Bettini spiazza Pd e magistrati sostenendo la separazione delle carriere

         Colpo di scena. Quel profeta disarmato del Pd, della sinistra, del cosiddetto campo largo dell’alternativa al governo che Goffredo Bettini era considerato, o si lasciava considerare con un certo compiacimento, si è armato. E, per l’argomento che ha voluto trattare sul Foglio scrivendo della riforma costituzionale che ha ripreso il suo percorso nell’aula del Senato, comprensiva della separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, si è armato di una bomba metaforicamente atomica. Lanciata sulla sua parte politica barricata all’’opposizione nella previsione di un disastro, con la magistratura indebolita nel suo complesso o, peggio ancora per i promotori, rafforzata proprio nella parte della pubblica accusa che il governo vorrebbe penalizzare e ridurre sotto il suo controllo.  Negato dal ministro della Giustizia ed ex pubblico ministero Carlo Nordio. O “mezzo litro” come viene sfottuto sul Fatto Quotidiano nella presunzione di offenderlo. Nordio invece ne sembra divertito, tanto più alto è il suo livello di cultura e di ironia rispetto a chi pensa forse di intimidirlo insultandolo.

         Ma torniamo a Bettini e al suo giudizio sulla separazione delle carriere giudiziarie maturato grazie ai suoi ricordi di infanzia e adolescenza del padre avvocato e degli amici che lo frequentavano a casa, compreso il repubblicano Oronzo Reale che fu anche più volte ministro della Giustizia. Rigorosamente astemio, credo. “Non si tratta -ha scritto Bettini- di fare la guerra ai magistrati, come troppo spesso avviene nella polemica pubblica. Ma di rimettere al centro il principio di equilibrio. Come nella nostra Costituzione. Come nella grande lezione del liberalismo di sinistra. Come ci ha insegnato Montesquieu, il quale temeva un potere giudiziario stabile, organizzato, chiuso, permanente. Lo voleva invece intermittente, aperto, invisibile”.

         A proposito di invisibilità e del suo opposto che è la visibilità, per giunta ostentata mediaticamente, politicamente e persino sindacalmente, con un ampio repertorio di manifestazioni comprensivo anche dello sciopero, non so francamente se la bomba di Goffredo Bettini sia caduta più clamorosamente sul suo partito o sull’associazione nazionale dei magistrati. Rispetto alla quale il Pd, ma non solo quello attualmente guidato dalla segretaria Elly Schlein, è una specie di sogliola. Un po’ come l’imputato nel processo in regime di carriera unica, come il padre di Bettini spiegava al figlio consentendogli oggi di scrivere: “Il potere giudiziario è sempre un potere, e come tutti i poteri ha bisogno di contrappesi, di cautele, di consapevolezza dei propri limiti. Il giudice nel processo rappresenta lo Stato. L’imputato è solo. La sproporzione di forza è immensa”.

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In ricordo di Emerenzio Barbieri, cresciuto alla scuola di Carlo Donat-Cattin

Di Emerenzio Barbieri, spentosi domenica scorsa nella sua Reggio Emilia a due mesi dal compimento dei 79 anni, si è scritto che sia morto d’infarto, all’improvviso, come gli sarebbe piaciuto, ha raccontato Gianfranco Rotondi. Ma che infarto e infarto, con tutto il rispetto per i medici che lo hanno certificato.

Emerenzio, il mio carissimo amico Emerenzio, che conobbi quando era il braccio destro, ma anche sinistro, di Carlo Donat-Cattin, l’indimenticabile leader della sinistra sociale della Democrazia Cristiana, anticomunista e perciò trattata peggio della destra perché considerata traditrice, quasi contro natura; Emerenzio, dicevo, è morto più semplicemente e drammaticamente di crepacuore. Come tanti altri della sua parte politica avendone vissuto la dispersione e il tradimento -esso sì- fra le macerie della Dc.   

