La prudenza a dir poco sospetta di Trump sul versante polacco

         Non so francamente se più con l’aggravante o l’attenuante della paura rabbiosa procuratagli dalla eliminazione dell’”adorato” Charles Kirk negli Stati Uniti, compiuta con la precisione di altri attentati che hanno contrassegnato la storia americana, il presidente Donald Trump ha opposto una prudenza avvertita come inquietante da molti osservatori alla vicenda dei droni russi sulla Polonia.

         Mentre i polacchi hanno disposto una trincea di 40 mila uomini lungo i confini con la Bielorussia, considerabile piuttosto come una Similrussia, e le strutture della Nato si sono allertate per i pericoli che corre il paese alleato, Trump e i suoi consiglieri oltre Atlantico non manifestano ma ostentano i loro dubbi sugli attacchi subiti dalla Polonia. Essi propendono più per un errore che altro dei russi e bielorussi. Un errore, magari, attribuibile neppure a loro ma agli ucraini, che avrebbero dirottato verso se stessi droni di altra direzione partiti nell’ambito di esercitazioni, manovre e simili dei russi e loro alleati.

         Più che mandare truppe come in trincea, ripeto, ai loro confini orientali, i polacchi dorrebbero prendersela quindi con l’Ucraina e reclamarne le scuse. E noi tutti, in Occidente, dovremmo fare con Zelensky, anziché riceverne e condividerne le telefonate di protesta e di richiesta di ulteriori aiuti.

         La linea sulla quale Trump continua dunque a muoversi, pur fra qualche insofferenza o rammarico verbale, sarebbe quella derivante dalle immagini del suo incontro con Putin in Alaska a ferragosto. Una linea di rapporto speciale, empatico con l’omologo russo, che è ben felice naturalmente di investire il suo riaccreditamento internazionale in direzione anche opposta agli interessi americani: sul versante, per esempio, cinese o, più in generale, asiatico e generalmente antioccidentale.

Piccoli Trump (non) crescono negli Stati Uniti d’America…

         Senza voler togliere nulla alle quinte e dietro le quinte dei droni russi sulla Polonia e, sul versante mediorientale, dell’assalto israeliano ai vertici dei terroristi palestinesi protetti dal e nel Qatar; senza volere sminuire l’allarme di Sergio Mattarella, che ripassa la storia della vigilia della prima guerra mondiale, cerchiamo di non sottovalutare la situazione non meno esplosiva del presidente americano Donald Trump negli Stati Uniti. Dove, non potendo, o non potendo ancora attentare di nuovo direttamente alla sua vita, come alla vigilia della rielezione, per il cordone di sicurezza rafforzato, di cui si sono avvertiti i segni anche nei ritardi imposti dalla sua presenza alla finale di tennis che è costata a Sinner la postazione di vertice, è stato colpito a morte il più giovane e famoso sostenitore di Trump.

         E’ stato ucciso, colpito al collo da un cecchino mentre parlava in un campus universitario americano il “leggendario” -lo ha definito lo stesso presidente degli Stati Uniti- Charlie Kirk. “Lo amavo e lo adoravo”, ha detto sempre Trump del suo trentunenne ammiratore e propagandista  mentre l’assassino sembrava già preso. Ma sembrava, appunto, secondo precisazioni sopraggiunte da fonti della sicurezza. Vedremo gli sviluppi.

         Trump non riesce a chiudere le guerre che si era proposto di archiviare, o almeno le maggiori, ne apre, chiude e riapre delle altre di tipo commerciale e soprattutto esaspera tensioni interne come accaduto ad alcuni, celebri predecessori. E’ una situazione, questa, che destabilizza ulteriormente il mondo. E non solo gli Stati Uniti.   

