Il carattere irriducibilmente risorgimentale della questione ucraina

Più passano i giorni, anzi gli anni, risalendo questa vicenda a ben prima dell’invasione russa -cominciata nel febbraio del 2022 col nome di “operazione speciale”, senza la possibilità a Mosca e dintorni, diciamo così, di chiamarla guerra e non finire in galera- più l’Ucraina mi riporta ai ricordi scolastici dell’Italia risorgimentale.

L’Italia della “espressione geografica” alla quale era stata confinata dal ministro degli Esteri d’Austria alla Conferenza di Vienna, seguita alle guerre di Napoleone, aspirava alla sua unità tra le catene, gli intrighi e quant’altro delle potenze europee come l’Ucraina oggi, fatte naturalmente tutte le differenze dovute, difende il suo diritto all’esistenza. Un po’ come anche Israele in quella polveriera che è il Medio Oriente. Come è piccolo, in fondo, il mondo.

         L’Ucraina dispone oggi dell’ormai ex attore comico Volodymir Zelensky, non di Camillo Benso di Cavour dell’Italia risorgimentale. E neppure di un Giuseppe Conte in salsa ucraina, promosso in Italia dal generoso e immaginifico Marco Travaglio all’ex presidente del Consiglio secondo solo alla buonanima di Cavour. Ma l’ostinazione, le difficoltà, le trappole fra le quali si muove Zelensky, specie in questa vigilia del Ferragosto d’Alaska, dove Donald Trump e Vladymir  Vladimirovic Putin si sono dati appuntamento per cercare di spartirsi mezzo mondo, come fecero russi, americani e inglesi in Crimea ottant’anni fa, alla fine della seconda guerra quasi planetaria; l’ostinazione, dicevo, e tutto il resto di Zelensky sono pari a quelle pur meno cruente di Cavour. Che neppure poteva immaginare la bomba atomica, o soltanto i missili.

         Anche a costo di sconfinare nella ingenuità, non penso che le grandi potenze di oggi possano schiacciare il risorgimento ucraino, come quelle di due secoli fa non riuscirono a schiacciare quello italiano, finendo anzi per dividersi. Con la Francia, e sotto sotto anche la Gran Bretagna, che finirono per dare una mano agli taliani piuttosto che agli austriaci.

         Sono fiducioso nel risorgimento ucraino così come in quello europeo, visto che pure l’Unione si trova a dovere uscire da quella espressione, anch’essa geografica, o geografica ed economica, cui la confinano i pessimisti nello stesso vecchio continente. E vorrebbero confinarla, in fondo, anche Trump e Putin in un disegno imperialistico che non mi fa paura, lo confesso. Mi fa semplicemente ridere, pur con tutti i rischi nucleari, per la troppa considerazione che hanno di sé i presidenti americano e russo. Di sè e dei loro paesi in un mondo dove entrambi non possono cancellare dalle carte geografiche né la Cina né l’India e annessi o connessi. Ma che si sono messi davvero in testa, se ne hanno ancora una, quei due, pur con tutti gli arsenali atomici di cui dispongono, e dai quali sarebbero i primi ad essere distrutti se si lasciassero prendere dalla tentazione di usarli? Domanda, naturalmente, retorica.

         Buon Ferragosto a tutti e ovunque, anche in Alaska.

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Veltroni deluso della Meloni, ma forse della Schlein ancora di più

         In un editoriale per il Corriere della Sera scritto nella sua vecchia logica del “ma anche” -che ne contrassegnò a suo tempo l’esperienza di primo segretario del Partito Democratico contribuendo forse alla sua breve durata, e alla sua restituzione alla vocazione giornalistica che era stata pure del padre-  il mio amico Walter Veltroni ha concesso qualcosa, certamente, alla campagna estiva di quella che rimane la sua parte politica contro il governo Meloni. A proposito del quale -si è lamentato- “non si può dire che la vita degli italiani e delle loro famiglia sia cambiata in meglio, o comunque sia cambiata”.

