Leghisti in testa nella corsa sul carroccio verso il ponte sullo stretto di Messina

Solo qualche giorno fa l’ex guardasigilli leghista Roberto Castelli, che la buonanima di Francesco Saverio Borrelli sfotteva per la sua competenza di ingegnere acustico sprecata al vertice del Ministero della Giustizia,         è stato sorpreso, diciamo così, a criticare la Lega del Ponte di Matteo Salvini. E lasciava intendere che Umberto Bossi non parla, cioè non se ne lamenta, solo per stanchezza o per carità di partito. Evidentemente rimpiange gli anni nei quali si lasciava attribuire striscioni e scritte sui ponti del Nord inneggianti all’Etna, che avrebbe potuto e dovuto risolvere con la necessaria energia i problemi della Sicilia. Striscioni e scritte che ancora Salvini si vede rinfacciare in certe città e piazze del Sud. Dove ricordano, non dimenticano.

         Ebbene, il vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture potrebbe vantarsi di un recente sondaggio di Demos, appena illustrato da Ivo Diamanti su Repubblica, dal quale risulta che il 68 per cento dell’elettorato nazionale della Lega, non più confinata nel pur importante, popoloso e ricco Nord, è favorevole al progetto del Ponte, con la maiuscola, sullo stretto di Messina. Che egli è deciso a realizzare come la premier Giorgia Meloni a proteggere il centro di raccolta, o come altro si deve chiamare, realizzato in Albania per gli immigrati clandestini diretti in Italia e soccorsi in mare. “F u n z i o n e r à”, ha detto e ripetuto la Meloni senza lasciarsi scoraggiare dalle intrusioni che contesta alla magistratura.

         Il 68 per cento dell’elettorato dichiaratamente leghista a favore del Ponte è tanto più significativo se paragonato al 63 per cento dell’elettorato dichiaratamente meloniano o forzista, cioè del partito del compianto Silvio Berlusconi.  Al quale gli amici hanno già chiesto di intitolare la grande opera di collegamento fra il continente e la Sicilia sentendosi rispondere da Salvini, che forse ha altri nomi per la testa, che a Berlusconi è già stato intestato, pur fra qualche protesta sgradita ai figli, l’aeroporto internazionale della Malpensa. Che Berlusconi peraltro frequentava meno di Linate.

         Non parliamo poi dei confronti del 68 per cento dell’elettorato leghista a favore del Ponte con gli elettorati assegnati sulla carta, con o senza tenda, al cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra. O Araba Fenice, come la definiscono i detrattori.

         A favore del Ponte risulta, almeno attualmente, il 63 per cento del modesto, diciamo pure modestissimo elettorato del pur ambizioso, anzi ambiziosissimo Matteo Renzi. E il 51 di Carlo Calenda, il 43 di +Europa, il 35 del Conte delle 5Stelle e il 32 del Pd di Elly Schlein. Che di conseguenza potrebbe aspirare a sorpassare un Beppe Grillo ritornato in azione attraversando a nuoto lo stretto di Messina, alla faccia delle tonnellate di acciaio e di cemento che serviranno alla costruzione del ponte, adesso con la minuscola, tanto voluto dal governo… sprecone della Meloni.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 24 agosto

Tutti i numeri politici del Ponte, forse nazista, sullo stretto di Messina

         Non so se per noi italiani sia meglio o peggio, come preferite, essere considerati nazisti, insieme con gli europei, dall’avvenente portavoce del Ministero degli Esteri della Russia per reclamare -pensate un po’- la partecipazione dell’Ucraina alle trattative sulla pace che dovrebbe subire dopo tre anni e più di invasione e guerra, o risultare cavernicoli da un sondaggio della Demos che ci dà favorevoli al ponte sullo stretto di Messina solo “uno su tre”. Così ha ottimisticamente titolato Repubblica un articolo illustrativo di Ilvo Diamanti sbagliando, perché poi a leggerlo risultiamo favorevoli “meno di uno su tre”: esattamente il 28 per cento.

