I benefici effetti del Papa portato dallo Spirito Santo…americano

Più passano i giorni, più Papa Prevost chiamatosi Leone XIV si fa conoscere ed apprezzare, rivelandosi peraltro un uomo di grandissima comunicazione, più viene la voglia pur blasfemica di chiedersi se lo Spirito Santo sceso sul Conclave che lo ha eletto in quattro votazioni, o tre fumate, e in un giorno non sia o non sia diventato pure lui americano.

         Questo Papa è arrivato in tempo, con tutti i suoi paramenti sacri, anche quelli dismessi dal predecessore argentino chiamatosi Francesco volendone assumerne e rappresentarne l’umiltà, per mettere l’America -come la chiamiamo generalmente parlando degli Stati Uniti- al riparo dallo shoc procurato dalla seconda elezione Di Donald Trump. E dai primi mesi, o settimane, di esercizio del suo mandato quadriennale.

         E’ in fondo sempre frutto dello Spirito Santo americano anche il fatto che una volta tanto, pur essendosi lasciato travestire da Papa durante la cosiddetta Sede Vacante, il presidente Trump si sia contenuto nella reazione all’evento nella Cappella Sistina. Non facendo travestire dai suoi vignettisti o simili il Papa da Trump, con un ciuffetto giallo magari sporgente dallo zucchetto bianco, ma compiacendosi della sua elezione e chiedendogli un po’ la benedizione, con quell’incontro auspicato per conoscersi direttamente e felicemente.

         Quanto darei per sapere cosa abbia davvero pensato, e magari detto il Papa al suo segretario peruviano Edgar Rimaycuna della reazione di Trump alla sua elezione, o almeno di quella manifestata in pubblico.

         Mi permetto comunque di credere che ci sta stato lo zampino del Papa nel rapido e sapiente recupero mediatico del suo pensiero, pubblicamente espresso, all’epoca dell’avvio della cosiddetta “operazione speciale” ordinata da Putin al Cremlino più di tre anni fa per “denazificare” l’Ucraina. E normalizzarla in una quindicina di giorni come una sostanziale appendice della Russia, dopo essersi già presa la Crimea. Il non ancora Papa né cardinale Prevot vide in quella operazione ciò che effettivamente era: una ripresa dell’imperialismo sovietico. Che d’altronde era già stato servito  da Putin quando faceva carriera nei servizi segreti dell’Urss, poi dissoltasi tra le rovine del muro di Berlino.

         Trump invece vi ha visto ancora di recente, e da presidente degli Stati Uniti, un’aggressione o quasi dell’Ucraina ad una Russia giustamente preoccupata delle aspirazioni di Zelensky all’adesione alla Nato. Evocata purtroppo anche dal compianto Papa Francesco parlando del “cane” che abbaiava alla Russia.

         Ora le cose sono state rimesse, diciamo così, al loro posto in Vaticano. Forse è la volta che tornino ad essere rimesse al loro posto anche alla Casa Bianca. E non per fare entrare l’Ucraina nella Nato, viste le condizioni o precondizioni delle trattative più o meno in corso per chiudere questa guerra, ma almeno per restituirle il diritto alla vita, protetto ormai anche dalla compartecipazione americana all’estrazione e gestione delle cosiddette “terre rare”. Una circostanza, questa, di sicurezza per l’Ucraina forse ancora migliore della Nato, coi tempi che corrono anche per l’alleanza atlantica.

Pubblicato sul Dubbio

In attesa dell’incontro di Meloni con Merz sui rapporti fra Germania e Italia

Nel quadro geopolitico scosso da guerre, militari e commerciali, e dalla imprevedibilità, a dir poco, delle decisioni, iniziative e quant’altro del presidente americano Donald Trump, deciso a cambiare gli assetti internazionali a vantaggio almeno dei suoi interessi, visto che quelli degli Stati Uniti potrebbero non coincidere oltre il suo secondo e ultimo mandato alla Casa Bianca, l’esclusione dell’Italia, insieme con la Cechia, dai paesi, anzi alleati, “strategici” per la Germania potrebbe anche essere considerata una notizia minore. Qualcosa di interno al cortile, piuttosto che all’Unione Europea di cui Germania e Italia sono fondatrici.

         L’esclusione, rivelata dal giornale tedesco Die Welt, è stata strappata al nuovo cancelliere Friederich Merz dai socialdemcratici, pur ridimensionati elettoralmente, nelle 144 pagine del programma prodotte in 62 giorni di trattative. Probabilmente, anzi auspicabilmente, la premier italiana Giorgia Meloni troverà il modo di parlare anche di questo con Mez in arrivo a Roma per   la messa di insediamento di Papa Leone XIV, domenica a San Pietro.

