Il masochismo referendario di Clemente Mastella e Paolo Cirino Pomicino

Certo, sono sorprendenti -e hanno fatto giustamente notizia- i no referendari alla riforma costituzionale della magistratura sopraggiunti ai sì annunciati. E ciò  per motivi completamente estranei alla legge sottoposta a verifica elettorale. Il no, per esempio, di Goffredo Bettini e, quasi a seguire, almeno come tentazione, diciamo così, di Mario Monti, accomunati dalla paura, dal fastidio, comunque si preferisca chiamarlo, del troppo potere che deriverebbe al governo in carica, ma più in particolare alla premier Giorgia Meloni, da una magistratura sconfitta nelle urne. Un potere simile a quello che si è preso negli Stati Uniti il presidente Donald Trump, citato espressamente da Monti. Una magistratura eventualmente sconfitta, va detto, non dal governo ma da se stessa, avendo voluto schierarsi, essa sì, contro il governo su una riforma rifiutata per essersi occupata di “principi non negoziabili”, hanno detto i signor no rifiutatisi per questo di contrattare prima e durante, sotto o ai lati del percorso politico e parlamentare durato più di due anni.

       Ancora più sorprendenti tuttavia dei no politici sopraggiunti al sì o ad un silenzio dichiaratamente “indeciso”, come lo ha definito Monti parlando di “luci e ombre” che si alternavano nella sua valutazione; ancora più sorprendenti di questi, dicevo, mi sono apparsi e continuano ad apparirmi quelli dell’ex ministro della seconda Repubblica Clemente Mastella, passato peraltr anche per il dicastero della Giustizia, e dell’ex ministro della prima Repubblica Paolo Cirino Pomicino. Entrambi danneggiati dalle loro vicende giudiziarie, il secondo anche fisicamente per avere subito interventi al cuore logorato, presumo, dalle sue frequentazioni di avvocati, pubblici ministeri e giudici.

       Per la sua vicenda o avventura giudiziaria diventata anche di dimensioni familiari, per il coinvolgimento della moglie, Mastella nel 2008, cioè 18 anni fa,  si dimise dalla mattina alla sera da ministro della Giustizia del secondo ed ultimo governo di Romano Prodi, portandoselo appresso nella caduta. E poi anche il Parlamento, sciolto in anticipo dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che pure, diversamente dal suo predecessore Oscar Luigi Scalfaro, non era di facile tentazione liquidatoria, diciamo così, delle Camere,

       Neppure gli undici anni, pari a più di due legislature ordinarie, impiegati e contati da Mastella e famiglia  per uscire dall’esperienza giudiziaria che nel frattempo gli è costata la riduzione di livello della sua vocazione o passione politica, da nazionale a locale, sono riusciti a scalfire la fiducia ora espressa dall’ex ministro nella magistratura,  difendendone carriera unica e pratiche correntizie. E gridando no alla riforma che il buon senso -scusami, Clemente- avrebbe dovuto consigliargli di condividere. Come ha appena fatto, pur non avendo avuto sgradevoli vicende giudiziarie da vivere, l’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini spiegando peraltro che nel 1995 una riforma simile avrebbe voluto proporla praticamente anche lui, trattenuto però dal già ricordato presidente della Repubblica Scalfaro. Che partecipava, lusingato e lusingante, a congressi e convegni dei suoi ex colleghi magistrati assicurando loro che mai e poi mai avrebbe controfirmato e fatto entrare quindi in vigore una legge che separasse le carriere dei giudici da quelle dei pubblici ministeri. Era arrivato addirittura a quel punto il rapporto fra una giustizia o magistratura soverchiante e una politica rinunciataria, intimidita, messasi anche da sola in un angolo riducendo nel 1993 l’istituto dell’immunità parlamentare con la modifica dell’articolo 68 della Costituzione. Nelle piazze allora sfilavano cortei di dimostranti che reclamavano di “sognare” sempre più manette ai polsi dei politici. E della politica. Il loro idolo principale era l’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro. Che oggi, dopo avere provato, forse non a caso, i tribunali anche come imputato e avvocato, e avere maturato una certa esperienza politica, persino ministeriale, strapazza i suoi ex colleghi, e le loro bugie di campagna referendaria, e conferma il suo sì referendario ogni volta che un giornale, una telecamera, un microfono, un convegno gliene offre l’occasione

