Gli uccelli del malaugurio svolazzano sul ponte di Meloni e Salvini

Di Michele Serra apprezzo spesso l’ironia e la cultura con le quali sa mettere le sue critiche al riparo almeno parziale dal dissenso. Ma questa volta, scrivendo del Ponte con la maiuscola, che è quello progettato sullo stretto di Messina e ormai avviato concretamente verso la costruzione, non sono riuscito ad appezzarlo leggendolo su Repubblica. Dove egli ha dimostrato verso gli italiani una sfiducia a dir poco sproporzionata.

         Secondo lui, pur nostro connazionale, siamo “maledetti” perché non sapremmo “riparare una buca” e ci siamo messi in testa, con la Meloni a Palazzo Chigi e Matteo Salvini al Ministero delle Infrastrutture, di voler fare col Ponte come Brunelleschi con la sua cupola a Firenze. O Michelangelo a Roma e via via scorrendo l’elenco dei capolavori fra i quali viviamo.

         Non ha capito, il povero Serra, che noi italiani non sappiano riparare le buche proprio perché sappiamo fare molto di più. Siamo specialisti delle cose eccezionali, come di recente Mario Sechi ha dimostrato in una serie televisiva trattando dei capolavori manifatturieri e altro di oggi, non di ieri e dell’altro ieri. Capolavori fra i quali troverà il suo posto il Ponte, appunto. Che fra le varie fortune ha avuto quella di essere stato sostenuto dalla buonanima di Silvio Berlusconi ma non, prima di lui, da Benito Mussolini o da Licio Gelli. Che si sono limitati a condividere con troppo massonica preveggenza la prospettiva della separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri.

         Se ci fosse stato anche il Ponte tra le preferenze e i sogni di Mussolini e di Gelli esso avrebbe dovuto superare anche la prova dell’antifascismo, della massoneria eversiva e simili. Gli sono rimasti addosso solo i sospetti di mafia, che rischia di intrufolarsi fra gli appalti e dintorni, e di sfortuna idrogeologica, diciamo così. Cioè di sfiga, come si dice dalle parti del Colosseo romano,  al massimo grado. Come quella evocata sulla Stampa da Mario Tozzi immaginando il Ponte resistente sì ad un terremoto di grande potenza, con le sue “170 mila tonnellate di acciaio e cemento lanciati sul mare”, ma poi destinato a collegare soltanto “due cimiteri”. Al cui stato sarebbero destinate la Sicilia e la Calabria per le condizioni di degrado delle  loro strade, delle loro case, delle loro scuole, dei  loro ospedali , delle loro Chiese e via dicendo, capaci di crollare ad ogni capriccio o incidente della natura.

         Meglio quindi, secondo Tozzi e gli avversari politici del Ponte, rinunciarvi per stabilizzare meglio quello che c’è e affidare completamente al mare, alleggerendo il traffico su gomme, il trasporto delle merci da e per la Sicilia. “Un cavallo motore marino -ha spiegato o rivelato Tozzi- trasporta quattromila chilogrammi di merce e uno stradale solo centocinquanta”. Questo per quanto riguarda i costi dei trasporti delle cose. Per quanto poi riguarda il trasporto stradale, e anche ferroviario delle persone, sul quale Tozzi ha avuto anche da ridire, gli avversari del Ponte si sono già messi a sognare, immaginare, prevedere, mettere nel conto iettatorio file lunghissime, magari per cantieri di manutenzione, incidenti e simili. Come già accade sulle autostrade nel continente, come dicono i siciliani parlando dell’Italia oltre lo stretto in direzione Nord.