         Pier Luigi Castagnetti -che ha recentemente mandato a dire, anzi ha detto alla segretaria del suo Pd Elly Schlein dopo la batosta referendaria su lavoro e cittadinanza al seguito della Cgil di Maurizio Landini, che “così va a sbattere”- si è vantato di avere a suo tempo iscritto lui Emerenzio alla Democrazia Cristiana. E di essergli rimasto amico anche dopo la rottura politica consumatasi quando i donat-cattiniani concorsero, anzi determinarono con un famoso  “preambolo” congressuale democristiano a chiudere a chiave in archivio la fase della cosiddetta solidarietà nazionale col Pci, seguita alle elezioni politiche anticipate del 1976. Chiudere a chiave, ripeto, perché la porta era stata già sbattuta alle proprie spalle dal segretario comunista Enrico Berlinguer, ritiratosi spontaneamente dalla maggioranza di sostegno a due governi monocolori democristiani presieduti da Giulio Andreotti. E ciò per sottrarsi non so se più ad una fase elettorale declinante per il suo partito o al passaggio del riarmo missilistico della Nato. Sotto il cui ombrello egli aveva pur annunciato di sentirsi “più sicuro” nei rapporti ormai tormentati fra le Botteghe Oscure e Mosca.

         Alla morte di Carlo Donat-Cattin, mentre tramontava ormai la cosiddetta prima Repubblica decapitata poi dalla magistratura di Mani pulite, Emerenzio non condivise la successione, decisa in famiglia, a favore di Franco Marini per la successione alla guida della corrente Forze nuove.  Ma non mosse un dito per contrastarla sapendo ch’essa era stata messa nel conto dallo stesso Donat-Cattin. Pur con tutto il rispetto e l’amicizia per Marini, Emerenzio ne avvertì e previde i condizionamenti che avrebbe subito nel gioco sempre complesso delle correnti scidocrociate, aggravato infine dalla diaspora democristiana che sarebbe seguita alla nascita del centrodestra. Dove Emerenzio, che scherzava per primo col suo nome definendosi Emerito, preferì rifugiarsi, al seguito di Pier Ferdinando Casini, entrando finalmente in Parlamento. Da cui uscì in tempo nel 2013 per risparmiarsi di vedere la deflagrazione del “guaio”, come lui lo chiamava, della confluenza di quel che rimaneva nominalmente della sinistra democristiana nel Pd, avvenuta proprio con Marini. Che ne fu ripagato con una candidatura sostanzialmente falsa al Quirinale per la successione a Giorgio Napolitano. Falsa, perché messa durò per una sola votazione, affondata dai franchi tiratori dello stesso Pd per lanciare poi quella vera di Romano Prodi. Che tuttavia fallì anch’essa in una tale confusione che si formò davanti alla porta di Napolitano una fila lunghissima e disperatissima di uomini e partiti che lo supplicavano di accettare una rielezione, poi esauritasi in un biennio troppo faticoso anche per un uomo della salute e dei nervi come il primo e unico ex o post-comunista salito al vertice dello Stato.

         “Glielo avevo detto io di non fidarsi di quella gente”, mi disse l’ormai ex deputato Barbieri parlando della mancata elezione di Marini al Quirinale. Sulla mancata elezione di Prodi non volle spendere neppure una parola, tanto non l’aveva mai appezzato ricordando il giudizio che aveva di lui Carlo Donat-Cattin in vita.

         Addio, Emerenzio, amico mio.

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Quella panchina galeotta al margine di un G7 ancora più marginale

         Più che di opportunità, come si dice delle immagini emblematiche, rappresentative di certi eventi o situazioni, quella foto della panchina d’albergo col presidente americano Donald Trump e la premier italiana insieme che parlano nel contesto del G7 in Canada rischia di diventare d’inopportunità per Giorgia Meloni. Alla quale vedrete che avversari e critici contesteranno per un bel po’ la marginalità, occasionalità, irrilevanza e quant’altro dell’incontro con Trump. Come fecero del resto in dicembre con la foto che li riprese a Parigi ai margini della cena offerta dal presidente francese Emmanuel Macron per la riapertura della cattedrale Notre Dame, quando l’ospite americano aveva vinto le elezioni negli Stati Uniti ma non si era ancora insediato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato. E Joe Biden era ancora il presidente in carica.