Ma Veltroni ha anche -appunto- ricordato alla sinistra che il tema, il problema, l’esigenza della sicurezza, che è quella più avvertita dalla gente, specie la più debole e indifesa, la riguarda non meno della destra. O forse anche di più appunto perché “la percezione della insicurezza” colpisce, danneggia, distorce la coscienza maggiormente di quell’elettorato che era una volta della sinistra. Ed ora, partecipe di una democrazia tentata addirittura dall’”eutanasia”, è portata a preferire la decisione di uno solo, o quasi, che comanda alla “farraginosa democrazia”.  In Italia, ma non solo, a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump.

Ad occhio e croce, senza volergli forzare -o almeno forzargli troppo- la mano, il cervello e il cuore, Walter mi è sembrato rivolto nel suo editoriale più alla segretaria del Nazareno Elly Schlein che alla Meloni, al netto della polemica che ha riservato pure a lei per ragioni, diciamo così, di anagrafe politica, cioè di origini.

Da buon cronista, con la stessa efficacia narrativa messa scrivendo libri su vicende che hanno segnato molto la storia repubblicana, dalle brigate rosse al pozzo di Vermicino, Veltroni si è soffermato sull’attualità più stingente, come quella della banda di ragazzi, poco più di bambini, che con un’auto rubata a turisti francesi hanno travolto e ucciso una donna a Milano. Fatto, fattaccio sul quale ho avvertito personalmente la tentazione, leggendo le reazioni politiche, di attribuirne la responsabilità al governo Meloni, come del presunto calo del turismo in Italia e dei prezzi smodati negli stabilimenti balneari per assicurarsi un ombrellone, o semplicemente una sdraio al sole.

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Il generale Ferragosto mandato in riserva da Giorgia Meloni

E’ la terza estate consecutiva che il generale Ferragosto, promosso sul campo a Palazzo Chigi nel 1986 da Bettino Craxi, compiaciuto di essere stato da lui salvato dalla risi reclamata e ottenuta dal segretario della Dc Ciriaco De Mita, trascorre in riserva dopo la prestazione del 2022. Peraltro fallita perché la crisi del governo di Mario Draghi portò alle elezioni anticipate.

Da allora  non sono stati necessari interventi del generale, né richiesti né volontari, per risolvere o congelare situazioni  critiche, lasciando ai partiti il tempo di cambiare o confermare davvero alleanze, equilibri e quant’altro. Fra le novità del governo Meloni, il primo non solo di genere, c’è anche o soprattutto, come preferite, l’estate libera del generale Ferragosto.

         La carriera di questo alto ufficiale cominciò, non so dirvi francamente da quale grado perché non fu neppure avvertito dai cronisti, nell’estate del 1960. Quando il governo del democristiano Fernando Tambroni appoggiato dalla destra missina cadde praticamente nelle piazze con una rivolta che spianò la strada a due governi di Fanfani comunemente assegnati alla formula delle cosiddette convergenze parallele, propedeutiche al centro-sinistra, col trattino, coltivato dal segretario della Dc Aldo Moro. E sottoposto con lodevole trasparenza  all’approvazione del congresso democristiano prima delle elezioni del 1963. Dopo le quali tuttavia se i democristiani erano pronti, i socialisti non ancora per la dissidenza interna della sinistra.

         Il generale Ferragosto, o non so se ancora capitano, maggiore, colonnello, favorì la nascita del primo governo dichiaratamente balneare di Giovanni Leone, al quale seguì in autunno il primo governo “organico” di centro-sinistra presieduto da Aldo Moro.

         Tanta prudenza non bastò tuttavia a provocarne la crisi già nell’estate successiva. Quando il non ancora generale Ferragosto sconfisse un superiore che si era messo a disposizione dell’allora presidente della Repubblica Antonio Segni per garantire il controllo delle piazze nel caso in cui avesse voluto troncare l’esperienza dell’alleanza fra democristiani e socialisti con un governo elettorale di Mario Scelba. Che però rifiutò l’incarico prima ancora di riceverlo, per cui Moro, costretto per qualche giorno a dormire per prudenza fuori casa, riprese il suo percorso fino all’esaurimento ordinario della legislatura, nel 1968 della famosa contestazione.

