L’assalto delle iene al governo col pretesto dei dazi di Trump

Le iene, non quelle televisive ma quelle che fanno in Italia l’opposizione fra aule parlamentari, piazze, strade, vie e vicoli mediatici, si sono scatenate dopo l’annuncio dei dazi al 30 per cento sulle esportazioni europee negli Stati Uniti propostisi dal presidente Donald Trump. E comunicati alla presidente della Commissione dell’Unione Ursula von der Leyen con una lettera inconfondibile con quella firma verticale ostentata come uno skyline. Che a Trump deve piacere un sacco per le torri che lui non si limita a costruire e possedere.

         Appena informata pure lei, ospite col segretario della Cgil Maurizio Landini di un convegno sulla politica industriale promosso dall’ex ministro Andrea Orlando, la segretaria del Pd Elly Schlein se l’è subito presa con la premier Giorgia Meloni, più ancora che con Trump. Una premier della quale sarebbe mancata “una posizione netta e forte”, che avrebbe “piegato l’interesse nazionale alle amicizie politiche”. Per cui “ci aspettiamo molta più serietà da parte del governo”, ha ammonito la Schlein.

         A leggere sul Corriere della Sera la testimonianza, il racconto e quant’altro di Maria Teresa Meli il segretario della Cgil sarebbe stato “molto più cauto” nella reazione. E anche “più nebuloso”, guardando l’amica di traverso.  

         E’ seguito sulle agenzie di stampa e altrove il solito coro di contumelie e previsioni catastrofiche. Dalle grida di Giuseppe Conte contro “governanti che svendono l’interesse nazionale” a quelle di Matteo Renzi contro ”i sovranisti alle vongole”, alle “scuse agli italiani” reclamate da un Riccardo Magi, di +Europa, senza il lenzuolo addosso da fantasma che gli ha procurato una sospensione dall’aula della Camera dove l’aveva esibito prevedendo il fiasco dei referendum del mese scorso. Si è passati ancora dalla “schiena dritta” reclamata da Nicola Fratoianni, parlando sempre di una Meloni arrendevole nei riguardi di Trump, alla solita richiesta perentoria di Angelo Bonelli di “riferire” al Parlamento. Persino Carlo Calenda, in odore o puzza, come si preferisce, di tresca con la Meloni, fuggendo dalla “tenda” moderata offertagli da Goffredo Bettini nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, si è sentito in obbligo di partecipare alle chiassate diffidando la premier, ed altri che le farebbero compagnia in Europa, dallo “strisciare ai piedi” di Trump. O dal  baciargli l’”ass”, come il presidente americano chiama il suo deretano offrendolo al bacio degli ospiti.

         Eppure nella notte non lontana dei bombardamenti americani, e non solo israeliani, sull’Iran deciso a fornirsi della sua bomba atomica al servizio della causa che prevale su tutte le altre degli ayatollah, cioè la cancellazione dello Stato ebraico, la segretaria del Pd, sempre lei, Elly Schlein, avvertì l’esigenza, l’opportunità o com’altro si voglia chiamare di un contatto diretto con la premier Meloni. Il suo concorrente, nel campo dell’opposizione, alla guida del governo dell’alternativa, Giuseppe Conte, ne profittò subito per distinguersi su posizioni più critiche. E’ probabilmente per questo che la Schlein sulla crisi dei dazi, diciamo così, non ha osato ripetere quel gesto di responsabilità. Si è messa subito alla testa dell’attacco e della intransigenza. L’interesse alla sua corsa a Palazzo Chigi, per quanto improbabile continui ad essere l’alternativa per ammissione di esponenti anche autorevoli dello stesso Pd, prevale su tutto. Anche sul senso di responsabilità nazionale avvertito da ben altri leader e forze politiche nella storia della Repubblica, nelle sue varie edizioni.

         Trump alla Casa Bianca, nell’ottica dell’opposizione italiana a conduzione contesa, non si lascerà di certo fermare o frenare nella prospettiva di avere a Roma interlocutori diversi dalla Meloni, e neppure diversi da Ursula von der Leyen a Bruxelles. Questo mi sembra scontato.

