La maturità rivendicata da Nordio nel diritto di cambiare idea….

Pur pleonastica in un giornale come Il Dubbio, che è premessa culturale e storica di ogni ripensamento, credo che meriti un approfondimento la difesa del diritto rivendicato dal guardasigilli Carlo Nordio di sostenere la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri da lui contesta invece con altri colleghi di toga nel 1994. Una separazione ora troneggiante nella riforma della giustizia all’esame delle Camere con la doppia procedura delle modifiche alla Costituzione. Una riforma contro la quale è paradossalmente cominciata sul piano mediatico una campagna referendaria prima ancora che la legge abbia finito il suo percorso parlamentare.

         Prima Nordio ha cercato di contestare sul piano personale la contestazione, a sua volta, dell’associazione nazionale dei magistrati, che aveva ritenuto di coglierlo in fallo ripescando anche fotograficamente quella sua firma galeotta, diciamo così. Ha motivato, in particolare, il ripensamento col suicidio di un suo sfortunato imputato, che però sembra arrivato -secondo l’archivio solitamente aggiornato di Marco Travaglio- prima ancora di quella sua firma. Poi, penso con più efficacia e pertinenza, il ministro ha ritrovato fra le carte e fatto ripubblicare un suo articolo del 2017, di otto anni fa, ben precedente alla riforma proposta dal governo alle Camere sulla riforma della giustizia, in cui il ripensamento è proposto filosoficamente e storicamente come sintomo, prodotto e quant’altro di “maturità”. Che manca di certo ai paracarri, di solito resistenti agli urti.

         Così paradossalmente Nordio ha r concesso il diploma di maturità anche a quei tanti esponenti del Pd che in anni non lontani sottoscrissero congressualmente l’impegno per la separazione delle carriere dei giudici e degli inquirenti e ora invece la contrastano. Credo maliziosamente, o andreottianamente, più per (loro) convenienza politica, nel timore di non essere ricandidati al Parlamento da un partito che nel frattempo ha cambiato linea su questo punto, che per maturità. 

         Otto anni fa, in epoca -ripeto- non sospetta, quando forse neppure pensava di entrare in politica, Nordio indicò come esempi di ripensamento Einstein e  Oppenheimer, pentitisi della bomba atomica dopo averla, rispettivamente, impostata e realizzata. E tale, metaforicamente, si è rivelata nell’uso che se n’è fatta la carriera unica dei giudici e dei pubblici ministeri. Che una volta, in vista alla città giudiziaria di Roma, per il racconto fattone da Rosario Priore che l’accompagnava, un altissimo magistrato inglese si scandalizzò di  vedere nello stesso ascensore.

         In quell’articolo di otto anni fa, scritto con una preveggenza inconsapevole per natura, Nordio citò come esempi di apparente contraddizione anche la pena di morte fatta applicare a Mussolini da Sandro Pertini e quella reclamata come magistrato da Oscar Luigi Scalfaro contro un imputato capitatogli tra mani, piedi e coscienza in tempi ancora di guerra. Meditate gente, in toga e non. Meditate.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 2 agosto

Le riserve di Meloni e di Gentiloni sui “dettagli” dei dazi americani del 15 per cento sui prodotti europei

         E’ certamente significativa la riserva che la premier Giorgia Meloni si è presa prudentemente di esaminare “i dettagli” dell’accordo fra Trump e l’Unione Europea sui dazi americani al 15 per cento per valutarne appieno la portata e confermare la tendenza, diciamo così, mostrata per un giudizio positivo, essendo l’alternativa una più grave guerra commerciale fra le due sponde dell’Atlantico. E’ nei dettagli, del resto, che si nasconde proverbialmente il diavolo.

         In apparenza 15 è la metà di 30: quanto Trump aveva annunciato, ma non si sa, per esempio, se contiene o si aggiunge al circa 5 per cento di media che vigeva prima del negoziato, ha avvertito, per esempio, e giustamente, il vice direttore del Corriere della Sera Federico Fubini parlandone in onda a la 7.

         Ci sono “deroghe” genericamente annunciate su chip e prodotti agricoli, il capitolo rimasto aperto sugli acolici e altri dettagli, ripeto, che potrebbero cambiare, e di molto, le valutazioni dei danni alle industrie e all’economia dei paesi europei da compensare con misure di sostegno.