         Ormai del Ponte, con la maiuscola per distinguerlo dagli altri esistenti e graziati dal sondaggio, manca solo che si dica e si scriva che sia incostituzionale. Ci è andato vicino il costituzionalista, appunto, Michele Ainis suggerendo di sottoporre il progetto ad un referendum. E sfidando il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dei ponti, dei porti, delle strade e via infrastrutturando a promuoverlo, piuttosto che rischiare il peculato e chissà cos’altro regalando milioni al raduno annuale dei ciellini a Rimini perché se ne parli bene.

         Salvini -con la v, non Salini che ne sarà praticamente il costruttore- è l’uomo ormai dei miracoli anche per come ha saputo convertire al Ponte i leghisti che ai tempi di Umberto Bossi scommettevano sull’Etna, scrivendone il nome sui ponti dell’autostrada da Milano a Venezia, per risolvere i problemi della Sicilia. Ora gli elettori leghisti sono favorevoli al Ponte per il 67 per cento, superando il 63 della destra meloniana e dei forzisti del compianto Silvio Berlusconi. Che avrebbe potuto aspirare a intestarselo -ha precisato Salvini- se non gli fosse stato già dedicato l’aeroporto internazionale di Malpensa. Il troppo stroppia, come si sa.

         In compenso il Ponte unisce il famoso e fantomatico “campo largo” dell’aspirante alternativa al centrodestra col solo 32 per cento dei favorevoli nel Pd, altrettanto fra verdi e sinistra e il 35 delle 5 Stelle di Conte. Seguono o precedono, come volete, il 63 per cento degli elettori di Matteo Renzi, il 51 di Carlo Calenda e il 43 di + Europa. Ma sono cespugli, si sa, nel campo largo, ospitati da Goffredo Bettini in una tenda.

         Per chiudere come ho cominciato, vorrei tanto sapere che cosa del Ponte pensi a Mosca la cacciatrice dei nazisti in Europa, Marija Zacharova. Sarebbe nazista anche il Ponte, con tanto di svastica all’entrata e all’uscita?

Ripreso da http://www.startmag.it 

Un riguardo del Corriere della Sera a Cairo l’assist di Galli della Loggia alla Meloni…

         Non dico la simpatia, perché mi avventurerei troppo nel personale, ma la stima di Urbano Cairo, l’editore del Corriere della Sera e de la 7, per Giorgia Meloni è nota nell’ambiente giornalistico e politico. E mi pare anche la sua pazienza, vista la stoica sopportazione per l’antimelonismo praticato da tante firme e tanti volti, specie questi ultimi, che paga.

         Ora si sta godendo le ferie, ma non si preoccupino gli affezionati a Lilli Gruber. Tornerà puntuale alle otto e mezza di sera col e nel suo salotto televisivo, dove la specialità è quella appunto dell’antimelonismo, praticato di solito da tre su quattro o quattro su cinque degli ospiti, compresa la conduttrice che non si lascia mai prendere la tentazione, che pure sarebbe d’ufficio, della neutralità.

         In questo contesto editoriale, anche se dalla televisione sto passando alla carta ancora stampata, penso che sia stato di conforto, sollievo e quant’altro per Cairo l’editoriale di ieri del Corriere della Sera scritto da Ernesto Galli della Loggia. Che già in una visione ottimistica della situazione anticipata con correttezza redazionale, forse anche direttoriale, dal titolo di prima pagina, in cui si parla della “crisi” ma anche dei “rimedi”, e del “declino” ma anche della “scossa possibile”, la firma fra le più autorevoli del giornale più diffuso d’Italia si aspetta che proprio la Meloni voglia e possa intestarsi rimedi, ripeto, e scossa. Una Meloni alla quale i magistrati che la fanno arrabbiare -ha ricordato l’editorialista- procurano “centomila voti” ogni volta che le danno occasione di lamentarsi degli sconfinamenti, a dir poco, del potere giudiziario. O solo ordine giudiziario, come a suo tempo il presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiedeva di ripetere con la Costituzione.