Pubblicato su Libero

La destra messa sottosopra dal generale Roberto Vannacci

       Roberto Vannacci, il generale già della Folgore, che vedeva il mondo sottosopra nei lanci di paracadutista decidendo poi di cercare di raddrizzarlo non rinunciando ai lanci ma lanciandosi in politica, accolto nella Lega da Matteo Salvini in persona, sino a diventarne un vice segretario; Roberto Vannacci, dicevo, sta mettendo sottosopra -anch’esso- il partito del Carroccio. Fuori dal quale “c’è il niente”, gli ha gridato lo stesso Salvini. Ma lui ha allestito associazioni e simboli, fra sospetti e accuse di plagio, per un’impresa che potrebbe essere -negli auspici della sinistra o nel timore di qualcuno sul versante opposto- una frana del centrodestra come quella di Niscemi.

       Marcello Veneziani, che conosce bene la destra avendola vissuta e vivendola tuttora da intellettuale non più organico, ha riconosciuto sulla Verità di Maurizio Belpietro che Vannacci “ha un suo mercato e un bel simbolo” aggiungendo con prudenza o diffidenza: “Se lo votano”. Perché, giustamente, una cosa è prendere 500 mila voti di preferenze alle elezioni europee come candidato voluto, protetto e quant’altro dal capo del partito di approdo, altra cosa è prenderne da solo con un partito tutto suo. E ciò specie dopo avere ridotto al 4 per cento la Lega in Toscana dirigendone l’anno scorso la campagna elettorale regionale, già in condizioni conflittuali a livello nazionale nel Carroccio.

       Vedo e leggo, in retroscena televisivi e stampati, della premier Giorgia Meloni e amici preoccupati, allarmati e quant’altro per i danni elettorali che potrebbe loro procurare la nascita di un movimento alla destra anche del loro partito, oltre che della lega, considerando i pochi punti che separano nei sondaggi elettorali lo schieramento reale, effettivo del centrodestra e quello ancora virtuale, sul piano nazionale, del cosiddetto campo largo dell’alternativa. Dubito tuttavia che la Meloni sia tanto e davvero preoccupata. Una destra alla sua destra, e a destra della Lega, potrebbe procurare al partito della premier, e a lei personalmente, voti moderati oggi preclusi dalla rappresentazione che se ne fa, come   di una destra di origine o derivazione fascista, o solo “autoritaria”. Come ne ha appena scritto sul Corriere della Sera il senatore a vita ed ex premier Mario Monti, quanto meno tentato in via cautelativa, proprio per questo,  dal no referendario alla riforma costituzionale della magistratura.

Ripreso da http://www.startmag.it

La grazia al governo sulla data, confermata, del referendum sulla magistratura

         Il rifiuto opposto dal tribunale regionale amministrativo del Lazio al ricorso contro la data fissata del 22 marzo per il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura è un po’ una grazia giudiziaria al governo nei tempi che corrono. Quando i magistrati fanno più penare che altro il governo, appunto, con applicazioni e interpretazioni delle leggi difformi dalle aspettative di chi quelle stesse leggi è appena riuscito a fare approvare dal Parlamento. O di quelle decisioni adottate secondo le procedure di legge stabilendo la data di un rferendum.

       Questa volta a soccombere sono stati i ricorrenti, mossisi contro la data del 22, e 23, marzo perché convinti, al di là delle loro  argomentazioni tecniche e giuridiche, che una campagna referendaria più lunga avrebbe potuto favorire il no, partito nei sondaggi molto più indietro del sì. Ma non è per niente detto che, perdendo il ricorso, i promotori siano stati svantaggiati. La campagna del no, nelle more del ricorso, si è infilata in una serie di autoreti, dividendo anche i dirigenti dell’associazione nazionale dei magistrati contrari alla riforma, da poter far credere che più tempo avrebbe potuto favorire più ancora il sì che no.