         La riserva, diciamo pure le riserve, al plurale, che sono state prese dalla Meloni sui dettagli non coincidono non si sovrappongono di certo, ma confinano quanto meno con quelle dell’ex commissario europeo ed ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, del Partito Democratico. Che ne ha scritto su Repubblica ricordando, fra l’altro, che di dettagli ancora da scoprire o valutare è pieno anche l’accordo raggiunto con Trump, prima dell’Unione Europea, dal Giappone. E avvertendo che comunque quella derivante dall’intesa fra Donald Trump e Ursula von der Leyen – con la solita stretta di mano e la promessa, quanto meno, del presidente statunitense di “più amicizia” verso gli europei “scrocconi” di altre recenti circostanze-  sarà, anzi è una “supertassa”. Costosa e sgradevole come tutte le supertasse.

         Anche se “c’è poco da festeggiare”, come ha scritto in apertura del suo commento, e se da parte europea, col concorso del governo italiano ci sarebbe stata poca forza, diciamo così, nella trattativa col presidente americano, peraltro conclusasi nell’abituale incertezza o imprevedibilità, essendo Trump mutevole di umori e persino interessi, Paolo Gentiloni ha voluto distinguersi dal tono e dal contenuto catastrofistico delle reazioni della segreteria del suo partito ed altri esponenti più o meno autorevoli del campo santo, piuttosto che largo, della futuribile alternativa al centrodestra.

Dario Franceschini si sente strattonato dal Corriere della Sera e lo smentisce

         Come era facile prevedere, e come lo stesso autore del quasi scoop aveva furbescamente messo nel conto considerandola una eventualità naturale, l’ex ministro del Pd Dario Franceschini ha smentito il “messaggio segreto” ai magistrati attribuitogli da Francesco Verderami, del Corriere della Sera, riferendo del discorso da lui pronunciato al Senato contro la riforma costituzionale della giustizia targata Nordio.

         Il messaggio sarebbe consistito in una proposta, offerta e quant’altro di scambio fra una magistratura più contenuta, quanto meno, nelle indagini che stanno investendo amministrazioni ed esponenti importanti del Pd, e più in generale della sinistra, e una mobilitazione estrema del Nazareno e dintorni nel referendum contro la riforma Nordio che ne seguirà l’approvazione. Una mobilitazione, secondo notizie e quant’altro adombrate sul Corriere della Sera, già avvertita nella sua pericolosità dalla premier Giorgia Melon: a tal punto da tentarla al rallentamento del percorso della riforma nota soprattutto per la separazione delle carriere fra giudici e inquirenti. Un rallentamento che farebbe slittare il referendum nominalmente “confermativo” a dopo le elezioni politiche del 2027.

         La smentita opposta alla “fantasia” del retroscenista del Corriere della Sera è arrivata da Franceschini anche a seguito di una sostanziale richiesta pubblica di chiarimento avanzatagli dal dichiaratamente amico ed estimatore ministro della Difesa Guido Crosetto. Che della riforma Nordio è tra i più convinti sostenitori. Ed è anche tra i fratelli d’Italia il più anziano emotivamente, con i suoi soli 61 anni, e vicino alla premier.

Ripreso da http://www.startmag.it il 28 luglio

Panico al Nazareno per la dipendenza del Pd da Giuseppe Conte

         Panico al Nazareno, neppure tanto nascosto, per l’ultimo sondaggio elettorale condotto dall’Ipsos di Nando Pagnoncelli. Nel mese trascorso fra il 26 giugno e il 24 luglio, durante il quale si sono intrecciate più del solito le cronache politiche con quelle giudiziarie, da Cementopoli ad Affidopoli, come i giornali chiamano le indagini che imbarazzano, a dir poco, il Pd  da Milano alle Marche, la Schlein ha perduto un modesto 0,3 per cento -peraltro quasi quanto lo 0,2 perso da Giorgia Meloni sul fronte del centrodestra ,attestandosi sul 28 per cento delle intenzioni di voto- ma il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte nel campo più o meno largo della futuribile alternativa al centrodestra ha guadagnato, secco, l’1 per cento. Che ha portato l’ex presidente del Consiglio ad un 14,3 per cento che lo rende determinante da quelle parti, per quanti sforzi possano fare da soli o siano aiutati a fare dal volenteroso Goffredo Bettini per allargare la “tenda” dei moderati, rifornisti e quant’altri.