L’idrante di Giuseppe Conte sull’entusiasmo di Elly Schlein

Giuseppe Conte -sì, proprio lui, l’ex presidente del Consiglio che da presidente soltanto del Movimento 5 Stelle aspira senza alcuna reticenza a tornare a Palazzo Chigi, convinto al pari di Marco Travaglio di essere una mezza reincarnazione di Camillo Benso conte di Cavour, al minuscolo- si è messo a rovesciare acqua sul fuoco dell’ottimismo e dell’entusiasmo della segretaria del Pd Elly Schlein. Che è sicura di giocare nella partita in corso delle elezioni regionali la prova dell’alternativa nazionale al governo di centrodestra di Giorgia Meloni.

         Pur gonfio, anche lui, di orgoglio per avere strappato al Nazareno candidature pentastellate al vertice della Campania e della Calabria, in fila per le urne con Valle d’Aosta, Veneto, Marche e Toscana, Conte ha avvertito dalle colonne del Corriere della Sera la Schlein e amici che “stare insieme non basta”.

         “L’unità -ha spiegato l’ex premier a proposito di quella delle opposizioni testardamente perseguita dalla Schlein, e raggiunta appunto per queste regionali d’autunno, al netto delle resistenze di Carlo Calenda- è la migliore condizione per vincere, però non può essere una semplice invocazione”, come deve essergli apparsa quella della segretaria piddina

 “E’ un percorso non facile, paziente, di confronto -ha avvertito Conte- tra diversi sulle cose da fare e i valori da difendere”, a livello nazionale con l’inconveniente di dovere assumere anche una linea di politica estera, non compresa -o non ancora, neppure dopo la riforma del titolo quinto della Costituzione adottata a suo tempo dalla sinistra- nelle competenze regionali. Una politica estera che le opposizioni accusano la maggioranza di non avere, a parte un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti di Trump, per le contraddizioni che si avvertono fra i partiti al governo, specie fra la Lega di Matteo Salvini, e del vice segretario e generale Roberto Vannacci, e gli altri partiti della coalizione. Ma che neppure le opposizioni hanno. Anzi, l’hanno ancora di meno perché le divisioni attraversano anche il maggiore dei partiti aspiranti all’alternativa: il Pd di cui uno dei fondatori -Luigi Zanda- ha chiesto prima un congresso, poi un’assemblea tematica, infine – ma sempre inutilmente- una riunione apposita della direzione per discuterne, possibilmente senza sottintesi, senza reticenze o ambiguità verbali e scritte in un documento conclusivo.

“Stando semplicemente uniti si vince ma non si governa”, ha ammonito Conte con incontestabile realismo, e anche un po’ di esperienza personale non proprio cavouriana. Come quella di qualche suo predecessore più dichiaratamente e orgogliosamente di sinistra tipo Romano Prodi.

         “Dobbiamo assicurare stabilità- ha detto Conte immaginandosi forse capotavola in un incontro conviviale di progressisti indipendenti, anche l’uno dall’altro, ma accomunati da ambizioni governative- con un progetto serio, evitando un governo che si sfaldi poco dopo le elezioni, come accadde con l’Unione di Prodi” nel 2008. Ma in fondo come era già accaduto dieci anni prima con l’Ulivo, sempre di Prodi. Anche se in quell’altra occasione erano state evitate le elezioni anticipate per il soccorso fornito dal presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga ad un Massimo D’Alema deciso a salvare la legislatura. E, caduto anche lui, a farla arrivare all’epilogo ordinario col secondo governo di Giuliano Amato, dopo il primo fattogli formare nel 1992 da Bettino Craxi. Archeologia, o quasi.

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Attenti a godere troppo delle difficoltà dei cugini francesi

         In un paese che ribolle di proteste, di crisi economica, di instabilità politica persino maggiore di una certa Italia della prima ma anche della seconda Repubblica; in un Paese come la Francia, dove già Giulio Andreotti ai suoi tempi avvertiva troppe ambizioni napoleoniche, diverse da quelle modeste degli italiani che reeclamavano  o promettevano la puntualità dei treni, è appena capitato a un ministro delle forze armate – un po’ più del nostro ministro della Difesa-  di fare un salto di carriera politica con la nomina a capo del governo da parte del presidente della Repubblica. Che ha deciso di mandarlo allo sbaraglio in un Parlamento che ha appena abbattuto Francois Bayrou allo scopo, dichiarato sia dalla destra sia dalla sinistra, di estromettere in anticipo dall’Eliseo proprio lui, il presidente della Repubblica Emmanuel Macron.

