Pera fa al Senato con la riforma Nordio della giustizia come Garibaldi

         Al limite dell’ossimoro il senatore Marcello Pera, dirottato negli anni passati alla presidenza del Senato dal Ministero della Giustizia dove Silvio Berlusconi l’avrebbe voluto destinare, non è soddisfatto della separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Che tuttavia ha approvato insieme con i colleghi della maggioranza e con Carlo Calenda ancora formalmente all’opposizione.  

         In una intervista al Giornale egli ha paragonato i pubblici ministeri disciplinati dalla riforma costituzionale, che ha appena superato il secondo degli almeno quattro passaggi parlamentari necessari, a “1.300 ufficiali dei Carabinieri che si costituissero in un corpo, con gli stessi poteri di adesso ma senza ufficiali superiori e senza un comando generale”. Dei quali “ciascuno risponde a se stesso e nessuno è subordinato ad altri”.

         Con tutto il rispetto, la simpatia e quel poco anche di amicizia da lui concessami quando era presidente del Senato, il paragone di Pera fra i pubblici ministeri a carriera separata dai giudici e i 1.300 ufficiali dei Carabinieri senza superiori, cioè senza ordine, al singolare, non mi convince. I pubblici ministeri continueranno ad avere i loro superiori, che sono i capi delle Procure dove lavorano e i vice, che sono i procuratori aggiunti.

         Pera li preferirebbe come li avrebbe voluti nella Costituente il mitico Piero Calamamdrei, sottoposti non al governo, come l’associazione nazionale dei magistrati li considerano destinati a carriere separate da quelle dei giudici, ma a un “Procuratore generale commissario della giustizia” nominato dal Capo dello Stato “su una terna redatta dal Parlamento, che risponde di fronte alle Camere del buon andamento della magistratura, e sfiduciabile”.

         Una bella idea, di certo, quella del compianto Calamandrei. Che però non trovò campo fertile nell’Assemblea Costituente. Figuriamoci la fine che farebbe oggi in Parlamento se gli amici glielo lasciassero proporre. Il governo ha blindato la riforma nel testo attuale per evitarne un percorso più lungo. Ragione alla quale Pera si è arreso, ubbidendo come Giuseppe Garibaldi al generale Alfonso Lamarmora arrestando la sua avanzata verso Trento nella terza guerra d’indipendenza (1886). Ha ubbidito anche Pera conservando ed esercitando il suo diritto ad esprimere e spiegare il dissenso. Non siamo del resto in una guerra, anche se tale viene avvertita dall’associazione nazionale dei magistrati l’offensiva sindacale, culturale e quant’altro contro la riforma che porta ormai il nome del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Una guerra peraltro “di indipendenza” anch’essa, che le toghe associate considerano compromessa dalla separazione delle carriere e dalle altre innovazioni, come il doppio e parzialmente sorteggiato Consiglio Superiore della Magistratura e l’Alta Corte che sottrarrà i contenziosi dei magistrati alla disciplina che oggi chiamiamo domestica, in tutti i sensi.  

Il sorpasso delle 5 Stelle sul Pd nei rapporti con la magistratura

A proposito delle analogie, da alcuni avvertite e da altri contestate, fra le “mani pulite” a Milano nel 1992 e i “grattacieli puliti” di 33 anni dopo, sempre a Milano, mi sovviene un‘ammissione, confessione e quant’altro dell’ultimo segretario del Pci e primo del successivo Pds Achille Occhetto. Che si rammaricò a suo tempo del fatto che l’inchiesta sul finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica avesse finito per influenzare l’esito del confronto, a dir poco, apertosi fra i comunisti e i socialisti per l’egemonia a sinistra, e per un suo complessivo ridisegno, dopo il crollo del muro di Berlino.

Allora Bettino Craxi fece sventolare le bandiere orgogliosamente propiziatrici dell’”unità socialista” sotto l’insegna del garofano.  Propiziatrici per lui, che dal 1976, cioè dal suo arrivo alla segreteria socialista, perseguiva il riequilibrio dei rapporti di forza fra Pci e Psi, minacciose per Occhetto e compagni. Che si arroccarono in difesa e cavalcarono la vicenda giudiziaria di “mani pulite” per salvarsi dal compagno-nemico che incombeva.