         Il ministro degli Esteri d’Italia, e vice presidente del Consiglio Antonio Tajani, uno dei vice presidenti del partito popolare europeo di cui fa parte il cancelliere tedesco, ha definito “sciocchezza colossale” quella compiuta nei riguardi dell’Italia, addebitandone tuttavia la responsabilità ai socialdemocratici e chiedendo, sfidando eccetera la sinistra italiana, in particolare il Pd della Schlein, a dissociarsene.

         Ma questo, francamente, appartiene all’abitudine di gettare la palla fuori dal campo in cui si gioca. Prima ancora della critica, certamente auspicabile, della Schlein ai socialdemocratici tedeschi, viene l’esigenza che Tajani, anche per la sua militanza politica comune con l’amico Merz, e il governo nel suo complesso chiedano chiarimenti e se la prendano col cancelliere che pur di fare il suo primo  governo ha ritenuto di poter rinunciare alla natura “strategica” dei  rapporti di amicizia e di alleanza con l’Italia.  

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Autorete del fantasma alla Camera nella partita contro la premier

         I radicali, francamente, hanno dato di meglio e di più anche nelle iniziative più dirompenti, come quando l’indimenticabile Marco Pannella si imbavagliava davanti alle telecamere per protestare contro lo spazio che gli lesinavano la Rai e i partiti che praticamente la gestivano. Riccardo Magi forse ha pensato di imitarlo, e persino superarlo, travestendosi nell’aula di Montecitorio da fantasma, e procurandosi l’espulsione, per protestare contro lo spazio informativo che sarebbe, secondo lui, negato ai referendum di giugno su lavoro e cittadinanza. E anche contro il boicottaggio che sarebbe l’incoraggiamento all’astensione da parte del centrodestra persino nella persona del presidente del Senato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato e tutto il resto che segue abitualmente a questo rinfaccio, chiamiamolo così.

         Ma al povero Magi è sfuggito il contesto politico nel quale egli ha deciso di fare irruzione come un fantasma, guastando la festa alle opposizioni che ritenevamo di poter mettere in difficoltà la premier Giorgia Meloni, in una seduta di cosiddetta “question time”, addebitandole le liste di attesa negli ospedali e i massacri a Gaza compiuti da Israele pur in reazione al pogrom del 7 ottobre 2023, da cui è cominciata, o ripresa,  l’ennesima guerra in corso da quelle parti.

         Quel telo infilatosi addosso da Magi, per le circostanze appunto della protesta, ha materializzato anche agli occhi di chi ha avuto l’occasione di vederlo nei telegiornali e altrove un altro fantasma: quello dell’alternativa al centrodestra perseguita da opposizioni che non trovano un tema su cui essere davvero d’accordo: divise fra di loro, e all’interno di ciascuno dei partiti del campo a larghezza variabile.

         Sino a quando le opposizioni continueranno a fare quello che fanno, per sostanza e metodo, La Meloni potrà dormire tranquilla, almeno per la sopravvivenza del suo governo e della sua maggioranza, pur con tutti gli scricchiolii, per carità, che si avvertono. Lo riconoscono ogni tanto anche esponenti qualificati, in particolare, del Pd persino rischiando di finire nell’agenda nera che la segretaria sfoglierà quando potrà o dovrà stilare le liste dei candidati del Nazareno alle elezioni. Che in mancanza del voto di preferenza risulteranno eletti nell’ordine in cui sono stati proposti nelle liste. O nei collegi uninominali secondo la loro consistenza elettorale largamente valutabile in anticipo, con pochi imprevisti.

         Le opposizioni sono state sfortunate nello scontro di ieri alla Camera con la premier anche per la circostanza a lei favorevole dello spread -il famoso “signor Spread”, che misura la febbre dei mercati e la salute finanziaria del Paese- sceso per la prima volta dal 2021 sotto la rassicurante quota 100.

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L’alternativa a trazione Landini, non Schlein nè Conte

Due parole, o annotazioni, sul raduno referendario promosso per lunedì prossimo a Roma, in Piazza Vittorio, dalla Cgil di Maurizio Landini. Cui hanno annunciato la loro adesione il Pd di Elly Schlein, il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, la sinistra rossoverde di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli e + Europa di Benedetto Della Vedova. Uniti nel sostegno ai referendum dell’8 giugno su lavoro e cittadinanza minacciati dall’astensione preferita dal centrodestra, con la sola eccezione di Maurizio Lupi, per vanificarlo, essendo prescritta la partecipazione del quorum della maggioranza più uno degli aventi diritto al voto per renderne valido il risultato.

