Quel cardinale di Santa Romana Chiesa che veste di rosso ma preferisce l’azzurro

Di rosso il cardinale Ruini – Camillo come il prete emiliano, e perciò conterraneo, passato dalla fantasia di Giovannino Guareschi allo storico film del 1955 recitato da Fernandel, contrapposto al comunista sindaco Peppone- ha soltanto, diciamo così, il sangue che gli scorre nelle vene da 94 anni e mezzo e i paramenti sacri e abiti d’ordinanza. Ma i suoi colori politicamente preferiti sono stati e sono altri.

Prima è stato il bianco del giglio metaforicamente applicato da Amintore Fanfani alla giacca della Democrazia Cristiana, il cui scioglimento da parte dell’ultimo segretario Mino Martinazzoli il cardinale Ruini sconsigliò inutilmente, parlandone con tutti quelli che bussarono alla sua porta in quei giorni non per confessarsi, o non solo, ma proprio per sondarne umori e raccoglierne pareri.

Poi il colore politicamente preferito da Ruini è stato ed è rimasto l’azzurro. L’azzurro prima del suo amico e devoto Silvio Berlusconi, che preferiva proprio l’azzurro al forzista che i giornalisti gli applicavano dal nome del partito che egli aveva fondato scendendo in politica per candidarsi direttamente alla guida del governo. E vincendo clamorosamente sulla “gioiosa machina da guerra” allestita con spavalderia goliardica dall’ultimo segretario del Pd e primo del Pds Achille Occhetto. Dopo, consumatasi la guida berlusconiana del centrodestra col criterio del peso elettorale di ciascuno dei partiti della coalizione, è subentrato l’azzurro della destra di Giorgia Meloni. Ai cui “fratelli d’Italia” Ruini ha appena riconosciuto il merito, in una lunga “confessione” con la Stampa, di avere stabilizzato una politica dagli equilibri incerti o confusi.

Nella cosiddetta prima Repubblica -ha ricordato Ruini- “per 40 anni il voto era consolidato” fra “il grosso che votava Dc o Pci” e “il resto Psi e partici laici”. “Poi -ha detto ancora il cardinale -“c’è stata una fase in cui i voti hanno cominciato a spostarsi rapidamente con leadership che passavano in poco tempo dal 3 al 30 per cento”, come nel caso delle 5 Stelle di Beppe Grillo. “O viceversa”, ha aggiunto Ruini. Ma “adesso siamo entrati in un’epoca differente e, più o meno, c’è una certa stabilità con un partito come Fratelli d’Italia che può contare all’incirca sul volume di consensi che aveva Forza Italia nel periodo più favorevole”. E iniziale, che sorprese e spaventò a tal punto, fra l’estate e l’autunno del 1994, l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro da chiamare al Quirinale anche il cardinale Ruini per chiedergli aiuto nel piano di crisi del primo governo di Berlusconi. E vederselo rifiutare con grande sorpresa, oltre che rammarico, non essendo evidentemente informato, pur con tutti gli apparati comunicativi di cui disponeva al Quirinale, della simpatia, se non ancora dell’”amicizia” fra il Cavaliere di Arcore e il presidente della Conferenza episcopale italiana. Amicizia ora dichiarata da Ruini senza infingimenti.

Al riconoscimento del ruolo “stabilizzatore” del partito della premier il cardinale ha voluto aggiungerne uno personale per lei. “Giorgia Meloni è davvero brava e ha saputo circondarsi di collaboratori di riconosciuto valore”, ha detto il cardinale soffermandosi sul “sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, giurista cattolico di indubbio spessore che ha dimostrato capacità e senso di responsabilità anche alla guida della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre”. “Figura di garanzia”, ha aggiunto il cardinale.

Di riflesso, come a Forza Italia capitò nella congiuntura eccezionale e sotto ceti aspetti drammatica del passaggio dalla prima alla seconda Repubblica di ereditare spazi elettorali e ruoli che erano stati della Dc e dei suoi alleati socialisti e laici, adesso -sembra di capire dal ragionamento e dalla ricostruzione storica di Ruini- quegli spazi e ruoli sono condivi dalla destra meloniana. A dirlo, soffermandosi in particolare sulla Dc, non è solo ricorrentemente l’ex ministro Gianfranco Rotondi.

