Ci tocca persino il rimpianto della dietrologia dopo l’assassinio di Kirk

  A leggere sul Foglio di qualche giorno fa Marco Bardazzi sarebbero almeno una decina i possibili eredi di Charlie Kirk nel cuore del presidente americano Donald Trump. Una decina di giovani anche un po’ anzianotti – come Amintore Fanfani nella sua Dc definiva molti dirigenti del movimento giovanile del partito prima di commissariarlo- che avrebbero la voglia e i requisiti per piacere al capo e ambire alla Casa Bianca  se non già la prossima volta, quando toccherà probabilmente al vice presidente Vance, in quella ancora successiva.

         Fra la decina di possibili successori di Kirk spicca l’afroamericana Candace Oweus, di 36 anni, meno giovane dell’attivista di 31 ucciso da Tyler Robinson con un proiettile sparatogli al collo con millimetrica precisione dal solito tetto ai soliti duecento metri di distanza. Ma per accorgimento e autodifesa spicca di più decisamente l’ancora meno giovane Ben Shapiro, che dopo l’attentato riuscito contro Kirk ha portato a 24 uomini la sua scorta personale. Personale nel senso di scorta da lui stesso pagata, come sembra che ne avesse anche lo sfortunatissimo Kirk, non so di quali dimensioni.

         Ecco, su questa storia della scorta, della protezione dei piccoli Trump, diciamo così, che crescono con attività pubbliche di sostegno al presidente in carica, imitandone anche il tipo di esposizione e lo stile, ho trovato quanto meno sorprendente la mancanza, da parte dello stesso Trump, di una domanda, di un dubbio, di una decisione delle sue, adottata con gli inconfondibili ordini a firma turrita. E in un paese, peraltro, come gli Stati Uniti d’America, dove la dietrologia è ancora più casa che in Italia, quando si creano o si scoprono falle negli apparati di sicurezza doverosamente federali, non certo privati.  Una dietrologia, per fare qualche esempio, come quella che ancora avvolge l’attentato al presidente americano Jhon Kennedy nel 1963 a Dallas, o come quella che ancora avvolge a Roma il sequestro prima e l’uccisione poi di Aldo Moro nel 1978, dopo 55 giorni in una prigione scoperta ma non assaltata per il timore, espresso anche dalla famiglia, che l’ostaggio rimanesse ucciso nell’operazione. Eliminato, magari, dagli stessi carcerieri.

         Non voglio fare, per carità, della dietrologia l’elogio quasi letterario della buonanima di Giulio Andreotti, che si consolava di peccare a pensar male perché convinto di indovinare. Non la voglio invocare, reclamare nella modestia, peraltro, di un vecchio giornalista distante settemila chilometri e più dagli Stati Uniti. Ma consentitemi qualche perplessità sulla fretta, a dir poco, con la quale è stata trattata, o non trattata per niente, la sicurezza mancata, negata o chissà cos’altro a Charlie Kirk. Che morendo in quel modo ha mandato inconsapevolmente un segno o messaggio a Trump, come per avvertirlo che potrebbe capitare anche a lui, per quanto protetto -si presume- meglio di lui.

Pubblicato sul Dubbio

Miracolo alla corte di Trump prodotto dalla morte di Robert Redford

         Solo una digressione, una deviazione delle orribili cronache di guerra, di politica e di giustizia, cioè di ingiustizia, potrebbe consentirci la sorpresa di un intervento una volta tanto del tutto condivisibile del presidente americano Donald Trump. E’ il riconoscimento ch’egli ha fatto, sia pure in morte, della grandezza dell’attore americano Robert Redford. Che non ne attese la rielezione per attaccarlo, essendogli bastata metà del suo primo mandato alla Casa Bianca, nel 2019, per giudicarlo col pollice impietosamente rovesciato.

         Nonostante questo, e facendo uno sforzo sovrumano, credo per l’immagine che si è data spontaneamente da molto tempo ormai, Trump ha riconosciuto all’attore appena scomparso a 89 anni di essere stato un’eccellenza. Un “hot” che anche per l’avvenenza sessuale che contiene segna una svolta di Trump. Che ora deve rimpiangere due uomini nello stesso tempo: il giovane “leggendario” Charlie Kirk, ammazzato praticamente per il suo trumpismo, e il vecchio, ancor più leggendario Robert Redford.