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Il burro europeo, e non solo, nel quale Trump può affondare il coltello

         Diviso nella immaginazione sarcastica di Stefano Rolli, sulla Stampa, fra i sogni del Nobel della pace e dell’economia, designato al primo dal governo israeliano dell’amico Nethanyau e al secondo dalle cronache dei dazi che salgono e scendono nei suoi rapporti con amici e nemici, il presidente americano Donald Trump si starà godendo dalle sue postazioni reali o di fantasia le divisioni che riesce a creare fra i suoi interlocutori. O delle quali profitta per sviluppare la sua complessa, spesso indecifrabile corsa alla scomposizione degli equilibri geopolitici per ricomporli diversamente: conformi -si può sospettare ogni tanto- più ai suoi umori o interessi personali che a quelli degli americani che lo hanno eletto. O debbono subire col fiato sospeso, e le mani fra i capelli, quando li hanno, la sua seconda esperienza alla Casa Bianca. 

         Questa storia delle divisioni e delle incertezze di cui Trump approfitta nella sua azione non è fantasiosa. E’ concreta. E’ dimostrata da fatti e circostanze. Non credo, per esempio, che sia un caso “la stangata” dei dazi al 30 per cento, come la chiama Repubblica, che il presidente americano ha comunicato per iscritto alla presidente della Commissione dell’Unione Europea dopo avere registrato, e interpretato a suo modo, la confusione -a dir poco-nella quale Ursula von der Leyen è riuscita ad evitare la sfiducia promossa contro di lei da un praticamente sconosciuto sovranista romeno nel Parlamento di Strasburgo.

  Nella votazione, fra sì, no, astensioni e assenze, si sono scomposte a livello europeo e interno, considerando cioè i singoli paesi dell’Unione, tutte le aree. La maggioranza su cui può davvero contare la Commissione di Bruxelles è quella di tipo cosiddetto variabile. Cioè il caos, che qualcuno scambia per ordine. Non certo Trump, che appunto ne approfitta, come dicevo.

         In una Europa che il presidente americano ha preso di petto nella sua realtà istituzionale, interloquendo direttamente con la presidente tedesca al suo secondo mandato, l’idea di una reazione, di una risposta davvero unitaria, e perciò solida è debolissima. E lo è anche all’interno dei singoli paesi dell’Unione. In Italia, per esempio, si è subito replicato il solito spettacolo della maggioranza divisa e dell’opposizione lesta ad approfittarne a sua volta, come Trump alla Casa Bianca, per processare politicamente, se non si cercherà anche questa volta di tentare di farlo anche giudiziariamente, la premier Giorgia Meloni. Che si sarebbe lasciata prendere alla sprovvista dal pur amico, estimatore e quant’altro Trump e ora raccomanda solo calma. O esprime fiducia in un negoziato tutto da condurre.

Mai che da parte dell’opposizione, o delle opposizioni parlandone al plurale, venga la voglia, la consapevolezza di un momento di solidarietà nazionale di fronte alle emergenze.

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L’ombrellino nucleare offerto all’Europa da Francia e Gran Bretagna…

         Non una parola, dico una, sulle prime pagine dei giornali, ma neppure nel dibattito politico a livello partitico, solitamente abbondante, sull’accordo stipulato ieri tra la Francia e la Gran Bretagna, in ordine rigorosamente alfabetico, sul coordinamento delle loro forze nucleari. Che pure dovrebbe essere finalizzato all’ombrello di protezione dell’Europa, scomposta a livello di Unione ma ricomposta a livello nucleare, mentre quello degli Stati Uniti mostra, a dir poco, qualche difficoltà. Anche con la storia ingarbugliata del pagamento delle armi destinate alla difesa dell’Ucraina dall’accresciuta offensiva della Russia.

  Altro che le “stronzate” per telefono che il presidente americano Donald Trump ha rivelato di avere sentito da Putin parlando appunto dell’Ucraina. Qui la confusione si è fatta massima.  E in questo contesto  fa una certa impressione a dir poco scettica la ricostruzione alla quale si sono impegnati a Roma i partecipanti all’omonima Conferenza mentre Putin continuava e continua nelle opere di demolizione del paese tanto limitrofo alla Russia quanto sgradito.  