Pubblicato su Libero

La benedizione, e anche di più, di Ruini alla premier Meloni

E’ tornato con i suoi ricordi e giudizi il cardinale Camillo Ruini, 94 anni e mezzo. Sempre netto nelle posizioni, tanto da essersi procurato non poche critiche a sinistra e nella stessa Chiesa quando da presidente dei vescovi italiani si schierò con Silvio Berlusconi appena arrivato a Palazzo Chigi. E rifiuto l’invito dell’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, fra l’estate e l’autunno del 1994, a concorrere alla sua prima caduta. Un invito ricordato dallo stesso Ruini l’anno scorso confessandosi, diciamo così, col Corriere della Sera.

         Questa volta il cardinale si è confessato con La Stampa. E parlando della politica italiana, oltre che del nuovo Papa e delle guerre, non solo ha confermato un’”amicizia” dichiarata col compianto Berlusconi e un certo scetticismo sulla prospettiva dei figli, anch’essi tentati dalla cosiddetta discesa in campo, ma ha fornito un deciso sostegno a Giorgia Meloni. Quasi un’adesione onoraria non dico direttamente ai fratelli d’Italia della premier in carica, ma almeno ai cugini.

         Proprio per spiegare, mi pare, il suo scetticismo su una replica dell’amico Berlusconi attraverso i figli il cardinale Ruini ha detto, testualmente: “E poi in Italia noi abbiamo Giorgia Meloni, che è davvero molto brava e che ha saputo circondarsi di collaboratori di riconosciuto valore come il sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, giurista cattolico di indubbio spessore che ha dimostrato capacità e senso di responsabilità anche alla guida della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa chesoffre. Figura di garanzia”.

         Scettico, se non contrario anche a un nuovo partito cattolico come fu la Dc nella cosiddetta prima Repubblica, il cardinale ha apprezzato “una certa stabilità” assicurata da “un partito come fratelli d’Italia che può contare all’incirca sul volume di consensi che aveva Forza Italia nel periodo più favorevole”. E ancora: “Gli schieramenti destra-sinistra rimarranno questi sulla traccia di quanto avviene in Europa. Il fatto che la premier Meloni richiami nella sua azione di governo le radici cristiane costituisce un fattore estremamente positivo per l’Italia e per il cattolicesimo politico”.

         “Finite la Dc e l’unità politica dei cattolici- ha detto e incoraggiato Ruini- si può impegnarsi in qualunque partito e testimoniare la propria identità cristiana. L’albero si riconosce dai frutti e adesso lo si vedrà sulla difesa dei valori”. A cominciare da quello della vita, sulla cui fine sarebbe meglio non legiferare, secondo Ruini, che legiferare male, visto “il quadro non rassicurante” in cui, secondo il cardinale, si starebbe svolgendo “la discussione”. Non rassicurante per chi ritiene, come Ruini appunto, che “sopprimere un’esistenza non sarà mai eticamente accettabile”.

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Tutte le scommesse di Goffredo Bettini su Giuseppe Conte

         Dichiaratamente “fiero” di essere amico di Matteo Ricci, che conosce “fin da ragazzo”, cresciuto fra il ricordo “nel cuore del nonno minatore”, “sobrio e totalmente dedito al lavoro”, ”un compagno che sa stare tra i compagni e un sindaco che sa stare tra cittadini”, anche se adesso è solo, o ancora più, un europarlamentare aspirante alla presidenza delle Marche, il sempre presente e vigile Goffredo Bettini si è quasi commosso a vederlo risparmiato, graziato e quant’altro da Giuseppe Conte. Che gli ha confermato, pur dopo qualche esitazione e resistenza interna fra gli ormai ex o post grillini, l’appoggio nella corsa al vertice della regione.

         Nella conferma di questo appoggio a Ricci, pur indagato nella vicenda giudiziaria pesarese chiamata “Affidopoli”, per la quale è stato interrogato per circa cinque ore dall’inquirente, Bettini ha avvertito, felice come una Pasqua, la conferma di un Conte completamente evoluto nel garantismo dopo la fase iniziale e goiustizialista del Movimento 5 Stelle. Un movimento del quale il Pd potrebbe fidarsi anche nelle altre regioni dove si voterà in autunno, a cominciare dalla Campania ambita dal pentastellato ex presidente della Camera Roberto Fico. E forse persino in Toscana, dove lo stesso Conte ha confessato “sofferenza” all’idea di accettare la conferma di un presidente come Eugenio Giani, che i pentastellati hanno osteggiato dicendone e pensandone di tutti i colori. “Stimo Giani. Spero personalmente -ha detto Bettini- che alla fine si potrà arrivare a lui”. Magari. Si spenderà anche per Giani, come ha fatto per Ricci, in telefonate, consigli, informazioni.