         L’anno dopo, a proposito di contestazione, Mariano Rumor, succeduto a Moro a Palazzo Chigi dopo un secondo e ultimo governo balneare di Leone, si spaventò a tal punto all’annuncio di uno sciopero generale da dimettersi a sorpresa di tutti, per quanto avesse promesso un centrosinistra, senza più il trattino, “più coraggioso e incisivo” dei precedenti. Le elezioni anticipate, che erano il suo obiettivo, furono impedite con l’arrivo inatteso di Emilio Colombo a Palazzo Chigi.

         I partiti riuscirono a sorprendere il generale Ferragosto superando da soli dieci anni e più eccezionali di piombo. Ma, forse esausti per tanta fatica, una volta usciti dall’emergenza, tornarono ad avere bisogno di lui. Nell’estate del 1979, per esempio, prolungando la durata del primo governo di Francesco Cossiga post-solidarietà nazionale, colpito dai franchi tiratori. Per il tempo necessario a fare maturare le condizioni del pentapartito inteso come un centrosinistra allargato ai socialisti. Che tuttavia ebbe bisogno ancora dell’aiutino di quel generale per fare sopportare alla Dc i passaggi indigesti di Giovanni Spadolini e soprattutto di Bettino Craxi alla guida dei governi, fra il 1981 e il 1987.

         Alla stagione delle cosiddette mani pulite il generale Ferragosto neppure si affacciò, temendo forse di essene travolto pure lui. Seguì la magìa, anche per un generale come lui, della cosiddetta seconda Repubblica. E ora quella ancora più sorprendente del centrodestra a trazione meloniana. Col generale Ferragosto, come dicevo, ormai in riserva.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 15 agosto

Il dovere di contenere le assenze (dis)onorevoli in Parlamento

         Odio l’antiparlamentarismo come la buonanima di Antonio Gramsci diceva e scriveva di odiare gli indifferenti. L’antiparlamentarismo, per esempio, come quello spiccio dei pur parlamentari delle 5 Stelle che vedono abusi e odiosi privilegi nel trattamento economico di lor signori onorevoli, alle cui fila tuttavia vorrebbero partecipare senza più il vincolo paleo-grillino dei due mandati, e non oltre. Trascorsi i quali i non più onorevoli dovrebbero cambiare mestiere, o magrai svolgerlo a livelli diversi, preferibilmente inferiori.

         Dà tuttavia fastidio anche a me, lo confesso, questa storia delle troppe assenze che ricorre di frequente, ogni volta che gli uffici parlamentari sfornano i risultati delle rilevazioni delle presenze e assenze, appunto, alle votazioni dei deputati e dei senatori. Le presenze, non dico come a scuola ma quasi, debbono contare nel giudizio sui parlamentari. Che non vanno a scuola, di certo, ma sono stati mandati in Parlamento non come in un parco giochi dagli elettori. O dai capi dei partiti di appartenenza o riferimento da quando i voti di preferenza prima sono stati ridotti da quattro o cinque ad uno e poi eliminati del tutto.

         Fra tutti i dati delle maggiori  assenze o minori presenze mi hanno colpito di più quelli riguardanti una deputata che, fra tutti i parlamentari, mi sembra francamente quella più libera, o meno occupata, da impegni diversi da quelli del mandato ricevuto formalmente, ripeto, dagli elettori. Mi riferisco naturalmente alla quasi moglie del compianto Silvio Berlusconi: la deputata Marta Fascina, 35 anni e mezzo, nata in Calabria, cresciuta in Campania ed eletta l’ultima volta, tre anni fa, in Sicilia.