         Solo il cinema, per quanto anch’esso mal ridotto, secondo le ammissioni dei cosiddetti esperti, poteva regalarci con diabolica casualità uno spettacolo del genere. E gratis, senza pagare il  biglietto.

Franceschini spiana la strada a Conte per il ritorno a Palazzo Chigi

Dopo o anche a causa di un confronto avuto con Giuseppe Conte alla festa nazionale dell’Unita, Dario Franceschini è tornato nella sua officina romana ex meccanica, ora tutta politica, con l’opinione rafforzata, e ribadita in una intervista a Repubblica, che è ormai finita l’epoca dei leader necessariamente o preferibilmente moderati per vincere le elezioni. E tentare, quanto meno, di governare il Paese, ormai di qualsiasi dimensione: negli Stati Uniti con Donald Trump come in Argentina con Javier Milei, e in Italia con Giorgia Meloni.

         La Meloni non moderata, a dispetto di tutti gli applausi che si prende dai  moderati quando ne accetta gli inviti a feste e congressi e parla col suo solito linguaggio, non fingendosi per opportunismo quella che non è; la Meloni non moderata, dicevo, piuttosto e inguaribilmente estremista, serve dialetticamente a Franceschini per sostenere che una coalizione alternativa al centrodestra debba essere capeggiata da un leader pure lui non moderato.  

         Franceschini, 67 anni da compiere il mese prossimo, che gli amici e colleghi post-democristiani nel Pd definiscono parlando fra di loro “il più furbo di noi”, non so se più apprezzandolo o temendolo, con questo tipo di ragionamento sulla fine delle leadership moderate mi sembra ormai disponibile, e forse anche qualcosa in più di disponibile, ad un’alternativa al centrodestra guidata da Conte piuttosto che dalla Schlein. Se basterà Conte, con le sue ambizioni per niente personali, come ha tenuto a precisare ammettendole publicamente. E non sarà invece necessario spingersi ancora più avanti, visto che la sinistra radicale, per esempio, di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni ha smesso, per ora solo a livello locale, di considerarsi inferiore al movimento pentastellare di Conte. E lo sorpassa qualche volta anche elettoralmente.

         Il moderatismo, chiamiamolo così, messo ormai in cantina, se non nei rifiuti, da un Franceschini che vi si ispirerà magari per scrivere, quando gliene verrà la voglia, uno dei suoi romanzi sempre gratificati di recensioni, ma in verità anche di  rendite; il moderatismo, dicevo, ormai scartato da Franceschini, al massimo degno di essere appeso come foto d’epoca in qualche museo, o in una tenda di riserve nel cosiddetto campo largo della sinistra alternativa, sarebbe stato disarcionato dall’astensionismo. In un elettorato sempre meno predisposto alle urne, dove la segretaria del Pd Elly Schlein, sempre secondo Franceschini, avrebbe non so se più il vantaggio o lo svantaggio di pescare “voti di cui i palazzi non hanno il polso”, bisogna gridare moltissimo, e farle davvero grosse, per essere avvertiti. Giocando non solo di rimessa, in concorrenza interna ed esterna, ma di attacco. Si spera fermandosi alle parole e non passando ai fatti.

         Franceschini, sempre lui, “il più fortunato di noi” -ripeto- avvertito dai post-democristiani ancora presenti o tollerati del Partito Democratico, è convinto che un’auto rigenerata così nella sua officina non abbia soltanto la “possibilità”, insufficientemente attribuitale già da qualcuno al Nazareno e dintorni, ma anche la “probabilità” di vincere le elezioni, ora regionali e poi nazionali. E la sicurezza, oltre che la possibilità e la probabilità? Eh, a questo neppure lui si è spinto e si spinge ancora, furbo appunto com’è.

         Nel complesso, se questi sono i ragionamenti e i preparativi nel Pd pensando al rinnovo delle Camere, fra due anni, ritengo che nel centrodestra possano sentirsi abbastanza al sicuro. E persino sperare non solo nella conferma della Meloni a Palazzo Chigi ma anche in una sua successione poi a Sergio Mattarella. “Secondo me ci pensa”, ha detto lo stesso Franceschini, aggiungendo quasi come scaramanzia per rasserenarsi da solo: “Se un leader di partito arriva in quel ruolo”, al Quirinale, ”cambia di fatto la natura del sistema”. “Che è poi il motivo – ha aggiunto, furbissimo- per il quale nessun grande del passato è riuscito nell’impresa”. Né Fanfani, in effetti, né Moro, né Andreotti. Ma è pur vero che c’è sempre una prima volta.