         Bene, anzi benissimo per il sogno bettiniano del cosiddetto campo largo a diffusione crescente, dalla periferia a livello nazionale, con la partita finale fra la segretaria del Pd Elly Schlein e lo stesso Conte su chi dovrò guidarlo fra due anni, quando si voterà per il rinnovo delle Camere e l’eventuale, molto eventuale successione a Gorgia Meloni, visto il consenso del quale la premier ancora gode. Bene, benissimo, ripeto. Ma dopo avere letto l’intervista di Bettini al Foglio mi è capitato ieri di leggere il mattinale-editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         Informato, a dir poco, degli umori e delle posizioni dei pentastellati, che a volte amticipa o addirittura produce, Travaglio ha scritto che “Conte sostiene Ricci come la corda sostiene l’impiccato: appoggio condizionato e a tempo”. E ha spiegato che “la partita si riaprirà con la richiesta di rinvio a giudizio, quando non sarà più nulla da fare: se sarà prima delle elezioni i 5Stelle inviteranno a non votare Ricci. Se sarà dopo usciranno dalla giunta (come in Puglia da quella di Emiliano neppure indagato). Oppure il Pd si ricorderà di avere un codice etico che impone le dimissioni ai rinviati a giudizio”.

         In questo scenario l’ottimismo e le scommesse di Bettini appaiono a dir poco eccessive, se non avventate. E non solo per la partita di Ricci. Dal Pd Lorenzo Guerini ha appena avvertito, o ribadito, che Conte cerca solo “vantaggi dalle inchieste”.

Lettera d’autore alla grande, grandissima Adriana Asti

         “Cara Adriana”, ha scritto sul Foglio Giuliano Ferrara in prima pagina alla cognata -la grande, grandissima Adriana Asti- appena morta  per ritrovare il marito Giorgio, il fratello di Giuliano scomparso due anni fa.

         “Avevi due occhi unici al mondo- le ha scritto Giuliano- che parlavano per te, un sorriso di un’amabilità maliziosa, mai invadente, un caratteraccio temperato dall’affettazione artistica del buonumore, una voce di stoffa pregiata, mai invecchiata anche tra i Novanta e i Cento anni. Non ti si poteva nemmeno consolare per la morte, la malattia e la vecchiaia: Non ti lamentavi mai, consideravi lamentevole il lamentarsi….” , e via giù per più di mezza colonna delle sei del  giornale fondato peraltro d’all’autore della lettera.

         E’ bello morire a 94 anni anche per meritarsi una così familiare, toccante lettera d’autore, appunto.

Il pollice imperiale di Giuseppe Conte, detto anche Contigola….

         Fra le foto e le immagini televisive dell’ultima esibizione dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, oggi presidente di quel che è rimasto grazie a lui del Movimento 5 Stelle fondato dall’ex garante Beppe Grillo, manca quella col pollice alzato. Come gli imperatori romani quando graziavano, rinunciando a rovesciarlo per condannare. Ci ha pensato Makks, dandogli del Contigola con la sua vignetta sulla prima pagina del Foglio.

         Lette le carte chieste e ricevute, accertatosi della loro autenticità, fattele vedere probabilmente agli esperti di cui dispone, fra cui due alti magistrati distribuiti fra Camera e Senato, e soprattutto verificata la durata di circa sei ore dell’interrogatorio del pricipale indagato in quella vicenda giudiziaria chiamata Affidapoli – come la Tangentopoli di 33 anni fa a Milano, oggi Cementopoli con sei arresti appena disposti- Conte ha confermato l’appoggio dell’europarlamentare del Pd ed ex sindaco di Pesaro Matteo Ricci a presidente della regione Marche. Sostenuto dal famoso campo largo dell’alternativa al centrodestra, come lo chiama il… filosofo e suggeritore del Nazareno Goffredo Bettini: largo nella sua massima espansione.

         Il pollice invece è rimasto sospeso per l’aspirante piddino alla conferma a presidente della regione Toscana Eugenio Giani. Che ha da farsi perdonare da Conte non indagini giudiziarie ma solo il fatto di avere governato la regione sino ad ora avendo all’opposizione le cinque stelle locali. Che quindi “soffrono” -come ha detto lo stesso Conte- a sostenerlo la prossima volta, prima ancora di trattarne e conoscerne il programma. Dal quale si spera che rimanga esclusa una riforma, diciamo così, della fisionomia fisica del candidato: un ritocco al naso, alle labbra, agli zigomi, alle orecchie.

