Dietro e sotto la polemica a destra fra Giuli e Buttafuoco

       La guerra, guerriglia e simili fra il ministro dei beni culturali Alessandro Giuli e il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, che solo Giuliano Ferrara è riuscito a far convivere a suo tempo nell’altrettanto suo Foglio, è la conferma di una vecchia analisi di Indro Montanelli sul segreto della forza mediatica della sinistra. Che altri preferivano chiamare più o meno scientificamente egemonia. E cercano tuttora di proteggere dalle minacce che avvertono provenire da destra.

        La sinistra, salvo qualche eccezione che confermava tuttavia la regola, pur tra i frastuoni delle scissioni e i pidocchi che Palmiro Togliatti contava sprezzantemente nelle criniere dei suoi cavalli, in genere fa quadrato. Ha una solidarietà di classe, diciamo cosi in molti sensi. O disciplina, come preferisce orgogliosamente pensare o dire  Massimo D’Alema, ancora orgoglioso di essersela sentita riconoscere da un Antonio Di Pietro fresco di arrivo in politica, e ancora legato ai ricordi di sostituto procuratore della Repubblica a Milano nella stagione della peste antipolitica chiamata aulicamente “Mani pulite”. Un Antonio Di Pietro arresosi con quasi tutti i colleghi di un tempo alla fatica di ripercorrere la strada dei miliardi tangentati entrati una volta nella vecchia sede nazionale comunista delle Botteghe Oscure, a Roma, e non usciti. O usciti prima che si mettessero, o si fingesse di mettere i sigilli giudiziari a un ufficio amministrativo.

       L’intellettualità di sinistra, chiamiamola così, come la militanza degli uomini delle gabbiette resistita anche ai metodi spicci della magistratura ambrosiana del 1992 e anni successivi, era ed è unitaria almeno al 90 per cento. L’intellettualità di destra è al di sotto, molto al di sotto, del 50 cento, come l’astensionismo elettorale. E così al mio amico Pietrangelo Buttafuoco – accusato di troppa indulgenza con la cultura russa,  una specie di mussulmano peraltro prestato alla cristianità italiana- come ad un altro mio amico Marcello Veneziani, col quale -leggendolo- riesco a riconoscermi anche quando non sono d’accordo con ciò che scrive, giusto per il modo in cui si spiega e si racconta; a Buttafuoco e a Veneziani, dicevo, tocca anche in regime politico di destra, come lo definiscono gli avversari avvertendo la Costituzione antifascista in pericolo, di doversi vedere più dagli amici, in stivali e  senza, che dai nemici.  Anche la buonanima di Luigi Pirandello avrebbe difficoltà ad occuparsene.

In memoria sincera, non ipocrita, del senatur leghista Umberto Bossi

       Era già da un pezzo, in verità, che Umberto Bossi non si sentiva. Mancava ad amici e avversari col silenzio impostogli un po’ dalle condizioni malferme di salute ma forse ancor più dalla trasformazione politica e persino geografica della “sua” Lega sotto la guida di Matteo Salvini.  Che però lo ha trattato sino alla fine come un padre, anzi un nonno borbottone, al quale non può negarsi né il rispetto né l’affetto.

       Ora che il “senatur” è morto,  come il fondatore della Lega veniva generalmente chiamato avrà forse finito il capo del Carroccio di temere il giorno o l’ora di uno strappo alla sopportazione e di una reazione tanto scomoda quanto dovuta, peraltro in un periodo non facile per la Lega. Né politicamente, né elettoralmente, ormai schiacciata dal peso della destra della premier Giorgia Meloni e costretta a difendere il secondo posto nel centrodestra dai decimali di guadagno della Forza Italia di Antonio Tajani.

       Come sempre accade nei necrologi e celebrazioni funebri, religiose o laiche che siano, si sono levate solo buone parole e idee in ricordo dello scomparso. E gli sono stati perdonati tutti i contributi, quanto meno, che egli diede negli anni di esordio leghista all’imbarbarimento della politica, con insulti, invettive, volgarità, gesti anche odiosi di rottura. E’ rimasta di lui solo l’immagine un po’ simpaticamente donchisciottesca del condottiero irriducibile.

       Meridionale appena sbarcato a Milano, pur da Roma, alla direzione del Giorno allora ancora dell’Eni, provai subito il morso di Bossi, che non mi conosceva così come io non conoscevo lui.  Mi querelò invocando l’associazione a delinquere perché in uno stesso numero del quotidiano erano comparsi tre articoli, a firme diverse, non proprio entusiastici di una sua esibizione a Pontida. Il magistrato che archiviò naturalmente la faccenda, avendo la sfortuna, pure lui, di essere meridionale, si vide dileggiato da un bel po’ di manifesti leghisti sui muri di Milano e provincia.