Salvate il soldato Antonio Tajani da un futuro di precarietà

In senso politico non abbiamo solo i fratelli d’Italia costituitisi a suo tempo in partito, nel deserto creatosi a destra con le disavventure, a dir poco, di Gianfranco Fini. E affidatisi alla guida delle due sorelle Meloni: Giorgia, salita quasi tre anni fa a Palazzo Chigi, e Arianna, maggiore d’età ma minore di grado.

         Abbiamo anche i fratelli Berlusconi: Marina e Piersilvio, figli di primo letto del compianto Silvio, fondatore di Forza Italia, e Barbara, figlia di secondo letto che ogni tanto mostra anche lei di voler dire la sua in politica.

         Oltre che fratelli Berlusconi, che dal padre hanno ereditato per ora solo i debiti del suo partito, che ne fanno non dico i proprietari ma sicuramente i garanti finanziariamente, molto più concretamente di quanto sia stato Beppe Grillo sino a qualche tempo fa per il Movimento 5 Stelle; oltre che fratelli Berlusconi, dicevo, Marina e Piersilvio sono per Antonio Tajani, segretario di Forza Italia, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, “amici”. Come li ha definiti lo stesso Tajani, specie parlando di Marina, come ha fatto di recente per mettere le mani avanti a chi le attribuiva un dissenso silenzioso dal cosiddetto jus scholae per la cittadinanza. Che Tajani ha sostenuto sino ad adombrare la possibilità di farlo approvare in Parlamento a qualsiasi costo e mezzo, ritrovandosi insieme, per esempio, col Pd di Elly Schlein, e contro la Lega e buona parte, se non tutti i fratelli d’Italia. Un dissenso silenzioso, dicevo parlando di quello di Marina Berlusconi che Pier Silvio ha espresso invece pubblicamente contestando la priorità attribuita da sinistra alla riforma della cittadinanza degli immigrati.  

         Ma Pier Silvio non si è limitato a parlare pubblicamente dello ius scholae. Egli ha voluto rispondere, e ancor più parlare di sua spontanea iniziativa, della “passione” politica, ereditata anch’essa dal padre con le aziende e tutto il resto, e della tentazione -chiamiamola così- di tradurla fra o entro due anni nella cosiddetta discesa in campo. Come fu quella del padre a 58 anni, quanto il figlio ne avrà -guarda caso- quando verranno rinnovate le Camere. Tanto, il cognome Berlusconi già è nel titolo del partito, come un marchio di fabbrica. Come la Fiat sulle macchine che produceva.

         Non dico apposta, per carità, con la malizia alla quale cedeva anche la buonanima di Giulio Andreotti scommettendo di indovinarci, ma nei fatti l’ipotesi di un Berlusconi in piena attività politica ha finito per allungare una fastidiosa ombra di precarietà sul segretario di Forza Italia eccetera eccetera Antonio Tajani. Che già si sente, con una ironia che in verità non gli è riuscita tanto bene, visto il tuffo che hanno fatto nelle sue acque un po’ tutti i giornali e i suoi avversari, “il ministro degli Esteri più sfigato della storia”, fra guerre che non si fermano e tregue che non reggono. In bocca al lupo, Antonio.

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Il chiaroscuro del governo italiano fra Roma e Strasburgo

         Tanto è consolante l’immagine del governo italiano in quella foto emblematica della Conferenza internazionale a Roma per la ricostruzione dell’Ucraina, dove Putin tuttavia continua a ordinare distruzioni e morti, quanto non lo è stata nel Parlamento europeo nella pur evitata sfiducia promossa da un sovranista romeno contro la presidente della Commissione dell’Unione, Ursula von der Leyen: la terza a sinistra in prima fila nella foto dell’evento romano.

         Persino la nave ammiraglia, per quanto in vendita, della flotta antigovernativa italiana, la Repubblica, ha dovuto riconoscere, ammettere e quant’altro che “l’Europa unita riparte da Roma” con la conferenza sull’Ucraina da ricostruire anche nelle parti, ripeto, che ancora non sono state distrutte dai russi e alleati ma lo saranno nei prossimi giorni. Sino a quando Putin, interrompendo le “stronzate” telefoniche al presidente americano Donald Trump, che se n’è doluto pubblicamente, non smetterà di dare ordini di demolizioni e morte dal Cremlino volendo emulare lo zar Pietro il Grande, in una visione ricomposta della storia russa dopo la lunga parentesi sovietica. Ma Pietro il Grande non disponeva delle armi persino  nucleari di Putin.