         “Mi domando -ha scritto Ernesto Galli della Loggia con una punta retorica – se la presidente del Consiglio riesce a immaginare il consenso, la popolarità immensa che otterrebbe se intervenisse in modo efficace  e rapido, cioè non nominando una commissione, per almeno abbreviare il percorso” di uscita da “una mostruosa piovra giuridico-amministrativa”, i cui tentacoli  paralizzano l’azione di qualsiasi governo. Alla malora le “migliaia di disposizioni precedenti, procedure labirintiche, valanghe di pareri obbligatori preliminari, continua possibilità di ricorsi, minutissimi regolamenti attuativi necessari per ogni cosa”.

         “Se lei decidesse -ha insistito e concluso l’editorialista del Corriere scrivendo della Meloni e assolvendola dalla colpa forse di non averlo ancora fatto- di mettersi davvero su una strada diversa” da quella del declino, “se lei volesse e fosse capace di trovare le parole per dirlo ma non solo a quelli della sua parte, e sapesse chiamare a raccolta tutte le energie intorno a un grande progetto per la rinascita del Paese, difficilmente -sono sicuro- le sue parole resterebbero senza eco. Lei per prima forse sarebbe stupita della risposta ad esse”. Concordo.

Dal vecchio e il mare al vecchio al volante…..

Dopo averlo doverosamente fatto  col direttore proponendoglielo, mi scuso anche con i lettori per questo articolo che scrivo in pieno, sfacciato, sfacciatissimo conflitto d’interessi, diciamo così per non allontanarmi troppo dall’argomento usuale della politica.

Sono tanto anagraficamente quanto involontariamente partecipe di quei trafficanti di strada con ottant’anni e più sulle spalle che dalle cronache recenti si sono messi infelicemente in concorrenza, pur astemi in genere, con giovani e adulti che, abusando spesso di alcol e telefonino, provocano incidenti, naturalmente anche mortali. Addirittura da stragi, in alcune occasioni.

         I vecchi sono abitualmente più sobri e meno connessi dei giovani e degli adulti, ma più esposti alla sfortuna per i riflessi organicamente più lenti, anche di fronte a certa cartellonistica maltenuta che li fanno arrivare in autostrada, o superstrada, o altro ancora, nella direzione e nel senso sbagliati.

         Ho letto che il vice presidente del Consiglio e ministro dei Trasporti in persona Matteo Salvini ha deciso di occuparsene personalmente, con la tempestività che lo distingue, pur alle prese in questi giorni con la campagna odiosamente, cavernicolamente ostile alla realizzazione del progetto del ponte sullo stretto di Messina, voluto -ha appena ricordato l’entusiasta architetto Massimiliano Fuksas- da Giuseppe Garibaldi attraversandolo a suo tempo in barca. Prima quindi del Duce intravisto in qualche racconto e dei malcapitati, nelle cronache politiche, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi.

Ebbene, mi permetto di segnalare a Salvini e dintorni alcuni aspetti della vita difficile di noi vecchi sulle strade italiane. Non siamo allo storico “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway del 1952, ma al vecchio e il volante della nostra Italia burocratizzata e un po’, come vedremo, anche vagamente iettatoria.

         Il vecchio che dalle nostre parti scampa alla morte dopo gli 80 anni e si ostina a ritenersi ancora in grado di guidare e praticare in autonomia il suo diritto alla vita deve rinnovare la patente di guida ogni due anni, anzichè i cinque precedenti e i dieci ancora più indietro. Il costo del rinnovo è di circa 100 euro, tra certificato del suo medico di base (a pagamento)., tassa e accessori, ma il documento vale, ripeto, solo due anni. Per cui  esso costa cinque volte di più. Mi sembra una sovrattassa sulla vecchiaia.