         Se dipendesse da questa genia di esperti, di profeti, di colti e di prudenti, dovrebbe essere messa al bando anche la locuzione latina della fortuna che aiuta gli audaci. Gente, quest’ultima, più da tribunali e da roghi che da letteratura. Buon viaggio, signori, verso la preistoria.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it 10 agosto

Il ponte fortunatamente (non) fascista sullo stretto di Messina

         A meno di sviste di cui naturalmente mi assumo tutte le responsabilità, come ha detto Giorgia Meloni dei suoi collaboratori a rischio, sia pure solo virtuale, di processo per l’affare Almasri, per cui ha rimediato il paragone dell’Unità a Mussolini per il delitto Matteotti; a meno di sviste, dicevo, il ponte sullo stretto di Messina non fu tra i progetti del Duce, con la maiuscola che gli attribuiscono anche gli antifascisti scrivendone e parlandone. E neppure di Licio Gelli e della sua P2. Altrimenti non ce l’avrebbe fatta a superare, come è avvenuto ieri, l’ultimo passaggio prima dell’apertura dei cantieri, annunciata tra il mese prossimo e ottobre. Sarebbe stato il ponte fascista da abbattere antifascisticamente prima ancora di essere costruito.

         Mussolini non ci pensò, o almeno non com la smania della Meloni e del suo vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, nel timore forse di offrire al banditismo mafioso combattuto dal prefetto Mori in Sicilia di fuggire più speditamente nel continente. Licio Gelli e la massoneria speciale della sua loggia erano troppo indaffarati, dal canto loro, a studiare e raccomandare la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri,  Che la premier Meloni e il suo ministro della Giustizia Carlo Nordio hanno condiviso e proposto in una riforma costituzionale, fra altre novità, al Parlamento con prospettive concrete di approvazione. E forse anche di conferma nel referendum che dovrà seguire non disponendo la maggioranza, fra Camera e Senato, delle dimensioni previste dalla Costituzione per evitare la verifica referendaria, appunto.

         Sul ponte, per tornare al punto di partenza, non potendosi accusarlo di fascismo e contorni, se ne contestano i costi -14 miliardi di euro da spendere in otto anni- che costituirebbero uno “spreco”, i pericoli di infiltrazioni mafiose negli appalti per la sua costruzione e la pericolosità rispetto ai rischi sismici. Che sarebbero dovuti bastare e avanzare per sconsigliarne progetto e realizzazione.

         Nei timori sulla sostenibilità fisica dell’opera si intravvede, spero a torto, anche un certo desiderio di vederli confermati da qualche evento, magari solo in corso d’opera, per evitare più morti e più danni una volta costruito e aperto il ponte al traffico stradale e ferroviario. Il ricorso agli scongiuri è altamente consigliato.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 31 agosto

Il teatrino gratuito della giustizia dopo o sopra quello vecchio della politica

         C’era una volta il teatrino della politica, come il non ancora politico Silvio Berlusconi lo chiamava, irridendolo e non immaginando che poi vi sarebbe salito sopra pure lui, rendendolo più vivace, imprevedibile e rumoroso di quanto non avessero saputo fare protagonisti  e attori della cosiddetta prima Repubblica rovesciati dalle Procure della Repubblica, a volte senza essere neppure rinviati a giudizio, A volte addirittura suicidi, preferendo la morte alla gogna e/o alla cosiddetta custodia cautelare, cioè al carcere.

         Ora a furia di prenderne il posto, invadendone il campo e a suo modo legiferando interpretando le norme che sarebbe tenuta ad applicare, la magistratura ha allestito il teatrino della giustizia. Come quello nel quale si sta recitando un processo che i magistrati per primi interessati alle indagini e all’accusa sanno benissimo, non essendo né scemi né disinformati, che non si svolgerà. O almeno non in un’aula o più di tribunale. E’ naturalmente il processo sul caso Almasri, il generale libico sfuggito alla Corte penale internazionale dell’Aja per colpa, secondo l’accusa, del governo italiano deciso a fare un favore a lui personalmente e più ancora al governo del suo Paese. Di cui, non a caso, negli atti giudiziari è stata bene infilata una lettera di ringraziamento.

