatti della politica, internazionale e interna, dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca proponendosi tregue e paci che non arrivano, spesso neppure a parole, hanno dunque provato i medici dell’ospedale romano di Santo Spirito, a pochi passi dal Vaticano, impiantando un pacemaker al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il cui problema sanitario sta nel ritmo troppo lento del suo cuore.

L’intervento era programmato, hanno annunciato e assicurato al Quirinale, dove il Capo dello Stato ha disbrigato i suoi affari d’ufficio, compresa un’udienza a Gianni Letta per festeggiarne i 90 anni, sino a qualche momento prima del ricovero in un clima per niente formale di ordinarietà.

Col cuore in qualche modo potenziato, comunque più protetto da quell’apparecchietto non più grande di una moneta da due euro, il presidente della Repubblica potrà fronteggiare meglio il più frequente, se non sistemico inconveniente del suo impegno istituzionale. Che è quello di trovarsi strattonato dalle opposizioni che, non avendo una leadership sicura, cercano di appoggiarsi al Capo dello Stato e di intrometterlo nella lotta politica contro il governo.

 Buon lavoro anche di resistenza, signor Presidente, alla vigilia peraltro dell’ottantesimo anniversario della conclusione vittoriosa di un’altra Resistenza, con la maiuscola.

Altro che dazi, è l’Ucraina il tema più difficile per la Meloni da Trump

Anche, anzi soprattutto Flavia Perina, la cui conoscenza della destra è maturata prima come militante e poi come direttrice del Secolo d’Italia, ha avvertito sulla Stampa, scrivendone da editorialista, il carattere tanto prioritario quanto difficile assunto dal dossier sull’Ucraina nell’agenda dell’incontro di domani della premier Giorgia Meloni alla Casa Bianca col presidente americano Donald Trump. La paura dei cui dazi è stata superata, con gli ultimi sviluppi della guerra in corso da più di tre anni, da quella di una pace praticamente imposta dallo stesso Trump all’Ucraina di Zelensky alle condizioni peggiori.

Dell’Ucraina, a parte la “stanchezza” sfuggitale in una telefonata carpitale da un comico russo scambiato per un presidente africano dai suoi uffici, la Meloni ha sempre preso le difese. E non per le pressioni esercitate su di lei -secondo analisi e retroscena cui si sono spinti i suoi avversari- dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari imparentatosi con una donna di quelle parti. Ma per convinzioni antisovietiche e poi altre, come vedremo, ereditate dalla militanza nella destra in cui è cresciuta la premier.

La Russia, dopo la caduta del muro di Berlino e di tutto il resto, non è più sovietica, per quanto guidata da un Putin formatosi nei suoi servizi segreti. Ma Trump, volente o nolente, sta facendo di tutto per assecondare l’ambizione neppure nascosta al Cremlino di recuperare una buona parte del potere e dell’influenza dell’epoca sovietica, appunto. E ciò in una concezione imperialistica della Russia ricondotta da Putin direttamente e orgogliosamente allo zarismo, senza più il successivo filtro ideologico e rivoluzionario del comunismo di Lenin e successori.

E’ un bel pasticcio, diciamo così, anche se Trump mostra o finge di non avvertirlo, per un’Europa i cui confini politici si sono allargati a paesi finiti ottant’anni fa, con gli accordi di Jalta conclusivi della seconda guerra mondiale, nell’area allora sovietica. Paesi che, a parte forse l’Ungheria del pur “patriottico” Orban, non hanno nessuna voglia di tornare indietro.  O solo di riprovarne la paura come confinanti. L’Ucraina ha pagato con l’aggressione di più di tre anni fa l’ambizione di aderire anch’essa alla Nato, avendo peraltro restituito alla Russia tutto l’arsenale nucleare depositato sul suo territorio dal Cremlino.