         Per fronteggiare l’assenteismo parlamentare, che non è l’altra faccia dell’assenteismo, ma qualcosa di assai diverso e di più, non basterebbe un ritocco regolamentare. Occorrerebbe un ritocco costituzionale per potere arrivare alla decadenza di chi accumula assenze oltre un certo limite.

         Bisognerebbe aggiornare, per esempio, l’articolo 66 della Costituzione, che già assegna, ma in termini forse troppo generici, a “ciascuna Camera” il compito di “giudicare dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggebilità e di incompatiblità”. Mi sembra che l’incompatibilità di un assente seriale, diciamo così, con la funzione parlamentare sia logica, a dir poco. E ciò anche perché l’articolo 51, sempre della Costituzione, riconosce a “chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive il diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro”.

         C’è infine da considerare, e rendere eventualmente più stringente, l’articolo 54 della Costituzione che è forse il più citato dalle opposizioni di turno nell’azione di contrasto alla maggioranza, sempre di turno. Esso dice, testualmente che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Il dovere, ripeto, non la facoltà.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 17 agosto

Leghisti in testa nella corsa sul carroccio verso il ponte sullo stretto di Messina

Solo qualche giorno fa l’ex guardasigilli leghista Roberto Castelli, che la buonanima di Francesco Saverio Borrelli sfotteva per la sua competenza di ingegnere acustico sprecata al vertice del Ministero della Giustizia,         è stato sorpreso, diciamo così, a criticare la Lega del Ponte di Matteo Salvini. E lasciava intendere che Umberto Bossi non parla, cioè non se ne lamenta, solo per stanchezza o per carità di partito. Evidentemente rimpiange gli anni nei quali si lasciava attribuire striscioni e scritte sui ponti del Nord inneggianti all’Etna, che avrebbe potuto e dovuto risolvere con la necessaria energia i problemi della Sicilia. Striscioni e scritte che ancora Salvini si vede rinfacciare in certe città e piazze del Sud. Dove ricordano, non dimenticano.

         Ebbene, il vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture potrebbe vantarsi di un recente sondaggio di Demos, appena illustrato da Ivo Diamanti su Repubblica, dal quale risulta che il 68 per cento dell’elettorato nazionale della Lega, non più confinata nel pur importante, popoloso e ricco Nord, è favorevole al progetto del Ponte, con la maiuscola, sullo stretto di Messina. Che egli è deciso a realizzare come la premier Giorgia Meloni a proteggere il centro di raccolta, o come altro si deve chiamare, realizzato in Albania per gli immigrati clandestini diretti in Italia e soccorsi in mare. “F u n z i o n e r à”, ha detto e ripetuto la Meloni senza lasciarsi scoraggiare dalle intrusioni che contesta alla magistratura.

         Il 68 per cento dell’elettorato dichiaratamente leghista a favore del Ponte è tanto più significativo se paragonato al 63 per cento dell’elettorato dichiaratamente meloniano o forzista, cioè del partito del compianto Silvio Berlusconi.  Al quale gli amici hanno già chiesto di intitolare la grande opera di collegamento fra il continente e la Sicilia sentendosi rispondere da Salvini, che forse ha altri nomi per la testa, che a Berlusconi è già stato intestato, pur fra qualche protesta sgradita ai figli, l’aeroporto internazionale della Malpensa. Che Berlusconi peraltro frequentava meno di Linate.

         Non parliamo poi dei confronti del 68 per cento dell’elettorato leghista a favore del Ponte con gli elettorati assegnati sulla carta, con o senza tenda, al cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra. O Araba Fenice, come la definiscono i detrattori.