         Su questo teatrino della giustizia è saltata abilmente, sul piano politico, la premier Giorgia Mwloni indossando metaforicamente la divisa militare, contestando l’archiviazione disposta a suo favore e reclamando di essere processata -naturalmente nel processo che non si farà perché non autorizzato, quando arriverà il momento, dal Parlamento ancora provvisto di qualche prerogativa- con i due ministri e il sottosegretario rimasti negli ingranaggi giudiziari. I quali dovrebbero rispondere di favoreggiamento, peculato, omissione di atti dovuti e chissà cos’altro potrebbero inventarsi ancora gli sceneggiatori.

         Il processo ai ministri della Giutizia Nordio e dell’Interno Piantedosi e al sottosegretario Mantovano alla Presidenza el Consiglio non si farà, ripeto, perché esiste una larga maggioranza in Parlamento decisa a non autorizzarlo. O a impedirlo, se preferite unendovi alle proteste delle opposizioni. Ma esso -sempre il processo- si è già in gran parte svolto sui giornali con la pubblicazione degli atti e documenti d’accusa, che sopravviveranno mediaticamente con la durezza delle espressioni e delle immagini: piano criminoso e via edittando.  Gli imputati  e la stessa Meloni, a causa della corresponsabilità rivendicata ma non riconosciuta dagli inquirenti, continueranno a soffrirne, degradati dall’immaginario collettivo e giustizialista, nonché manettaro, a complici di Almsarsi, del suo governo, delle loro nefandezze eccetera, eccetera. Non so se a voi questo teatrino diverta. A me fa venire il vomito.

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L’assordante silenzio di Conte, l’opposto della Meloni nel rapporto con le toghe

Con un ossimoro non nuovo alla e nella politica avverto l’assordante silenzio, almeno sino al momento in cui scrivo, di Giuseppe Conte di fronte all’ultimo scontro avuto dalla premier con la magistratura. Alla quale Giorgia Meloni ha contestato, con un paradosso solo apparente, l’archiviazione offertale, diciamo così, nel procedimento che continua invece contro due ministri, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, e il sottosegretario di fiducia a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano per la vicenda del generale libico Almasri.  Che, arrestato in Italia sotto l’accusa della Corte internazionale penale dell’Aja di crimini contro l’umanità, venne liberato su disposizione della Corte d’Appello per irregolarità nella documentazione rilevate dal ministro della Giustizia. E rimpatriato d’urgenza per ragioni di sicurezza nei rapporti fra Italia e Libia.

         La stessa Meloni in una parte allusiva della sua dichiarazione contro la separazione delle sue responsabilità da quelle dei due ministri e del sottosegretario, e Matteo Salvini in modo esplicito hanno contrapposto la scelta della premier alla condotta di un altro presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nel 2019. Che scaricò proprio Salvini, anche allora vice presidente del Consiglio e in più ministro dell’Interno, anziché delle Infrastrutture come oggi, nella controversia mediatica e poi giudiziaria sulle resistenze opposte allo sbarco degli immigrati regolari soccorsi dalla nave spagnola Open arms.

         Non solo Conte scaricò Salvini attribuendosi il merito di non averne condiviso o assecondato l’azione, pur disponendo dei modi e delle occasioni per fermarlo davvero, ma poi, rimanendo a Palazzo Chigi col cambio di maggioranza in una crisi promossa dallo stesso Salvini, ne consentì in modo determinante il processo per sequestro di persona e altro nella necessaria votazione parlamentare di autorizzazione. Processo conclusosi in primo grado a favore del leader legista.