Lo scenario trumpiano, chiaramente indigesto già per una destra di tradizione missina, ancora di più lo è per una destra allargatasi ad aeree di cultura o provenienza democristiana e persino socialista. Di un socialismo che con Craxi si sentiva infangato dal comunismo. Che, del resto, alla fine preferì scommettere più sul soccorso giudiziario che sull’unità socialista proposta da Craxi ma avvertita come un’annessione.  Anche questo, in fondo, fa parte del complesso, scottante dossier ucraino della Meloni in missione dal suo amico Trump.

Pubblicato sul Dubbio

Le crociere galeotte dei magistrati sulle navi della Tirrenia e di Moby

Già coperti dal segreto istruttorio nella loro identificazione anagrafica, dei due magistrati coinvolti nelle indagini per corruzione ed altro, avendo viaggiato gratiscon un bel pò di ammiragli, altri graduati e funzionari civili su navi della Tirrenia e di Moby, non si sa neppure se siano fra quelli per i quali sono stati richiesti gli arresti domiciliari e/o la sospensione dagli uffici.

         Il coinvolgimento dei due magistrati nelle indagini genovesi cominciate due anni fa è stato comunque quello che ha fatto più notizia nei titoli di prima pagina dei giornali. Né poteva essere diversamente in un momento in cui la magistratura, nelle sue rappresentanze sindacali e istituzionali, si sente accerchiata dal governo con la riforma che separa le carriere dei pubblici ministeri e dei giudici. E si lascia attribuire da una cultura e militanza giustizialista una “diversità” analoga a quella rivendicata per la sua parte politica da Enrico Berlinguer quando pose o scoprì la cosiddetta “questione morale” anche per motivare il ritiro della maggioranza di “solidarietà nazionale” realizzata fra il 1976 e il 1979 attorno a due governi monocolori democristiani guidati da Giulio Andreotti.

         Quella “diversità” attribuitasi o lasciatasi attribuire dalla magistratura contribuì anche a permetterle negli anni di “Mani pulite” il famoso e “brusco cambiamento dei rapporti fra politica e giustizia”, a vantaggio della seconda, riconosciuto pubblicamente dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone alla moglie di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte del marito ad Hammamet. Il leader socialista aveva ottenuto un trattamento di una “durezza senza precedenti” -parole sempre di Giorgio Napolitano- nei processi in tribunale e in quelli sommari che li avevano preceduti sui giornali e nelle piazze. Dove erano sfilati in migliaia, particolarmente a Milano, chiedendo all’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro e colleghi di sognare ancora di più con lo spettacolo manettaro.

         Si disse e si scrisse già allora dai pochi sottrattisi alle mode culturali, mediatiche e politiche del giustizialismo che se ne sarebbe usciti assistendo agli arresti dei magistrati fra di loro. Ci stiamo arrivando?

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Dura a morire la leggenda di Craxi abbandonato dagli americani dopo Sigonella

Diego Gabutti ha raccontato a suo modo, colto e disincantato, gli anni Ottanta. Che “sconvolsero il mondo”, dice il sottotitolo del libro pubblicato da Neri Pozza editore: dall’attentato al papa polacco Giovanni Paolo II, per esempio, al crollo del comunismo che lo aveva ordito avvertendo il pericolo costituito per l’Unione Sovietica da quel pontificato. Forse ancor più del riarmo missilistico della Nato che avrebbe fatto collassare Mosca.

Per quanto preso dalla rievocazione scrupolosa e spesso originale   dei tanti fatti e personaggi di quel decennio, mi sono stupito- anche per un’esperienza diretta e personale che rivelerò alla fine-  dal credito che anche il mio amico Diego ha dato alla leggenda di  Bettino Craxi in qualche modo traditosi nei rapporti con gli Stati Uniti, sino a pagarne gli effetti nel decennio successivo, quando esplose il ciclone giudiziario di Tangentopoli. E il leader socialista si precluse la possibilità, pur maturata una volta caduto il comunismo, di fare prima e meglio di quanto sarebbe poi riuscito all’amico Silvio Berlusconi.