I magistrati con la loro azione a Milano, rapidamente emulata altrove, apparvero così decisivi, volenti o nolenti, a favore del partito di Occhetto, tanto da provocare un contrappasso dantesco. Alle elezioni anticipate del 1994 vinse il centrodestra improvvisato da Silvio Berlusconi. E lo stesso Occhetto perse poi la guida del suo partito. La sinistra quindi, nel suo complesso e nelle nuove denominazioni dei partiti che la componevano, riuscì a godere solo dei guai di Craxi. Per il resto essa si condannò ad un’avventura che ancora continua come tale, tra alti e bassi, ma più bassi che alti, e nuove divisioni al suo interno.

E’ proprio su queste divisioni della sinistra che rischia di cadere come un incidente, più che come un aiuto, la vicenda giudiziaria dei “grattacieli puliti”, che finisce per svolgere, all’interno del cosiddetto campo largo della futuribile alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni, un ruolo a favore non del Pd ma dei suoi concorrenti, a cominciare da ciò che pur resta del Movimento 5 Stelle presieduto da Giuseppe Conte. Del quale è nota l’ambizione a tornare a Palazzo Chigi. Ma anche la cura con la quale ha cercato, e mi pare che sia anche riuscito a fare del suo movimento la sponda maggiore della magistratura, o di certa magistratura.

Non è un caso, credo, che al Senato abbia parlato contro l’approvazione, nel secondo degli almeno quattro passaggi parlamentari richiesti, della riforma costituzionale della giustizia per conto delle 5 Stelle l’ex procuratore generale della Cote d’Appello di Palermo Roberto Scarpinato. Ed ha parlato -altra curiosa coincidenza- mentre la sinistra incorreva in un’altra disavventura giudiziaria nelle Marche, all’avvio ufficiale della corsa dell’ex sindaco di Pesaro Matteo Ricci alla presidenza della regione.

Il diavolo, come si sa, si nasconde nei dettagli. O il veleno sta nella coda.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 27 luglio

L’autorete delle proteste al Senato contro la riforma della giustizia

         Sono state a dir poco sfortunate, almeno per le circostanze temporali, le proteste levatesi nell’aula del Senato contro la riforma costituzionale della giustizia proposta dal governo e approvata -nella seconda delle quattro tappe parlamentari del suo percorso- con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni.

         Quelle locandine sventolate dai banchi delle opposizioni sulla Costituzione rovesciata dovevano accompagnare solo il secondo passaggio parlamentare -ripeto- della riforma che, fra l’altro, separa le carriere e i Consigli Superiori della Magistratura giudicante e inquirente Invece hanno accompagnato anche, per circostanze di tempo volute dalla magistratura inquirente, l’azione giudiziaria appena promossa contro l’eurodeputato del Pd ed ex sindaco di Pesaro Matteo Ricci mentre cominciava la sua corsa ufficiale a presidente della regione Marche.

         Così le cronache miste di giustizia e di politica, già abbondanti per l’urbanistica milanese finita sotto inchiesta col sindaco Beppe Sala e altri settanta e più, sono ulteriormente aumentate. E nel solito intreccio di velenosi sospetti proprio sui tempi delle iniziative giudiziarie. Che hanno colpito Sala, a Milano, nel mezzo della sua partecipazione alla lunga corsa per la formazione del campo largo dell’alternativa nazionale al centrodestra, e per chi dovrebbe guidarla candidandosi a Palazzo Chigi. E Ricci a Pesaro all’avvio della corsa a presidente, ripeto, della  sua regione.

         Il fatto che quelle locandine sulla Costituzione al rovescio siano state sventolate dai banchi soprattutto del Pd, cui appartengono come indipendente Sala e come iscritto e militante Ricci, le rende praticamente ridicole. Un’autorete più che una rete.

         La Costituzione viene rovesciata non dalla legittima proposta governativa di riforma della giustizia, al termine del cui percorso si sa già che seguirà un referendum popolare di verifica, o conferma, ma da una magistratura che ormai da troppi anni, direi, riesce a intrecciare la sua azione con la politica. Ieri, una trentina d’anni fa, ai tempi di Tangentopoli, mentre a sinistra per effetto della caduta del comunismo sotto il muro di Berlino i socialisti – non a caso i maggiori penalizzati dalla magistratura- tendevano a strappare la guida della sinistra al Pci. Oggi mentre, sempre a sinistra, si gioca la partita già accennata dell’alternativa al centrodestra nella prospettiva delle elezioni politiche del 2027.  Un’alternativa la cui guida è contesa praticamente fra il Pd e il Movimento 5 Stelle che nel frattempo è diventato il partito a più alto tasso di affiancamento alla magistratura, come una volta era il Pci.    