         “Vasto programma” avrebbe forse ripetuto col solito sarcasmo, dall’alto dei suoi quasi due metri -uno e 96 centimetri- Charles De Gaulle. Vasto, a questo punto, quanto quello di Macron di resistere affiancato dal suo fedelissimo e giovane Sebastien Lecornu. Al quale non aveva fatto in tempo, come Trump negli Stati Uniti col suo Segretario al Pentagono- a fargli assumere la guida del Ministero dichiaratamente e completamente della Guerra. Macron ha risparmiato al suo Lecornu un gradino nella scala delle promozioni, e in uno scenario internazionale dove la pace è sempre più un’aspirazione che una realtà: dall’Ucraina al Medio Oriente.

         Facciano pure auguri familiaristici e ironici ai cugini francesi che forse se li meritano anche nella loro carica polemica o ritorsiva, nella consapevolezza tuttavia, avvertita e dichiarata, dal ministro della Difesa -ancora- dell’Italia Guido Crosetto, tra gli amici più fidati e saggi della premier Giorgia, che sotto sotto, nel fondo del fondo, avremmo poco da godere delle difficoltà della Francia. Con la quale condividiamo l’appartenenza all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica, o ciò che ne rimane fra gli strappi del presidente americano Donald Trump, oltre Oceano.  

Davanti e dietro le quinte della profonda crisi francese

         La notizia ufficiale, rigorosamente diffusa con l’evidenza che merita da gazzettieri, pennivendoli e via scorrendo gli aggettivi che assegnava la buonanima di Ugo La Malfa ai giornalisti da lui considerati renitenti alla sua visione di cose, situazioni e uomini, o donne, è la bocciatura parlamentare del governo francese di Francois Bayrou. Battuto riferendo, anzi confermando lo stato della Francia come un paese dei balocchi, come peraltro  è capitato spesso all’Italia di essere considerata sia nella prima Repubblica sia nella seconda, pur fra le proteste dell’ex ministro democristiano del bilancio, ancora felicemente in vita, Paolo Cirino Pomicino, di tendenza andreottiana.

         “Voi potete rovesciare il governo, ma non la realtà”, ha detto il premier francese prima di essere licenziato con 364 voti contro 194 da un Parlamento deciso a liberarsi intanto di lui, rinviando ad altra data i conti con la realtà, appunto. Che in Francia è anche di grandissima tensione sociale, fra scioperi e manifestazioni.  

         La notizia ufficiale, dicevo, è questa. Quella non ancora ufficiale, per le resistenze che l’interessato oppone alle sue dimissioni reclamate da destra e da sinistra, in Parlamento e nelle piazze, è la crisi ormai irreversibile del presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. O del “macronismo”, come viene definito il suo stile, metodo e contenuto di governo solo nominalmente guidato dal premier di turno, da lui stesso scelto e affidato al logoramento parlamentare e sociale. Un macronismo che non ne fa un Napoleone dei nostri tempi, come dicono sarcasticamente i suoi avversari e lui stesso un po’ si compiace di essere considerato, ma solo una mezza caricatura.

         Ciò nuoce non solo al presidente arroccato nella difesa di un mandato che gli scadrà irrevocabilmente fra due anni. Nuoce anche, o soprattutto, alla Francia e pesino all’Europa in questa congiuntura internazionale di passaggio dal vecchio ordine mondiale concordato a Yalta 80 anni fa e quello nuovo che sono ormai in troppi a volere definire. E che impiegherà chissà quanto a realizzarsi imponendosi alle guerre in corso così tanto diffuse e radicate che il candidato al premio Nobel della pace Donald Trump, da sette mesi di nuovo alla Casa Bianca per altri quattro anni, ha appena restituito alla Guerra, con la maiuscola, il titolo del Dipartimento della Difesa, anch’essa con la maiuscola.  