In particolare, secondo Gabutti che ne scrive al presente, Craxi nel 1985, pur reduce dalla vittoria referendaria sui tagli alla scala mobile, antinflazionistici ma contestatigli furiosamente dagli avversari, “la fa fuori del vaso” sfidando gli Stati Uniti di Ronald Reagan. Siamo alla famosa notte di Sigonella., a sequestro concluso della nave italiana Achille Lauro nelle acque del Mediterraneo.

I terroristi autori di quel sequestro al comando di Abbu Abbas, rimesso in riga da Yasser Arafat dopo un intervento di Craxi, ma non in tempo per evitare l’assassinio del passeggero americano, ebreo e paralitico Leon Klingoffer, furono imbarcati su un aereo egiziano per essere portati al sicuro in Tunisia. Ma i caccia americani intercettarono il velivolo e lo fecero atterrare nella base italiana di Sigonella, dove i marines in assetto di guerra lo circondarono per catturarne i passeggeri. Alla richiesta telefonica, diretta e notturna del presidente americano in persona il presidente italiano del Consiglio, dalla sua stanza d’albergo a Roma, “fa spallucce” -racconta sempre Gabutti al presente- e ordina che i Carabinieri circondino a loro volta i marines e impediscano loro la cattura dei terroristi e del comandante Abbas. Che, peraltro provvisto di un passaporto diplomatico egiziano,, non è neppure trattenuto in Italia per il processo, diversamente dai suoi sottoposti. Egli fu trasportato rocambolescamente a Roma per farlo fuggire altrettanto rocambolescamente al sicuro altrove.

Nel fare “spallucce”, pur erigendosi a garante della sovranità nazionale come ancora gli riconoscono anche gli avversari sopravvissuti alla sua morte, Craxi commette l’errore, sempre nel racconto di Gabutti al presente, di “non capire che talvolta l’uomo con la pistola non la scampa con l’uomo col fucile”. Reagan in persona, memore anche dell’aiuto ricevuto da Craxi nel già ricordato riarmo missilistico della Nato, si sarebbe poi chiarito e riconciliato con lui, prima scrivendogli e poi ricevendolo alla Casa Bianca. Nonostante questo, tuttavia,  Craxi alle prese con Tangentopoli, solo otto anni dopo, “si troverà senza un amico al mondo”, conclude Gabutti alludendo appunto all’abbandono da parte degli americani, o peggio.  In realtà, a tradirlo sarebbero stati alleati politici pavidi e persino compagni di partito collusi con gli avversari comunisti.

Parlavo una sera allo stesso Craxi nella sua casa di Hammamet di questa leggenda sugli anericani quando scattò l’allarme in una villa adiacente. In un attimo fummo protettivamente circondati da poliziotti armati sino ai denti. Che si ritirarono solo dopo che altri ancora si erano accertati dell’assenza di pericoli. Craxi mi chiese: “Tu pensi che io potrei stare così al sicuro qui senza il consenso e l‘aiuto degli americani?”. Cioè fidandosi solo delle pur ospitali autorità tunisine?

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Ripreso da http://www.startmag.it iil 20 aprile

L’Ucraina avanza sui dazi nell’agenda della Meloni in partenza per la Casa Bianca

I dazi sospesi da Trump e la risposta rinviata dall’Unione Europea non hanno certamente tolto l’argomento dall’agenda della premier Gorgia Meloni, ormai in partenza per l’incontro di giovedì prossimo col presidente americano alla Casa Bianca. Una missione nella doppia, anzi triplice veste di amica “formidabile”, alleata e politicamente consanguinea, diciamo così, per l’appartenenza alla comune famiglia internazionale dei conservatori.