Il corso lungo della magistratura e quelli corti della politica

Nel consentire a Beppe Sala, che ha accettato si vedrà se più con coraggio o imprudenza, di proseguire con il suo secondo ed ultimo mandato di sindaco di Milano, il Pd ha assicurato a livello locale e nazionale che la magistratura proseguirà “il suo corso”. Certamente, figuriamoci. Non potranno essere né Sala nè il Pd a poterlo impedire, anche se lo volessero dietro la facciata della sfida o della fiducia, come preferite.

         Ma temo per Sala, i suoi amici, i suoi estimatori, simpatizzanti eccetera che “il corso” della magistratura sia non meno insidioso insidioso di quello della maggioranza, se non addirittura di più. Anche perché nel caso del sindaco di Milano la maggioranza è solo apparentemente una sola. In realtà sono almeno due. Una è quella più o meno confermatasi nell’aula del Consiglio Comunale, dove non è presente nemmeno fisicamente il Movimento 5 Stelle che sta all’opposizione fuori, deciso a “non fare sconti”, come ha avvertito con severità, minaccia e quant’altro da Roma Giuseppe Conte camminando quasi a passo di carica fra la sua abitazione, gli uffici del partito e quelli della Camera.

         L’altra maggioranza è quella futuribile a livello nazionale alla quale lavora, sempre a Roma, la segretaria del Pd pensando –“testardamente unitaria”, come usa ripetere- al cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra. A partecipazione naturalmente pentastellata o pentastellare, anche a costo o a rischio di lasciarla guidare dallo stesso Conte, o da altri che dovessero prevalere nella corsa di cui ogni tanto si avvertono i rumori.

Al lavoro della Schlein per questa maggioranza a guida ancora incerta o improbabile non mi pare proprio che voglia o possa sottrarsi il Pd milanese. Dal quale pertanto Sala dovrebbe guadarsi per primo dietro la facciata della solidarietà ricevuta, del resto condizionata a quella che in politica anche noi cronisti ci siamo abituati a chiamare “fase due” di un governo, locale o nazionale che sia. Una fase che in genere, già nella cosiddetta prima Repubblica, quando c’erano partiti fortemente strutturati e leader un pò più navigati di quelli attuali, senza volerli offendere, si risolveva in un fiasco. O, se preferite, in una crisi ritardata, e quindi in una situazione più aggrovigliata e densa di veleni e sospetti.

         Il buon Andreotti -che pure si sarebbe poi distinto per una resistenza opposta a Ciriaco De Mita che ne voleva la caduta del governo di turno perché, a suo avviso, troppo logorato, sino a dire che “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia- mi disse una volta, che “le fasi due dei governi” dovevano intendersi addirittura “agonie”. Delle quali bisognava solo preoccuparsi che fossero per il malcapitato le meno dolorose.

         Mi rendo conto che non è bello parlarne. E neppure sentirne o leggerne per il sindaco Sala. Ma questa è -lui lo sa molto bene, con o senza quella “faccia di Cristo in croce” che gli ha impietosamente attribuito Carmelo Caruso sul Foglio sentendolo e vedendolo al Consiglio comunale di lunedì- la situazione in cui si trova, spintovi dalle circostanze sempre drammatiche quali sono quelle che si producono quando si intrecciano i “corsi” – ripeto- della politica e della giustizia, dei partiti e delle procure della Repubblica. Circostanze che francamente, pur condividendola, non so se e fin quanto potranno essere eliminate o ridotte dalla riforma costituzionale della giustizia “in corso” d’esame, anch’esso, in Parlamento. Quella, per intenderci, della separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, del doppio Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Alta Corte per le toghe, oggi sottoposte ad un trattamento domestico sotto tutti i punti di vista.