         In questa situazione internazionale è comprensibile, per carità, la soddisfazione attribuita nella vignetta di Stefani Rolli sul Secolo XIX alla premier italiana Giorgia Meloni, che si appresta a celebrare i tre anni trascorsi ininterrottamente alla guida del governo di centrodestra. Cui le opposizioni si accontentano -entusiasticamente, addirittura- di allestire alternative locali. Comprensibile, dicevo, la soddisfazione satirica della Meloni. Ma non sufficiente, o non ancora, a produrre tanta fiducia quanto ne occorre, almeno in Europa.

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Guerra e pace del presidente americano Donald Trump

Anche le parole, come i soldati nella famosissima poesia ispirata a Giuseppe Ungaretti dal primo conflitto mondiale, stanno “come foglie d’autunno” sull’albero. La Difesa, con la maiuscola, alla quale era intestato il Pentagono, è caduta in un autunno anticipato per far tornare alla Guerra, sempre al maiuscolo, il segretario di Stato che vi è addetto. Sinistramente, direi, in una lunga congiuntura internazionale di conflitti che si accendono, spesso per niente, e nessuno riesce poi a fermare davvero. Quando non le alimenta con iniziative persino controproducenti.

  Il ripristino della Guerra su edifici, porte e carte intestate potrebbe compromettere per senso comune la pratica del premio Nobel della pace cui il presidente deli Stati Uniti Donald Trump sembrava molto interessato. Almeno sino a qualche giorno fa, quando gli furono attribuite telefonate personali a chi se ne sta occupando in Norvegia.

         E pensare che in Europa, della quale Trump del resto non  è entusiasta, pur ricevendone ogni tanto esponenti senza necessariamente insultarli o cacciarli, il “riarmo” adottato per definirne il programma per poco non è costato il posto alla presidente tedeschissima della Commissione, Ursula von der Leyen. Persino l’amica italiana Giorgia Meloni ha traballato all’annuncio.

         Certo, una parola come Guerra scolpita o stampata fa meno impressione di una parata militare come quella, imponente e coloratissima, svoltasi a Pechino proprio a ridosso, e forse propedeutica alla decisione di Trump. Ma non è detto che sia un’impressione azzeccata. A volte, si sa, le parole pesano e colpiscono più dei fatti. Non vorrei che questo fosse il caso, vista la temperatura del pianeta, sotto tutti i punti di vista.

         Solo un uomo riesce ad accomunare perfettamente, direi, parole e fatti, dopo un periodo breve di incertezza, quando Silvio Berlusconi a Pratica di Mare per poco non  riuscì a farlo aderire davvero alla Nato. Si tratta naturalmente del presidente russo Putin, peraltro compiaciuto di essere considerato lo zar di turno al Cremlino. Uno zar più zar di tutti gli altri che lo hanno preceduto nei secoli. E che certo, non potevano pensare di poter contare su un successore come lui, cresciuto nella esaltazione prima e nel rimpianto poi di quel tale rivoluzionario che ne fece trucidare uno con la famiglia a Ekaterinburg. Era il 16 luglio 1918. “Soltanto” 107 anni fa. Ne sono invece passati 17 dai funerali di Stato, a San Pietroburgo, concessi ai resti di Nicola di Russia, a Unione Sovietica ormai finita, da un premier di nome Putin. Si, proprio lui. quello che dal Cremlino sta praticando con particolare “ferocia”, appena rimproveratagli dalla premier italiana Giorgia Meloni, la sua guerra di turno. Che è all’Ucraina. La martoriata Ucraina delle preghiere e suppliche del Papa americano Leone XIV e del suo predecessore argentino Francesco. Di cui Putin non si è ancora beffardamente chiesto, come Stalin a suo tempo parlando di Pio XII, di quanti eserciti disponga la Santa Sede.