       Quando Silvio Berlusconi decise di associare Bossi al suo centrodestra, improvvisato per impedire la vittoria dei comunisti, come ancora li chiamava, nelle elezioni politiche del 1994, io gli chiesi se fosse proprio convinto di potersene fidare. Lui, ottimista come sempre, mi assicurò che l’operazione sarebbe andata a buon fine, pur con le riserve che Bossi già aveva verso la destra di Gianfranco Fini, altro partner della coalizione berlusconiana. Durò naturalmente poco. Insediatosi a maggio a Palazzo Chigi, Berlusconi era già dimissionario il 22 dicembre, sotto o davanti all’albero di Natale, per una crisi procuratagli da Bossi, che poi raccontò di essersi lasciato spingere alla rottura dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Che lo riceveva al Quirinale come un liberatore: non tanto della Padania dall’Italia quanto di Scalfaro dal fastidio che gli procurava Berlusconi a Palazzo Chigi.

       Acqua passata, d’accordo. Poi, in condizioni peraltro di salute compromesse, Bossi scoprì in Berlusconi, tornato nel frattempo a Palazzo Chigi, l’amico di cui più poteva fidarsi, pur essendo il più lontano da lui per stile ed altro. Ma quell’acqua, per quanto passata, mi è rimasta ferma nella memoria.

Landini al comando del fronte referendario del no alla riforma della magistratura

Va bene che la buonanima di Bettino Craxifiniva spesso anche nelle vignette di Giorgio Forattini, al quale pure sotto sotto piaceva, come Benito Mussolini in Piazzale Loreto. Ma il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, più ancora dei segretari, vice segretari e sottosegretari dei partiti del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura, ha finito per regalare alla premier di destra Giorgia Meloni un paragone per niente sconveniente, per lei, col leader socialista che nel 1984 volle e seppe sfidare l’onnipotente sindacato rosso con i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari,

       La Meloni ha ora sfidato quella che è stata chiamata “corporazione” dei magistrati anche da presidenti della Repubblica, e dell’ancora unico Consiglio Superiore, quando non hanno potuto fare a meno di lamentarsene. Addirittura chiedendone la “rigenerazione”, come fece Sergio Mattarella dopo l’esplosione del caso Palamara: il mercato cioè delle carriere appese non al merito ma alle appartenenze correntizie delle toghe.

       La sfida di Craxi nel 1984, col decreto legge di San Valentino, come fu chiamato per il santo del giorno in cui fu varato, sfociò nel referendum abrogativo imposto dall’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer alla Cgil del pur refrattario, dubbioso Luciano Lama.  Che si prestò alla raccolta delle firme per promuoverlo. Finì l’anno dopo con la bocciatura non dei tagli ma di chi li aveva contestati: alcuni rimanendo dietro le quinte, come l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che aveva scommesso pure lui, come la buonanima ormai di Enrico Berlinguer, sulla sconfitta dello scomodo presidente socialista del Consiglio, subìto a Palazzo Chigi per i voti perduti dallo scudocrociato nelle elezioni politiche del 1983.

       Ciriaco De Mita dovette accontentarsi del si all’abrogazione nella sua Nusco. Altrove, pure nelle città del Nord famose come roccaforti operaie, vinse il no all’abrogazione.

       Il no questa volta, trattandosi di una riforma costituzionale, è alla conferma. Un no nel quale i maggiori partiti che se lo sono intestato -il Pd di Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte- si sono fatti sorpassare per toni e mobilitazioni di piazza da Landini. Che spera, fra l‘altro, di riscattarsi con una vittoria dalla sconfitta subita l’anno scorso nell’assalto referendario alla disciplina del mercato del lavoro voluta col nome inglese di jobs act dal governo di Matteo Renzi, e rinnegato dal Pd finito nelle mani o tra i piedi della Schlein. Che -le va riconosciuto onestamente- lo aveva contrastato a suo tempo da dissidente nel partito.

       Tutto mi sarei aspettato, francamente, dallo spettacolo della politica al quale sono abituato da una vita, diciamo così,  fuorchè  una toga pur metaforicamente indossata, diciamo onoraria, dal segretario generale di una Cgil non accodatasi ma sovrappostasi all’associazione nazionale dei magistrati e alle loro correnti, o partiti.

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