         A parte, tuttavia, questo aspetto pur non secondario della vicenda innescata dalla protesta contro la sua archiviazione contrapposta nei fatti alla prosecuzione del procedimento contro i ministri Piantedosi e Nordio e il sottosegretario Mantovano, la premier ha voluto probabilmente cogliere l’occasione offertale dalla stessa magistratura per marcarne le distanze in un passaggio della politica e della legislatura molto particolare. Della politica, perché la Meloni di frequente contesta alla magistratura di volersi sostituire al governo, per esempio nella gestione dell’azione di contrasto dell’immigrazione clandestina. Della legislatura, considerando il percorso parlamentare della riforma della giustizia. Che la Meloni, contrariamente alle tentazioni di un rallentamento attribuitele ricorrentemente dalle cronache e dai retroscena, intende fare completare in tempo per affrontare il referendum cosiddetto confermativo prima delle elezioni politiche del 2027. Un referendum che evidentemente la premier, come il suo Guardasigilli, non teme.  A buon intenditor poche parole, dice un vecchio proverbio.

Pubblicato sul Dubbio

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Il favore preterintenzionale della magistratura alla premier Giorgia Meloni

Di preterintenzionale non c’è solo l’omicidio, punito dall’articolo 584 del codice penale col carcere dai 10 ai 18 anni. C’è anche un favore o persino un miracolo. Come quello o quelli compiuti involontariamente dalla magistratura archiviando un  procedimento contro la premier Giorgia Meloni e lasciandolo aperto a carico dei ministri della Giustizia Carlo Nordio e dell’Interno Matteo Piantedosi, nonché del sottosegretario alla Presidenza dl Consiglio Alfredo Mantovano, delegato ai servizi segreti. Un procedimento per favoreggiamento, peculato, omissione a causa del rimpatrio del generale Almasri in Libia con volo di Stato dopo essere stato arrestato in Italia per reati contro l’umanità, contestatigli dalla Corte penale internazionale dell’Aja, ma rilasciato dalla Corte d’Appello per irregolarità nella documentazione rilevate, nella sua competenza, dal ministro della Giustizia.

         La separazione delle responsabilità fra quelle escluse dalle indagini a carico della premier e quelle invece ancora attribuite agli altri tre esponenti del governo, giudicabili dal cosiddetto tribunale dei ministri su autorizzazione parlamentare, ha fornito a Giorgia Meloni l’occasione, che l’interessata non si è lasciata giustamente scappare, di ripristinare un costume politico e morale alquanto travolto, a dir poco, da anni di confusione. Se non vogliamo dire di più.

         La Meloni non ha accettato di essere scambiata per quella che lei stessa ha definito “Alice nel paese delle meraviglie”, o un presidente del Consiglio al suo posto in modo inconsapevole.

         Ogni allusione -resa poi esplicita dal vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini con pubbliche dichiarazioni- era naturalmente voluta, anch’essa, a Giuseppe Conte. Che da presidente del Consiglio nel 2019, diversamente da un’analoga vicenda precedente, volle dissociarsi dallo stesso Salvini, anche allora vice presidente del Consiglio ma pure ministro dell’Interno, nella gestione dello sbarco di immigrati clandestini soccorsi dalla nave spagnola Open arms decisa a scaricarli solo in un porto italiano.  Ne derivò un lunghissimo processo, autorizzato in Parlamento col voto determinante delle 5 Stelle di Conte, non vinto ma stravinto da Salvini in primo grado con formula piena di assoluzione. 

         La difesa che la premier ha voluto fare del suo ruolo sul piano istituzionale e politico schierandosi a favore dei due ministri e del sottosegretario -che la magistratura ha voluto separare da lei, forse nella consapevolezza dell’impatto autolesionistico di un processo anche a carico del presidente del Consiglio- può segnare un punto di svolta nei rapporti fra magistratura e politica in senso lato, e fra magistratura e governo nel contesto dell’attuale quadro politico. Anzi, deve segnare un punto di svolta. E credo che la premier abbia voluto, giustamente, puntare soprattutto su questo con la sua vigorosa protesta.