         Un 14 per cento, arrotondando in difetto, è pari a quanto prendeva il Psi del garofano di Bettino Craxi, al quale la Dc non dell’amico Arnaldo Forlani ma del “nemico” Ciriaco De Mita nel 1983 fu costretto a cedere Palazzo Chigi per quattro anni, sino al 1987, dopo averlo lasciato meno dolorosamente, ma sempre con fastidio, a Giovanni Spadolini per circa un anno e mezzo, fra giugno del 1981 e novembre 1982.

         Schlein finge di non accorgersi, come i suoi collaboratori più stretti e i critici, se non avversari interni, che la circondano, ma il Pd nato dalla fusione dei resti del Pci, della sinistra democristiana e cespugli vari, si trova sul terreno dei rapporti con Conte nella stessa situazione, o pressappoco, della Dc con Craxi. Con la differenza che la Dc era la Dc, il Pd è il Pd e Conte naturalmente non è Craxi. Anche se questo, magari, lo renderà orgoglioso e più spedito nel passo.

         Dopo avere infilato con tanta testardaggine “unitaria”, come lei stessa la definisce parlandone in pubblico e in privato, il Pd in un campo dove Conte ha la cosiddetta azione d’oro, per quanto sceso a meno della metà dei voti che prendeva a suo tempo Beppe Grillo, la Schlein ne è rimasta sostanzialmente prigioniera. Non riuscirà probabilmente a sfilarsene, e chissà in quanto tempo, da sola. Né è facile che trovi qualcuno che possa ma soprattutto voglia aiutarla, al punto in cui sono arrivati i rapporti al Nazareno.  E’ più probabile che possa o debba tentare un altro, prima o dopo, l’impresa dello sganciamento.

Ripreso da http://www.startmag.it

La campagna referendaria contro la riforma non ancora approvata della giustizia

“Mi pare che si stia mettendo in pratica un progetto che, visto nel suo complesso, scardina gli architravi sui quali è stata costruita la nostra democrazia costituzionale. Penso all’autonomia differenziata, alla riforma del premierato, alla riforma della giustizia, alla legge sicurezza. Cambia non solo l’equilibrio tra i diversi poteri dello Stato, così sapientemente disegnato dai nostri costituenti nella preoccupazione di garantire che non si potesse giungere a una dittatura della maggioranza, ma anche il rapporto tra potere e cittadini”. Così, parlando del governo di Giorgia Meloni, ha detto verso la conclusione di una lunga intervista al direttore del Foglio Claudio Cerasa non la segretaria del Pd Elly Schlein, non il suo concorrente alla guida della futuribile alternativa al centrodestra, l’ex presidente pentastellato del Consiglio Giuseppe Conte, ma la giudice in carriera Silvia Albano, presidente della storica corrente di sinistra delle toghe chiamata Magistratura democratica.

         Sono parole, quelle della dottoressa Albano, non certo sorprendenti per la storia della sua corrente, ripeto, e per i suoi recenti interventi professionali, cioè giudiziari, che l’hanno persino orgogliosamente opposta al governo per l’applicazione che questo si aspettava delle norme disposte per contrastare l’immigrazione clandestina. Ma sorprendenti per chi. leggendo la prima parte dell’intervista, si era illuso che il buon Cerasa facesse il miracolo propostosi, sulla scia di quanto ottenuto di recente da Antonio Di Pietro, non dico di convertire, per carità, ma di spostare di qualche metro o centimetro la posizione della sua interlocutrice nota, a torto o a ragione, come la capa delle “toghe rosse”. E così rappresentata anche nel titolo, in rosso anch’esso, dedicatole in prima pagina dal Foglio.