La strage della domenica delle Palme in Ucraina, nel raid russo a Sumy che ha provocato 35 morti e più di 100 feriti tra fedeli che stavano andando a messa, ha forse modificato le priorità dell’agenda della Meloni. Che ha definito quello del “bastardo”, come il presidente ucraino Zelensky ha chiamato Putin, “un attacco vile e orrendo”. Persino a Trump, paziente con Putin sino a capovolgerne il ruolo da aggressore ad aggredito pensando di strappargli una tregua vera, non la prosecuzione ancora più atroce della guerra; persino Trump, dicevo,  sembra sia sbottato contro “il limite ormai superato” dal presidente russo. Che fra un incontro e l’altro con gli emissari di Putin spediti al Cremlino continua ad ordinare stragi di civili e abbattimenti di infrastrutture ucraine non militari ma ospedaliere, scolastiche e ora anche chiese e dintorni. Un’autentica vergogna, suppletiva di quella già costituita da una guerra di aggressione.

Giorgia Meloni, a parte l’infortunio della “stanchezza” in cui incorse rispondendo telefonicamente ad un comico russo scambiato a Palazzo Chigi per un presidente africano, non ha mai esitato a confermare il sostegno all’Ucraina anche dopo il cambiamento di registro, di tono e quant’altro intervenuto negli Stati Uniti con l’avvicendamento fra Joe Biden e Donald Trump alla Presidenza. Un cambiamento al quale la Meloni, se fosse mai tentata di abbassare pure lei la guardia, potrebbe cedere solo al prezzo di una frattura nell’Unione Europea ancora più seria di quella attribuitale neppure tanto dietro le quinte sul fronte dei dazi. Dai quali la premier italiana ha dissentito quando Trump li ha aumentati sbandierando la sua solita firma a forma di torri davanti alle telecamere, ma senza drammatizzarli. Anzi protestando contro l’”allarmismo” degli avversari del presidente americano.

Sull’Ucraina e dintorni, diciamo così, la Meloni sarà costretta dal suo ruolo e dalle sue stesse convinzioni a fronteggiare Trump anche a costo di fargli perdere quel già poco di pazienza che ha maltrattando gli ospiti e reclamando baci ai suoi glutei imperiali, o quasi. Che neppure Michelangelo riuscirebbe a trasformare in un’opera d’arte.  

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L’allarmante abitudine all’odio e al suo incitamento nelle strade e piazze

La notizia, dati i tempi che corrono, purtroppo all’indietro verso gli anni Settanta del secolo scorso, non è tanto in quell’incitamento “spara a Giorgia” spruzzato con vernice viola a Milano sulla vetrina di una banca, nel contesto della solita manifestazione a favore della Palestina di Hamas e contro le forze dell’ordine, quanto nella solidarietà alla premier giunta solo dalla sua maggioranza politica e dai vertici parlamentari ma non dalle opposizioni, fatta eccezione per Matteo Renzi. Neppure da Elly Schlein, la segretaria del Pd accomunata dai dimostranti con le sue mani insanguinate ai politici ostili alla Palestina e, più in generale alla pace.

Un’altra notizia sta nel contributo particolare che l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nella sua veste attuale di presidente del Movimento 5 Stelle e di “pilastro dell’alternativa”, fornisce ormai, volente o nolente, al clima d’odio che si diffonde fra strade e piazze d’Italia. E persino in Parlamento sparando contro la premier e il governo parole come proiettili.

Della Meloni l’aspirante alla sua successione ha appena parlato in modo incendiario come della “beniamina dei poteri transnazionali”. Gli manca ormai solo di evocare pure lui, come le brigate rosse ai loro tempi nei deliranti documenti delle loro campagne di morte, il famigerato acronimo Sim, inteso come Stato imperialista delle multinazionali. Conte allora aveva poco più di dieci anni nella sua Volturara Appula, neppure dodici all’epoca del sequestro di Aldo Moro fra il sangue della scorta, come in un mattatoio, e poi anche del suo assassinio.