       L’ultima, quella di infilare nella campagna referendaria del no anche il ciuffo, diciamo così, del presidente americano Donald Trump, come ha fatto il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti demonizzando a modo suo le “affinità” di cuore e di mente tra lo stesso Trump e la premier italiana Giorgia Meloni; l’ultima, dicevo, della campagna referendaria del no è stata, a dir poco, un regalo di logica e di emozioni ai sostenitori della riforma. Che ora possono accusare a ragione i sostenitori del no di strumentalizzare addirittura la politica estera a fini di politica interna e campagna elettorale.

Monti infila il ciuffo di Trump nel referendum sui magistrati in Italia

Se non è, o non ancora, un altro no referendario a sorpresa alla riforma costituzionale della magistratura, poco è mancato e manca a quello del senatore a vita, ex presidente del Consiglio, ex professore, ex commissario europeo Mario Monti alla fine di un lungo editoriale anti-trumpiano del Corriere della Sera. Incitante non a caso la premier italiana a “prendere le distanze da Trump”, più di quanto non abbia già fatto lamentandone pubblicamente gli “errori”.

       Che c’entra Trump con la riforma della magistratura italiana? C’entra, c’entra anche secondo Monti, come qualche settimana fa secondo Goffredo Bettini, il guru del Pd. Passato dal sì ispiratogli dal ricordo del padre avvocato di cultura e militanza repubblicana, del Pri del mitico Ugo La Malfa, al no per via dei troppi poteri che la riforma, se confermata col voto popolare, darebbe alla Meloni.

       Il collegamento con Trump, il trumpismo e altro è nel passaggio conclusivo dell’editoriale di Monti, che riprendo interamente per la sua trasparenza, chiamiamola così, che è pur sempre un fattore positivo, anche quando si dissente dal merito del ragionamento. Esso ha quanto meno il pregio, appunto, di essere chiaro, non avvolto in allusioni e simili.

       “Si prenda la riforma della giustizia”, ha scritto Monti amplificandone la portata, visto che si  tratta di una riforma solo della magistratura, come precisato da gente di mestiere, diciamo così’, come l’ex sostituto procuratore Antonio Di Pietro. “Sul referendum -ha raccontato il senatore a vita- io sono indeciso, vedo luci e ombre. Ma se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria. Meglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”.  Se non lo si vuole chiamare fascismo, come fanno attaccando Meloni gli avversari di lunga data. Dai quali Monti ancora l’anno scorso, come ha ricordato lui stesso, aveva voluto distanziarsi, dissociarsi e quant’altro riconoscendo alla Meloni il merito di essersi offerta come ponte fra l’appena rieletto presidente americano e l’Europa.

       Trump evidentemente deve essere peggiorato, ormai passato dal ciuffo all’orbace. E la Meloni con lui facendo crollare anche il ponte. Un’analisi, temo personalmente, più da zuffa politica quotidiana, mescolando politica estera e interna, che da laticlavio.

Pubblicato sul Dubbio

Monti a sorpresa insegue Bettini contro la riforma della magistratura

Quello che maggiormente, e francamente, sorprende del giudizio negativo dato sul presidente americano Donald Trump dal senatore a vita Mario Monti in un editoriale del Corriere della Sera è la strumentalizzazione che pure lui fa, come un Goffredo Bettini qualsiasi, verrebbe da dire, di questo giudizio ai fini della politica interna italiana. Con un’aggravante però per Monti, anzi due.

       La prima aggravante è la quasi mitica capacità dell’ex premier di misurare parole e ragionamenti, che questa volta mi pare che gli sia mancata, volente o nolente, sino a promuovere o inabissare, come preferite, il presidente americano in un nuovo mondiale fascismo. Cui egli pure aveva evidentemente sottovalutato l’anno scorso -e un po’ riconoscendolo- per avere non dico incoraggiato ma condiviso il rapporto speciale cercato e ottenuto dalla premier italiana con Trump per fare da ponte fra le due sponde dell’Atlantico più lontane, direbbe il nostro compianto Giovanni Spadolini che misurava la larghezza del Tevere.