         La lotta politica è fatta anche di questi espedienti da “Amici mei”, come titola ironicamente la Stampa.  Ma stavolta l’espediente è ancora più incongruo del solito perché, prima ancora di quel Trump e Meloni che si parlano sbrigativamente, pur senza avere bisogno dell’interprete perché la premier se la cava bene da sola anche con l’inglese, dovrebbe colpire un osservatore politico obiettivo la sostanziale inconsistenza del G7 canadese. La volatilità delle dichiarazioni pronunciate o scritte, col vento che ha impietosamente fatto volare i fogli che Trump cercava di esibire ai fotografi per testimoniare un’intesa sui temi trattati, prima di tornarsene negli Stati Uniti in anticipo per fare cose più serie e urgenti, evidentemente.

         Mai come questa volta in Canadà il proscenio di un vertice internazionale ha offuscato la scena. Intendendosi il proscenio per la guerra deflagrata fra Israele e Iran e la scena per un G7 impietosamente scavalcato, persino umiliato dagli sviluppi di una situazione internazionale impermeabile a ogni discussione, a ogni auspicio, a ogni comunicato e persino a ogni minaccia, come sono apparse certe parole pronunciate o attribuite a Trump contro l’Iran per il tempo che gli aveva fatto perdere nelle trattative sui liniti della nuclearizzazione di quella centrale dell’antisemitismo che è diventato il paese degli ayatollah.

         Il disordine mondiale nel quale qualche volenteroso, in buona o cattiva fede che sia, da protagonista o da comparsa, cerca di costruire un nuovo ordine svuota tutti gli organismi internazionali, a cominciare naturalmente dalle Nazioni Unite e le occasioni di confronto che non siano quelle estreme della guerra di turno. O della guerra mondiale a pezzetti in corso da tempo. Da troppo tempo. Appendersi a una panchina per fare polemiche, distrarsi e distrarre è alquanto penoso.

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Il Corriere della Sera corregge il tiro sulla guerra di Israele all’Iran

         Al Corriere della Sera, nella Sala Albertini e dintorni, nei piani alti e bassi di via Solferino ci sono voluti tre giorni di cronache di guerra dal Medio Oriente, e i supplementi di notizie più o meno diplomatiche sulla possibilità di una fuga dell’ayatollah Kamenei a Mosca, come quella del dittatore siriano Assad, per porsi il problema di una correzione di linea dopo il monito del due volte ex direttore Paolo Mieli a Israele a non illudersi di potere rovesciare il regime a Teheran con la forza. Il compito è stato affidato ad Angelo Panebianco con un editoriale scritto in punta di penna, come si diceva prima dell’uso del computer. Contestando l’ex direttore con l’aria di proseguirne il ragionamento e attenuarne in senso pessimistico la conclusione. Come se fosse preferibile tentare il rovesciamento o l’implosione di un pericoloso regime aspirante peraltro alla bomba atomica riempiendo di proteste le piazze romane. Dove peraltro non si è riusciti di recente a strappare ai promotori di una manifestazione a sostegno di Gaza il consenso a cartelli e documenti di condanna esplicita dell’antisemitismo.   