         Ma che “Europa unita” -ripeto- e temibile in Russia e dintorni è quella che ha una Commissione “esecutiva”, presieduta per la seconda volta dalla tedesca Ursula von der Leyen, a maggioranza a dir poco variabile? Direi variabilissima osservando i partiti che compongono il governo italiano. Dei quali Forza Italia ha potuto e voluto votare contro la sfiducia promossa per una vecchia vicenda di acquisti di vaccini durante la pandemia di Covid, la Lega ha voluto votare a favore e i Fratelli d’Italia della premier Giorgia Meloni non hanno voluto o potuto andare oltre la non partecipazione al voto.

         L’ex ministro democristianissimo Gianfranco Rotondi, eletto al Parlamento nelle liste del partito della Meloni, si è consolato e ha cercato di consolare i suoi amici ed estimatori, parlandone al Foglio, con la rappresentazione dei fratelli d’Italia e della premier in persona ora più vicini o meno lontani -come si preferisce- dal Partito Popolare europeo  cui appartiene quello tedesco, e sostanzialmente democristiano,  della von der Leyen.  No, Gianfranco carissimo. La divisione della maggioranza parlamentare italiana a Strasburgo non è meno grave e significativa di quella dell’opposizione italiana, al singolare. Sono due facce di una stessa medaglia intestabile alla confusione. Che non produce di solito poco o niente di buono, per quante illusioni possa creare i  un primo momento.

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Bombe a volontà, vere e di carta, un pò dappertutto nel mondo

         Qui ciascuno bombarda quello, dove e come  vuole o può: da Putin naturalmente, che in un giorno solo ha colpito l’Ucraina con 750 fra droni e missili, ai magistrati italiani che col solito uso o abuso di informazioni hanno deciso di bombardare il ministro della Giustizia Nordio che ne vuole separare le carriere e contenere le correnti, e al giovane Piersilvio Berlusconi. Che  ha bombardato di dichiarazioni il partito fondato dal padre, Forza Italia, in attesa di decidere se scendere in politica a tutti gli effetti fra due anni, quando si rinnoveranno le Camere e lui avrà la stessa età del genitore allorchè decise di scalare direttamente Palazzo Chigi, peraltro centrando l’obbiettivo e sgominando l’”allegra macchina da guerra” allestita dall’ultimo segretario del Pci Achille Occhetto.  

         Di Putin orma – e persino delle sue “stronzate”, come le ha definite uno stremato Donald Trump dopo avere fatto tanto per invogliarlo alla pace, sino a dargli dell’aggredito anziché dell’aggressore- è ormai evidente l’irriducibilità alla distruzione. A Roma arriva il presidente Zelensky, dividendosi subito fra Mattarella al Quirinale e il Papa a Castelgandolfo, per partecipare alla Conferenza internazionale per la ricostruzione del suo Paese? E Putin aumenta l’offerta delle distruzioni, appunto. Neppure l’intelligenza artificiale gli farà cambiare il modo di pensare e di agire.

         I magistrati italiani che si occupano di mezzo governo nel procedimento giudiziario sulla vicenda del generale libico Almasri rimandato nel suo paese, anzichè consegnato alla Corte dell’Aja che lo accusa di crimini feroci,   sono stati praticamente colti con le mani nel sacco dall’avvocata degli inquisiti, la senatrice leghista Giulia Bongiorno, nella diffusione di notizie, sospetti, voci e quant’altro finalizzate non al processo in un tribunale, se e quando vi si arriverà, ma al processo mediatico e politico. Che si svolge col solito rito sommario, fra linciaggi, richieste di dimissioni eccetera.

         Piersilvio Berlusconi, per ultimo, ha colpito e quasi affondato il già dicharatamente ministro “più sfigato” d’Italia o del mondo Antonio Tajani, in crociera o quasi con la proposta del cosiddetto ius scholae. Da delfino, ripeto, del compianto padre di Piersilvio il povero Tajani  è un po’ tornato ad essere, o rischia di tornare presto “il merluzzo” definito  da chi già non gli voleva bene con Silvio in vita. Una riduzione, questa, dell’immagine di Tajani che finisce per danneggiare anche la premier Giorgia Meloni, promossa invece a pieni voti da un Piersilvio forse lontano da quel professionismo necessario anche alla politica.  