         La prima annotazione è proprio nella provenienza sindacale della proposta di mobilitazione in piazza, per cui i partiti del sì all’abrogazione risultano subalterni, volenti o nolenti. E non è uno spettacolo consolante per la politica. O per il primato assegnatole dalla Costituzione con maggiore evidenza dell’antifascismo evocato pur senza una esplicitazione nei 139 articoli che la compongono. “Tutti i cittadini -dice invece l’articolo 49- hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Anche in materia, naturalmente, di lavoro e cittadinanza.

         La seconda annotazione è sull’occasione mancata anche questa volta per elevare sopra la dimensione di qualche elezione locale una convergenza delle opposizioni per delineare davvero il fronte di un’alternativa realistica al centrodestra. Ci sono Schlein e Conte, e Fratoianni, Bonelli e Della Vedova, ma non la gamba moderata. Né di Carlo Calenda, ormai scambiato dai suoi peggiori avversari per una riserva del centrodestra, né di Matteo Renzi. Che pur di guadagnarsi il pedrigree, diciamo così, dell’opposizione cerca di scavalcare tutti nelle offensive di carattere personale dei giorni pari e dispari contro la premier Giorgia Meloni. Si è metaforicamente intrufolato, con interrogazioni dei suoi parlamentari, anche nei regali da lei ricevuti in due anni e mezzo di governo per cercare di coglierla in fallo su qualcuno di oltre 300 euro di valore non devoluti allo Stato.

         Vedo che anche il generalmente fiducioso o ottimista Pier Luigi Bersani, reduce da una fatica letteraria che gli ha procurato un aumento delle già abbondanti partecipazioni ai salotti televisivi, ha cominciato a preoccuparsi davvero -parlandone, per esempio, agli amici del Fatto Quotidiano– di un’alternativa più da sogno che da realtà.

Prima o dopo il simpatico ex segretario del Pd e mancato presidente del Consiglio di un suggestivo governo di “minoranza e combattimento”  troverà nel ricordo delle metafore del padre qualcuna -magari animalesca, come quella della mucca al Nazareno o del giaguaro smacchiabile sullo scoglio- da applicare all’alternativa.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 18 maggio

Il biscotto referendario di giugno immerso nella scaramanzia

         Debbono essere ben deboli, nonostante la loro diffusione mediatica e politica in funzione antigovernativa, gli argomenti contro il ricorso all’astensione nei referendum abrogativi del mese prossimo su lavoro e cittadinanza per vanifcarne il risultato con l’affluenza alle urne di metà degli elettori prescritta dalla Costituzione, se si sta facendo ricorso adesso più alla scaramanzia che alla ragione, o al diritto.

         La raccomandazione a preferire “il mare” al voto – si dice e si scrive- per vanificare il 9 giugno 1991 il referendum contro le preferenze plurime costò caro a Bettino Craxi. Corse alle urne il 62,50 per cento degli elettori e il sì all’abrogazione raccolse il 95,57 dei voti contro un misero  4,43 del no.  

Dopo meno di tre anni il leader socialista, che pensava di potere tornare a Palazzo Chigi, fu politicamente decapitato con la cosiddetta prima Repubblica e costretto a rifugiarsi da esule- o da latitante, secondo gli avversari in toga e senza- nella sua casa di Hammamet, in Tunisia, per scampare all’arresto per Tangentopoli.

         Ma Craxi in quel referendum non fu il solo a consigliare il mare alle urne. Gli fece compagnia il leader emergente della Lega Umberto Bossi, che nel 1994 avrebbe vinto le elezioni con Silvio Berlusconi e portato al governo, dove tuttora è con Matteo Salvini, il suo partito pur in odore, o puzza, allora di tentazioni scissioniste, col Nord chiuso nella sua ricchezza e il Sud nella sua povertà. “Forza Etna”, scrivevano con la vernice nera i leghisti sui ponti delle autostrade.

         Scaramanzia per scaramanzia, scommessa per scommessa, guferia per guferia, diciamo così, la sponsorizzazione dell’astensione in quel referendum di 34 anni fa non è quindi di lettura unica.