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Ripreso da http://www.startmag.it il 26 luglio

Le mani pulite ostentate da Beppe Sala nel Consiglio comunale di Milano

         Il sindaco Beppe Sala, indagato con più di altre settanta persone per l’urbanistica di Milano sporcata, secondo la Procura, da affaristi senza scrupoli e complici in conflitto d’interesse, ha deciso di restare fidandosi della solidarietà pur condizionata del Pd, che si aspetta da lui una correzione, quanto meno, di rotta. Lo ha deciso e annunciato al Consiglio Comunale ostentando le sue mani dichiaratamente “pulite”, come nel titolo dell’inchiesta del 1992 sul finanziamento tangentizio della politica. E in quasi tutti i titoli di prima pagina guadagnatisi oggi dal sindaco indagato, al quale Carmelo Caruso ha attribuito tuttavia sul Foglio, “la faccia del Cristo in croce”. In effetti, non era per niente felice. Meno infelice, in fondo, è apparso l’assessore alla cosiddetta rigenerazione urbanistica Giancarlo Tancredi, dimessosi spontaneamente nella speranza di evitare in questo modo, durante o dopo l’interrogatorio fissatogli per mercoledì in tribunale, l’arresto chiesto dagli inquirenti, per quanto domiciliare.

         Credo che difficilmente il consigliere comunale della destra Enrico Marcora vedrà realizzato il sogno francamente osceno, espresso in un fotomontaggio e contrario anche alla linea garantista dichiarata dalla premier Giorgia Meloni a Roma, di un Sala detenuto, lasciato però dai carcerieri con i suoi calzini gioiosamente colorati ai piedi.  Ma non per questo la vita del sindaco nel residuo del suo secondo e ultimo mandato a Palazzo Marino sarà facile, anche per tutte le diffidenze e ostilità che si è procurato nella sua stessa area di cosiddetto centrosinistra da quando ha mostrato un certo interesse, una certa voglia di partecipazione, non credo marginale, al cosiddetto campo largo dell’alternativa al governo di centrodestra da proporre agli elettori nel 2027. Una voglia che insisto a sospettare gli sia in qualche modo costata anche la disavventura, chiamiamola così, di questi giorni per l’abitudine ormai consolidatasi in Italia   di inquinare la politica con la giustizia, e viceversa.

L’inchiesta a Milano che non convince gli “esperti” Di Pietro e Fuksas

Antonio Di Pietro, 75 anni da compiere in ottobre, e Massimiliano Fuksas, 81 anni compiuti a gennaio, possono ben considerarsi due esperti nella valutazione di quell’inchiesta giudiziaria a Milano che si sta chiamando “Grattacieli puliti”, evocando in qualche modo le “Mani pulite” di 33 anni fa: gli uni e le altre accomunati dal proposito di eliminare lo sporco della corruzione.

L’ex magistrato simbolo delle mani pulite, Di Pietro appunto, e l’architetto tra i più famosi nel mondo, Fuksas, si sono pronunciati con uno scetticismo persino sarcastico su quanto è accaduto e sta accadendo nella Milano una volta da bere e ora da abitare, dicono quelli che la considerano proibitiva per i prezzi ai quali la speculazione avrebbe portato le vendite e gli affitti degli appartamenti.

         Di Pietro, parlandone col Foglio, ha detto che i grattacieli puliti “non c’azzeccano niente” con le sue mani pulite e ha esortato gli ex colleghi inquirenti a rendersi conto che quei palazzi che già svettano nel cielo di Milano o che si vorrebbero aggiungere non sono cose da “geometri di Canicattì”.

         Fuksas ha ricordato agli stessi inquirenti insorti a difesa di leggi e regolamenti finiti sotto i piedi di progettisti, costruttori e amministratori comunali, a cominciare dal sindaco indagato con più di settanta persone, che “in Italia abbiamo 170 mila leggi, in Francia ne hanno 6500, in Germania circa 7000”. “Abbiano più leggi di tutti, e poi abbiano tutti i regolamenti attuativi, e poi i regolamenti attuativi dei regolamenti attuativi, ma il piano regolatore è ancora quello del 1942”, ha continuato Fuksas non per fare dell’antifascismo.

         Quando l’intervistatrice di Domani ha tentato di esaltare il cantiere giudiziario, chiamiamolo così, Fuksas l’ha fulminata  dicendole che “la magistratura è un epifenomeno”, cioè “un fatto accessorio, la cui presenza o assenza non incide sull’esplorazione di un dato fenomeno”, spiega  il dizionario della lingua italiana “La magistratura -ha detto Fuksas- può trovare un reato, ma i buoi sono usciti dalla stalla”. “La corsa” agli affari, ai guadagni, alla spersonalizzazione della proprietà edilizia, per cui chi prende in affitto (caro) una casa raramente riesce a conoscerne il padrone, “si sospende per un attimo, si gira la pagina, si guarda da un’altra parte”. “La gente si annoia dei vostri articoli”, ci ha gridato in faccia Fuksas.