         E’ ora che non solo la magistratura si assegni un limite, o si contenga, come diceva la buonanima di Silvio Berlusconi. E’ ora anche che la politica finisca di giocare da sponda in una partita cominciata sotto traccia una quarantina d’anni fa ma esplosa nel 1992 con le “mani pulite” assunte come slogan dalla Procura di Milano. Una partita diventata talmente perversa che ad un certo punto è stata la stessa politica a indurre in tentazione la magistratura. Non solo da sinistra, usandone le iniziative contro chi stava vincendo un’altra grande partita che era quella contro il comunismo. Ma paradossalmente anche da destra.

         Penso, per esempio, al Berlusconi che di fronte alle proteste da pronunciamento della Procura di Milano nel 1994 rinunciò alla conversione di un decreto legge contro le manette facili. O al vanto fattosi in questi giorni da Gabriele Abertini, che pure stimo molto, di avere governato il Comune di Milano in un rapporto “simbiotico” con la procura della Repubblica.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 9 agosto

Giorgia Meloni riscatta orgogliosamente il ruolo di presidente del Consiglio

         E’ capitato a Giorgia Meloni, fortunata anche in questo, di potere riscattare il ruolo di presidente del Consiglio dopo il colpo infertogli da Giuseppe Conte. Che a suo tempo scaricò il suo ministro dell’Interno Matteo Salvini, contribuendo anzi a mandarlo sotto processo, quando la magistratura gli contestò la vicenda della nave Open arms. Processo poi vinto da Salvini in primo grado con una sentenza di assoluzione piena dalle accuse cervellotiche di sequestro di migranti e altro e impugnata con la solita ostinazione dalla magistratura scommettendo direttamente sulla Cassazione, saltando cioè il secondo grado di giudizio in appello.

         Informata giudiziariamente dell’archiviazione praticamente disposta della parte che la riguarda delle indagini sul rimpatrio del generale libico Almasri dopo un breve arresto in Italia disposto dalla Corte penale internazionale, e della ormai scontata richiesta invece di processare i ministri dell’Interno e della Giustizia e il sottosegretario Alfredo Mantovano, principale collaboratore della premier con la delicatissima delega dei servizi segreti, la Meloni ha duramente,  pubblicamente protestato. Ha rifiutato l’immagine di “Alice nel Paese delle meraviglie”, praticamente confezionatale dalla magistratura, o di un presidente del Consiglio, rigorosamente al maschile come lei preferisce leggere e sentire, “a sua insaputa”. Ed ha reclamato di condividere la sorte dei due ministri e del sottosegretario, sia pure in un processo che non si farà perché la maggioranza ha i numeri e la volontà di impedirlo nel preliminare passaggio parlamentare. In occasione del quale la Meloni sarà anche fisicamente partecipe, accanto ai suoi ministri, ripeto, e al suo sottosegretario.

         E’ una lezione, non solo di stile, che meritavano tanto la politica quanto la magistratura. Gli attacchi che la premier ha già ricevuto e quelli che sicuramente seguiranno sono stati e saranno utili ad evidenziarne maggiormente il coraggio.

Ripreso da http://www.startmag.it

I figli di Berlusconi (non) ringraziano il cardinale Ruini amico del padre…

Ho saputo o capito da buona fonte che i figli del compianto Silvio Berlusconi, ma soprattutto Pier Silvio, non hanno gradito una lunga intervista-confessione del cardinale Camillo Ruini alla Stampa per il passaggio che li riguarda. E, in effetti, non appare incoraggiante per le tentazioni che essi avvertono ricorrentemente, o si lasciano attribuire da cronisti e retroscenisti, di seguire il padre anche nell’avventura politica.  Il  loro cognome del resto è rimasto e rimarrà sempre -ha assicurato il segretario, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani- nel simbolo di Forza Italia. Un nome anch’esso, come un marchio, d’improbabile rimozione. E ciò per quanta concorrenza possano procurare partiti che si rifanno anch’essi all’Italia, a cominciare dai Fratelli d’Italia, appunto, di Giorgia Meloni.