Ma Gianni Alemanno che ci sta a fare ancora a Rebibbia ?

Non per scimmiottare la buonanima di Indro Montanelli, che comunque me l’avrebbe amichevolmente e generosamente permesso, e tanto meno per paragonare Gianni Alemanno addirittura al bandito Graziano Mesina, entrato a suo tempo nelle grazie del maestro del giornalismo italiano, mi chiedo che ci stia a fare l’ex sindaco di Roma, ex ministro, ex leader della cosiddetta destra sociale, a Rebibbia. Dove contribuisce suo malgrado al sovraffollamento penitenziario, riceve e accompagna visitatori eccellenti, com’è accaduto di recente col presidente della Camera Lorenzo Fontana, con tanto di foto d’occasione, per aiutarli a comprendere i problemi che ha preso a cuore e di cui scrive lettere ai giornali. Ma non solo. Ne scrive, o manda copie, anche ad ex colleghi parlamentari, di ogni colore, anche opposto al suo. Che ne fanno uso leggendole in aula.

         Anche a costo, giornalista pubblicista com’è, di perdere tanto corrispondente o inviato a Rebibbia e, metaforicamente, in tutti i penitenziari italiani, mi piacerebbe che qualcuno tirasse fuori dalla cella Alemanno. Che, per quanto gravi possano essere apparse al giudice di sorveglianza che se ne occupa le trasgressioni imputategli nella esecuzione ai cosiddetti servizi speciali della pena di un anno e dieci mesi inflittagli per il reato di traffico d’influenze, non mi sembra francamente meritare quello che gli è accaduto e gli accade ancora. 

         Finito prima come indagato e poi imputato nell’affare giudiziario chiamato addirittura “Mafia Capitale”, come se Roma fosse stata conquistata dall’omonima organizzazione criminale, Alemanno fu presto sottratto processualmente all’aggravante mafiosa. E condannato in appello nel 2020 per corruzione a 6 anni: il doppio chiesto dall’accusa. Poi cadde anche la contestazione della corruzione e la sua colpa si ridusse solo a quella del già ricordato traffico di influenze: un reato nel quale può incorrere chiunque abbia la sventura, infelice idea e quant’altro, di fare o ricevere una raccomandazione. A pensarci bene, io cominciai la mia carriera di cronista, in un giornale romano del pomeriggio, strappando al commissario che gestiva una catena di ospedali l’assunzione come portantino del quasi custode della palazzina in cui abitavo. E che face a sua volta carriera arrivando alla qualifica di infermiere di camera operatoria. Mi fece fare almeno una bella figura.

         Entrato in un affare giudiziario dal titolo così altisonante -ripeto- di Mafia Capitale e uscitone per traffico di influenze, Alemanno secondo me meritava già per questo semplice fatto una certa comprensione, a dir poco. Invece, è ancora lì, consegnatosi spontaneamente a Rebibbia la sera di San Silvestro del 2024 per trascorrervi il Capodanno del 2025 e, temo, anche quello del 2026, se qualcuno o qualcosa non riuscirà a tirarlo fuori per contribuire, non foss’altro, allo sfollamento penitenziario.

         Una mano forse, senza volere scomodare direttamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con tutti i grattacapi che ha, ma anche con la bonaria ironia che conosco bene, gliela avrebbe potuta dare la mitica suor Paola d’Auria. Alla quale praticamente Alemanno era stato affidato per l’esecuzione dei servizi sociali in condizioni di libertà.  Ma, benedetta suor Paola, di una strepitosa simpatia televisiva, è morta nello scorso mese di aprile.

A parte, ripeto, Mattarella col suo potere di grazia, non servirebbe a niente all’ex sindaco di Roma la simpatia di un vecchio giornalista come me, senza peraltro che mi sia capitato mai di votarlo quando lui era in politica. E riuscì a sorprendere persino Berlusconi riprendendo ecompletando con la laurea gli studi di ingegneria quando era ministro dell’Agricoltura. Berlusconi ci teneva e fu accontentato, diavolo di un uomo.