         A favore del Ponte risulta, almeno attualmente, il 63 per cento del modesto, diciamo pure modestissimo elettorato del pur ambizioso, anzi ambiziosissimo Matteo Renzi. E il 51 di Carlo Calenda, il 43 di +Europa, il 35 del Conte delle 5Stelle e il 32 del Pd di Elly Schlein. Che di conseguenza potrebbe aspirare a sorpassare un Beppe Grillo ritornato in azione attraversando a nuoto lo stretto di Messina, alla faccia delle tonnellate di acciaio e di cemento che serviranno alla costruzione del ponte, adesso con la minuscola, tanto voluto dal governo… sprecone della Meloni.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 24 agosto

Tutti i numeri politici del Ponte, forse nazista, sullo stretto di Messina

         Non so se per noi italiani sia meglio o peggio, come preferite, essere considerati nazisti, insieme con gli europei, dall’avvenente portavoce del Ministero degli Esteri della Russia per reclamare -pensate un po’- la partecipazione dell’Ucraina alle trattative sulla pace che dovrebbe subire dopo tre anni e più di invasione e guerra, o risultare cavernicoli da un sondaggio della Demos che ci dà favorevoli al ponte sullo stretto di Messina solo “uno su tre”. Così ha ottimisticamente titolato Repubblica un articolo illustrativo di Ilvo Diamanti sbagliando, perché poi a leggerlo risultiamo favorevoli “meno di uno su tre”: esattamente il 28 per cento.

         Ormai del Ponte, con la maiuscola per distinguerlo dagli altri esistenti e graziati dal sondaggio, manca solo che si dica e si scriva che sia incostituzionale. Ci è andato vicino il costituzionalista, appunto, Michele Ainis suggerendo di sottoporre il progetto ad un referendum. E sfidando il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dei ponti, dei porti, delle strade e via infrastrutturando a promuoverlo, piuttosto che rischiare il peculato e chissà cos’altro regalando milioni al raduno annuale dei ciellini a Rimini perché se ne parli bene.

         Salvini -con la v, non Salini che ne sarà praticamente il costruttore- è l’uomo ormai dei miracoli anche per come ha saputo convertire al Ponte i leghisti che ai tempi di Umberto Bossi scommettevano sull’Etna, scrivendone il nome sui ponti dell’autostrada da Milano a Venezia, per risolvere i problemi della Sicilia. Ora gli elettori leghisti sono favorevoli al Ponte per il 67 per cento, superando il 63 della destra meloniana e dei forzisti del compianto Silvio Berlusconi. Che avrebbe potuto aspirare a intestarselo -ha precisato Salvini- se non gli fosse stato già dedicato l’aeroporto internazionale di Malpensa. Il troppo stroppia, come si sa.

         In compenso il Ponte unisce il famoso e fantomatico “campo largo” dell’aspirante alternativa al centrodestra col solo 32 per cento dei favorevoli nel Pd, altrettanto fra verdi e sinistra e il 35 delle 5 Stelle di Conte. Seguono o precedono, come volete, il 63 per cento degli elettori di Matteo Renzi, il 51 di Carlo Calenda e il 43 di + Europa. Ma sono cespugli, si sa, nel campo largo, ospitati da Goffredo Bettini in una tenda.

         Per chiudere come ho cominciato, vorrei tanto sapere che cosa del Ponte pensi a Mosca la cacciatrice dei nazisti in Europa, Marija Zacharova. Sarebbe nazista anche il Ponte, con tanto di svastica all’entrata e all’uscita?

Ripreso da http://www.startmag.it 

Un riguardo del Corriere della Sera a Cairo l’assist di Galli della Loggia alla Meloni…

         Non dico la simpatia, perché mi avventurerei troppo nel personale, ma la stima di Urbano Cairo, l’editore del Corriere della Sera e de la 7, per Giorgia Meloni è nota nell’ambiente giornalistico e politico. E mi pare anche la sua pazienza, vista la stoica sopportazione per l’antimelonismo praticato da tante firme e tanti volti, specie questi ultimi, che paga.

         Ora si sta godendo le ferie, ma non si preoccupino gli affezionati a Lilli Gruber. Tornerà puntuale alle otto e mezza di sera col e nel suo salotto televisivo, dove la specialità è quella appunto dell’antimelonismo, praticato di solito da tre su quattro o quattro su cinque degli ospiti, compresa la conduttrice che non si lascia mai prendere la tentazione, che pure sarebbe d’ufficio, della neutralità.