         Con quella risposta alla domanda sul governo Meloni, preceduta del resto dalla natura “resistenziale” rivendicata dalla giudice per il referendum cui l’associazione dei magistrati intende partecipare attivamente contro la riforma della giustizia all’esame del Parlamento, la giudice Albano ha buttato, volente o nolente, un barattolo di vernice, non dico di quale colore, sulla tela che il povero Cerasa voleva completare di una magistrata polemica sì, anche di punta, ma non del tutto salita sulla montagna per “resistere”, come dicevo, al governo propostosi di instaurare “la dittatura della maggioranza”. Preferibile forse a quella della minoranza, ma pur sempre dittatura.

         Il buon Cerasa ha ugualmente esposto come bandierine o trofei, nei sommari apposti ai titoli sulla sua intervista alla dottoressa Albano, il riconoscimento strappatole di una certa ragionevolezza della “inappellabilità di primo grado” prospettata dal ministro della Giustizia, o l’ammissione che “ci siano state occasioni in cui la magistratura ha pestato il fianco a critiche”, o il riconoscimento degli “aggettivi di troppo” negli atti dei pubblici ministeri, e persino nelle sentenze. Ma il risultato o quadro complessivo della tentata conversione della “capa delle toghe rosse” è stato francamente negativo.

         Il guaio maggiore dell’associazione nazionale dei magistrati è tuttavia quello di essere rimasta a sinistra, diciamo così, pur sotto la presidenza del moderato Cesare Parodi, di Magistratura indipendente. Che ha come il fiato addosso quello del segretario Rocco Maruotti, di Area democratica, affine all’omonima Magistratura. Il referendum contro la separazione delle carriere e il resto le vedrà tutte appassionatamente insieme. Un referendum la cui campagna è paradossalmente cominciata, come solo tra i magistrati poteva accadere, prima ancora che sia stata approvata del tutto la riforma Nordio in Parlamento.

Pubblicato su Libero

Goffredo Bettini scende dalle stelle fuori stagione per soccorrere l’amico Matteo Ricci

         Goffredo Bettini, già spintosi nel Pd a sostenere le carriere separate dei giudici e degli inquirenti perché dichiaratamente abituato dal compianto padre avvocato a diffidare di un potere giudiziario troppo forte, senza gli opportuni bilanciamenti nel rapporto anche con l’imputato all’interno del processo, ha compiuto un altro passo avanti sul terreno della giustizia e delle sue ricadute politiche.

         Il guru del Pd, quale Bettini viene considerato da tempo, ha preso la penna non per una dedica -come nella foto- di un suo libro a Matteo Ricci, amico e compagno di partito in tutte le edizioni del suo percorso, ma per il lancio di una proposta di solidarietà con l’ex sindaco di Pesaro e candidato alla presidenza della regione Marche. Che ha avuto notoriamente l’inconveniente di avere ricevuto l’avviso di cosiddetta garanzia proprio all’avvio delle procedure delle elezioni regionali, entrando nell’avventura di Affidopoli, come l’’inchiesta è stata mediaticamente chiamata.

         Compiaciuto della solidarietà e fiducia confermate all’amico Ricci dalla segretaria nazionale del partito Elly Schlein, e della modica reazione, diciamo così, del Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, che non ha ancora ritirato l’appoggio annunciato alla corsa regionale dell’europarlamentare ed ex sindaco di Pesaro, chiedendo solo “le carte” per valutarle, Bettini ha proposto un accordo generale fra tutti gli schieramenti che si contendono di volta in volta il governo del Paese. Sarebbe quello di reagire francescanamente, diciamo così, a tutte le disavventure giudiziarie che dovessero continuare ad avere candidati, amministratori, parlamentari, cioè prendendone atto senza anticipare in alcun modo l’esito del percorso. Rispettando cioè alla lettera la presunzione di innocenza del resto messa in Costituzione, e sistematicamente ignorata da sempre, e non solo dai trent’anni e più che ci separano da Tangentopoli, mani pulite e via chiamando di volta in volta le inchieste a cronaca mista, giudiziaria e politica.