Pubblicato sul Dubbio

Gli indifferenti d’Ucraina e gli sdegnati di Gaza….

Di solito accorto nelle aggettivazioni, sino a esasperare lettori amici come mi permetto di considerarmi, Paolo Mieli è oggi sbottato sul Corriere della Sera dando degli “indifferenti” agli spettatori della guerra in Ucraina. Dove in un solo giorno sono esplosi ieri circa ottocento fra droni e missili, uno dei quali ha colpito a Kiev il palazzo del governo, deviato forse da un colpo dell’artiglieria ucraina, ha spiegato il solito Marco Travaglio sull’altrettanto solito Fatto Quotidiano. Insomma anche questo se lo sarebbe cercato Zelensky,

         “Indifferenti” -ripeto- gli spettatori della guerra in Ucraina, cominciata o ricominciata, secondo alcuni, tre anni e mezzo fa con una “operazione speciale” russa che avrebbe dovuto concludersi in una quindicina di giorni con la “denazificazione” del paese limitrofo. “Sdegnati”, secondo Mieli, gli spettatori della guerra a Gaza condotta da Israele con metodi e finalità da genocidio, secondo i nemici, i critici e i falsi amici dello Stato ebraico. Sui quali i terroristi di Hamas puntano più che sui loro ormai malmessi arsenali sotterranei per uscire comunque vincenti sul piano mediatico mondiale dal conflitto provocato con tanta ferocia il 7 ottobre di due anni fa macellando e sequestrando più di milleduecento persone in territorio israeliano. Più di 60 mila sono i caduti nella reazione d’Israele. Avrebbero potuto essere molti di meno se i terroristi non avessero abusato per primi dei palestinesi di Gaza facendone scudi umani. Ma anche questo forse sarebbe un discorso genocida. Da liquidare “sdegnati” nell’aggettivazione di Mieli.

L’Ascensione…regionale della segretaria del Pd Elly Schlein

Con tutto quello che accade nel mondo, pur a tanta distanza apparente da noi, a 2.300 kilometri da Kiev, 2.340 da Gaza, 2.400 da Mosca 7.200 da Washington. 8.240 da Pechino, la segretaria del Pd Elly Schlein non è mai stata felice come in questi giorni. Anche più di due anni fa, quando riuscì forse a sorprendere anche se stessa arrivando  al vertice del maggiore partito di opposizione, sostenuta più dagli esterni che dagli interni, più dai passanti che dagli iscritti. Che le avevano preferito Stefano Bonaccini.

         La Schlein è ormai fuori dai panni, senza tuttavia regalarci o infliggerci la sua nudità, perché in “tutte” le sei regioni in fila per il rinnovo autunnale delle loro amministrazioni, lei è riuscita a predisporre, con tanto di candidati alle presidenze, il cosiddetto campo largo dell’alternativa, che vorrebbe essere anche nazionale, al governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni. “Fatevene una ragione”, ha gridato alla premier e alleati, che avrebbero finito di giocare e vincere sulla sinistra e dintorni a causa delle sue divisioni.

         Gli accordi, almeno quelli nominali, pur mettendo nel conto la componente più lontana e sofferente, che è quella di Carlo Calenda, sono stati possibili per i loro confini locali. Se nelle trattative si fosse solo affacciata la politica estera, in modo concreto e non generico o retorico come l’invocazione alla pace, le intese sarebbero mancate tutte. Come mancherebbero, a dispetto della fiducia, delle scommesse e delle dita alzate della Schlein, a livello nazionale. Almeno su questo la Schlein dovrebbe convenire. E  non alzare le spalle, come fa  da mesi, fra le rasoiate di protesta dell’ex senatore, capogruppo, tesoriere del Pd Luigi Zanda. Che prima ha chiesto addirittura un congresso anticipato per definire la politica estera del partito, poi un mezzo congresso come sarebbe la solita assemblea di tema, infine una riunione quanto meno della direzione al Nazareno. Non ottenendo naturalmente nulla, e mettendosi in paziente, martirologica attesa dell’appuntamento che la segretaria e i suoi astuti consiglieri, prendendo il peggio delle vecchie abitudini democristiane e comuniste, ha dato a tutti dopo cioè le elezioni regionali, con la forza che spera di ricavarne.