         “Se è assai dubbio -ha scritto Panebianco pensando anche a Mieli senza nominarlo- che l’azione militare di Israele possa provocare da sola il crollo del regime iraniano (a memo di divisioni forti entro la sua classe dirigente), può invece provocare un pesante ridimensionamento del suo ruolo internazionale, può comprometterne lo status di potenza regionale. Non è detto che ci riesca ma forse può impedire all’Iran di diventare in tempi rapidi una potenza nucleare. Può inoltre indebolire la sua capacità di sostenere gruppi armati esterni”. E indebolire anche “la capacità dell’Iran -ha ricordato Panebianco allungando lo sguardo ben oltre il Medio Oriente- di continuare a rifornire la Russia dei droni che le servono per colpire l’Ucraina”. Vi pare poco, coi tempi che corrono?

         Se “occorre comunque diffidare della semplicistica idea secondo cui sia sufficiente un intervento militare esterno per provocare un mutamento di regime”, è sembrato concedere Panebianco al suo ex direttore, occorre anche diffidare dell’altrettanto semplicistica idea di risparmiarsi la forza per difendersi dal malintenzionato di turno, scommettendo sulla sua stanchezza o sul suo ravvedimento.

         Bentornato al Corriere della Sera, direi, alla realtà. E buon viaggio a Kamenei a Mosca, se davvero Putin è disposto ad accogliere pure lui, magari d’accordo col solitamente imprevedibile Trump.

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Il pessimismo della ragione di Paolo Mieli e l’ottimismo della volontà di Israele

Le sorprese si inseguono e si sommano come bambole in una gigantesca matrioska di fronte al disordine delle guerre a pezzi sempre più ravvicinati. Che Papa Francesco, morendo in tempo, si è risparmiato di vedere nei loro sviluppi e di denunciare con quel poco di forza e di voce che gli erano rimaste. La sorpresa, per esempio, del presidente americano Donald Trump che, pur non essendo riuscito a strappare davvero a Putin una rinuncia alla guerra all’Ucraina, neppure dopo averne rovesciato il ruolo da aggressore ad aggredito, ha mostrato di prenderlo sul serio come mediatore fra Israele e Iran in guerra. Anzi, nella fase più diretta e trasparente, direi, di una guerra che si trascina da tempo. Sarei tentato di dire “finalmente trasparente” se non vi fossi umanamente e decentemente trattenuto dalle dimensioni del conflitto, dalla quantità dei morti e delle distruzioni e dalla imprevedibilità da brividi dei suoi effetti.

         La sorpresa, per rientrare nei confini del nostro disordine interno, cioè nei confini della polemica e del dibattito di casa nostra, e più in particolare a livello mediatico, dell’insospettabile amico Paolo Mieli, due volte direttore del Corriere della Sera, col suo passato familiare e personale di sostenitore della causa israeliana. Egli è passato dal disagio procuratogli da Israele, appunto, per le dimensioni della guerra a Gaza, provocata dal pogrom del 7 ottobre 2023, all’attacco alla dichiarata volontà di Netanyahu di impedire la bomba atomica all’Iran e insieme determinare la caduta di un regime che ha promosso a religione l’odio per gli ebrei.

         Il discorso cominciato sul Corriere della Sera da Paolo Mieli è stato portato avanti sullo stesso giornale da Lorenzo Cremonesi per aggiungere ai ricordi delle esportazioni della democrazia fallite in Irak, in Afghanistan, in Libia quello che ha coinvolto più direttamente Israele in Libano. Dal quale dovette a suo tempo fuggire Arafat e dove poi gli iraniani hanno potuto a lungo disporre del loro braccio armato contro Israele. Ma nella stessa Gaza, ha praticamente ricordato Cremonesi, gli israeliani hanno preferito Hamas alla cosiddetta Autorità Palestinese, con tutte le maiuscole al loro posto, per trovarsi alla fine nella situazione del peggiore isolamento nel tentativo di venirne a capo.