         Più che la sconfitta referendaria costò carissima politicamente, umanamente, fisicamente a Craxi la scelta degli avversari comunisti, con la sostanziale complicità anche di una parte dei suoi alleati di governo, e persino compagni di partito, di liberarsene cavalcando indagini e processi per il finanziamento illegale della politica, e altri reati presuntivamente annessi. Una decisione che la sinistra a sua volta ha pagato caramente perdendo la sua identità, almeno quella generosamente garantista che le era stata prima attribuita, e vivendo ora praticamente di espedienti, come i referendum di giugno. Che sono stati prodotti da in conflitto interno al Pd, fra massimalismo e riformismo, ed estesosi fuori.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 17 maggio

Al repertorio di Donald Trump mancava solo l’aereo regalatogli dal Qatar

         Mentre in Italia ci stiamo, anzi si stanno scontrando maggioranza e opposizioni sul diritto del presidente del Senato Ignazio La Russa di sentirsi ancora militante politico, sino a sostenere pure lui il diritto conclamato di tutti i cittadini di votare ma anche di non votare per un referendum abrogativo, dall’altra parte dell’Atlantico, negli Stati Uniti, mi pare che sia passata come una notizia normale, di ordinaria amministrazione, quella di un lussuoso palazzo volante -un Boeing 747 8- che il Qatar ha deciso di donare al presidente Donald Trump. Il quale potrà adattarlo, a spese degli Stati Uniti, ad aereo presidenziale e trattenere poi per sé, regalandolo ad una propria fondazione o “Libreria”, quando non sarà più presidente. Magari, allora, non per volare, dati i costi, ma solo per salirci sopra ogni tanto, ricordare i bei tempi andati, organizzare convegni o riunioni conviviali, godersi visioni cinematografiche e quant’altro.

         Le decisioni, le iniziative, gli scherzi che Trump si concede, travestendosi anche da papa in fotomontaggi e anticipando -con i glutei che ha- l’elezione di uno statunitense davvero a Pontefice, producono abitualmente il finimondo. Questa volta l’annuncio delle “trattative” in corso fra gli Stati Uniti e il Qatar per la consegna del regalo al presidente Trump ha solo sorpreso. E forse più al qua che al di là dell’Atlantico, magari per non disattendere l’appello di Papa Leone XIV a disarmare almeno le parole, visto che non si riesce a disarmare gli eserciti.  Buon viaggio e buon divertimento, signor presidente.

Il caso di Ignazio La Russa conforme ai precedenti del Senato

Se non si tratta di malafede, dalla quale è inutile difendere o difendersi per la evidenza del pregiudizio, ma di ignoranza intesa come non conoscenza di fatti e uomini, mi permetto di raccontare da questa modesta postazione a quanti stanno contestando al presidente del Senato Ignazio La Russa la sua militanza politica ciò che accadeva fra maggio e giugno di 52 anni fa a Roma. Ne fui allora cronista e testimone diretto. Ma ve ne ripropongo il racconto al presente.

         E’ in carica il governo della cosiddetta “centralità” realizzato da Giulio Andreotti e Giovanni Malagodi dopo le elezioni anticipate del 1972, provocate dalla rottura del Psi guidato da Francesco De Martino con la Dc guidata da Arnaldo Forlani dopo l’ascesa di Giovanni Leone al Quirinale con i voti determinanti della destra.

         I repubblicani di Ugo La Malfa, insofferenti del ritorno alla “centralità”, variante forlaniana del “centro”,   delle vecchie coalizioni di governo di Alcide De Gasperi e successori, si ritirano dalla maggioranza col pretesto dei contrasti sulla scelta del sistema con cui introdurre anche in Italia la televisione a colori, peraltro non considerata dal Pri una esigenza prioritaria.

         In una situazione di pre-crisi di governo si svolgono e si concludono a livello provinciale e regionale i preparativi del tredicesimo congresso nazionale della Dc, convocato a Roma per il 6 giugno e destinato a concludersi il 10.

         Pur ad elezione ormai avvenuta dei delegati pronti a confermare Forlani a Piazza del Gesù e Andreotti a Palazzo Chigi, il presidente del Senato Amintore Fanfani invita, o convoca, a Palazzo Giustiniani i colleghi capicorrente della Dc. Viene raggiunto un patto che prende il nome della sede dell’incontro che il congresso scudocrociato dopo qualche giorno ratificherà con un documento che praticamente rovescia le indicazioni dei precongressi.