         Intanto all’interno del cosiddetto campo largo, contestato da Giuseppe Conte già nella sua denominazione, preferendogli il campo “giusto”, affollato di “progressisti indipendenti”, anche l’uno dall’altro, lo stesso Conte da secondo per nulla rassegnato incassa politicamente qualcosa ogni giorno e si allena alla resa de conti finale, se e quando arriverà. Cioè quando, prima o dopo le elezioni politiche generali per il rinnovo delle Camere, secondo i tempi e le procedure dell’ennesima nuova legge elettorale di cui si occupano per ora solo i retroscenisti, lo stesso Conte e la Schlein potranno o dovranno giocarsi la carta intestata di Palazzo Chigi, se non vi dovesse essere confermata Giorgia Meloni, magari per il successivo salto al Quirinale. Dove si attende l’arrivo della prima donna Presidente dalla nascita della Repubblica.

         In sede regionale, cioè locale, per tornare all’argomento di partenza, che è lo scenario internazionale, la cosiddetta geopolitica, i problemi più spinosi che hanno dovuto affrontare Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi, Calenda e loro delegati sono stati al massimo quelli di qualche inceneritore da ereditare o demolire e della lotteria ridotta del reddito di cittadinanza.

         Nessuna regione, almeno sino ad ora, salvo una ulteriore riforma del titolo quinto della Costituzione, dispone di un dipartimento o assessorato alla Difesa, da convertire eventualmente in Guerra, sempre con la maiuscola, come ha appena fatto Trump negli Stati Uniti col Pentagono mandando un usciere e cambiare la targa alla porta del competente segretario di Stato. E saldando così i conti col presidente cinese gonfiatosi ulteriormente godendo la parata di Pechino. Molto piaciuta anche all’ospite italiano che era l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema, l’unico comunista italiano -o post comunista- giunto a suo tempo a Palazzo Chigi.

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Quel dipartimento americano passato dalla difesa alla guerra

         Molti probabilmente sceglierebbero come immagine emblematica, sul piano internazionale, della settimana che si chiude con questa domenica 7 settembre una della parata militare a Pechino. Dove è corso, credo su invito dei suoi amici cinesi, l’ex premier italiano Massimo D’Alema per compiacersi di tanta forza ostentata celebrando il passato a parole, a 80 anni dalla conclusione della seconda guerra mondiale anche in Asia, e il presente nei fatti, diciamo così. Che è un’espressione cara anche a D’Alema quando chiude una frase generalmente perentoria parlando al plurale, cioè intestandosi la rappresentanza della maggioranza. Vecchio trucco oratorio imparato non so se a Pisa, quando lui studiava all’Università, o alle Frattocchie, alle porte di Roma, quando si formava alla scuola del Pci.

         A me personalmente ha colpito di più, della settimana che si conclude oggi, l’immagine della sostituzione della targa sulla porta del Segretario di Stato americano alla Difesa, che da qualche giorno si chiama Segretario alla Guerra. Non sono riuscito a rintracciare la solita foto del presidente Donald Trump alla firma del relativo ordine esecutivo, con tanto di  lettere allineate come torri. Questa volta Trump non so se sia trattenuto, accontentandosi della foto della targa diffusa dal Dipartimento ora -ripeto- della Guerra, o ce l’abbia solo risparmiato su suggerimento, magari, della moglie Melania.  Della quale si legge ogni tanto qualche retroscena o indiscrezione polemica nei riguardi della fiducia che, sia pure a fasi alterne, il marito nutre nel premier russo Putin. E nella sua volontà di pace in Ucraina mentre continua a devastarla e a insanguinarla.