         Ricci può pure tenersi la sua fisionomia fisica. Di lui era in pericolo solo la fisionomia giudiziaria. Ora gli è stato riconosciuto anche da Conte, bontà sua, il diritto sancito dall’articolo 27 della Costituzione di “non essere considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Non colpevole, ripeto, cioè innocente. Anche del reato, se qualcuno volesse inventarselo per supplire alla insufficienza di un errore, di essersi fidato troppo di qualche collaboratore.

         Conte insomma, volente o nolente, consapevole o no sino al limite della commedia, si è proposto a commissario all’applicabilità o meno dell’articolo 27della Costituzione. Un commissario alla Costituzione come al bilancio di un Comune. Diavolo di un uomo, di un avvocato, di  un professore universitario e di un ancora aspirante alla successione a Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

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La difesa bipartisan di Mattarella dagli attacchi per russofobia

         Quel Mattarella messo a Mosca nella lista dei russofobi per le posizioni sempre espresse a favore dell’Ucraina, aggredita  tre anni e mezzo  fa con una cosiddetta operazione speciale che perdura sino a spazientire il presidente americano ben disposto verso Putin, ha prodotto un miracolo nella politica italiana. Oltre alla convocaziome dell’ambasciatore di Mosca alla Farnesina.

         Da entrambi gli schieramenti, di governo -pur nel silenzio del vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini escluso dalla lista, diversamente dai ministri Tajani e Crosetto-  e di opposizione sparsa nel campo largo di fantasia bettiniana, da Goffredo Bettini del Pd; da entrambi gli schieramenti, dicevo, si sono levate voci in difesa del presidente della Repubblica. Che dal canto suo ha profittato dell’incontro con la stampa parlamentare, che gli ha donato il tradizionale ventaglio, per ribadire la concezione che ha non dei russi ma del suo governo dispotico: “un macigno” per l’Europa. Che ha il sacrosanto diritto di sentirsi minacciata e di proteggersi dalla “angosciosa postura aggressiva del Cremlino.  

         Purtroppo è ormai avvertibile, come un macigno -per i morti e gli affamati di Gaza e per la guerra che sta perdendo sul fronte mediatico, l’ottavo di quelli sui quali combatte- anche l’Israele di Nethanyau in Medio Oriente, e oltre.  E Mattarella non si è certamente risparmiato nelle parole di biasimo per “l’ostinazione a uccidere”. Parole alle quali la premier Giorgia Meloni ha fatto seguire una telefonata all’omologo di Gerusalemme per chiedere, anzi per tornare a chiedere la fine di quello che è ormai diventato uno scempio, pur provocato dal podrom del 7 ottobre di due anni fa. Quando i terroristi di Hamas sconfinarono in Israele da una terra di palestinesi – Gaza, appunto- sotto le cui case, scuole, ospedali, chiese, mercati, piazze e strade essi hanno costruito un gigantesco arsenale antisemita con i finanziamenti ricevuti per migliorare la vita della popolazione. Che è quindi ostaggio di quelli che dicono di volerla difendere e rappresentare. Una oscenità sanguinaria, a dir poco.

Lo spartito di “mani pulite” nei ricordi del nipote musicista di Borrelli

Delle mani pulite milanesi di più di trent’anni fa, evocate in questi giorni, a torto o a ragione, per la Cementopoli sempre di Milano o l’Affidopoli di Pesaro e altro, non si riesce mai a saperne abbastanza. L’ultimo o penultimo inedito è del grande musicista Alessio Vlad, figlio dell’ancor più famoso Roman e nipote -come ho scoperto leggendone una lunga intervista autobiografica al Corriere della Sera– di Francesco Saverio Borrelli. Che fu il capo della Procura ambrosiana sotto la cui metaforica ghigliottina finirono partiti e leader, prevalentemente di governo, della cosiddetta prima Repubblica. Un magistrato appassionato anche di musica, immancabile alle prime della Scala, sempre a Milano, e di equitazione.

         Nipote di Borrelli per via di sua moglie, Alessio ha raccontato che lo zio apprezzava del suo sostituto Antonio Di Pietro “il merito di introdurre l’uso dell’informatica nelle indagini”, anche quelle sul finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica. Ma non di più, in particolare non ne condivideva “metodo di sbattere in galera gli indagati”, che infatti furono tanti. Alcuni dei quali si uccisero pur di non finire in galera, o dopo esservi finiti senza essere stati ancora rinviati a giudizio.