         In  esecuzione di quel patto Forlani, cresciuto come delfino politico di Fanfani, viene sostituito alla segreteria del partito dallo stesso Fanfani per guidare lo scudocrociato l’anno dopo nella clamorosa sconfitta referendaria contro il divorzio.  Andreotti viene sostituito da Mariano Rumor a Palazzo Chigi. Aldo Moro, destinato alla presidenza della Camera, è bloccato dal rifiuto rumorosamente opposto nel suo ufficio di Montecitorio dal   socialista Sandro Pertini alla richiesta di De Martino di dimettersi per liberare il posto.

         E Andreotti e Forlani, in ordine rigorosamente alfabetico? Si arrendono, o allineano, a loro modo. Il primo aggiornando silenziosamente i suoi diari e mettendosi nell’attesa non lunga di un ritorno a Palazzo Chigi. Dove riprenderà a lavorare dopo tre anni, stavolta con l’appoggio anche dei comunisti. Forlani si accomiata dal congresso democristiano con un discorso di replica in cui discetta del “trasformismo del diavolo”. Fanfani, cereo mentre lo ascolta, non glielo perdonerà mai, ma non per questo Forlani lo ostacolerà nel ritorno alla Presidenza del Senato per altre due volte, sino al 1987. Quando sarà lo stesso Fanfani a rinunciarvi per fare il suo ultimo governo, elettorale, voluto da Ciriaco De Mita per liberarsi di Bettino Craxi a Palazzo Chigi.

         Ora Ignazio La Russa, colpevole di condividere in modo trasparente l’astensione scelta dal suo partito per fronteggiare, cioè vanificare, i referendum di giugno su lavoro e cittadinanza praticamente prodotti dalle gare interne al Pd e alla improbabile coalizione alternativa al centrodestra, è alla sua prima Presidenza del Senato. Potrebbe aspirare ad altre due, dati i precedenti di Fanfani che furono accettati dalla sinistra perché funzionali, a quei tempi, al suo interesse politico.

         Fanfani arrivò alla sua prima esperienza di presidente del Senato a soli 60 anni. La Russa ne ha 78. Ma la vita, si sa, si è allungata. Auguri, signor presidente.

Pubblicato su Libero

Processo a Papa Francesco dal segretario di Papa Benedetto XVI

         Che i rapporti con Papa Francesco non fossero stati buoni si sapeva, essendosi deteriorati in pubblico, diciamo così, fra libri, udienze, retroscena e destinazioni prima in Germania e poi, come Nunzio Apostolico, in Lituania, Estonia e Lettonia. Ma è ugualmente clamorosa la decisione del già segretario particolare di Papa Benedetto  XVI e prefetto della Casa Pontificia anche all’inizio del Pontificato di Francesco, l’arcivescovo tedesco Georg Ganswin, di annunciare polemicamente “finita” con l’elezione di Leone XIV “la stagione dell’arbitrarietà” ,in cui “le istituzioni della Chiesa” sarebbero state vissute o avvertite come “lebbra”. Istituzioni anche murarie, visto il rifiuto di Francesco di abitare nel Palazzo Apostolico come tutti i suoi predecessori, preferendogli un albergo, sempre dentro le mura del Vaticano, pur chiamato religiosamente Santa Marta: lo stesso, peraltro, nel quale si confinò il Papa dimissionario ed emerito morendovi.

Sono parole pesanti, quelle del segretario di Papa Ratzinger, sul Pontefice appena sepolto bella Basilica romana di Santa Maria Maggiore, distante dalla tomba di Benedetto XVI in Vaticano, omaggiata con altre ieri dal nuovo Papa. La cui elezione ha ugualmente “sorpreso” e indotto tre volte alla “speranza” chi fu il più stretto collaboratore del predecessore di Francesco.

Anche per il veicolo scelto -credo- per diffondere questi giudizi, pubblicati sul Corriere della Sera, il più diffuso quotidiano in Italia, si avverte la sensazione, magari esagerata ma giornalisticamente passabile, di un processo a Francesco. Controcorrente rispetto alla vasta e popolare emozione provocata dalla sua morte e ai richiami devoti del nuovo Papa, lo statunitense Robert Prevot, al suo predecessore. Che, chiamandolo due anni fa a Roma dal Perù per affidargli l’importante dicastero dei Vescovi, lo aveva messo in una postazione e in una dimensione a favorevole per la successione.