         Sempre da vecchio, ma al compimento dei “soli” 65 anni, scoprii nella Roma “ladrona” dove Umberto Bossi stentava ad ambientarsi da parlamentare, alla fine riuscendovi bene o male pure lui, di non potere rinnovare il mio abbonamento tramviario nelle solite due rate semestrali. Oltre i 65 anni bisognava rinnovarlo in una unica rata anticipata. Ero a uno sportello dell’Atac in una stazione della metropolitana di viale, addirittura, Giulio Cesare.   Mi accorsi quindi che l’azienda capitolina e il Comune scommettevano sulla morte dell’abbonato. Ne rimasi interdetto. E ancora di più al sorriso, anzi alla risata dell’addetto al servizio opposta alla mia protesta, che non era stata per niente ironica. Non arrivai a li mortacci tua solo per non sapere parlare bene il romanaccio. Come Craxi a Verona non si era unito ai fischi contro Berlinguer perché non sapeva fischiare.

         Non credo che le cose da allora siano migliorate agli sportelli dell’Atac, che smisi naturalmente di frequentare per scaramanzia, preferendo al cattivo gusto dell’amministrazione capitolina la scomodità del biglietto di volta in volta, via via rivelatosi peraltro più vantaggioso dell’abbonamento.

         Buon proseguimento del viaggio a tutti, e in tutti i sensi, vietati e non.

Pubblicato su Libero

Il binocolo del silenzioso Mattarella sul ponte di Scilla e Cariddi

         Il siciliano più alto in grado, come si dice comunemente, è di sicuro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nato 84 anni e qualche giorno fa a Palermo, dove tuttora risulta residente ed elettore, anche se in realtà abita e lavora a Roma.  Viene quindi spontaneo chiedersi che cosa pensi del ponte sullo stretto di Messina, di cui è stato appena approvato il progetto da realizzare in sette o otto anni, spendendo 14 miliardi di euro e collegando l’isola con il continente su più di tre chilometri di asfalto e binari in una sola, gigantesca arcata per la quale saranno utilizzate 170 mila tonnellate di acciaio e cemento. Per molti una sfida troppo azzardata alla natura, per molti altri degna di tutti i capolavori di cui è ricca l’Italia, fra i quali la cupola di Brunelleschi a Firenze e quella di Michelangelo a Roma.

         Che ne penserà, chiedevo, Mattarella preparandosi all’idea di tornare ogni tanto nella sua Palermo in auto anziché in aereo? E’uno dei misteri, per ora, meglio custoditi in Italia, dove pochi li sanno tenere. O li scoprono o rivelano usando troppa fantasia. Da partecipe di governi di Massimo D’Alema, uscito e rientrato nel Pd ostile al ponte, egli potrebbe essere sospettato di essere anche lui contrario. Ma da partecipe di governi del suo collega di partito Giulio Andreotti, che aveva ereditato da quelli precedenti di Bettino Craxi senza ripudiarlo un piano di grandi opere comprensivo del ponte sullo stretto di Messina appena ricordato con orgoglio dai figli Stefania e Bobo, rispettivamente nella maggioranza e nell’opposizione; da partecipe, dicevo, di governi di Andreotti, pur se dall’ultimo si dimise per dissenso sulla Tv commerciale, Mattarella potrebbe anche essere sospettato di qualche simpatia per l’opera mai arrivata così vicina ai cantieri.

         Di questa grande Opera, con la maiuscola, La Stampa di Torino ha scritto come di quella “della discordia”. Destinata, secondo Nadia Terranova, sempre sulla Stampa, a “isolare ancora di più la mia Messina. E peggio ancora secondo Mario Tozzi, il giorno prima sempre sulla Stampa, a collegare “due cimiteri”, una volta riuscito a resistere al terremoto devastatore di entrambe le coste, calabra e sicula. Una danza un po’ troppo macabra, forse, attorno al Ponte voluto in passato anche da Silvio Berlusconi, indigesto come Craxi ad una certa sinistra curiosamente e nominalmente progressista.