         In questo contesto editoriale, anche se dalla televisione sto passando alla carta ancora stampata, penso che sia stato di conforto, sollievo e quant’altro per Cairo l’editoriale di ieri del Corriere della Sera scritto da Ernesto Galli della Loggia. Che già in una visione ottimistica della situazione anticipata con correttezza redazionale, forse anche direttoriale, dal titolo di prima pagina, in cui si parla della “crisi” ma anche dei “rimedi”, e del “declino” ma anche della “scossa possibile”, la firma fra le più autorevoli del giornale più diffuso d’Italia si aspetta che proprio la Meloni voglia e possa intestarsi rimedi, ripeto, e scossa. Una Meloni alla quale i magistrati che la fanno arrabbiare -ha ricordato l’editorialista- procurano “centomila voti” ogni volta che le danno occasione di lamentarsi degli sconfinamenti, a dir poco, del potere giudiziario. O solo ordine giudiziario, come a suo tempo il presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiedeva di ripetere con la Costituzione.

         “Mi domando -ha scritto Ernesto Galli della Loggia con una punta retorica – se la presidente del Consiglio riesce a immaginare il consenso, la popolarità immensa che otterrebbe se intervenisse in modo efficace  e rapido, cioè non nominando una commissione, per almeno abbreviare il percorso” di uscita da “una mostruosa piovra giuridico-amministrativa”, i cui tentacoli  paralizzano l’azione di qualsiasi governo. Alla malora le “migliaia di disposizioni precedenti, procedure labirintiche, valanghe di pareri obbligatori preliminari, continua possibilità di ricorsi, minutissimi regolamenti attuativi necessari per ogni cosa”.

         “Se lei decidesse -ha insistito e concluso l’editorialista del Corriere scrivendo della Meloni e assolvendola dalla colpa forse di non averlo ancora fatto- di mettersi davvero su una strada diversa” da quella del declino, “se lei volesse e fosse capace di trovare le parole per dirlo ma non solo a quelli della sua parte, e sapesse chiamare a raccolta tutte le energie intorno a un grande progetto per la rinascita del Paese, difficilmente -sono sicuro- le sue parole resterebbero senza eco. Lei per prima forse sarebbe stupita della risposta ad esse”. Concordo.

Dal vecchio e il mare al vecchio al volante…..

Dopo averlo doverosamente fatto  col direttore proponendoglielo, mi scuso anche con i lettori per questo articolo che scrivo in pieno, sfacciato, sfacciatissimo conflitto d’interessi, diciamo così per non allontanarmi troppo dall’argomento usuale della politica.

Sono tanto anagraficamente quanto involontariamente partecipe di quei trafficanti di strada con ottant’anni e più sulle spalle che dalle cronache recenti si sono messi infelicemente in concorrenza, pur astemi in genere, con giovani e adulti che, abusando spesso di alcol e telefonino, provocano incidenti, naturalmente anche mortali. Addirittura da stragi, in alcune occasioni.

         I vecchi sono abitualmente più sobri e meno connessi dei giovani e degli adulti, ma più esposti alla sfortuna per i riflessi organicamente più lenti, anche di fronte a certa cartellonistica maltenuta che li fanno arrivare in autostrada, o superstrada, o altro ancora, nella direzione e nel senso sbagliati.

         Ho letto che il vice presidente del Consiglio e ministro dei Trasporti in persona Matteo Salvini ha deciso di occuparsene personalmente, con la tempestività che lo distingue, pur alle prese in questi giorni con la campagna odiosamente, cavernicolamente ostile alla realizzazione del progetto del ponte sullo stretto di Messina, voluto -ha appena ricordato l’entusiasta architetto Massimiliano Fuksas- da Giuseppe Garibaldi attraversandolo a suo tempo in barca. Prima quindi del Duce intravisto in qualche racconto e dei malcapitati, nelle cronache politiche, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi.