         Tutto logico e purtroppo anche vero, per carità.  Le ricostruzioni sono perfette. Le analisi forse un po’ meno se la loro conclusione è praticamente la rassegnazione. O persino la resa al pessimismo della ragione, direbbe forse la buonanima di Antonio Gramsci, che preferiva notoriamente l’ottimismo della volontà. La resa cioè al male per paura di scongiurarne uno ancora peggiore. Neppure Giacomo Leopardi riuscirebbe a tradurre in versi la disperazione derivante da una simile contemplazione, ripeto, del male. Mettiamogli pure la maiuscola usata dagli ayatollah a Teheran e dintorni per indicare quello israeliano che intendono sradicare, con o senza l’atomica.

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Un incredibile racconto italiano della guerra in corso fra Israele e Iran

         Poiché ho avuto l’occasione di conoscerne il carattere irruente, la franchezza persino spietata, il velluto mai sufficiente a contenerne il pugno fisico e metaforico, penso che debba essere costato molto a Giuliano Ferrara nel numero preconfezionato di lunedì del suo Foglio lasciare nell’anonimato, e persino mescolarvisi in un plurale melenso, “gli impudenti, lenti, esitanti, pacifisti accucciati nel benessere” e altro ancora alle prese con la guerra che nella sua solita, straordinaria “solitudine”, Israele sta conducendo contro l’Iran. Che è deciso ad arricchire della bomba atomica il suo arsenale già molto fornito da usare direttamente o indirettamente, con i terrorismi islamisti alle sue dipendenze, contro gli  ebrei.

         Dev’essere costato molto, ripeto, a Ferrara non fare nessun nome per non farne soprattutto uno distintosi fra un editoriale sul Corriere della Sera e il solito salotto televisivo di complemento, l’amico Paolo Mieli. Non accodatosi ma messosi subito alla testa dei contestatori di questa guerra all’Iran condotta da Israele col dichiarato proposito di provocare anche un cambiamento di regime a Teheran. Dove, anche secondo l’insospettabile e più volte ex direttore del maggiore giornale italiano, si rischierebbe di avere come successore di Khamenei uno peggiore di lui. Che si farebbe rimpiangere come Gheddafi in Libia, Saddam Hussein in Irak e persino Stalin a Mosca, dove ora recita la parte di Pietro il Grande, addirittura, un Putin offertosi a mediare fra Israele e Iran, o viceversa, al presidente americano Donald Trump. Disposto magari, quest’ultimo a scaricare del tutto l’Ucraina per salvare Nethanyau a Tel Aviv e Gerusalemme.

         Scusate se non proseguo ma ho il voltastomaco. Spero di stare meglio domani.   

Tutta la comprensione della sinistra per l’Iran, naturalmente

All’arrivo delle prime notizie sulla guerra ormai diretta fra Israele deciso a vivere e l’Iran deciso ad annientarlo ben prima e ben oltre il fiume e il mare, come gridano nelle piazze quanti giustificano, se non esaltano  i terroristi che hanno sequestrato ai palestinesi i loro diritti, facendo credere di volerli difendere; all’arrivo, dicevo, delle prime notizie sulla guerra ormai diretta fra Israele e Iran mi sono chiesto se le opposizioni che in Italia hanno a loro volta sequestrato il concetto, la parola e altro ancora della sinistra sarebbero state capaci, una volta tanto, di comprendere le ragioni della sopravvivenza dello Stato ebraico.

Comprendere, ripeto, almeno come Aldo Moro alla guida dei primi governi organici di centrosinistra in Italia si presentava puntualmente alle Camere a parlare del conflitto in Vietnam per esprimere questo sentimento verso gli americani che vi erano impegnati. E combattevano lì quella che il primo socialista al Quirinale, Giuseppe Saragat, ben prima che arrivasse Sandro Pertini alla Presidenza della Repubblica, definiva una “guerra di civiltà”. Persa purtroppo dalla civiltà, come spero che non si ripeta in Medio Oriente, con tutto quello che potrebbe derivarne all’Europa e, più in generale, all’Occidente.