         Sul piano più strettamente politico, infine, deve essere apparso sinistro a Sala – incoraggiato dal suo partito, dopo qualche esitazione, e comunque a certe condizioni, a proseguire il suo lavoro sino alla conclusione del mandato- l’avvertimento mandatogli, in una intervista al Tempo, dall’ex sindaco di Roma Ignazio Marino. E’ quello di “non fidarsi del Pd” perché la sua abitudine sarebbe di piegarsi “alle convenienze” di turno. A prescindere dai segretari in carica. 

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La nuvola di Fuksas sul palazzo di giustizia di Milano e dintorni

         Agli urticanti giudizi di un esperto giudiziario come Antonio Di Pietro si sono aggiunti sull’inchiesta milanese intestata  ormai ai “grattacieli puliti” quelli di un esperto di urbanistica come l’architetto Massimiliano Fuksas, fra i più fanosi nel mondo. Che con una sua nuvola ha tolto un po’ di sole mediatico al palazzo di giustizia dove opera la Procura che ha messo sotto indagine una settantina di persone, fra le quali il sindaco Beppe Sala, per corruzione e quant’altro. L’assessore all’urbanistica sarebbe stato già arrestato se fosse rimasta invariata la disciplina delle manette in corso di indagini esistente all’epoca delle “mani pulite”, 33 anni fa.

         Fuksas ha ricordato che “in Italia abbiamo 170 mila leggi, in Francia ne hanno 6500, in Germania circa 7000”. “Abbiano più leggi di tutti, e poi abbiano tutti i regolamenti attuativi, e poi i regolamenti attuativi dei regolamenti attuativi, ma il piano regolatore è ancora quello del 1942”, ha continuato Fuksas non per dargli del fascista ma per sottolinearne l’inadeguatezza ai cambiamenti nel frattempo intervenuti.

         Il colpo di grazia all’indagine in corso l’architetto l’ha dato interrompendo l’intervistatrice di Domani convinta che la magistratura milanese abbia “trovato un bandolo” per uscire dalla situazione. “La magistratura è un epifenomeno”, ha reagito Fuksas sapendo bene che esso significa, leggendo il dizionario della lingua italiana, “un fatto accessorio, la cui presenza o assenza non incide sull’esplorazione di un dato fenomeno”. La magistratura -ha spiegato l’architetto- può trovare un reato, ma i buoi sono usciti dalla stalla. “La corsa” agli affari, ai guadagni, alla spersonalizzazione della proprietà edilizia, per cui chi prende in affitto (caro) una casa raramente riesce a conoscerne il padrone, “si sospende per un attimo, si gira la pagina, si guarda da un’altra parte”. “La gente si annoia dei vostri articoli”, ci ha gridato in faccia dalla sua nuvola Fuksas.

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Quell’affaccio fatale di Sala sul campo largo dell’alternativa

Alla voce “sarcasmo” corrisponde comunemente nel dizionario della lingua italiana una “ironia amara o caustica, espressione di insoddisfazione personale o di compiacimento nell’umiliare gli altri”. Vi si è attenuta ieri “la cattiveria” di giornata del Fatto Quotidiano, in prima pagina. Che in una decina di parole e una quarantina di battute tipografiche ha ritenuto -in vista dell’appuntamento del sindaco di Milano Beppe Sala col Consiglio comunale per la politica urbanistica finita sotto inchiesta giudiziaria- di rappresentare così la situazione politica, diciamo così, del primo cittadino ambrosiano: Ultim’ora- Sala sul Campo Largo: ”Sì, se è  edificabile”.

         Il campo largo, non necessariamente con le maiuscole, è quello immaginato filosoficamente e politicamente nel Pd da Goffredo Bettini, ed entrato rapidamente nelle cronache e nei retroscena della politica, come un’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni. Un’alternativa estesa da Matteo Renzi, propostosi su un campo sportivo l’anno scorso all’Aquila passando una palla alla segretaria del Pd Elly Schlein, al Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte e alla sinistra cosiddetta radicale di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.