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Quel processo al processo all’odio contestato alla destra italiana

         Alle otto e mezzo di ieri sera non so se più Lilli Gruber, la padrona di casa televisiva, spalleggiata da Marco Travaglio, o Travaglio spalleggiato dalla Gruber, ed entrambi spalleggiati da Lina Palmerini, Giovanni Floris e Beppe Severgnini, tutti insomma d’accordo in assenza fisica di una controparte, hanno fatto il processo al processo che la destra italiana avrebbe fatto all’odio dopo l’assassinio del giovane attivista trumpiano Charlie Kirk, negli Stati Uniti. Ucciso con un colpo miratissimo di fucile mentre dibatteva in un campus universitario sfidando gli interlocutori dissidenti a dargli torto. Lui pensava alle parole, ai ragionamenti, ma da duecento metri di distanza, su un tetto raggiunto in tutta tranquillità, in assenza quindi di una protezione fisica alla quale penso che avrebbe avuto diritto per la notorietà, o la notoria vicinanza a Trump nel sostegno mediatico, uno più giovane di lui, tale Tyler Robinson, gli ha dato torto uccidendolo. E con una pallottola tanto di sinistra, diciamo così, da essere stata incisa dall’assassino con le parole di una celebre canzone italiana non proprio di destra: bella ciao. Più addio, in verità, che ciao come nella canzone. Ma vaglielo a contestare adesso a quell’invasato d’odio, come spero che si possa dire senza essere processati.

         Lo spettacolo del processo al processo, o controprocesso, condotto dalla Gruber e ospiti convinti che di odio ci sia, almeno adesso, solo quello della destra contro la sinistra, merita come risposta quella che ho trovato sulla prima pagina del Corriere della Sera nel titolo, fra virgolette, di un articolo dell’ex presidente della Camera, e anche ex magistrato, Luciano Violante, non proprio di destra. Il quale ha scritto, in particolare, contro “quegli odiatori e falsi maestri a destra e a sinistra”.

Urbano Cairo, editore tanto de la 7 quanto del Corriere della Sera, spero si sia riconosciuto più in Violante che nella Gruber e i  suoi ospiti. Spero, ripeto.   

Il voto cattolico a destra non è più in libera uscita, come ai tempi della Dc

Impropriamente -come può accadere in un comizio, anche ad una professionista della politica com’è una pur giovane leader che non ha fatto praticamente altro nella sua vita- la premier Giorgia Meloni in un tripudio di scudi crociati ha invitato avversari, critici e amici a “stare tranquilli” di fronte alla “caccia” ai cattolici che le viene attribuita nella prospettiva di un “clerico melonismo”. Che è, in particolare, la formula addebitatale da Marco Damilano sul Domani dell’editore Carlo De Benedetti. 

         La caccia, come la pesca, dà il senso certamente di una competizione, ma non necessariamente a lieto fine sia per la preda sia per i concorrenti, che possono rimanere vittime di qualche incidente. Meno impropriamente la premier avrebbe dovuto parlare di corteggiamento, ma da donna -lo ammetto- potrebbe essere stata trattenuta dalla paura di apparire sfacciata. Tuttavia sono davvero i voti cattolici in senso lato, comprensivi dei  democristiani della storia politica italiana, che la premier ha raccolto con le sue posizioni e declamazioni politiche, e di credente, portando il suo partito di destra dal 3 al 30 per cento? Cioè moltiplicandolo per 10, a spese degli alleati d centrodestra ma anche del Pd, dove la sofferenza della componente di provenienza democristiana è di una sconcertante evidenza.

         Non è la Meloni che si è democristianizzata, o andreottianizzata più in particolare, come le viene rimproverato dimenticando che a 15 anni, quando le venne la vocazione politica sotto l’effetto dell’attentato mortale a Paolo Borsellino e alla scorta, la Dc era già verso lo scioglimento, avvenuto diciotto mesi dopo, all’incirca. E’ il voto cattolico, ripeto, comprensivo dell’elettorato sopraggiunto per ragioni naturali a quello della Dc, che si è accasato stabilmente a destra, più che a sinistra come nelle aspirazioni della omonima area democristiana. Si è accasato stabilmente, questo voto, senza più andarsene a destra “in libera uscita”, come diceva fiduciosamente Giulio Andreotti nella cosiddetta prima Repubblica, quando commentava i guadagni elettorali del Movimento Sociale di Giorgio Almirante. E pensava al ritorno, per lui scontato, di quegli elettori alla Dc.