         Bella idea, bella proposta, per quanto un po’ tardiva, e formulata curiosamente in coincidenza coi problemi difficili maturati a sinistra con la magistratura. Bettini è sceso dalle stelle fuori stagione, diciamo così. Ma sarebbe bello lo stesso se Schlein e Meloni, Conte e Salvini, già abituati del resto a convivere in un governo, Tajani e Fratoianni, che fanno pure rima, Lupo e Bonelli, si incontrassero e sottoscrivessero l’intesa, il manifesto e quant’altro proposto oggi, via facebook, da Bettini. Affidandogli magari un ruolo di garante, assumendolo come un proboviro interpartitico. Un colpo di sole in estate sarebbe del resto naturale.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 27 luglio

I presunti messaggi riservati di Franceschini ai magistrati che disturbano

         In un articolo misto di cronaca, retroscena, analisi e immaginazione Francesco Verderami sul Corriere della Sera ha visto e indicato nel discorso “pubblico” pronunciato al Senato conrto la riforma costituzionale della giustizia un “messaggio riservato” ai magistrati molto, forse troppo attivi in questo periodo ai danni della sinistra che amministra a livello locale e aspira all’alternativa al centrodestra a livello nazionale.

Un messaggio “riservato” in un discorso pubblico è un ossimoro, cioè una contraddizione in termini, come scrivere di un silenzio assordante. Ma di ossimori, si sa, è pieno il linguaggio politico. E anche quello letterario calzante con Franceschini scrittore di romanzi, oltre che regista nel Pd di tutte le maggioranze che si creano, si trasformano e si alternano. Un uomo insomma fatto apposta per messaggi riservati in discorso pubblico, ripeto adottando parole e immagini del retroscenista del Corriere.

         Il messaggio ai magistrati sarebbe quello di potersi fidare, a dispetto dei dissensi emersi in qualche settore del Pd, della mobilitazione del partito del Nazareno nella “battaglia referendaria tutta politica” per la bocciatura della riforma della giustizia che ha appena superato al Senato il secondo degli almeno quattro passaggi parlamentari necessari. Una riforma notoriamente indigesta alle toghe, almeno quelle associate e più attive, per la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministri, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura  con un misto di elezione e di sorteggio, il conseguente colpo al gioco delle correnti e l’Alta Corte alla quale sottomettere, in modo non più “domestico”, i procedimenti sui magistrati.

         Nel suo “messaggio riservato” alle toghe, ma anche nell’incontro segreto con un “alto” magistrato non meglio definito, Franceschini avrebbe anticipato i timori che già avvertirebbe la premier Giorgia Meloni per ciò che lo stesso Franceschini starebbe organizzando nella conduzione del referendum sulla riforma della giustizia. Che la prenier, in particolare, dietro l’apparente accelerazione parlamentare avrebbe deciso o sarebbe tentata di ritardare per fare svolgere il relativo referendum dopo e non prima delle elezioni del 2027. Come, d’altronde, le è già stato attribuito per il referendum sul premierato.

         A conclusione del suo racconto da scoop Verderami si cautela da ogni smentiva scrivendo dell’”abilità” e della “prudenza” di Franceschini, “pronto a smentire”, appunto, “perché non può consentire che emerga ciò che davvero pensa, riservatamente dice”, ma soprattutto fa. L’invito, insomma,  ai magistrati e ai lettori, più in generale, è a fidarsi più di lui, Verderami, che del tenebroso senatore e regolo del Pd.  O del capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia, fedelissimo della segreteria del partito Elly Schlein.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il compiacimento masochista della sinistra per l’assalto delle toghe al governo

A pensarci bene, neppure ai tempi di Tangentopoli  –quando tutto in fondo cominciò, ma con la mobilitazione di piazza stavolta mancata, almeno sinora, magari solo perché il Paese è disturbato dal caldo o dall’acqua dove cade troppo in abbondanza- si verificò lo sconquasso istituzionale di questi giorni. Come merita di esse considerato l’assalto combinato dei magistrati, associati nel loro sindacato o “tutelati” nell’omonimo Consiglio Superiore. Dove il ministro della Giustizia, peraltro ex magistrato, ma forse anche o soprattutto per questo, è finito praticamente sotto processo per avere osato contestare le critiche mossegli da un sostituto procuratore della Cassazione senza alcun rispetto per le competenze del tribunale dei ministri. Che se ne sta occupando.