Mi chiedo sommessamente, e con tutto il rispetto personale e istituzionale dovutogli, se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ritenga di dovere spendere qualche parola di fronte anche a tanto scempio. Commesso a Milano e altrove in nome addirittura della pace e della libertà. Uno scempio che sulle prime pagine dei maggiori giornali arriva con l’evidenza di qualche incidente stradale. E su altre ormai neppure si affaccia, come oggi sulla Stampa, sul Fatto Quotidiano, sul Messaggero, sul Mattino, su Avvenire, su Domani, sul manifesto e addirittura sul Tempo di area governativa e sul Secolo d’Italia leggendo e diffondendo il quale è cresciuta la premier.

I 3 colori della maggioranza e gli 8 delle opposizioni, più dell’arcobaleno

Sono tre i colori nei quali una vignetta di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera ha raccolto, come nella bandiera italiana, la maggioranza e il suo governo. Assegnando il verde al vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini con l’indice contro il riarmo europeo, o come diavolo lo chiamano anche a Bruxelles, il bianco alla rassegnata e centrale premier Giorgia Meloni e il rosso al vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajani. Un rosso, in verità, di tonalità particolare, oltre che inedito per il successore di Silvio Berlusconi al vertice di quello il fondatore preferiva tingere o immaginare d’azzurro quando doveva parlarne cromaticamente.
Dell’opposizione, anziché del governo, il vignettista del Corriere si occuperà magari in un altro giorno o occasione. Ma i colori ai quali dovrà ricorrere sono, come vedremo, più del doppio di quelli applicati alla maggioranza. Sono sei, il doppio, quanti i documenti proposti alla Camera sui temi della difesa e della sicurezza. Ma fra le sei componenti dell’opposizione, parlandone generosamente al singolare e fingendo di prendere sul serio l’alternativa che perseguono al centrodestra, c’è un partito -naturalmente il Pd ora guidato da Elly Schlein- che fra Strasburgo e Roma, fra Parlamento europeo e Parlamento nazionale, si divide sino a tre quando vota, ripeto, sulla difesa e sicurezza. Esso vaga fra l’astensione, il sì e il no.
Così i colori dell’opposizione, presa sempre generosamente nel suo complesso, salgono ancora e superano persino i sette dell’arcobaleno. Che sono notoriamente rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e violetto. Più che alla pace, generalmente associata ad essi, bandiere e striscioni dell’arcobaleno sono sventolati o stesi nelle piazze e nelle strade, dimostrando contro il governo, per contenervi neppure tutti i colori dell’opposizione. Un po’ come quelli delle maggioranze ai tempi prodiani dell’Ulivo e dell’Unione. E dei loro programmi che entravano nelle officine, nelle tipografie ed altro, sempre di memoria prodiana, con la sola copertina e ne uscivano con centinaia di pagine. Che servivano più a fare volume che a raccogliere impegni e progetti.
Non poteva finire diversamente da come finì l’avventura di Prodi: con quella che Clemente Mastella dalla sua attuale postazione di sindaco di Benevento ha ricordato come l’ultima vittoria del cosiddetto centrosinistra conseguita nel 2006 grazie ai suoi voti campani orgogliosamente di centro. Che gli valsero la nomina a ministro della Giustizia, sino a quando i soliti magistrati ne provocarono le dimissioni e, con esse, la fine della legislatura e dello stesso, presunto centrosinistra. La ciliegina sulla torta di Prodi, oggi più o meno conteso nostalgicamente dai salotti televisivi di tendenza di sinistra, fu messa nel 2013 dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani candidandolo al Quirinale in modo tale da procurargli una rivolta di “franchi tiratori” e la bocciatura.
In questo rapido sorvolo ricognitivo della politica italiana degli ultimi vent’anni e più non deve sorprendere la leggerezza, la disinvoltura, la comicità -diciamolo pure- di una sinistra che non sa analizzare sul piano politico il fenomeno mondiale di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca non assaltandola ma spintovi dagli elettori con un risultato riconosciuto per prima dalla sua concorrente. E, non sapendo fare analisi politica, essa ricorre alla psicanalisi dando praticamente del matto, o disturbato, o del “narcisista patologico” al 47.mo presidente degli Stati Uniti. Che è appena al terzo mese, poco meno, del suo mandato quadriennale, al netto di quelli trascorsi fra l’elezione e l’insediamento.
Di dibattiti televisivi a partecipazione di psicanalisti titolati e non, professionisti o dilettanti, donne e uomini, giovani e anziani, faremo alla fine un’autentica indigestione.