         Quello che la Meloni prima ancora di capire e di inseguire in tenuta da caccia o pesca ha semplicemente avvertito, e giustamente cerca di consolidare, è che non c’è più per dimensioni elettorali e programmi politici una Dc dove certi voti potrebbero tornare. C’è qualche scheggia o cespuglio, quantitativamente parlando, come l’Udc di Lorenzo Cesa e Antonio De Poli, già di Pier Ferdinando Casini, alla cui festa la Meloni è accorsa in un albergo romano sull’Aurelia, accolta come una sorella, parafrasando i suoi fratelli d’Italia.

         Ci sono devoti anche altrove, per carità. Come Dario Franceschini, non so di preciso di quale Santo, e Giuseppe Conte, devoto anche per ragioni familiari di Padre e Santo Pio. Essi si sono consultati e confortati alla festa dell’Unità nella prospettiva di un’alternativa al centrodestra a guida però necessariamente indefinita. Necessariamente, perché solo a cercare di definirla se ne compromette la sorte.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 21 settembre

Cronache surreali dal campo largo dei giochi dell’alternativa

         Il campo largo, larghissimo, smisurato, asciutto o bagnato secondo le condizioni del tempo, non è necessariamente politico. Può diventare, se non lo è già diventato nelle feste annuali di partito, un campo da gioco in senso lato. Non quello del pallone. Ma un parco giochi, al plurale,  comprensivo di una giostra dove si sale o da dove si scende scambiando passeggeri e ruoli allegramente, anche quando in realtà  volano insulti e minacce.

         Allegramente, dicevo, come la segretaria del Pd Elly Scklein che dalla festa  dell’Unità ha ieri cantato, sempre più “testardamente unitaria”, come dice ovunque si trovi a parlare,  la vittoria immancabile dell’alternativa al governo di centrodestra di Giorgia Meloni. Che è stata esortata, tra un attacco e all’altro per come parla, per cosa dice, per come si veste e persino per come fa la madre, a rassegnarsi al destino che l’attende fra due anni, a elezioni puntuali o leggermente anticipate. Si vedrà. Ma la Meloni scaramanticamente si veste di rosso e continua a sperare, scommettere e quant’altro sul raddoppio del suo mandato di governo. Che potrebbe portarla poi al Quirinale, dove l’ex premier Lamberto Dini è tornato a immaginarla “bene”, parlandone al Tempo.

         Tuttavia, mentre la Schlein festeggiava, con anticipo largo come il campo che ritiene di presidiare, le vittorie regionali di quest’anno e quella nazionale del 2027, Giuseppe Conte dal palco di un’altra festa, quella del FattoQuotidiano, illuminata di giorno dal sole, quando c’è, e di sera dalle stelle che furono di Beppe Grillo, ha avvertito che col Pd “non” si sente “alleato”. Guadagnandosi naturalmente gli applausi di un pubblico di ormai consolidato scetticismo, a dir poco, verso il Nazareno, anche se agli appuntamenti congressuali del Pd esso ha il privilegio di poter concorrere all’elezione del segretario, e persino determinarla. Il compianto Emanuele Macaluso in qualche modo ne morì di stupore, a dir poco, non convinto alla rassegnazione neppure dal suo amico Giorgio Napolitano ormai ex presidente della Repubblica, ma anche quando era ancora in carica.

         Da questo pubblico di potenziali elettori del segretario o segretaria del Pd, coerentemente con la bizzarria di un parco giochi con giostre e altro, la Schlein era  corsa il giorno prima di raggiungere la festa dell’Unità. Ricevendone un’accoglienza così poco amichevole, di così poca empatia, da indurre il direttore del Fatto, e padrone di casa, a saltare ad un certo punto sul palco per richiamare al dovere di ospitalità, non di contestazione e di linciaggio. La Schlein ha ringraziato, come sventurata monaca di Monza che rispose al suo corteggiatore.