Proprio con questo nome il partito della premier è riuscito a dare alla destra le dimensioni neppure immaginate da Gianfranco Fini con la sua Alleanza Nazionale subentrata al Movimento Sociale, tanto modesta di voti da confluire nel partito più largo offertole proprio da Berlusconi. Salvo uscirne quando a Fini scivolò il piede sul pedale della insofferenza. O ne fu “cacciato”, come lo stesso Fini sostenne dopo avere pubblicamente sfidato l’allora presidente del Consiglio a farlo.

Il cardinale Ruini, che di Silvio Berlusconi vincitore delle elezioni politiche del 1994 divenne dichiaratamente amico, e non solo estimatore, ha detto a proposito dei figli, testualmente, non vedendone “la prospettiva” della discesa in campo, come diceva il padre: “Come leader politico Silvio Berlusconi aveva delle doti di carisma. Ma si tratta di talenti personali nella vita pubblica che difficilmente passano da padre in figlio”. Come nel modesto ma prestigioso partito repubblicano accadde a Giorgio La Malfa non succedendo al padre perché preceduto da Giovanni Spadolini, arrivato da presidente a Palazzo Chigi, dove Ugo La Malfa si era affacciato come vice di Aldo Moro tra novembre 1974 e febbraio 1976.

Nel richiamo quindi del cardinale Ruini alla improbabilità di una successione dinastica nella politica peraltro di una Repubblica si può anche ritenere che non ci sia stato nulla di veramente personale contro i figli di Berlusconi. Marina, poi, si è spinta pubblicamente di suo sul terreno dei cosiddetti “diritti civili”, dove è facile trovare problemi seri con la Chiesa.

Sospetto piuttosto – con tutte le riserve che meritano i sospetti, anche quelli di tendenza o tradizione andreottiana basati sulla convinzione di “indovinare”- che ai figli di Berlusconi, ma anche al buon Tajani, abbia potuto dare fastidio il riconoscimento del cardinale Ruini al partito della “davvero molto brava” Giorgia Meloni di avere fatto entrare l’Italia in una “certa stabilità”. Garantita dal fatto che “un partito come Fratelli d’Italia può contare all’incirca sul volume di consensi che aveva Forza Italia nel periodo più favorevole”. E non ha più.

Pubblicato sul Dubbio

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Mario Monti, il senatore a vita e conte europeo degli ossimori

         Ok, abbiamo capito leggendone il lungo editoriale di oggi sul Corriere dellaSera, pur dichiaratamente “telegrafico”. Il senatore a vita Mario Monti, ex presidente del Consiglio, ex commissario europeo designato in Italia sia dalla destra sia dalla sinistra, ha una bella cultura e memoria storica.

  Il professore -è stato anche questo- è tornato indietro addirittura di 500 anni per rovesciare addosso alla presidente della Commissione di Bruxelles, Ursula von der Leyen, e complici di ogni colore o paese, alla rovescia il “tutto è perduto fuorchè l’onore” di Francesco primo di Francia dopo la battaglia di Pavia. Un onore che l’Europa rappresentata da Ursula -chiamiamola pure col solo nome- avrebbe perduto già scegliendo, o lasciando scegliere dal presidente americano Donald Trump la sede per l’accordo sui dazi: una sua proprietà in terra scozzese.

Poi Monti, dismettendo i panni del disfattista e cercando di mettersi in testa ai patrioti d’Europa, non certo intesi per quelli di destra che si chiamano così a Strasburgo, è risalito al presidente americano Delano Roosevelt e allo statista francese Jean Monnet per raccomandare di osare nella riscossa. Cioè di non avere paura, proprio quella che lui ha contribuito e contribuisce a seminare dando dell’accordo di Scozia la rappresentazione peggiore.