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Ripreso da http://www.startmag.it il 12 luglio

La giostra impazzita delle cronache politiche estere e interne

         C’è solo l’imbarazzo della scelta fra le notizie su cui piangere o ridere di più, indifferentemente, secondo gli umori di chi legge, o ascolta.  La notizia, per esempio, del governo non riconosciuto del generale Haftar in Cirenaica che cerca il riconoscimento, appunto, espellendo come ospiti non graditi tre ministri dell’Interno, fra i quali l’italiano Matteo Piantedosi, e un commissario europeo sbarcati a Bengasi dopo essere stati a Tripoli?  Dove c’è un governo più riconosciuto, o meno controverso, della Libia.

La notizia dell’ormai immancabile presidente americano Donald Trump che è riuscito a sdoganar anche la parolaccia “stronzate”, attribuite a Putin, dopo essersi vantato di avere il “culo” più baciato del mondo da estimatori fanatici, o da pavidi desiderosi di sottrarsi alle sue imprevedibilità?

La notizia, sempre in questo ambito della Casa Bianca, del premier israeliano che gli ha consegnato una copia della lettera  spedita ad Oslo per candidarlo al premio Nobel della pace? Che tuttavia sarebbe quella mancata perché le guerre che il presidente americano si era proposto o aveva promesso di far cessare continuano tra combattimenti, bombardamenti, stragi, tregue incerte e via discorrendo, compresa quella seguita in Iran ai bombardamenti israeliani e americani congiunti sugli impianti nucleari e dintorni di quel paese.

         Stefano Rolli, il vignettista del Secolo XIX, è stato il più sarcastico commentando a suo modo la candidatura di Trump al premio Nobel- ripeto, della pace- accoppiata  a quella del capo supremo ayatollah dell’Iran al premio Nobel della fisica. Quella atomica.

         E che dire del nostro Antonio Tajani, vice presidente del Consiglio, segretario di Forza Italia e candidato in alcuni retroscena giornalistici al Quirinale, pur mancando ancora quattro anni alla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella? Egli si è autodefinito in una circostanza pubblica, non privata, “il ministro degli Esteri più sfigato” d’Italia, e forse anche del mondo, per i dispetti che riceve ogni giorno, e notte, dalle cronache internazionali e domestiche. Non più tardi di ieri mi ero permesso di…ricamare sul silenzio, da lui stesso notato, di Marina Berlusconi sulla riforma della cittadinanza nota come ius scholae. Sulla quale ci sono volenterosi in attesa di convergenze inedite tra il partito fondato da Silvio Berlusconi e il Pd della segretaria Elly Schlein, su cui costruire la scomposizione dello schieramento più o meno bipolare attribuito alla politica italiana, alle spalle della premier Giorgia Meloni.

         E che dire, infine, dell’ex premier Giuseppe Conte, che ieri sera, ospite di Luca Telese e Marianna Aprile nello spazio televisivo de la 7 stagionalmente ereditato da Lilli Gruber, che ha cercato di convincere di non avere nulla, proprio nulla da opporre, se non qualche problema procedurale, diciamo così, alla candidatura della segretaria del Nazareno a Palazzo Chigi alla testa di quell’Araba Fenice dell’alternativa al centrodestra?

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Cade, anzi rotola la testa dell’ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti

         Ricordate quella signora con occhiali e abito nero seduta alla destra del presidente ucraino Zelensky alla Casa Bianca nel famoso incontro in cui, a fine febbraio scorso, il padrone di casa Donald Trump e l’ospite vennero quasi alle mani parlando della guerra mossa dalla Russia contro l’ingombrante paese vicino, bisognoso addirittura di una “denazificazione”? Quella signora, che si portò le mani fra i capelli nel momento peggiore di quella lite in diretta televisiva, era l’ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti Oksana Markarova, 48 anni. Era, perché della sua sostituzione le cronache riferiscono che abbiano parlato direttamente al telefono Trump e Zelensky nei giorni scorsi. A sostituirla dovrebbe essere un importante esponente del governo di Kiev. Della destinazione dell’ambasciatrice uscente, diciamo così, non si sa nulla. E probabilmente non se ne saprà nulla.