Pubblicato su Libero

L’autorete diagnostica di quel “narcisista patologico”

Quel “narcisista patologico” dato al presidente americano Donald Trump già nel titolo della puntata di ieri di Otto e mezzo su la 7 –a conduzione della solita Lilli Gruber col supporto scientifico della psicanalista Claudia Spadazzi, letterario di un ex magistrato, e scrittore di successo dopo una certa esperienza politica a sinistra, e di un giornalista di casa in quel salotto- è stato un assist, spero involontario,  al paziente. O imputato. Ne ha infatti limitato le responsabilità, volendone giudicare le sue decisioni alla Casa Bianca, per l’incidenza di una sua precaria salute mentale nell’azione alquanto contestata  di presidente, per giunta di seconda elezione, degli Stati Uniti.

E’ sempre un errore, sia di analisi sia di lotta politica, scambiare un fenomeno politico appunto -come ha il diritto di essere considerato un presidente eletto in libere elezioni, con tanto di candidati contrapposti e con un risultato non controverso, riconosciuto per primo dallo sconfitto, nel nostro caso una donna- per un fenomeno patologico, da corsia di ospedale. O quasi, visto che come ospedali i manicomi, nel bene e nel male, in Italia sono stati a suo tempo aboliti.

Anche il segretario della Dc Ciriaco De Mita, negli ormai lontani anni Ottanta del secolo scorso, dopo avere dovuto subire come effetto di uno sfortunato passaggio elettorale personale e del suo partito l’arrivo a Palazzo Chigi del suo più scomodo alleato, che era il leader socialista Bettino Craxi, cercò di liberarsene anzitempo dandogli praticamente del malato, oltre che dell’inaffidabile. O dell’inaffidabile perché malato. E facendo risalire i suoi presunti disturbi di comportamento e quant’altro al diabete. Gli capitò anche di succedergli nel 1988 ma durando solo un annetto, contro i quattro dell’altro.  

A cose fatte, e a tragedie politiche di entrambi consumate, in tutti i sensi per Craxi sepolto ad Hammamet, contestai quella circostanza a De Mita, ormai confinatosi nella sua ridotta quasi romantica di sindaco di Nusco. Fu l’unica volta, nel nostro lungo rapporto insieme amichevole e polemico, in cui egli mi diede onestamente ragione.

Le scuse che Giorgia Meloni si meriterebbe alla Casa Bianca da Trump

Lo stile, chiamiamolo così, impresso da Donald Trump alla sua seconda presidenza americana, ancora più spavaldo e ruvido della prima, fa escludere che egli si sia scusato con quella “formidabile” amica che pure è  la premier italiana Giorgia Meloni per averla infilata di fatto tra quelli che hanno già bussato, bussano e busseranno alla sua porta, alla Casa Bianca e dintorni, per baciargli i glutei. Come Massimo Gramellini sul Corriere della Sera ha tradotto al plurale scultoreo quello che volgarmente e al singolare Trump ha evocato parlando del suo deretano. Che pure Dante nella sua Divina Commedia vagando nell’Inferno e scrivendone in versi chiamò “cul fatto trombetta” del diavolo Barbariccia.

Alla Meloni, si sa, salvo improbabili rinunce o rinvii dell’interessata, Trump ha dato appuntamento per giovedì 17 aprile  per parlare anche dei dazi americani disposti sui paesi europei, Italia compresa, per quanto sospesi per 90 giorni fra il sollievo delle borse, almeno quelle continentali. 