Riflettevo, dicevo, su queste cose quando le opposizioni sono riuscite a sorprendermi anche stavolta  ingaggiando col governo la solita polemica da asilo Mariuccia. Hanno cominciato col dargli letteralmente la “sveglia” ed hanno insistito quando il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani si è permesso di ricordare ironicamente che lui già stava lavorando sugli sviluppi della guerra in Medio Oriente dalle 3 di notte. Non l’avesse mai fatto. Ne è nato uno scontro a più voci, col coinvolgimento di quasi tutte le componenti del campo di dimensioni variabili dell’aspirante alternativa al centrodestra, su chi dorme di più e di meno, su chi si sveglia prima, di notte e di giorno. E quindi sulla solita irrilevanza e simili dell’Italia, del suo governo, della sua politica estera. O sulla solita, presunta corsa della Meloni nell’inseguimento dell’altrettanto solito Trump, comprensivo delle ragioni di Israele, per tornare al linguaggio moroteo. Comprensivo a tal punto da definire “eccellente” l“operazione” contro l’Iran deciso a perseguire la bomba atomica, con tutto ciò che ne deriverebbe in Medio Oriente e oltre, fingendo di trattare per rispiarmiarsela e risparmiarcela.

Non c’è purtroppo più un’occasione che la sedicente sinistra italiana si lasci scappare per dimostrare la crisi nella quale si dibatte sempre di più da quando perse l’anima nel fango del giustizialismo e poi nel progressivo arretramento, sul piano sociale, in quella che qualche giorno fa Luciana Castellina, ironizzando sulla fila incontrata al suo seggio  nelle votazioni sui referendum intestati al lavoro e alla cittadinanza, ha convenuto nel definire la sinistra delle zone centrali a traffico limitato. Lasciando le periferie o alla destra, nel migliore dei casi, o alla rabbia qualunquistica nel peggiore, dove cerca di affacciarsi adesso anche Giuseppe Conte senza cravatta e fazzoletto nel taschino della giacca.

La Castellina ne ha già viste tante nella sua vita appassionata a sinistra, compresa la radiazione nel lontano 1970  dal Pci di Pietro Longo e di Enrico Berlinguer con i compagni del manifesto contrari alla “normalizzazione“ di Praga dopo la primavera di Dubcek finita nel sangue. Le è toccato vedere anche questa sinistra delle ztl   prima di compiere 96 anni il 9 agosto. Auguri, sinceramente.

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Esercizi di terrorismo mediatico in Italia per la guerra fra Israele e Iran

         Più sconfortante, desolante, preoccupante delle immagini e delle notizie che arrivano dal Medio Oriente, dove non è scoppiata “un’altra guerra”, come ha titolato qualcuno, ma più semplicemente e drammaticamente è diventata più diretta, più centrata la stessa guerra, che è quella fra Iran e Israele; più sconfortante ed altro, dicevo, è lo spettacolo della politica interna italiana alle prese con gli sviluppi della situazione. Che stanno portando alla composizione di quei pezzi dell’unica guerra mondiale avvertita dal compianto Papa Francesco, e in qualche modo ereditata dal successore Leone quattordicesimo.

         L’accusa di Elly Schlein a Giorgia Meloni di essere “appesa agli umori di Trump”, che ha definito una “operazione eccellente” quella intrapresa da Israele contro l’Iran decisa a nuclearizzarsi militarmente pur fingendo di trattare in senso contrario con gli americani, si è intrecciata con “l’afonìa” rinproverata alla premier italiana da Giuseppe Conte. Ma anche dalle componenti che vorrebbero essere considerate moderate del campo a dimensioni variabili dell’alternativa al governo.

         La ciliegina su questa torta è la polemica provocata dal vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani  sul ritardo orario, diciamo così, col quale la Schlein e soci si sono accorti degli attacchi israeliani all’Iran reclamando e ottenendo l’informativa di oggi dello stesso Tajani alle commissioni Esteri e Difesa congiunte della Camera e del Senato. E’ la polemica su chi si è svegliato e, più in generale, si sveglia prima o di più nella notte, ma anche durante il giorno, fra il governo e gli avversari o critici.