         Eppure forse per la popolarità di Di Pietro proiettata sulle indagini, o chissà per cos’altro, Borrelli -ha raccontato il nipote- “non fece nulla per limitare quel modo di fare” del suo sostituto. E produsse, volente o nolente, contrasti anche in famiglia “perché -ha raccontato ancora Alessio Vlad- mio padre con Paolo Grassi e Strehler era legato al partito socialista finito nel mirino del pool” di mani pulite. Un partito peraltro di cui alcuni esponenti, a cominciare dal sindaco di Milano Paolo Pillitteri e dell’architetto Claudio Dini, presidente della Metropolitana ambrosiana, erano stati amici personali e conviviali dello stesso Di Pietro prima di diventarne indagati e imputati.

Pubblicato sul Dubbio

Eppur (non) si muove l’Europa colpita dai dazi americani

         Dell’Europa intesa come Unione, con la sua Commissione presieduta a Bruxelles da Ursula von der Leyen, si vorrebbe poter dire, come Galileo Galilei della terra dopo essere stato costretto ad abiurare la sua opposta teoria, che “pur si muove”. Nonostante la mazzata datale dal presidente americano con i dazi nominalmente al 15 per cento rispetto al 30 annunciato o minacciato. Su cui si è aperta in Italia, ma anche altrove, una furiosa polemica relativa alla loro “sostenibilità”.

         Il confronto, chiamiamolo così, è difficile anche perché i documenti americani e quelli europei, pur scritti entrambi in inglese, non sembrano combaciare. Manca del resto, e forse non a caso, una fotografia che ne documenti la firma, nonostante la mania di Trump di esibire la sua, fatta a torri come quelle che ha costruito o possiede. Esistono solo le immagini della stretta di mano fra lui e la sua ospite in terra peraltro scozzese.

         Di solito i numeri, in percentuale o assoluti, sono sinonimi di certezza. Ma, appunto, di solito. Non sempre. Questi della partita dei dazi americani sui prodotti europei esportati negli Stati Uniti costituiscono una delle eccezioni. Ma ormai entrambe le parti ne sono in qualche modo prigionieri perché l’alternativa sarebbe forse peggiore della pur scomoda realtà: una confusione ancora più grave di una guerra commerciale per chi produce non parole ma beni da esportare, su cui preferibilmente guadagnare e procurare lavoro.

         Nella pratica dell’ottimismo della volontà preferibile al pessimismo della ragione, contrapposti dalla buonanima di Antonio Gramsci, mi attacco oggi alla lettura della partita dei dazi fatta da parte del direttore Claudio Cerasa sul Foglio. Ben diversa da quella di ieri di Maurizio Belpietro sfociata sulla sua Verità nella rappresentazione dell’Europa come una “ciofeca”.

         Pur con un “forse” forte come una frenata, Cerasa si e data una risposta positiva alla domanda se “le bastonate di Trump all’Ue possono produrre effetti positivi in Europa”, una volta depositate le polveri delle polemiche. Il bicchiere mezzo pieno è sempre migliore di quello tutto vuoto, ma anche mezzo vuoto. In fondo, si è consolato a torto o a ragione Cerasa, in 7 mesi l’euro ha guadagnato l’8 per cento sul dollaro. Non ditelo, per favore, a Trump.

Piace ad Antonio Ingroia il sorteggio anticorrentizio per le toghe al Csm

“La selezione, tramite sorteggio, dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura mi sembra una cosa buona o, meglio, l’unica strada possibile, seppur drastica, per risolvere il problema delle correnti. Così si ferma la loro eccessiva influenza. Non c’è altro sistema”. Parole al Tempo del ministro della Giustizia Carlo Nordio? No. Del suo vice Paolo Francesco Sisto, di Forza Italia? No. Parole di Antonio Ingroia, che quando era magistrato dell’accusa, a Palermo, aveva messo a dura prova anche il sistema nervoso dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Insorto con un ricorso alla Corte Costituzionale, accettato, contro l’uso che nel processo della famosa, controversa, fantomatica trattativa fra lo Stato e la mafia della stagione stragista si voleva fare di alcune sue conversazioni telefoniche intercettate con uno degli imputati. Che era l’ex presidente del Senato ed ex vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Nicola Mancino, poi assolto.