       La seconda aggravante del ragionamento di Monti sta nella conoscenza che gli si deve attribuire, per essere stato capo del governo italiano, di un problema come quello del rapporto fra la politica e la giustizia in Italia. Un rapporto quanto meno squilibrato per certificazione -torno a scriverlo per l’ennesima volta- di un presidente della Repubblica insospettabile come Giorgio Napolitano, dal quale peraltro Monti ottenne un in incarico tutto speciale, per contenuto e circostanze, di presidente del Consiglio. Un rapporto che la riforma costituzionale sulla magistratura sottoposta a referendum cerca di migliorare, restituendolo un po’ alle origini costituenti, che non erano di privilegio per la magistratura ma, al contrario, per la politica grazie anche al meccanismo dell’immunità parlamentare modificato nella stagione delle cosiddette “mani pulite”.

       Ebbene, dopo avere scritto come più negativamente non poteva di Trump e, in fondo, anche del popolo americano che lo ha eletto per la seconda volta, commettendo un errore del quale l’Occidente per primo starebbe pagando il conto, Monti ha lamentato, a dir poco, i rischi comportanti dall’”affinità ideologica e politica” della Meloni rispetto a Trump sulla “riforma della giustizia” in Italia. Come lui preferisce chiamarla andando oltre la magistratura che pure ne è il vero oggetto.

       “Sul referendum -ha scritto testualmente il senatore a vita- io ad esempio sono indeciso, vedo luci e ombre. Ma se la nostra premier continua a mostrarsi la leader più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei nell’intimo una vocazione autoritaria”. Come ragionano neppure più tutti forse nell’associazione dei magistrati e dintorni, compresi i partiti che ne riflettono le posizioni. “Meglio allora, concluderei, non metterle e in mano -ha scritto Monti della Meloni- strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”. E così, sembra di capire, le ombre della riforma hanno preso anche in lui il sopravvento sulle luci e l’hanno trasformata nella più pericolosa occasione di tradimento della democrazia.

       Già questa immagine apocalittica mi sembra poco consona, ripeto, ad una personalità istituzionale, politica, direi anche accademica, come quella di Monti. Che peraltro fu messo in almeno parziale sicurezza giudiziariamente dal prudente Napolitano come senatore in vita prima di farlo salire a Palazzo Chigi sostituendo Silvio Berlusconi, che non vi sarebbe più tornato. Ma vedere e leggere Monti affiancato al già ricordato guru del Pd Goffredo Bettini, di recente conversione al no referendario da un sì motivato persino con una storia familiare, mi ha procurato una particolare, particolarissima impressione. No, senatore, anche da suo ex elettore nell’avventura del 2013, questa non me la doveva fare. Diciamo pure che non ce la doveva fare.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it

Gli esami della Meloni non finiscono mai, come quelli di Eduardo De Filippo

Come quelli scritti e recitati a suo tempo da Eduardo De Filippo, non finiscono mai gli esami di Giorgia Meloni. Che, appena ribadito il ripudio della complicità del fascismo con l’antisemitismo nazista e i milioni di morti di cui ieri è stata celebrata la giornata della memoria, si è vista chiedere oggi dal senatore a vita ed ex premier Mario Monti, sul Corriere della Sera, la rottura, non più qualche strappo, col presidente americano Donald Trump. Una rottura senza la quale il fascismo tornerebbe ad essere l’abito adatto alla premier italiana e al suo partito, essendo Trump una reincarnazione del fascismo oltre Oceano.

       Nella richiesta del senatore Monti c’è anche un po’ di autocritica, avendo lo stesso Monti ricordato di avere riconosciuto alla Meloni l’anno scorso il merito, l’astuzia, l’intelligenza, chiamatela come volete, di avere cercato e ottenuto un rapporto quasi privilegiato col presidente appena tornato alla Casa Bianca. Un rapporto che avrebbe potuto essere utile anche all’Italia e all’Europa, di cui la premier avrebbe potuto diventare il ponte su cui continuare a fare viaggiare l’atlantismo, per quanti colpi potesse esso subire da un Trump deciso a ridisegnare il mondo. Almeno quello uscito dagli accordi di Yalta conclusivi della seconda guerra mondiale,

       Nel suo appello alla Meloni a rompere con Trump -e non solo a tirargli la lunga cravatta rossa, come in una vignetta comparsa nei giorni scorsi sui suoi pubblici dissensi dagli “errori” dell’amico americano- Monti ha finito anche per associarsi o, quanto meno, per farsi tentare dal ragionamento col quale Goffredo Bettini ha motivato la sua conversione al no referendario contro la riforma della magistratura, dopo il sì annunciato e praticato pubblicamente nel Pd dissociandosi dalla segretaria Elly Schlein. M soprattutto dall’amico Giuseppe Conte fuori, nel fantomatico campo largo dell’alternativa al centrodestra. La vittoria referendaria del sì condannerebbe la Meloni, anche secondo Monti, alla tentazione irresistibile di un nuovo fascismo.   