         Ma ancor più delle reazioni politiche delle opposizioni, stavolta meno divise del solito se non proprio ridottesi al singolare, appaiono prevenute e scomposte quelle dei loro consiglieri mediatici.

         Massino Giannini, per esempio, sulla sua Repubblica di carta, pur riconoscendo una volta tanto che “sarebbe sbagliato gettare la croce addosso a Meloni”, la coinvolge comunque nella denuncia di “questo capolavoro di beata irrilevanza” di “un’Italia assente dal gioco, muta ininfluente”, nonostante il traffico fisico e telefonico a Palazzo Chigi e alla Farnesina.

         Marco Travaglio, poi, come per farsi perdonare la libertà presasi dissociandosi dalla vittoria cantata dalla parte più radicale dell’opposizione che ha clamorosamente perduto i referendum promossi e cavalcati su lavoro e cittadinanza, ha addirittura accusato il governo di essersi praticamente allineato tanto a Israele e a Trump da esporre l’Italia al pericolo di una ritorsione del “terrorismo islamista”. Meloni e Tajani, in particolare, “disegnano un bersaglio sulla schiena di tutti noi cittadini”. Testuale, dall’editoriale odierno del Fatto Quotidiano.

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Persino Marco Travaglio scende dalla giostra dei referendum

         Tanto è stato prevedibile l’ultimo naufragio referendario, al punto che gli stessi promotori avevano finito per cercare di fissare la soglia di una onorevole sconfitta, quanto è stato imprevedibile l’effetto dirompente nell’area dell’opposizione generosamente considerata al singolare. Che occupa notoriamente un campo di dimensioni variabili e di un obbiettivo tanto unico quanto improbabile. Il campo dell’alternativa, disse una polta in televisione l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani con sorriso inconsapevolmente beffardo, preso però sul serio il giorno dopo dalla segretaria in carica Elly Schlein. Che di suo aggiunse la promessa di perseguire l’obbiettivo con spirito “testardamente unitario”.

         Dopo un primo momento di euforia d’ufficio, diciamo così, in cui la matematica è diventata un’opinione e le somme non coincidevano con i totali mescolando dati diversi, e persino confrontando elezioni politiche e referendarie per intravvedere dal buco della serratura di Palazzo Chigi lo sfratto a Giorgia Meloni, la parte più insospettabilmente dura dell’opposizione è riuscita a recuperare un certo realismo. Fausto Bertinotti, per esempio, ha fatto le bucce sia all’opposizione politica sia a quella sindacale, peraltro limitata alla Cgil guidata con la solita spavalderia da un Maurizio Landini cementatosi nella sua carica con l’annuncio che a dimettersi per la sconfitta “non ci penso proprio”. La Cisl intanto è andata è al governo con la nomina dell’ex segretario Luigi Sbarra a sottosegretario.

         Poi è arrivato sul Fatto Quotidiano un Marco Travaglio tanto imprevedibile da ignorare le invettive contro la Meloni di quel presidente del Consiglio migliore nella storia d’Italia dopo Camillo Benso di Cavour che sarebbe Giuseppe Conte, e da ammonire anche qualche collaboratore del suo giornale che “alle prossime elezioni”, quelle politiche e non referendarie, “è inutile partecipare” essendo scontata la sconfitta.

         Conte, dal canto suo, ha proposto una riforma del referendum abrogativo per abbassare il quorum della partecipazione al 33 per cento degli aventi diritto al voto: superiore, bontà sua, al 29 e rotti della tornata di questo giugno. Bontà sua, perché ha avuto il buon gusto di non identificarvisi. Conte ha inoltre prospettato di introdurre nella Costituzione anche un referendum propositivo, evidentemente andando oltre l’articolo 71 che già riconosce al popolo di “esercitare l’iniziativa delle leggi mediante la proposta, da parte di cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli”. No, andrebbe fatto tutto in cabina elettorale: proporre, emendare e approvare. Il Paese dei campanelli.