         Mattarella sta lì, al Quirinale, a leggere, sentire e vedere. Silenzioso come il Mosè scolpito da Michelangelo che gli diede ad un certo punto una martellata sul ginocchio chiedendogli perché non parlasse. E ottenendo come risposta un silenzio ancora più ostinato. I corazzieri di Mattarella, in divisa e non, familiari o soltanto amici, sono altrettanto taciturni, con o senza il binocolo. Gridano solo gli uccelli del malaugurio che svolazzano sul progetto, per ora. E svolazzeranno ancora di più, temo, a lavori cominciati.

Tutti gli inconvenienti, pure anagrafici, del ponte di Messina voluto anche da Craxi

         Prima Stefania Craxi dall’interno della maggioranza, poi il fratello Bobo dal campo non so quanto largo delle opposizioni aspiranti all’alternativa hanno tenuto a ricordare agli immemori che il ponte sullo stretto di Messina –“la grande opera della discordia”, come l’ha definita oggi La Stampa dalla lontana Torino- piaceva al padre Bettino. Che lo aveva inserito da presidente del Consiglio nel 1986 fra le necessità e opportunità del Paese, tornando a sostenerlo nel 1998 ad Hammamet, con le acque della Tunisia alle spalle. E’ stato Bobo, in particolare, a recuperare il video e a riproporlo su Facebook.

         Temo, per il ponte, per quanti l’hanno progettato, lo hanno sostenuto esostengono, ne hanno approvato il progetto stando al governo e sono decisi a goderne la realizzazione entro i sette o otto anni promessi dalla premier Giorgia Meloni e dal vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini; temo, dicevo, che la rivendicazione della paternità anche di  Craxi, oltre a quella successiva di Silvio Berlusconi, evocato pure lui in questi giorni, costituirà una circostanza aggravante nei processi politici e mediatici contro il collegamento strutturale e avveniristico fra il continente e la Sicilia. Sappiano come vanno in Italia certe cose e certi processi, limitati finora -ripeto- al piano mediatico e politico ma con buone probabilità di avere appendici giudiziarie. Persino l’onnipotente prefetto Gianni De Gennaro è finito di recente in alcune intercettazioni e indagini per avere parlato appunto del ponte, alla cui realizzazione è interessato, con un alto magistrato che se ne occupava per prevenire infiltrazioni mafiose nell’affare.

         Chissà quanti finiranno, spero solo metaforicamente, sotto il ponte progettato per essere il vanto d’Italia, come la cupola del Brunelleschi a Firenze e quella di Michelangelo a Rona. E descritto dal menagramo collettivo di sinistra come una disgrazia costosissima. Al pari di ciò che, sempre a sinistra, comprensiva di Ugo la Malfa e amici, si diceva a suo tempo della televisione a colori in un’Italia ancora confinata nella tv in bianco e nero. Oggi gli stessi uomini, fra i pochi sopravvissuti anagraficamente, e i loro figli e nipoti si vantano di essere “progressisti”, sempre opponendosi al nuovo.

Gli uccelli del malaugurio svolazzano sul ponte di Meloni e Salvini

Di Michele Serra apprezzo spesso l’ironia e la cultura con le quali sa mettere le sue critiche al riparo almeno parziale dal dissenso. Ma questa volta, scrivendo del Ponte con la maiuscola, che è quello progettato sullo stretto di Messina e ormai avviato concretamente verso la costruzione, non sono riuscito ad appezzarlo leggendolo su Repubblica. Dove egli ha dimostrato verso gli italiani una sfiducia a dir poco sproporzionata.