Ebbene, mi permetto di segnalare a Salvini e dintorni alcuni aspetti della vita difficile di noi vecchi sulle strade italiane. Non siamo allo storico “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway del 1952, ma al vecchio e il volante della nostra Italia burocratizzata e un po’, come vedremo, anche vagamente iettatoria.

         Il vecchio che dalle nostre parti scampa alla morte dopo gli 80 anni e si ostina a ritenersi ancora in grado di guidare e praticare in autonomia il suo diritto alla vita deve rinnovare la patente di guida ogni due anni, anzichè i cinque precedenti e i dieci ancora più indietro. Il costo del rinnovo è di circa 100 euro, tra certificato del suo medico di base (a pagamento)., tassa e accessori, ma il documento vale, ripeto, solo due anni. Per cui  esso costa cinque volte di più. Mi sembra una sovrattassa sulla vecchiaia.

         Sempre da vecchio, ma al compimento dei “soli” 65 anni, scoprii nella Roma “ladrona” dove Umberto Bossi stentava ad ambientarsi da parlamentare, alla fine riuscendovi bene o male pure lui, di non potere rinnovare il mio abbonamento tramviario nelle solite due rate semestrali. Oltre i 65 anni bisognava rinnovarlo in una unica rata anticipata. Ero a uno sportello dell’Atac in una stazione della metropolitana di viale, addirittura, Giulio Cesare.   Mi accorsi quindi che l’azienda capitolina e il Comune scommettevano sulla morte dell’abbonato. Ne rimasi interdetto. E ancora di più al sorriso, anzi alla risata dell’addetto al servizio opposta alla mia protesta, che non era stata per niente ironica. Non arrivai a li mortacci tua solo per non sapere parlare bene il romanaccio. Come Craxi a Verona non si era unito ai fischi contro Berlinguer perché non sapeva fischiare.

         Non credo che le cose da allora siano migliorate agli sportelli dell’Atac, che smisi naturalmente di frequentare per scaramanzia, preferendo al cattivo gusto dell’amministrazione capitolina la scomodità del biglietto di volta in volta, via via rivelatosi peraltro più vantaggioso dell’abbonamento.

         Buon proseguimento del viaggio a tutti, e in tutti i sensi, vietati e non.

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Il binocolo del silenzioso Mattarella sul ponte di Scilla e Cariddi

         Il siciliano più alto in grado, come si dice comunemente, è di sicuro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nato 84 anni e qualche giorno fa a Palermo, dove tuttora risulta residente ed elettore, anche se in realtà abita e lavora a Roma.  Viene quindi spontaneo chiedersi che cosa pensi del ponte sullo stretto di Messina, di cui è stato appena approvato il progetto da realizzare in sette o otto anni, spendendo 14 miliardi di euro e collegando l’isola con il continente su più di tre chilometri di asfalto e binari in una sola, gigantesca arcata per la quale saranno utilizzate 170 mila tonnellate di acciaio e cemento. Per molti una sfida troppo azzardata alla natura, per molti altri degna di tutti i capolavori di cui è ricca l’Italia, fra i quali la cupola di Brunelleschi a Firenze e quella di Michelangelo a Roma.

         Che ne penserà, chiedevo, Mattarella preparandosi all’idea di tornare ogni tanto nella sua Palermo in auto anziché in aereo? E’uno dei misteri, per ora, meglio custoditi in Italia, dove pochi li sanno tenere. O li scoprono o rivelano usando troppa fantasia. Da partecipe di governi di Massimo D’Alema, uscito e rientrato nel Pd ostile al ponte, egli potrebbe essere sospettato di essere anche lui contrario. Ma da partecipe di governi del suo collega di partito Giulio Andreotti, che aveva ereditato da quelli precedenti di Bettino Craxi senza ripudiarlo un piano di grandi opere comprensivo del ponte sullo stretto di Messina appena ricordato con orgoglio dai figli Stefania e Bobo, rispettivamente nella maggioranza e nell’opposizione; da partecipe, dicevo, di governi di Andreotti, pur se dall’ultimo si dimise per dissenso sulla Tv commerciale, Mattarella potrebbe anche essere sospettato di qualche simpatia per l’opera mai arrivata così vicina ai cantieri.