         Eppure allora, più di 30 anni fa,  nonostante i ricordi, ripensamenti e quant’altro di Antonio Di Pietro tornato alla sua terra, in ogni senso, le inchieste sul finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica investirono il sistema. Come Craxi sfidò gli inquirenti e i partiti che li sostenevano a riconoscere sino in fondo, riducendo tutta la politica, il sistema appunto, ad un’associazione a delinquere che non avevano avuto invece il coraggio di contestare. Ad un “sistema criminale”, disse il leader socialista nell’aula di Montecitorio, ormai agli sgoccioli di una carriera che lo aveva portato per quattro anni, fra il 1983 e il 1987, alla guida del governo. Dove peraltro egli sarebbe tornato nel 1992 , con la sua alleanza con la Dc, se non fosse stato investito giudiziariamente, sino a dovere evitare l’arresto rifugiandosi nella sua casa estiva di Hammamet.

         Neppure in quei giorni, ripeto, di confusione e di eccitamento all’odio, con i giornali che avevano assunto le manette come logo delle pagine interne dedicate alle cronache giudiziarie e politiche, si arrivò ad un assalto per quanto metaforico al governo. O ai governi, per includere quelli che seguirono all’ultimo di Giulio Andreotti. E pensare che a presiedere il Consiglio Superiore della Magistratura era l’ex magistrato, pure lui come Nordio, che si vantava di sentirsi ancora addosso la toga: Oscar Luigi Scalfaro. Il quale reclamava le dimissioni dei ministri indagati minacciando lo scioglimento delle Camere.  

         Il multiforme “campo largo” della improbabile alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni, per quanto investito esso stesso dalle Cementopoli, Affidopoli e varie che troneggiano sulle prime pagine dei giornali, sta assistendo a questo spettacolo – l’assalto al governo come al Palazzo d’Inverno- con un compiacimento più da intossicati che da lucidi. Non si rendono conto, lorsignori, come li chiamerebbe Fortebraccio se il mio amico Piero Sansonetti potesse disporne nella Unità riportata nelle edicole con un editore di destra, che se dovessero mai riuscire a vincere le elezioni politiche e tornare a Palazzo Chigi, si potrebbero trovare nelle stesse condizioni odierne della Meloni. Vi si troverebbero sia con la segretaria del Pd Elly Schlein, ancora più giovane della Meloni, sia con Giuseppe Conte, che sogna di notte e di giorno il posto perduto nel 2021.

 Conte, magari, potrà pensare in cuor suo di non correre rischi, o di correrne di meno, essendo riuscito a strappare al Pd, e alle edizioni precedenti, la posizione di maggiore fiancheggiamento della magistratura. Dalla quale sta anche ricavando in questi giorni un aumento della sua capacità contrattuale nel cosiddetto campo largo. L’ha subito spesa nelle Marche chiedendo “le carte” dell’ex sindaco di Pesaro Matteo Ricci, indagato in coincidenza con l’avvio delle procedure per le elezioni regionali alle quali egli è candidato della sinistra alla presidenza.

Ma la ruota gira, caro Conte zio di manzoniana memoria. E quella della magistratura ormai è imprevedibile, tanto è diventato grande il suo potere grazie alle debolezze e alle paure sulle quali essa ha potuto contare di volta in volta dal lontano 1992.

Pubblicato su Lbero

Continua a Milano la spasmodica attesa delle manette per Cementopoli

         Ha fatto notizia sulla prima pagina di Repubblica -l’unica fra quelle selezionate quotidianamente dalle rassegne parlamentari della stampa- l’ostinazione, probabilmente anche condivisa nell’intimo giustizialista, con la quale i pubblici ministeri di Milano hanno ribadito la richiesta di arrestare gli indagati sull’urbanistica ambrosiana, anche dopo gli interrogatori di garanzia eseguiti dal giudice competente.