         A questo campo ha avuto la disavventura -temo- di affacciarsi anche Beppe Sala, il cui secondo ed ultimo mandato di sindaco di Milano scadrà sulla carta fra meno di due anni, un po’ prima della legislatura e del governo Meloni. Vi si è affacciato Sala con un interesse, una curiosità e quant’altro scambiati da molti, a torto o a ragione, per una disponibilità a concorrervi, magari sistemandosi in qualcuna delle tende proposte dal già citato, immaginifico Bettini ai riformisti, moderati e simili, capaci -se mai vi riuscissero- di proporsi come “federatori”. E persino candidati a Palazzo Chigi, al posto dei due che vi aspirano più palesemente o dichiaratamente, che sono la Schlein, segretaria del partito per ora più votato fra quelli di opposizione, e Conte. I cui sostenitori lo ritengono ancora vittima fra il 2020 e il 2021 di un mezzo complotto per scalzarlo dalla guida del governo a vantaggio di Mario Draghi.

         Sarò malizioso, troppo malizioso, come del resto si vantava la buonanima di Giulio Andreotti confessando di “peccare” e insieme “indovinare”, ma le difficoltà di Sala, inevitabili come sindaco di una città delle dimensioni, delle capacità e persino della simbologia come quelle di Milano, sono cresciute da quel momento del suo affaccio, evidentemente imprudente, sul campo largo dell’alternativa. Un campo che i suoi avversari, critici, concorrenti ed altri vogliono precludergli temendo- come ha insinuato “la cattiveria” del Fatto Quotidiano– che ne voglia fare “un’area edificabile”. Con tutto ciò che l’edificabilità comporta in senso lato e dispregiativo.

         Le dimissioni di Sala da sindaco di Milano sono state reclamate a Roma, fra le proteste della collega del Pd, dal capogruppo al Senato delle 5 Stelle. Delle quali, politicamente parlando, non c’è traccia nel Consiglio Comunale ambrosiano. Ce n’è, navigando per internet, solo per gli “omonimi” alberghi della città. Dimissioni reclamate dal senatore Stefano Patuanelli, per una questione “etica”, ho letto sul Corriere della Sera. Una questione cioè morale, come quella sollevata negli anni Ottanta dal segretario del Pci Enrico Berlinguer sganciandosi dalla cosiddetta maggioranza di solidarietà nazionale nella quale si era ritrovato con la Dc e persino con l’odiato Psi di Bettino Craxi.

         La politica è capace anche di queste sorprese, di questi paradossi: il partito di Conte emulo del Pci di Berlinguer, erede della sua presunta diversità, superiorità e simili.  Il povero Sala è finito in questo tritacarne dell’assurdo. Per quello che vale, cioè niente, gli offro la mia solidarietà umana in questa giornata davvero particolare.

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Il dito della magistratura di Milano e la luna del sindaco sotto inchiesta

         Tutti in attesa, almeno in apparenza, di quello che il sindaco Beppe Sala dirà domani al Consiglio Comunale di Milano sulla prosecuzione o meno, e in quali condizioni il suo secondo mandato, fra due anni.  Cui comunque non potrebbe seguirne per legge un altro consecutivo.  In quali condizioni, perché la solidarietà espressagli dal Pd per telefono dalla segretaria nazionale e per comunicati dalla sede ambrosiana non è stata appunto incondizionata.

Sala sarebbe comunque tenuto a una correzione di rotta, accettando, fra l’altro e di fatto, la cogestione della politica urbanistica della città con gli uffici giudiziari. E con le loro interpretazioni di norme e regolamenti, di cui inutilmente sono state tentate modifiche in sede parlamentare col sostanziale ma insufficiente aiuto del governo. All’interno della cui maggioranza si sono fatte sentire resistenze, a dir poco, pari a quelle dello schieramento variegato di opposizione.

         Quello che si sta guardando in queste ore continua ad essere il dito di Sala. Quello che non si guarda, o si guarda meno, è la luna. Che è costituita dal futuro cui il sindaco ambiva sino all’altro ieri, o cui lo volevano destinare gli amici, di cosiddetto federatore di un campo largo dell’alternativa al governo nazionale. Un campo largo: esteso da Matteo Renzi, che come segretario del Pd lo aveva spinto al vertice dell’amministrazione comunale di Milano, a Giuseppe Conte. Che si è affrettato a precisare, appena è scoppiata la vicenda giudiziaria con una settantina di indagati, fra lo stesso Sala, e alcuni candidati alle manette, di non intendere fare “sconti a nessuno”, neppure al sindaco attuale di Milano, pensando non alla sua giunta, che prescinde dalle 5 Stelle, ma appunto all’ipotesi di trovarselo tra i piedi fra due anni come concorrente a Palazzo Chigi.