         Questa storia del Dipartimento di Stato americano passato dalla Difesa alla Guerra con un tratto di penna o la targa rimossa con un banale cacciavite, mi sembra peggiore persino di un missile sparato a titolo dimostrativo, o per un errore di cui poi scusarsi.  E pensare che qui da noi, in Europa, della quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha appena voluto sottolineare la insostituibilità eccetera eccetera, abbiamo sentito levarsi proteste, lamentele, distinzioni, persino da parte della premier Giorgia Meloni che le è amica personale, per la decisione della presidente della Commissione di Bruxelles, la tedesca Ursula von der Leyen, già ministra della Difesa del suo paese, di chiamare “riarmo” il programma di potenziamento delle strutture militari dei paesi dell’Unione di fronte a minacce e rischi  che provengono dalla Russia, come dimostra la guerra in Ucraina in corso da più di tre anni e mezzo.

         A la guerre comme à la guerre, si diceva una volta in francese.    

La partita pugliese del Pd giocata con una certa follia, ma senza metodo

         A Bisceglie, la città celebre anche per uno dei maggiori manicomi italiani del secolo scorso, fondatovi da don Pasquale Uva, si è conclusa con una certa follia, ma senza il metodo attribuito ad Amleto, la saga del candidato del Pd alla presidenza della regione pugliese. Ha accettato di esserlo l’ex sindaco di Bari Antonio Decaro, eletto l’anno scorso al Parlamento europeo con quasi cinquecentomila voti di preferenza: voti veri, non finti. Raccolti uno per uno nella circoscrizione meridionale d’Italia, non acquisiti d’ufficio, diciamo così, in quanto capolista per il Nazareno.

         L’aspetto buffo, se non lo vogliamo chiamare folle, dell’annuncio dato a Bisceglie in tandem con la segretaria del partito Elly Schlein, nella cornice della locale festa dell’Unità che non è però il giornale diretto da Piero Sansonetti e riportato nelle edicole dall’editore napoletano Alfredo Romeo ma quello vecchio e fallito del Pci; l’aspetto buffo, ripeto, dell’annuncio sta nel fatto che Decaro dovrà guardarsi da entrambi i suoi illustri predecessori. Da Nichi Vendola, il leader della sinistra radicale, nel Consiglio regionale e dal compagno di partito Michele Emiliano ovunque questi deciderà alla fine di agire: nello stesso Consiglio, dove è tornato per un po’ anche ieri a minacciare di candidarsi per non essere “il fesso” della partita rispetto a Vendola, o altrove. Decaro dovrà guardarsene  anche a costo di “menare”,  come se fossero degli avversari e non soci di coalizione, maggioranza e quant’altro. Menare -ha detto- come un suo vecchio amico lo incitò e gli insegnò dagli esordi della sua lunga carriera politica.

         Dei due scomodi compagni di coalizione e partito non so francamente quale potrà rivelarsi più insidioso. Se Emiliano, ingombrante già nel fisico e nella parte che si attribuisce di padre politico del suo successore, o lo stesso Vendola. Che si si è un po’ tenuto da parte negli ultimi tempi non per mettersi anticipatamente in pensione, a meno dei 70 anni che ha Decaro, ma per ricaricare ben bene le proprie batterie, orgoglioso anche della sua genitorialità omosessuale.

         Il sollievo di Elly Shlein nella epifania fuori stagione della candidatura di Decaro è duplice. Essa ha salvato quel campo largo cui così testardamente lavora, esteso da Giuseppe Conte a Matteo Renzi, nella prospettiva di un’alternativa nazionale al centrodestra in buona salute di Giorgia Meloni, apprezzata anche all’estero per la sua stabilità  E ha inchiodato alla fine Decaro ad un percorso  che potrebbe renderlo meno competitivo, quando verrà il momento di un congresso, ordinario o anticipato, per la carica di segretario del partito, al suo posto.

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