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La Giorgia Meloni felice e applaudita fra tanti scudi crociati…

         Scusatemi ma di Gorgia Meloni nelle ultime ventiquattro ore mi hanno colpito, più del pur forte discorso di attacco alla sinistra per la cultura dell’odio che essa alimenta, tutti gli scudi di memoria e di grafica democristiane fra i quali parlava. E riscuoteva applausi del pubblico accorso alla festa dell’Unione di Centro, sopravvissuta alla decisione dell’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini di continuare a fare politica ospite del Pd, nelle cui liste egli continua ad essere eletto a Palazzo Madama diventando una specie di senatore a vita senza bisogno del decreto di nomina del presidente della Repubblica. Una particolarità, peraltro, che poteva intestarsi solo un democristiano dichiaratamente irriducibile come Casini, pur ospite di un partito dove sempre di più la componente di provenienza dc, con tanto di foto del compianto segretario del Pci Enrico Berlinguer sulla tessera di iscrizione, vive in sofferenza la segreteria movimentista, a dir poco, di Elly Schlein.

         Da parecchio ormai, specie dopo avere portato il suo partito alle abituali  dimensioni elettorali della Dc, in testa alla classifica  delle forze politiche di questa seconda, o terza, o quarta Repubblica, come preferite leggendo le cronache e seguendo la tv, specie quella privata degli eredi di Silvio Berlusconi; la Meloni, dicevo, è ormai avvertita come una specie di post-democristiana, più in particolare post-andreottiana. E lei mi pare, francamente, sempre meno imbarazzata. Comunque meno imbarazzata o contrariata di quanto siano o appaiano di fronte a questo scenario democristiani o post come Rosy Bindi, Marco Follini, Dario Franceschini, lo stesso Casini.

         Agli apprezzamenti vecchi e nuovi  della Meloni da parte dei democristiani ed ex ministri Gianfranco Rotondi ed Enrico La Loggia,  deluso peraltro dell’epilogo di Forza Italia, si è aggiunta una quasi certificazione di Calogero Mannino. Che in una intervista alla Gazzetta del Sud ha appena detto: “La Dc di De Gasperi, Fanfani, Andreotti e con le debite proporzioni Mannino non c’è più. Tuttavia l’esperienza storica della Dc è patrimonio non solo della storia. Anche la Meloni, senza fare abiure sul terreno delle grandi scelte politiche, fa quello che ha fatto e avrebbe continuato a fare la Dc. Soprattutto in Europa e nei rapporti con gli Stati Uniti d’America”.

Kirk tanto vicino a Trump quanto indifeso dall’apparato di sicurezza

Charlie Kirk con quel cognome peraltro così facile da scrivere, pronunciare e ricordare – ammazzato con un colpo di fucile di millimetrica precisione al collo da un certo Tyler Robinson, più giovane di lui ma già abbastanza intossicato dall’antitrumpismo, per quanto cresciuto in una famiglia non proprio di sinistra- poteva ben essere considerato un delfino politico del presidente americano. Che, col suo vice James David Vance, lo rimpiange come “leggendario”.

         Di un reale, possibile o solo immaginato erede di Trump, o soltanto il  più generoso, disinteressato seguace, già promosso da qualche tempo alle dimensioni delle gigantografie nella cartellonistica   elettorale e propagandistica del presidente americano , si poteva, anzi si doveva ritenere scontata una protezione adeguata da parte degli apparati federali di sicurezza. Invece non n’è risultata alcuna, almeno sinora. O non abbastanza efficiente da risparmiargli la fine che ha fatto, in piena attività trumpistica, in un incontro pubblico preannunciato in un campus universitario. Si stenta a crederlo ma è così. E qualcuno, penso, dovrebbe pur risponderne al presidente degli Stati Uniti. Che, indignato da tanta violenza e addolorato da tanta perdita, non può limitarsi a invocare la pena di morte per l’attentatore e ad annunciare una medaglia alla memoria del morto.

         Come tutte le cose direttamente o indirettamente riferibili agli apparati naturalmente segreti di sicurezza, anche o soprattutto americani per l’esperienza che essi hanno nella mancata o insufficiente protezione di chi doveva essere appunto protetto, anche al massimo livello istituzionale, già prima e anche dopo l’assassinio del mitico presidente Jhon Kennedy nel 1963, pure l’assassinio di Charlie Kirk si presta a inquietanti sospetti, interrogativi, misteri e simili.