         Questo e non altro -neppure il tanto decantato interesse per la Milano diventata troppo cara anche per il ceto medio, allontanato nelle periferie più accessibili per gli affitti- è il terreno politico su cui si sta svolgendo l’offensiva nominalmente giudiziaria.  

Il boicottaggio del cantiere politico del sindaco Beppe Sala

Non è un’altra Tangentopoli, come quella del 1992 esplosa con l’arresto di Mario Chiesa a Milano, ha precisato anche l’insospettabile Antonio Di Pietro dando una lettura diversa dalla Procura ambrosiana della politica urbanistica di Milano. Della quale già da qualche tempo si contendevano il controllo, la gestione e quant’altro gli uffici preposti dell’amministrazione comunale di Beppe Sala e quelli giudiziari, convinti che fossero illegali, e persino corruttivi, le interpretazioni e applicazioni di leggi e regolamenti per le ristrutturazioni edilizie, riqualificazioni di aree eccetera.

         A dire chi avesse ragione fra gli uffici comunali e giudiziari, senza lasciare degenerare il conflitto fra gli uni e gli altri in una mezza guerra che è scoppiata con una settantina d’indagati e le prime richieste d’arresti, avrebbe potuto e dovuto provvedere il Parlamento con una legge di interpretazione autentica delle norme in vigore. Ma il percorso dell’iniziativa assunta dal governo, la cosiddetta “legge salva Milano”, è stato interrotto dalla sinistra, che pure avrebbe dovuto avere interesse a completarlo essendo appunto di sinistra la giunta Sala. E’ qui, quindi, a sinistra, che si è verificato un corto circuito, a dir poco. Se non un complotto.

E’ a casa sua, politicamente parlando, che il sindaco coinvolto nell’affare ora giudiziario deve cercare il Bruto o i Bruti di turno. Non a destra, dove si sono levate richieste di dimissioni e quant’altro ma anche quali la precisazione responsabile di Giorgia Meloni. Che festeggiando i suoi primi mille giorni a Palazzo Chigi, ha preso le distanze persino dal presidente del Senato Ignazio La Russa dicendo che è Sala a dovere valutare la situazione.

         La segretaria del Pd Elly Schlein è rimasta per alcune ore, quasi un giorno, silenziosa. Ma alla fine si è decisa ad esprimere la solidarietà telefonica al sindaco condividendone -si deve presumere- la contestazione delle valutazioni dei magistrati inquirenti. Tutto chiaro allora dopo la pur lungamente attesa telefonata della Schlein? Per niente.

Di Sala, in questa vicenda esplosa a livello giudiziario con tutte le solite cadute politiche e mediatiche, non è più in gioco soltanto la prosecuzione del mandato di sindaco, ai fini della quale la solidarietà della segretaria del Pd può avere l suo significato e peso. E’ in gioco, ancor prima o di più, il percorso che Sala si era proposto, o si era lasciato attribuire, di federatore del progetto di alternativa al centrodestra. E di candidato a Palazzo Chigi, spinto da quello spirito “civico” visto al Nord in lui e al Sud nel sindaco di Napoli, e presidente dell’associazione nazionale dei Comuni, Gaetano Manfredi.

         Rispetto a questo percorso, legittimo per un politico, la telefonata della Schlein vale poco o niente, ripeto. Vale  di più quel “rifiuto di sconti” annunciato, commentando appunto la vicenda milanese, dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che è un concorrente, nella corsa a Palazzo Chigi, della stessa Schlein e di Sala, deciso a sfruttare l’azione d’oro che ritiene di avere in mano considerandosi elettoralmente determinante nel campo dell’alternativa.

         E’ tutto a sinistra quindi, ripeto, il problema scoppiato a Milano. Come, del resto con la Tangentopoli di 33 anni fa, esplosa in sede giudiziaria e amplificata in sede politica e mediatica per liberarsi a livello nazionale di Bettino Craxi. Colpito peraltro proprio nella sua Milano perché ormai, finito il comunismo sotto il muro di Berlino, con lo slogan e le bandiere dell’”unità socialista” lui era diventato per il Pci e i suoi derivati, nominalistici e simbolici, con la falce e martello depositati sotto una quercia, ancora di più un’ossessione. Questa non è dietrologia. E non è più nemmeno cronaca. E’ storia. La sinistra ha finito per avvilupparsi nelle sue abitudini e angosce.

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