         Di questa grande Opera, con la maiuscola, La Stampa di Torino ha scritto come di quella “della discordia”. Destinata, secondo Nadia Terranova, sempre sulla Stampa, a “isolare ancora di più la mia Messina. E peggio ancora secondo Mario Tozzi, il giorno prima sempre sulla Stampa, a collegare “due cimiteri”, una volta riuscito a resistere al terremoto devastatore di entrambe le coste, calabra e sicula. Una danza un po’ troppo macabra, forse, attorno al Ponte voluto in passato anche da Silvio Berlusconi, indigesto come Craxi ad una certa sinistra curiosamente e nominalmente progressista.

         Mattarella sta lì, al Quirinale, a leggere, sentire e vedere. Silenzioso come il Mosè scolpito da Michelangelo che gli diede ad un certo punto una martellata sul ginocchio chiedendogli perché non parlasse. E ottenendo come risposta un silenzio ancora più ostinato. I corazzieri di Mattarella, in divisa e non, familiari o soltanto amici, sono altrettanto taciturni, con o senza il binocolo. Gridano solo gli uccelli del malaugurio che svolazzano sul progetto, per ora. E svolazzeranno ancora di più, temo, a lavori cominciati.

Tutti gli inconvenienti, pure anagrafici, del ponte di Messina voluto anche da Craxi

         Prima Stefania Craxi dall’interno della maggioranza, poi il fratello Bobo dal campo non so quanto largo delle opposizioni aspiranti all’alternativa hanno tenuto a ricordare agli immemori che il ponte sullo stretto di Messina –“la grande opera della discordia”, come l’ha definita oggi La Stampa dalla lontana Torino- piaceva al padre Bettino. Che lo aveva inserito da presidente del Consiglio nel 1986 fra le necessità e opportunità del Paese, tornando a sostenerlo nel 1998 ad Hammamet, con le acque della Tunisia alle spalle. E’ stato Bobo, in particolare, a recuperare il video e a riproporlo su Facebook.

         Temo, per il ponte, per quanti l’hanno progettato, lo hanno sostenuto esostengono, ne hanno approvato il progetto stando al governo e sono decisi a goderne la realizzazione entro i sette o otto anni promessi dalla premier Giorgia Meloni e dal vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini; temo, dicevo, che la rivendicazione della paternità anche di  Craxi, oltre a quella successiva di Silvio Berlusconi, evocato pure lui in questi giorni, costituirà una circostanza aggravante nei processi politici e mediatici contro il collegamento strutturale e avveniristico fra il continente e la Sicilia. Sappiano come vanno in Italia certe cose e certi processi, limitati finora -ripeto- al piano mediatico e politico ma con buone probabilità di avere appendici giudiziarie. Persino l’onnipotente prefetto Gianni De Gennaro è finito di recente in alcune intercettazioni e indagini per avere parlato appunto del ponte, alla cui realizzazione è interessato, con un alto magistrato che se ne occupava per prevenire infiltrazioni mafiose nell’affare.

         Chissà quanti finiranno, spero solo metaforicamente, sotto il ponte progettato per essere il vanto d’Italia, come la cupola del Brunelleschi a Firenze e quella di Michelangelo a Rona. E descritto dal menagramo collettivo di sinistra come una disgrazia costosissima. Al pari di ciò che, sempre a sinistra, comprensiva di Ugo la Malfa e amici, si diceva a suo tempo della televisione a colori in un’Italia ancora confinata nella tv in bianco e nero. Oggi gli stessi uomini, fra i pochi sopravvissuti anagraficamente, e i loro figli e nipoti si vantano di essere “progressisti”, sempre opponendosi al nuovo.

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