Quella cattiveria di Travaglio su Marina Berlusconi e Antonio Tajani…

         Nelle quattro righe della quotidiana “cattiveria” del Fatto di Marco Travaglio, in prima pagina, c’è oggi un sospetto che, con ironia ma non troppo, condivido. Il sospetto che nei rapporti fra Marina Berlusconi e Antonio Tajani, in ordine non solo alfabetico, si sia creata una situazione talmente imbarazzante e rischiosa per entrambi -non sul piano fisico, per carità,  ma politico- da proteggere i loro incontri conviviali con qualche cautela. A cominciare dall’assenza della “servitù”, cioè della più classica, scomoda, rischiosa testimonianza.

       La posizione di Tajani in Forza Italia mi sembra fattasi assai pesante, più di quanto egli pesi davvero sulla bilancia, per quanto sia un segretario dalla ormai scontata conferma nel congresso programmato per l’anno prossimo, prima delle elezioni politiche generali, avendo il potenziale antagonista Roberto Occhiuto, governatore della Calabria, appena annunciato di non volerlo contrastare come candidato al vertice del partito. O non ancora. E forse avendone parlato proprio con Marina Berlusconi, che lo riceve ogni tanto, separatamente da Tajani, peraltro carico, anzi stracarico di impegni come vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri fra guerre di ogni tipo e latitudine.

       Il cappio al quale, maliziosamente e andreottianamente, vedo ormai appeso Tajani, nella formula del peccato che si commette pensando male ma indovinando, è quell’asticella elettorale che pure lui improvvidamente si è assegnata come obiettivo: il 20 per cento dei voti, più del doppio, quasi il triplo, dell’8 per cento attuale. Con qualche decimale che mette il partito berlusconiano in concorrenza con la Lega di Matteo Salvini e ora anche di Roberto Vannacci, almeno sino a quando il generale -Vannacci, appunto- non consumerà la scissione che in tanti si aspettano ormai da lui. E che lo stesso Salvini mi pare abbia messo nel conto avvertendolo pubblicamente che fuori della Lega, per chi ne proviene, esiste solo “il nulla”, o il “deserto”.

       Di quell’eventualmente e probabilmente mancato 20 per cento Tajani potrebbe essere chiamato a rispondere dopo le elezioni, per quanto fattosi prudentemente confermare segretario, ripeto,  prima delle elezioni. Rispondere come segretario, appunto, ma anche come uno dei possibili concorrenti del centrodestra al Quirinale, quale viene sussurrato nei retroscena, alla scadenza del doppio mandato di Sergio Mattarella.

I rischi che Trump sta procurando al suo secondo mandato

“Trump mi pare un matto totale. Ma ho grande fiducia nella democrazia americana. Ho la sensazione che Trump non arriverà alla fine del suo mandato”, ha detto al Corriere della Sera il mio amico Jas Gawvronsky, intervistato per i suoi 90 anni quasi compiuti. E vissuti intensamente sul piano umano e giornalistico, vedendo e raccontando il mondo sempre da postazioni di riguardo, diciamo così: al di qua e al di là dell’Atlantico, al qua e al di là del Tevere, specie quando salì sul trono di Pietro il polacco Giovanni Paolo II, che si lasciò da lui intervistare per quasi due ore. E al di qua e al di là del muro di Berlino quando c’era e divideva l’Europa con una cortina di ferro e di cemento, appunto.  

       “Non dico che lo uccideranno”, ha precisato Jas parlando sempre di Trump e pensando, credo, ai predecessori del presidente morti ammazzati negli Stati Uniti. E io, a mia volta leggendolo e pensando all’inconveniente appena avuto dal presidente americano nel volo che lo portava a Davos, nel cantone svizzero dei Grigioni. Dove lui è arrivato e dato spettacolo di geopolitica, ma costretto in partenza a cambiare aereo per un “guasto” non molto ben precisato, almeno considerando il livello del passeggero e della sua sicurezza da garantire.