         Secondo lui, pur nostro connazionale, siamo “maledetti” perché non sapremmo “riparare una buca” e ci siamo messi in testa, con la Meloni a Palazzo Chigi e Matteo Salvini al Ministero delle Infrastrutture, di voler fare col Ponte come Brunelleschi con la sua cupola a Firenze. O Michelangelo a Roma e via via scorrendo l’elenco dei capolavori fra i quali viviamo.

         Non ha capito, il povero Serra, che noi italiani non sappiano riparare le buche proprio perché sappiamo fare molto di più. Siamo specialisti delle cose eccezionali, come di recente Mario Sechi ha dimostrato in una serie televisiva trattando dei capolavori manifatturieri e altro di oggi, non di ieri e dell’altro ieri. Capolavori fra i quali troverà il suo posto il Ponte, appunto. Che fra le varie fortune ha avuto quella di essere stato sostenuto dalla buonanima di Silvio Berlusconi ma non, prima di lui, da Benito Mussolini o da Licio Gelli. Che si sono limitati a condividere con troppo massonica preveggenza la prospettiva della separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri.

         Se ci fosse stato anche il Ponte tra le preferenze e i sogni di Mussolini e di Gelli esso avrebbe dovuto superare anche la prova dell’antifascismo, della massoneria eversiva e simili. Gli sono rimasti addosso solo i sospetti di mafia, che rischia di intrufolarsi fra gli appalti e dintorni, e di sfortuna idrogeologica, diciamo così. Cioè di sfiga, come si dice dalle parti del Colosseo romano,  al massimo grado. Come quella evocata sulla Stampa da Mario Tozzi immaginando il Ponte resistente sì ad un terremoto di grande potenza, con le sue “170 mila tonnellate di acciaio e cemento lanciati sul mare”, ma poi destinato a collegare soltanto “due cimiteri”. Al cui stato sarebbero destinate la Sicilia e la Calabria per le condizioni di degrado delle  loro strade, delle loro case, delle loro scuole, dei  loro ospedali , delle loro Chiese e via dicendo, capaci di crollare ad ogni capriccio o incidente della natura.

         Meglio quindi, secondo Tozzi e gli avversari politici del Ponte, rinunciarvi per stabilizzare meglio quello che c’è e affidare completamente al mare, alleggerendo il traffico su gomme, il trasporto delle merci da e per la Sicilia. “Un cavallo motore marino -ha spiegato o rivelato Tozzi- trasporta quattromila chilogrammi di merce e uno stradale solo centocinquanta”. Questo per quanto riguarda i costi dei trasporti delle cose. Per quanto poi riguarda il trasporto stradale, e anche ferroviario delle persone, sul quale Tozzi ha avuto anche da ridire, gli avversari del Ponte si sono già messi a sognare, immaginare, prevedere, mettere nel conto iettatorio file lunghissime, magari per cantieri di manutenzione, incidenti e simili. Come già accade sulle autostrade nel continente, come dicono i siciliani parlando dell’Italia oltre lo stretto in direzione Nord.

         Se dipendesse da questa genia di esperti, di profeti, di colti e di prudenti, dovrebbe essere messa al bando anche la locuzione latina della fortuna che aiuta gli audaci. Gente, quest’ultima, più da tribunali e da roghi che da letteratura. Buon viaggio, signori, verso la preistoria.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it 10 agosto

Il ponte fortunatamente (non) fascista sullo stretto di Messina

         A meno di sviste di cui naturalmente mi assumo tutte le responsabilità, come ha detto Giorgia Meloni dei suoi collaboratori a rischio, sia pure solo virtuale, di processo per l’affare Almasri, per cui ha rimediato il paragone dell’Unità a Mussolini per il delitto Matteotti; a meno di sviste, dicevo, il ponte sullo stretto di Messina non fu tra i progetti del Duce, con la maiuscola che gli attribuiscono anche gli antifascisti scrivendone e parlandone. E neppure di Licio Gelli e della sua P2. Altrimenti non ce l’avrebbe fatta a superare, come è avvenuto ieri, l’ultimo passaggio prima dell’apertura dei cantieri, annunciata tra il mese prossimo e ottobre. Sarebbe stato il ponte fascista da abbattere antifascisticamente prima ancora di essere costruito.