Ormai Trump è diventato incontenibile ai danni dei suoi amici, veri o presunti, e anche di certi avversari, ugualmente veri o presunti. Veri, per esempio, come i cinesi o presunti, per consuetudine, come i russi, col cui presidente Putin egli vorrebbe ridefinire confini ed equilibri in occasione, o col pretesto, di una pace in Ucraina dopo più di tre anni di guerra.   

Della Meloni, per quanto in dissenso dichiarato dalla gestione dei dazi, non si può francamente dubitare che sia amica o persino “familiare” di Trump, data la comune e ostentata appartenenza alla famiglia, appunto, internazionale dei conservatori. O della conservazione di cui, al pari tuttavia della sinistra, del progressismo, compresa la variante “indipendente” di Giuseppe Conte, e simili, si può dire come della Libertà o della Patria, al maiuscolo. Nel cui nome è impossibile contare quanti delitti siano stati commessi.

Può essere un paradosso, come tanti altri che solo la politica riesce a produrre con abbondanza, la difficoltà in cui Trump. o più in generale, il trumpismo procura a chi vi si ispira o vi si riconosce. Ma è un paradosso anche la difficoltà degli avversari di Trump e del trumpismo di trarre profitto da questa situazione. Ne è testimonianza la rappresentazione appena fatta del Pd sulla Stampa da Marco Follini, che pure vi è passato nella sua esperienza post-democristiana.

Diviso anch’esso, come il complesso del cosiddetto “campo largo” del progetto di alternativa al centrodestra, sulle opzioni della politica estera e di difesa, il Pd è stato appena descritto nella “palude dell’imbarazzo” da Follini.  “L’ampiezza della base politico-ideologica del Pd, come si sarebbe detto un tempo, finisce per essere più un problema che una risorsa. Questione -ha osservato Follini- che risale alle origini, quando il partito nacque dall’intento di unificare sotto le sue bandiere le grandi correnti di pensiero del dopoguerra. E che ora però si affaccia su un mondo che non è più quello di allora”.

Pubblicato sul Dubbio

Il treno di Trump superato da quello di Papa Francesco….

Al netto delle guerre che l’uno deplora ogni volta che ne ha l’occasione e l’altro ha inutilmente promesso di fare terminare, conducendone peraltro una sua a livello commerciale, due uomini abbastanza avanti negli anni, di 88 l’uno e 79 l’altro, si contendono l’attenzione del mondo. L’uno è il Papa, che si fa chiamare Francesco, l’altro è il presidente americano Donald Trump, che ostenta la sua firma come un’ostia davanti alle telecamere.

Il primo già era riuscito a superare il secondo nei giorni del lungo ricovero in ospedale, a Roma, mentre l’altro giocava ancora a parole con i dazi annunciandone e infine ordinandone gli aumenti. Tutti pregavano per Francesco, sotto le sue finestre, a San Pietro e ovunque nel mondo dove è ancora permesso di andare in chiesa senza rischiare la morte o il carcere, perché accade anche questo, non dimentichiamolo, in questo terzo millennio, o secondo dopo Cristo.

Ma ancora più clamorosamente ed efficacemente, senza sprecare una sola parola, e lasciare la sua carrozzina, il Papa ha surclassato Trump, ancora intento a vantarsi dei suoi glutei offerti al bacio del mondo, con quei  simpatici, rivoluzionari pantaloni neri e poncho chiaro indossati al posto della tunica bianca di ordinanza.

Sarà pure il “treno” al quale lo ha paragonato con ammirazione e generosità Flavio Briatore, che difficilmente peraltro me prende uno per spostarsi fra residenze e affari, ma Trump mi sembra sceso al minimo livello della popolarità cui dovrebbe aspirare un politico. Anche i suoi elettori negli Stati Uniti lo stanno abbandonando, visto che continuano a perdere i loro risparmi in borsa pure dopo la ritirata dei 90 giorni di sospensione dei nuovi dazi che hanno invece ridato fiato e denari alle borse europee. E un treno, quello di Trump, destinato forse più al deragliamento che ad altro. Buon viaggio, mister president. E ben tornata, Sua Santità.

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