Il soccorso… meccanico di Dario Franceschini alla segretaria del Pd

In un partito come il Pd, nei cui 18 anni di vita l’unico o maggiore elemento costante è stato il ruolo di Dario Franceschini nella scomposizione e ricomposizione delle maggioranze, come diceva Aldo Moro nella sua Democrazia Cristiana, è naturale che si cerchi di intercettarne opinioni, umori, tendenze, gesti all’indomani dopo il turno fallito dei referendum su lavoro e cittadinanza.

         Carmelo Caruso ha riferito sul Foglio l’esito dell’esplorazione metaforica compiuta a questo riguardo attorno all’officina romana, all’Esquilino, dove l’ex ministro della Cultura ha aperto ormai da tempo il suo ufficio per usare meglio gli attrezzi necessari allo smontaggio e rimontaggio dei pezzi del Pd, appunto. L’impressione che ha ricavato Caruso osservando il traffico, raccogliendo dichiarazioni virgolettate dei frequentatori e alcune attribuite allo stesso Franceschini, che tuttavia non si è lasciato prudentemente intervistare; l’impressione, dicevo, è che l’ex ministro ritenga la segretaria del partito non imputabile dell’insuccesso referendario. Anche senza spingersi a condividere la soddisfazione della Schlein. O il riconoscimento fattole sull’Unità da Goffredo Bettini di avere restituito  al Pd “l’anima” di sinistra perduta o compromessa da Matteo Renzi ai tempi della sua segreteria e del suo governo. Anche col jobs act contestato referendariamente più dalla Cgil di Maurizio Landini – sostiene Franceschini- che dai partiti che l’hanno fiancheggiato. Sarebbe insomma Landini più della Schlein a doverne ora rispondere. Ma sono affari, appunto, del sindacato storico della sinistra.

         Fra le curiosità, a dir poco, osservate dall’esploratore del Foglio c’è la partecipazione di Franceschini, forse raggiungendo l’amico in moto, alla festa dell’ottantesimo compleanno di Pierluigi Castagnetti, anche lui proveniente dalla Dc e da tutte le altre tappe del percorso di formazione del Pd. Un democristiano che passa, a torto o a ragione, per avere i rapporti più amichevoli e diretti col presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Rapporti che un po’ frenano o limitano l’esposizione mediatica e politica di Castagnetti, nel timore di mettere in imbarazzo il Presidente, con la maiuscola, ma non la eliminano. Un po’ come accadeva al compianto Emanuele Macaluso -rimasto peraltro prudentemente fuori dal Pd non condividendone l’elezione del segretario condizionata dagli esterni, cioè dai non iscritti- ai tempi in cui al Quirinale c’era Giorgio Napolitano. Detto anche “Re Giorgio” da noi cronisti senza infastidirlo più di tanto, carico com’era di capacità ironica, oltre che di maniacale precisione-

         Ebbene, Castagnetti arrivato agli 80 anni proprio nel secondo e ultimo giorno dei referendum, lunedì 9 giugno, ne ha così commentato il naufragio, intercettato via internet dal Corriere della Sera: “Qualcuno dica a Schlein, anche solo privatamente, che così si va a sbattere. Posto che da quelle parti dove sembra prevalere l’arroganza ci sia ancora qualcuno interessato a tornare a vincere, per il bene del Paese e delle sue più giovani generazioni”.  Un commento che, a sua volta, ha fornito ad un altro ex parlamentare democristiano, Maurizio Eufemi, questa replica, intercettata sempre navigando in internet: “Qualcuno dica a Castagnetti che era un epilogo scontato con un fronte camaleontico che cancella la storia del popolarismo”. Siamo un po’ ai materassi. O alla rottamazione, per tornare a immagini meccaniche.

Pubblicato sul Dubbio

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