Siamo nella dietrologia, d’accordo, con tutti i limiti che ha questa specie di pratica o di scienza. Ma la buonanima di Giulio Andreotti, che se ne intendeva praticamente, culturalmente e storicamente, scrivendone oltre che parlandone, usava dire che a pensare male si fa peccato ma s’indovina.

Qualcuno, in verità, gli attribuì anche qualche avverbio come sempre, spesso eccetera. Invece Andreotti non attenuò o limitò la casistica. Disse che s’indovina e basta, paradossalmente anche a costo di alimentare la dietrologia applicata contro di lui dai magistrati che lo avrebbero indagato e processato per mafia e altro, alla fine assolvendolo con formula apparentemente piena. Ma trasformata dagli avversari ed ex inquirenti, fra le proteste dei suoi avvocati e la sua stanca rassegnazione, in una specie di assocondanna: metà assoluzione, appunto, e metà condanna diluita o dissolta nella prescrizione.  

         In una congiuntura non solo americana ma internazionale come questa, dovrebbe destare non poca inquietudine il solo sospetto che un, anzi il presidente degli Stati Uniti non sia direttamente o indirettamente protetto a sufficienza. E ciò pur  dopo essere scampato ad un attentato prima della sua seconda elezione, con un proiettile anch’esso sparato contro il collo ma senza la precisione di Robinson contro il “leggendario”, ripeto,  Kirk: parola dello stesso Trump. Un presidente non sufficientemente protetto è di per sé intimidibile, al di là delle sue parole e dei suoi gesti.

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Ciò che non torna, scusate, nei tempi e modi dell’agguato mortale a Charlie Kirk

         Eppure c’è qualcosa che non mi torna nella vicenda dell’attentato mortale al trumpissino Charlie Kirk e della rapida cattura del responsabile Tyler Robinson, della quale il presidente americano ha auspicato la condanna a morte. Cattura avvenuta non ho ancora ben capito se per merito più della polizia, intesa in senso lato, parlando cioè di tutti gli apparati di sicurezza necessariamente coinvolti nelle indagini, ricerche ed altro, o del padre e amici che, avendolo riconosciuto nelle foto ricavate da telecamere sul luogo dell’attentato, gli hanno consigliato di consegnarsi.

         I rapporti fra Trump e il suo “adorato”, “leggendario” giovane ammiratore e propagandista non sono certamente venuti fuori dopo il delitto. Erano arcinoti ben prima. Mi chiedo allora perché  la sua difesa, la sua protezione fisica si sia rivelata così bassa, scadente, per non dire inesistente. Come è stato così facile a Tyler Robinson conoscere così bene l’agenda di Kirk, i suoi appuntamenti, i suoi incontri col pubblico nelle modalità e nei turni di campagne permanenti da attenderlo sul solito tetto a 200 metri di distanza e di sparargli addosso il proiettile che lo ha praticamente freddato. E andarsene via semplicemente saltando giù dal tetto di un’altezza relativa  e lasciando a disposizione tutto ciò che poteva essere utile, peraltro, ad arrivare a lui: dal fucile ai proiettili incisi anche con le parole “bella ciao”, ormai internazionali come canzone antifascista dei partigiani italiani.

         E’ stato solo un difetto di sorveglianza, d’intelligence, nonostante l’allarme scattato sul fronte trumpista, chiamiamolo così, con l’attentato fallito poco prima della seconda elezione del presidente, e forse decisivo per la sua vittoria? E’ stato solo un accidente, o incidente? Ed è casuale, dannatamente casuale, l’avvertimento o effetto intimidatorio che forse si è già prodotto o potrà affiorare o aumentare su Trump, al di là delle sue parole e dei suoi atteggiamenti abituali di sfida? Come se qualcuno, parlandone al singolare ma pensando al complesso di forze che controllano o costituiscono il sistema di un paese grande e complesso come gli Stati Uniti, avesse voluto mandare un messaggio, un segnale e quant’altro al presidente appunto tanto spavaldo. E sempre più discusso e sorprendente. Alla cui buona salute, parlandone in tutti i sensi, si ha spesso la sensazione, giusta o sbagliata, che tenga più Putin, oltre Atlantico che una certa, consistente parte del cosiddetto apparato americano.

         A pensare male si fa peccato, diceva il tante volte e giustamente citato Giulio Andreotti. “Ma s’indovina”, diceva  stringendosi sempre di più nelle sue spalle. Non parlo poi delle volte in cui si lasciava scappare che qualcuno se la fosse cercata morendo ammazzato.   