Più che l’onore del “riscatto” da lui auspicaro e messo dagli amici del Corriere della Sera anche nel titolo del suo editoriale in prima pagina, Mario Monti mi sembra il conte degli ossimori: un conte con la minuscola anche per non confonderlo col Giuseppe Conte,  anche lui catastrofista, già presidente del Consiglio pure lui, presidente di ciò che resta del Movimento 5 Stelle e smanioso di tornare a Palazzo Chigi scavalcando nella corsa la segretaria del Pd Elly Schlein. E dando per scontata quella che non è l’alternativa al centrodestra della Meloni.

Paura e gelosia a sinistra per la fiducia del cardinale Ruini alla Meloni

Pazienza per l’amicizia con il compianto Silvio Berlusconi ricordata dal cardinale Camillo Ruini nella lunga intervista-confessione alla Stampa. Un’amicizia d’altronde nota e fotografata, diciamo così, più volte col cardinale che scambiava con l’allora presidente del Consiglio sguardi compiaciuti ben oltre i convenevoli di un incontro fra il capo dei vescovi italiani e il capo del governo. Ma quella “esplicita simpatia” espressa da Ruini per Giorgia Meloni e quel contributo, quanto meno, alla stabilità del quadro politico riconosciuto al suo partito sono andati davvero di traverso a Pier Luigi Castagnetti. Che l’intervistatore, sempre della Stampa, Fabio Martini ha presentato ai lettori  come “l’ultimo decano, assieme a Sergio Mattarella e Romano Prodi, di una cultura politica, quella cattolico-democratica, influentissima nella storia della Repubblica”.

La presentazione è così proseguita: “Classe 1945, emiliano di Reggio, già collaboratore di Giuseppe Dossetti, Benigno Zaccagnini e Mino Martinazzoli, amico di lunga data del presidente Mattarella, Pierluigi Castagnetti è stato l’ultimo segretario del Ppi”, inteso come Partito popolare italiano succeduto brevemente alla disciolta Democrazia Cristiana, “e da anni punto di riferimento per il mondo politico e culturale ex dc che ha scelto il centro-sinistra”. Ancora col trattino delle prime edizioni dell’alleanza fra democristiani e socialisti guidate a Palazzo Chigi da Aldo Moro, prima che il trattino fosse tolto per le edizioni “più incisive e coraggiose” promosse e attuate da Mariano Rumor e da Emilio Colombo sino a sfasciare la formula.

Dopo un intermezzo centrista e un altro di cosiddetta “solidarietà nazionale” condizionata dall’appoggio esterno dei comunisti a due governi monocolori di Giulio Andreotti, il centrosinistra senza più trattino fu prudentemente allargato ai liberali con la formula del “pentapartito”: l’ultima della cosiddetta prima Repubblica.  Una storia che ho ricordato per spiegarvi l’orticaria che mi procura il “centrosinistra” raccontato oggi come attualità dal mio pur amico Fabio Martini.

Castagnetti, per tornare a lui, pur avendo “personalmente avuto la possibilità -ha detto- di collaborare con Meloni quando eravamo vicepresidenti della Camera e, in effetti è molto cresciuta  politicamente”, visto che è arrivata alla Presidenza del Consiglio spintavi dagli elettori, non si sente per nulla tranquillo per una premier ora “troppo generosamente” promossa dal cardinale Ruini. E ciò per quanto egli stesso riconosca che “oggi in Italia esistono vincoli interni ed esterni in virtù dei quali è difficile per una qualsiasi presidente del Consiglio commettere clamorosi errori”.

Tra i vincoli interni dai quali si sente protetto e persino garantito Castagnetti ha messo, riferendosi all’amico di una vita Sergio Mattarella, ”un Capo dello Stato che ti legittima presso tutte le Cancellerie sul piano della tenuta democratica del Paese”. Figuriamoci che cosa prova il mio amico Castagnetti- pure lui come l’intervistatore della Stampa– leggendo da qualche tempo cronache, retroscena e simili sulla possibilità che a Mattarella al Quirinale succeda alla scadenza del suo secondo mandato, nel 2029, proprio la Meloni ormai in età -almeno 50 anni- costituzionalmente richiesta per il vertice dello Stato.