         Mussolini non ci pensò, o almeno non com la smania della Meloni e del suo vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, nel timore forse di offrire al banditismo mafioso combattuto dal prefetto Mori in Sicilia di fuggire più speditamente nel continente. Licio Gelli e la massoneria speciale della sua loggia erano troppo indaffarati, dal canto loro, a studiare e raccomandare la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri,  Che la premier Meloni e il suo ministro della Giustizia Carlo Nordio hanno condiviso e proposto in una riforma costituzionale, fra altre novità, al Parlamento con prospettive concrete di approvazione. E forse anche di conferma nel referendum che dovrà seguire non disponendo la maggioranza, fra Camera e Senato, delle dimensioni previste dalla Costituzione per evitare la verifica referendaria, appunto.

         Sul ponte, per tornare al punto di partenza, non potendosi accusarlo di fascismo e contorni, se ne contestano i costi -14 miliardi di euro da spendere in otto anni- che costituirebbero uno “spreco”, i pericoli di infiltrazioni mafiose negli appalti per la sua costruzione e la pericolosità rispetto ai rischi sismici. Che sarebbero dovuti bastare e avanzare per sconsigliarne progetto e realizzazione.

         Nei timori sulla sostenibilità fisica dell’opera si intravvede, spero a torto, anche un certo desiderio di vederli confermati da qualche evento, magari solo in corso d’opera, per evitare più morti e più danni una volta costruito e aperto il ponte al traffico stradale e ferroviario. Il ricorso agli scongiuri è altamente consigliato.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 31 agosto

Il teatrino gratuito della giustizia dopo o sopra quello vecchio della politica

         C’era una volta il teatrino della politica, come il non ancora politico Silvio Berlusconi lo chiamava, irridendolo e non immaginando che poi vi sarebbe salito sopra pure lui, rendendolo più vivace, imprevedibile e rumoroso di quanto non avessero saputo fare protagonisti  e attori della cosiddetta prima Repubblica rovesciati dalle Procure della Repubblica, a volte senza essere neppure rinviati a giudizio, A volte addirittura suicidi, preferendo la morte alla gogna e/o alla cosiddetta custodia cautelare, cioè al carcere.

         Ora a furia di prenderne il posto, invadendone il campo e a suo modo legiferando interpretando le norme che sarebbe tenuta ad applicare, la magistratura ha allestito il teatrino della giustizia. Come quello nel quale si sta recitando un processo che i magistrati per primi interessati alle indagini e all’accusa sanno benissimo, non essendo né scemi né disinformati, che non si svolgerà. O almeno non in un’aula o più di tribunale. E’ naturalmente il processo sul caso Almasri, il generale libico sfuggito alla Corte penale internazionale dell’Aja per colpa, secondo l’accusa, del governo italiano deciso a fare un favore a lui personalmente e più ancora al governo del suo Paese. Di cui, non a caso, negli atti giudiziari è stata bene infilata una lettera di ringraziamento.

         Su questo teatrino della giustizia è saltata abilmente, sul piano politico, la premier Giorgia Mwloni indossando metaforicamente la divisa militare, contestando l’archiviazione disposta a suo favore e reclamando di essere processata -naturalmente nel processo che non si farà perché non autorizzato, quando arriverà il momento, dal Parlamento ancora provvisto di qualche prerogativa- con i due ministri e il sottosegretario rimasti negli ingranaggi giudiziari. I quali dovrebbero rispondere di favoreggiamento, peculato, omissione di atti dovuti e chissà cos’altro potrebbero inventarsi ancora gli sceneggiatori.