         Successivamente anche Ingroia, come il suo collega di toga Antonio Di Pietro a Milano dopo le gesta di Mani pulite, si affacciò alla politica candidandosi addirittura a Palazzo Chigi. Dove di Pietro non pensò neppure di arrivare come sottosegretario candidandosi soltanto a senatore in un collegio rosso blindato, al Mugello, e riuscendo eletto.

         A proposito di Di Pietro, anche lui è intervenuto in questi giorni, ormai anche da ex politico, nelle polemiche sulla riforma della Giustizia targata Nordio spiazzando amici e colleghi di un tempo. Cioè condividendo non solo il sorteggio apprezzato da Ingroia per sottrarre la Giustizia, sempre quella con la maiuscola, al gioco delle correnti di quel partito dei magistrati che è la loro associazione di apparenza sindacale, ma anche la divisione del Consiglio Superiore in due: uno per i giudici e l’altro per gli inquirenti. Divisione invece non condivisa da Ingroia, che l’ha definita “ipotesi assurda”.

         La condivisione tuttavia del sorteggio per sottrarre la composizione stessa del Consiglio Superiore della Magistratura al gioco -o ai giochi, al plurale- delle correnti togate basta e avanza per vedere nella posizione di Ingroia una sorpresa, a dir poco. Personalmente anche piacevole.

         Da ex, evidentemente, e ora solo avvocati, come sono sia Ingroia sia Di Pietro, le problematiche -chiamiamole così- della magistratura si vedono diversamente. Meglio, a mio avviso. E questo può aiutare anche il pubblico a capire di pù, visto che partiti politici e correnti della magistratura se ne contendono già il consenso nella battaglia referendaria che si sono proposti contro la riforma Nordio, una volta approvata con a doppia lettura dal Parlamento. Una battaglia referendaria della quale è cominciata con largo anticipo la campagna. Come in qualche modo accadde per la legge sul divorzio fra il 1972 e il 1974, con interposto rinvio di una votazione dalla quale comunque la legge uscì confermata. Come, sempre personalmente, penso che accadrà con la riforma Nordio.

Pubblicato sul Dubbio

Gramellini rovescia il suo caffè addosso a Ursula Von der Leyen…..

         Nella furia di unirsi alle critiche e proteste politiche contro l’accordo con Trump sui dazi al 15 per cento Massimo Gramellini dalla postazione abituale sulla prima pagina del Corriere della Sera ha rovesciato la sua tazzina quotidiana del caffè addosso alla presidente della Commissione dell’Unione europea Ursula von der Leyen. Degradandola a “Ursula Vien dal Mare”, tipico esempio -ha spiegato ai lettori più sprovveduti o meno spiritosi- di “personalità inadeguata al ruolo”. Piegatasi anche al rito scozzese, diciamo così, della genuflessione al presidente americano Trump nella sua tenuta oltre oceano, in terra neppure europea dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, come sottolineato -sempre sul Corriere– dall’ex direttore Ferruccio de Bortoli.

         “Con tutti questi bulli in circolazione -ha concluso Gramellini- urge trovare a qualsiasi costo qualcuno che tuteli gli interessi del Vecchio (ma non defunto) Continente meglio della Serbelloni tedesca”, letterariamente Vien dal Mare, e del Fracchia olandese”. Che sarebbe il segretario generale della Nato Mark Rutte, recentemente supino a Trump davanti a telecamere e fotografi più ancora della presidente europea in terra scozzese.

         Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano non poteva certamente lasciarsi scappare l’occasione. Per cui ha concluso una ricostruzione oraria della prestazione di Ursula von der Leyen così: “Ore 12,06- Dopo ben 6 minuti di corpo a corpo VdL accenna a una riverenza da sdraiata. Trump le passa sopra: “Ops, scusa, credevo fosse il tappeto”. “Ma sono qui apposta!”. Se non l’avesse fatto Lei, glielo avrei chiesto io, Santità”.

         Di fronte a tanto spirito mediatico aggiuntosi -ripeto- alle dure reazioni politiche di parti che pure avevano concorso alla conferma di Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione, concludo questa mezza rassegna stampa condividendo il sarcasmo del vistoso titolo di Maurizio Belpietro sulla sua Verità: “Gli eurofanatici scoprono che l’Unione è una ciofeca”.

E’ stato in effetti regalato a Trump un successo politico maggiore di quello economico che gli europei stessi gli hanno concesso con una visione catastrofista dei dazi al 15 per cento, e dei “dettagli” ancora da definire o scoprire.

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