Spero per lei che non le capiterà di essere mandata a combattere su qualche fronte ucraino, dove si muore più che a Gaza nella sostanziale indifferenza delle piazze occidentali. Nelle quali si finge di non capire se i gazari sono uccisi più dagli israeliani o, come sembra a me, dai terroristi che li usano come ostaggi, avendo costruito sotto le loro case, le loro scuole, i loro ospedali, le loro strade gli arsenali da cui lanciano missili contro gli ebrei e la loro pretesa, pensate un po’, di vivere.

Una volta si diceva degli ambasciatori che non portano pena. Le cose evidentemente stanno cambiando anche per loro. Portano pena, eccome. E diventano i capri espiatori degli errori, delle incapacità, dei malintesi, dei doppi e tripli giochi dei loro rispettivi superiori. Che addirittura si accordano sul momento e sul modo col quale sostituirli e liberarsene.

Per quello che vale, cioè niente, vorrei esprimere tutta la mia personale, personalissima solidarietà a Oksana Markarova, fra le vittime in senso lato della guerra che da più di tre anni, per non andare ancora più indietro,  dura nella sua “martoriata” Ucraina, come diceva Papa Francesco e dice ora anche Papa Leone XIV.

Quel silenzio di Marina Berlusconi che (non) preoccupa Antonio Tajani

I guai di Antonio Tajani, 72 anni fra meno di un mese, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, non vengono tanto dagli affari di cui si deve occupare alla Farnesina, dividendoli peraltro con una premier come Giorgia Meloni, che non se ne sta certamente a Palazzo Chigi inoperosa, con le braccia incrociate, quanto dalla proposta che ha rilanciato del cosiddetto ius scholae. Che collega la cittadinanza degli immigrati nati in Italia, o arrivativi da minorenni, al loro percorso scolastico. 

         Non sono bastati, e non bastano, a Tajani i due fronti costituiti dal no degli alleati di governo e dallo scetticismo, a dir poco, della segretaria del Pd Elly Schlein. La quale gli ha appena mandato a dire, intervistata da Maria Teresa Meli per il Corriere della Sera, che “purtroppo è la seconda volta di fila che quando arriva il caldo Tajani annuncia di voler cambiare la legge sulla cittadinanza”. Ed ha aggiunto, ancora più sarcastica: “Stavolta mi sembra che abbiano aperto e chiuso nel giro di 12 ore”.

         Il no degli alleati di governo, intesi come i fratelli d’Italia della premier e i leghisti di Matteo Salvini, questa volta è stato doppio. Perché la materia , come si disse già l’anno scorso, non farebbe parte degli accordi di governo o del programma elettorale del centrodestra, dove invece Tajani ha trovato e sbandierato “il punto 6, che parla di integrazione di immigrati regolari”. E perché, o ancor di più perché non più tardi del mese scorso un referendum, risultato peraltro il meno disertato dei cinque promossi dalle opposizioni, ha confermato la sostanziale impraticabilità del terreno proposto per dimezzare la durata del percorso delle pratiche di cittadinanza.

         Ma quel diavolo di Bruno Vespa, nel caldo della sua fattoria pugliese dove convoca un po’ tutti a rapporto, o quasi, ha rifilato o fatto rifilare tra i piedi di Tajani a sorpresa, visto che non si può dire sia prevenuto contro di lui, la sensazione pur avvertita da altri che di jus scholae non voglia sentir parlare neppure Marina Berlusconi. Che sta notoriamente a Forza Italia, per quanto possano pesare altri sentimenti e ricordi, come un creditore nei riguardi del debitore. “Marina Berlusconi -ha risposto Tajani tenendo a conservarle rispettosamente il cognome – è un’amica. Non abbiamo mai affrontato questo tema. Non si è mai espressa su questo tema”. Non una parola in più o in meno.

E’ un silenzio, quello della figlia dello scomparso fondatore di Forza Italia, che Tajani considera evidentemente una risorsa. Ma che -nel dibattito politico di stile italiano, fatto più di sottintesi che di proclami sin dai tempi di Aldo Moro, i cui silenzi erano più rumorosi dei discorsi- potrebbe essere o rivelarsi un guaio per il segretario del partito azzurro. O persino il principale dei guai.

Pubblicato sul Dubbio

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