       “Succederà qualcosa”, ha continuato Jas avvertendo meno traumaticamente, ma non meno negativamente per Trump sul piano politico, che “già il voto di novembre” a metà mandato “sarà indicativo per capire quanto è sceso il suo consenso”. Che nella “democrazia americana” già evocata da Jas ha il suo peso, per quante forzature di potere, diciamo così, abbia già fatto e possa farne ancora un presidente cui giustamente Walter Veltroni ha appena rimproverato, in Italia, di sentirsi in attesa  solo del “giudizio di Dio”, non del popolo.

       Ancora Jas al Corriere della Sera a proposito di Trump e del suo secondo mandato alla Casa Bianca: “C’è un movimento all’interno del Paese per esautorarlo. Sbarazzarsi di un presidente è difficile, ma con la sua collaborazione potrebbe succedere”. Cioè, con i suoi eccessi, i suoi spropositi, le sue provocazioni, di fronte alle quali anche la premier italiana -la “fantastica” Giorgia Meloni, parola dello stesso Trump- ha dovuto prendere le distanze parlandogli in privato e poi parlandone in pubblico.

Anche “il ponte” della Meloni, offertasi fra le due sponde dell’Atlantico, è riuscito a mettere a rischio il presidente americano, più ancora di quanto non si tema sul fronte del no per il ponte sullo stretto di Messina ancora allo stato di progetto.

Pubblicato sul Dubbio

Il parossistico assedio dell’Italia alla Svizzera per la tragedia di Capodanno

         Cavalcato da Giulino Ferrara sul Foglio nel solito colore rosso, l’elefantino ha caricato sugli assedianti italiani della Svizzera. Che, guidati dalla premier Giorgia Meloni in persona, col supporto del vice presidente, forzista e garantista, del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, contestano le indagini sulla tragedia, anzi sulla strage -chiamiamola pure col nome che merita- di Capodanno a Crans-Montana. Dove sono morti bruciati o intossicati troppi ragazzi, anche italiani, in una trappola, più che in un locale di festa.

       Sin dalle prime battute della tragedia del fuoco e di quella successiva, televisiva e di carta, si avvertì il rischio   dell’apertura parossistica di un’altra guerra in Europa, non bastando quella d’Ucraina in corso da quasi quattro anni.

Il Papa si è fortunatamente sottratto alla tentazione di rimandare in patria le sue note e michelangiolesche guardie svizzere per fare giustizia spiccia, anche contro gli inquirenti avvertiti subito come inadeguati. O persino complici per le modeste cauzioni fissate per la liberazione dei proprietari e gestori del locale così mal protetto dal rischio d’incendio. Ma poco è mancato che il governo italiano  spedisse in Svizzera le sue squadre.

Stiano parlando, signori, della Svizzera, della neutrale e democratica Svizzera, per cui non ha torto Giuliano Ferrara a  parlare della nostra Italia,  e dei poteri istituzionali in rivolta contro i vicini, di “un paese folle, costruito sulla gogna per i presunti colpevoli” e “sull’unità operativa e di carriera di chi accusa e di chi giudica “, con “l’abominio rigurgitante del carcere afflitto dalla piaga della custodia preventiva, e nel pieno di un referendum che si vuole riformatore della giustizia sommaria“. Un referendum alla cui campagna per il no rischiano di dare una mano, col loro assalto alla giustizia svizzera troppo garantista, i principali esponenti del governo. Compreso -ha sfottuto Ferrara scrivendo di Tajani- “il figlioccio di Silvio Berlusconi e di trent’anni di guerra intorno alle esondazioni della giustizia e al penalismo politico vendicativo”.  Trent’anni contati peraltro dal fondatore del Foglio con una certa approssimazione perché in realtà è da più di quarant’anni, dal caso di Enzo Tortora, che l’Italia vive la drammatica questione della sua giustizia.