         L’indagine milanese, che intanto ha provocato le dimissioni dell’assessore comunale Tancredi e l’entrata della giunta di Beppe Sala in una cosiddetta “fase due”, dai caratteri correttivi richiesti dal partito principale della maggioranza, che è il Pd, ha forse trovato un suo nuovo nome mediatico. Glielo ha applicato lo storico settimanale Espresso, che ha gridato in copertina Cementopoli. Avrà probabilmente più fortuna di altri ispirati sempre alla madre, diciamo così, di tutte le vicende giudiziarie di questo tipo che fu chiamata Tangentopoli nel 1992. Un nome che smentisce da solo il tentativo compiuto in questi giorni da Antonio Di Pietro, fra i protagonisti giudiziari di quell’anno, di distinguere le sue famose “mani pulite”, che avrebbero riguardato solo i reati e i loro responsabili, da quelle in corso ora a Milano, che sembrano perseguire, colpire e quant’altro “un fenomeno”.  Col rischio conseguente di bloccare lo sviluppo di una metropoli e di interferire con la politica dalle cui scelte esso deve dipendere.  Non dalla preferenza del modello che Di Pietro ha ironicamente, anzi sarcasticamente indicato nel “geometra di Canicattì”.

Il ministro della Giustizia processato dal Consiglio Superiore della Magistratura

Il “fuoco” ripetuto dell’associazione nazionale dei magistrati non è bastato. Si è aggiunto il Consiglio Superiore della Magistratura. Che con la posizione assunta oggi contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio per avere ribattuto alle critiche mossegli dal  sostituto procuratore della Cassazione Raffaele Piccirillo, messo ora sotto “tutela”, ha fatto ciò che nel 1985, su un livello più alto,  gli era stato impedito dal presidente Francesco Cossiga, presidente anche della Repubblica naturalmente.

         Allora nell’obbiettivo del Consiglio Superiore entrò direttamente il presidente del Consiglio Bettino Craxi per avere criticato il trattamento giudiziario troppo lieve, a suo giudizio, riservato ai responsabili dell’assassinio terroristico del giornalista del Corriere della Sera, e suo personale amico, Walter Tobagi, Che era stato ucciso sotto casa come un cane da un gruppetto estremistico che aspirava anche con quella azione ad essere assorbito dalle Brigate rosse. Delle quali il povero Walter, amico anche mio, aveva preso la imprudente abitudine di occuparsi sostenendone la pericolosità -e capacità di fuoco, dimostrata nel 1978 col sequestro di Aldo Moro, lo sterminio della scorta e l’uccisione dell’ostaggio dopo 55 giorni di prigionia- ma anche la possibilità di sconfiggerle.

         Informato non direttamente da lui, suo amico e collega di patito e di corrente democristiana, che il Consiglio Superiore della Magistratura stava per essere convocato per criticare Craxi e mettere praticamente sotto tutela giudici e inquirenti che si erano occupati del delitto Tobagi, il presidente Cossiga chiamò il vice presidente dell’organo di autogoverno della magistratura Giovanni Galloni per controllare l’informazione. A sentirsela confermare il capo dello Stato saltò letteralmente sulla sedia e spiegò all’interlocutore che il presidente del Consiglio risponde delle sue opinioni e della sua azione politica al Parlamento, che lo fiducia o sfiducia, non al Consiglio Superiore della Magistratura. Il capo del governo poteva allora finire pure sotto processo ma alla Corte Costituzionale, e non su iniziativa del Consiglio Superiore. Ora le cose sono cambiate.  Presidente del Consiglio e ministri finiscono all’omonimo tribunale.

         Poiché Galloni mostrava di voler tenere il punto, considerando normale l’ordine del giorno predisposto per il Consiglio del Palazzo dei Marescialli, Cossiga glielo impedì ritirandogli la delega della convocazione dell’organo di autogoverno della magistratura. E lo avvisò con la sua solita franchezza che se il Consiglio fosse stato convocato lo stesso e si fosse riunito allo scopo propostosi avrebbe mandato i Carabinieri, d’altronde già d’abitudine davanti al palazzo a proteggerlo, per impedire un evento per lui eversivo.

         La polemica naturalmente non finì col blocco della convocazione e della seduta. I rapporti fra Cossiga e Galloni non si sarebbero più ricomposti davvero. E Craxi naturalmente ringraziò Cossiga nella sua triplice veste di presidente del Consiglio, di leader politico e di amico personale, come il Guardasigilli Carlo Nordio non ha potuto fare ieri col vice presidente del Consiglio Superiore Fabio Pinelli, che di fatto ha gestito una vicenda tradottasi in un sostanziale processo a lui, Nordio.

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