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Il Conclave raccontato, si fa per dire, dal cardinale Pietro Parolin

         Entrato Papa e uscitone cardinale secondo le abitudini del Conclave, promosse a regola nella concezione generale, nonostante le eccezioni che pure ci sono state a questo riguardo nelle elezioni del Pontefice, Pietro Parolin ha ringraziato a modo suo, scrivendone al Giornale di Vicenza, la “umanamente comprensibile tifoseria” dei suoi corregionali, corsi anche in Piazza San Pietro a sostenerne la promozione. Ma l’elezione del Papa -ha avvertito Parolin, peraltro confermato per il momento, almeno, Segretario di Stato del Vaticano- avviene in “una logica diversa” dalla tifoseria, appunto: una logica “di fede e di Chiesa”. Tanto che il Papa, pur eletto dai cardinali “confratelli”, come li ha chiamati Robert Francis Prevot, ora Leone XIV, si sente anche lui scelto dallo Spirito Santo.

         Di quanto avvenuto nel breve Conclave per la successione a Francesco, il cardinale Parolin ha voluto rivelare, convinto evidentemente di non violare la segretezza necessaria, e non rischiare quindi la scomunica, il “lungo e caloroso applauso” seguito nella Cappella Sistina, sotto il Giudizio Universale di Michelangelo, all’accettazione dell’elezione da parte del nuovo Papa. E anche, o soprattutto, “la serenità” mantenuta dall’eletto: una serenità- ha ricordato Parolin attingendo alla sua memoria- conforme a quella manifestata a suo tempo per la soluzione di “una questione spinosa che riguardava la Chiesa in Perù”. E di cui lo stesso Parolin dovette occuparsi “all’inizio del mio servizio come Segretario di Stato”. Quando fra i cattolici peruviani fu tentata l’organizzazione di un dissenso dal papa argentino Josè Bergoglio.

         A quell’esordio nella collaborazione con la Segreteria di Stato Parolin ha voluto aggiungere la testimonianza, nella conduzione del Dicastero dei vescovi da parte di Prevost cbiamato a Roma due anni fa, di “conoscenza delle situazioni e delle persone, pacatezza nell’argomentazione, equilibrio nella proposta delle soluzioni, rispetto, attenzione e amore per tutti”.

         Del contributo personale dato all’elezione di Leone XIV, per quanto anche lui votato già nella prima votazione con fumata nera, il cardinale Parolin non ha voluto scrivere o parlare. O non ha potuto perché avrebbe rischiato, in questo, di violare davvero il segreto del Conclave. Egli ha così lasciato, volente o nolente, il campo ai vaticanisti e simili, avventuratisi però a prevedere – in una logica di “tifoseria”, per ripetere una parola dello stesso Parolini- addirittura la preclusione del Papato a un italiano dopo l’occasione mancata in questa occasione.  

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Un affare per il Papa statunitense l’anatema di Steave Bennon

         Smentito e rimosso dallo staff di Donald Trump all’epoca della sua prima esperienza alla Casa Bianca, per quanto poi generosamente graziato nelle vicende giudiziarie, Steave Bennon ha visto e denunciato come “la scelta peggiore” l’elezione del connazionale Robert Prevost a Papa. Che invece Trump si era affrettato ad apprezzare, pronto a baciare l’anello al dito di Leone XIV. E forse anche qualcosa d’altro vista l’immaginazione che si scatena nel linguaggio del presidente americano quando incontra o solo sente, o interpreta persone del suo livello istituzionale, diciamo così.

         “La scelta peggiore”, ha detto Bannon di Prevost perché -ha spiegato Laura Loomer sulla scia del suo ispiratore o modello-  il nuovo Papa altro non sarebbe che una “marionetta marxista”, per quanto vestito di bianco nei panni di Leone XIV. Ma completato di rosso -potrebbe replicare la scatenata bannoniana, o bannista- per i paramenti di questo colore che il nuovo Pontefice, diversamente dal predecessore argentino, ha voluto sovrapporre alla tonaca pontificia.       

I giornali, forse più quelli al di qua che al di là dell’Atlantico, hanno voluto dare al giudizio di Bannon un rilievo obiettivamente sproporzionato a quello che meritava e merita. O che meriterebbe al contrario, considerando l’anatema di Bannon dopo la prima reazione invece entusiasta di Trump un segno incoraggiante di ottimismo di fronte alla rappresentazione diabolica del presidente americano e, più in generale, del trumpismo. Nei panni del diavolo Trump ha forse smesso di riconoscersi.

         Lo Spirito Santo è sceso, a suo modo, anche su Bannon per fargli dare un contributo ad una più realistica rappresentazione della presidenza americana in corso, dopo l’elezione di Prevost a Papa. E la benedizione che Trump gli ha praticamente chiesto.  

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