Droni volano e cadono sul campo largo di Schlein e Conte

Droni svolazzano e cadono anche sul campo largo festeggiato dalla segretaria del Pd Elly Schlein dopo essersi accordata con Giuseppe Conte su candidature comuni al vertice delle regioni interessate alla tornata autunnale ormai alle porte. Non ce n’è per nessuno, aveva praticamente annunciato la segretaria del Nazareno, poiettando le intese nella prospettiva di un’alternativa nazionale al centrodestra, fra due anni, quando dovranno essere rinnovate le Camere. E ammonendo, o sfidando direttamente la premier Giorgia Meloni, fratelli, sorelle, cugini e nipoti d’Italia a non fare più affidamento sulle “divisioni” abituali, quasi croniche della sinistra. Che avrebbero regalato la vittoria al centrodestra due anni e mezzo fa, come se esso non avesse avuto merito in un  successo peraltro previsto con un certo, non nascosto sollievo dall’allora presidente del Consiglio Mario Draghi. Che pure aveva visto originariamente la destra meloniana sola all’opposizione del suo governo tecnico e bipartisan, succeduto al secondo governo di un Conte convinto, con Marco Travaglio, di avere una dimensione e una qualità seconda solo al compianto Camillo Benso conte (al minuscolo) di Cavour. Per cui doveva sfilarsi pure lui dalla maggioranza e proporsi di tornare per altre vie a Palazzo Chigi. Gli estimatori, sotto le stelle e sopra, ne stanno ancora aspettando l’arrivo.

         Lo stesso Conte, a sorpresa, fra le pieghe delle procedure che lo stanno confermando alla presidenza almeno del Movimento che fu, ormai, di Beppe Grillo e del compianto Gianroberto Casaleggio, morto in tempo forse per non pentirsene; lo stesso Conte, dicevo, è svolazzato come un drone sul campo largo festeggiato dalla Schlein sottolineando i limiti, geografici e politici, delle intese regionali. E avvertendo di non avere alcuna voglia di ripercorrere la strada di Romano Prodi guidando, se mai dovessero permetterglielo gli alleati, o solo partecipando a coalizioni capaci di sottoscrivere lunghi e dettagliati programmi, sino alle 300 pagine del secondo governo Prodi appunto, ma non di governare. O governare solo nove mesi trascinandosi appresso nella caduta le stesse Camere.

         So da buona fonte che la Schlein, pur nel riserbo impostole, e da lei imposto agli amici, dalle comprensibili e imbarazzanti circostanze, sia rimasta male all’uscita di Conte, leggendone e rileggendone l’intervista al Corriere della Sera. Immagino quanto ancora sia rimasta male, se non peggio ancora, consultando i risultati di un sondaggio appena condotto dall’Ipsos, a due settimane dall’appuntamento con le urne, sulle elezioni regionali nelle Marche. Che anche Nando Pagnoncelli, scrivendone sempre sul Corriere della Sera, ha paragonato all’Ohaio americano, che riflette tanto bene la maggioranza degli Stati Uniti nel loro complesso da anticipare abitualmente i risultati generali.

         Fra le poche- solo tre, col Veneto e la Calabria- regioni alle urne a maggioranza uscente di centrodestra, le Marche erano apparse alla Schlein contendibili grazie all’appoggio riuscito a strappare a Conte, pur fra qualche esitazione iniziale, alla candidatura a presidente di Matteo Ricci, europarlamentare e già sindaco piddino di Pesaro, pur incorso con la solita puntualità o coincidenza nelle indagini e attenzioni giudiziarie.  Ma tanto candidato, pur con i vantaggi che possono procurare indagini dai tempi sospetti in un Paese abbastanza maturato, per fortuna, dopo le mattanze giudiziarie di una trentina d’anni fa, è risultato fermo nel sondaggio Ipsos al 44,8 per cento delle intenzioni di voto. Contro il 50,1 del presidente uscente Francesco Acquaroli, del partito della Meloni, amico anche personale della premier. Un partito, quello della Meloni, che nelle Marche risulta, dallo stesso sondaggio, il primo in assoluto, col 25 per cento contro il 21.6 del Pd. Nelle regionali precedenti, cinque anni fa, era stato il Pd al 25 per cento, e il partito della Meloni al 18,7.

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