         Il processo ai ministri della Giutizia Nordio e dell’Interno Piantedosi e al sottosegretario Mantovano alla Presidenza el Consiglio non si farà, ripeto, perché esiste una larga maggioranza in Parlamento decisa a non autorizzarlo. O a impedirlo, se preferite unendovi alle proteste delle opposizioni. Ma esso -sempre il processo- si è già in gran parte svolto sui giornali con la pubblicazione degli atti e documenti d’accusa, che sopravviveranno mediaticamente con la durezza delle espressioni e delle immagini: piano criminoso e via edittando.  Gli imputati  e la stessa Meloni, a causa della corresponsabilità rivendicata ma non riconosciuta dagli inquirenti, continueranno a soffrirne, degradati dall’immaginario collettivo e giustizialista, nonché manettaro, a complici di Almsarsi, del suo governo, delle loro nefandezze eccetera, eccetera. Non so se a voi questo teatrino diverta. A me fa venire il vomito.

Ripreso da http://www.startmag.it

L’assordante silenzio di Conte, l’opposto della Meloni nel rapporto con le toghe

Con un ossimoro non nuovo alla e nella politica avverto l’assordante silenzio, almeno sino al momento in cui scrivo, di Giuseppe Conte di fronte all’ultimo scontro avuto dalla premier con la magistratura. Alla quale Giorgia Meloni ha contestato, con un paradosso solo apparente, l’archiviazione offertale, diciamo così, nel procedimento che continua invece contro due ministri, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, e il sottosegretario di fiducia a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano per la vicenda del generale libico Almasri.  Che, arrestato in Italia sotto l’accusa della Corte internazionale penale dell’Aja di crimini contro l’umanità, venne liberato su disposizione della Corte d’Appello per irregolarità nella documentazione rilevate dal ministro della Giustizia. E rimpatriato d’urgenza per ragioni di sicurezza nei rapporti fra Italia e Libia.

         La stessa Meloni in una parte allusiva della sua dichiarazione contro la separazione delle sue responsabilità da quelle dei due ministri e del sottosegretario, e Matteo Salvini in modo esplicito hanno contrapposto la scelta della premier alla condotta di un altro presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nel 2019. Che scaricò proprio Salvini, anche allora vice presidente del Consiglio e in più ministro dell’Interno, anziché delle Infrastrutture come oggi, nella controversia mediatica e poi giudiziaria sulle resistenze opposte allo sbarco degli immigrati regolari soccorsi dalla nave spagnola Open arms.

         Non solo Conte scaricò Salvini attribuendosi il merito di non averne condiviso o assecondato l’azione, pur disponendo dei modi e delle occasioni per fermarlo davvero, ma poi, rimanendo a Palazzo Chigi col cambio di maggioranza in una crisi promossa dallo stesso Salvini, ne consentì in modo determinante il processo per sequestro di persona e altro nella necessaria votazione parlamentare di autorizzazione. Processo conclusosi in primo grado a favore del leader legista.

         A parte, tuttavia, questo aspetto pur non secondario della vicenda innescata dalla protesta contro la sua archiviazione contrapposta nei fatti alla prosecuzione del procedimento contro i ministri Piantedosi e Nordio e il sottosegretario Mantovano, la premier ha voluto probabilmente cogliere l’occasione offertale dalla stessa magistratura per marcarne le distanze in un passaggio della politica e della legislatura molto particolare. Della politica, perché la Meloni di frequente contesta alla magistratura di volersi sostituire al governo, per esempio nella gestione dell’azione di contrasto dell’immigrazione clandestina. Della legislatura, considerando il percorso parlamentare della riforma della giustizia. Che la Meloni, contrariamente alle tentazioni di un rallentamento attribuitele ricorrentemente dalle cronache e dai retroscena, intende fare completare in tempo per affrontare il referendum cosiddetto confermativo prima delle elezioni politiche del 2027. Un referendum che evidentemente la premier, come il suo Guardasigilli, non teme.  A buon intenditor poche parole, dice un vecchio proverbio.

Pubblicato sul Dubbio

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