Ripreso da http://www.startmag.it

Quei lunghi 43 anni della questione Giustizia apertasi col caso Tortora

Per quanto scontate perché riferite a date e fatti conosciutissimi, le celebrazioni conservano sempre una loro improbabilità, una sorpresa, un’occasione per rileggere qualcosa e rilevarne o scoprirne aspetti importanti. Come la questione della giustizia, dei suoi rapporti con la politica, e viceversa. Che siamo un po’ tutti portati a datare al 1992 con l’esplosione di Tangentopoli, Mani pulite, i processi di cui è appena morto uno degli avvocati della difesa più emblematici, Giuliano Spazzali, al quale ha reso le armi anche il suo ruspante, ruspantissimo antagonista del tempo Antonio Di Pietro. Furono gli anni in cui anche un presidente della Repubblica come Giorgio Napolitano individuò, scrivendone pubblicamente alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte in terra tunisina, il “brusco cambiamento” intervenuto nei rapporti fra giustizia e politica, appunto.

       Ma le celebrazioni dei 50 anni della Repubblica di carta del compianto Eugenio Scalfari hanno fornito l’occasione qualche giorno fa di un ritorno su quel giornale, sia pure solo da intervistato, di una delle più celebri firme che ne erano uscite abbastanza clamorosamente: Paolo Guzzanti. Il quale ha ricordato, in particolare, l’intervista commissionatagli personalmente da Scalfari nel febbraio del 1980 all’allora ministro della Marina Mercantile Franco Evangelisti, dimessosi per lo sputtanamento, diciamo così, derivato alla sua corrente, quella democristiana di Giulio Andreotti, alla Dc e in fondo a tutta la politica dal quadro emerso del finanziamento illegale dei partiti, e loro derivati. “Ah, frà che te serve?”, fu il liet motiv di quel filone ispirato alla frase con la quale il costruttore Gaetano Caltagirone si offriva di consuetudine all’amico Franco Evangelisti.

       Nell’evocare quella vicenda, e particolari divertentissimi come il richiamo di Scalfari ad Evangelisti a parlare da “ministro della Repubblica” mentre l’altro protestava con parolacce in romanesco contro il casino in cui si era ficcato in fondo da solo, Guzzanti ha ricordato lo stupore suo e dello stesso Scalfari per la indifferenza giudiziaria nella quale poi cadde la vicenda. Nessun avviso di garanzia, nessuna indagine, nessun processo. Eppure c’era già la legge sul finanziamento pubblico le cui violazioni poco più di una decina d’anni dopo avrebbero scatenato il finimondo.

       Già, perché? Soltanto l’anno dopo, nell’estate del 1981, lo stesso Scalfari avrebbe raccolto dal segretario del Pci Enrico Berlinguer la famosa intervista che riduceva ad una “questione morale” il problema dei rapporti dei comunisti con tutti gli altri partiti della trascorsa stagione della “solidarietà nazionale”. Dalla quale i comunisti, dopo avere appoggiato dall’esterno due governi monocolori democristiani di Andreotti, si erano tirati indietro, a sentire e interpretare Berlinguer, non per sottrarsi al programma del riarmo della Nato, e del suo ombrello sotto il quale pure lui si era sentito protetto, ma per rivendicare e rispettare la loro “diversità” morale: onesti contro tutti gli altri disonesti.

       Il clima politico, insomma, c’era per attingere all’ancora fresca avventura di Evangelisti, diciamo così, e saltare giudiziariamente sui partiti. Esso arrivò dopo. Ma non nel 1992 col l’arresto del socialista Mario Chiesa a Milano colto in flagranza di tangenti. Arrivò nel 1983 col clamoroso arresto a Roma di Enzo Tortora, a seguito del quale i macroscopici errori e abusi emersi dalla vicenda giudiziaria del popolarissimo conduttore televisivo, scambiato per un camorrista spacciatore di droga, scossero socialisti e radicali. Che sollevarono sul piano referendario la questione della irresponsabilità in cui operavano i magistrati.  Che, dal canto loro, abituati all’impunità, di carriere e di soldi, scoprirono a loro volta la pericolosità della politica.

Fu lì che nacque la questione giustizia, tuttora aperta con un referendum che però potrebbe finalmente risolverla, diversamente da quello del 1985 formalmente vinto da socialisti e radicali ma poi tradito con una disciplina della responsabilità civile delle toghe praticabile solo per modo di dire. Si lasciò scriverla agli stessi magistrati.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il27 febbraio

Blog su WordPress.com.

Su ↑