Ma oltre all’età occorre alla Meloni la sua tenuta politica ed elettorale. Alla quale Castagnetti non si rende conto di contribuire, con tutti i suoi amici d’area nel Pd, più ancora di quanto abbia potuto con la sua “troppa generosità”, ripeto, il cardinale Ruini. Vi contribuisce accettando l’emarginazione praticata dalla segretaria Schlein inseguendo i famosi, prioritari diritti civili. E subordinandosi per il resto a Giuseppe Conte. Nelle acque culturali ed elettorali che furono della Dc pesca da tempo la destra della Meloni, per quanto orbace le attribuiscano gli avversari .

Pubblicato su Libero

Il ragionamento del… cappio della coppia Conte-Travaglio sul Pd della Schlein

         Lui, Giuseppe Conte, esordì da presidente del Consiglio nel 2018 mettendo la sua esperienza di avvocato al servizio del popolo. E ancora di più pensa di farlo adesso che è all’opposizione. L’altro è Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, che gli fa a tempo pieno l’avvocato. Pieno e si vedrà anche se perso alle prossime elezioni politiche, quando tutto lascia oggi pensare che l’alternativa al governo di centrodestra, per quanto larga sino a comprendere Matteo Renzi e lo stesso Conte, non riuscirà a vincere sulla Meloni, che a metà legislatura sta tenendo e anche migliorando la sua posizione elettorale.

         Nel campo largo, diciamo pure larghissimo, del presunto centrosinistra c’è posto sia per una maggioranza, rappresentata all’incirca sul piano virtuale dal Pd della Schlein e dai moderati, riformisti e quant’altri sistemati da Goffredo Bettini sotto una tenda, sia per un’opposizione esercitata dal Conte delle 5 Stelle con l’assistenza della sinistra cosiddetta radicale di Bonelli e Fratoianni, in ordine alfabetico.

         Succede, a dire il vero, anche nel campo largo del centrodestra che vi sia una maggioranza costituita dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e dai forzisti di Antonio Tajani, assistiti e finanziati dai figli e dal fratello di Silvio Berlusconi, e una specie di opposizione, quanto meno, rappresentata dai legisti di Matteo Salvini, e ora persino del generale Roberto Vannacci vicegretario ad personam. Ma essendo al governo il centrodestra riesce a sopravvivere sia perché, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, il governo logora chi non ce l’ha, sia perché al momento giusto o necessario la premier Meloni riesce a mettere in riga almeno Salvini, se non anche Vannacci.

         Dall’altra parte, che chiamiamo troppo generosamente centrosinistra non assomigliando minimamente alla formula realizzata nella cosiddetta prima Repubblica dai democristiani e socialisti, sembra improbabile francamente che una Schlein a Palazzo Chigi potrà mettere in riga Conte. E’ più probabile il contrario. Ne sono convinti, mi pare, anche nel Pd, dove crescono malumori e preoccupazioni, per quanti sforzi faccia Goffredo Bettini di sedarli.

         La forza di Conte nel campo largo di Bettini sta in questo ragionamento fatto oggi sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio concludendo una rassegna sarcastica di tutte le voci mediatiche e politiche critiche verso il Conte collegato alla magistratura, come una volta il Pci, nel giudicare gli indagati piddini di turno “Se non vogliono che il leader dei 5Stelle dia giudizi su Ricci&Giani non gli chiedano di appoggiarli. Anzi, meglio, facciano come Erico Letta: non gli chiedano proprio di allearsi. Sennò, con un alleato che vuole voti anziché perderli, rischiano persino di vincere”. E’ il ragionamento del…cappio.

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