Fra le vittime secondarie, diciamo così, della campagna referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura -la vittima di pietra, direi, come di un ospite, di un invitato e simili- c’è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Di cui sono stati disattesi gli appelli alla moderazione, e al rispetto reciproco fra le parti scontratesi sulla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e sugli annessi e connessi. Ma di cui soprattutto è stato di fatto ignorato, sin quasi all’insulto, o alla cattiva educazione istituzionale, il ruolo di garanzia riconosciutogli dalla riforma assegnandogli la presidenza di entrambi i Consigli Superiori della Magistratura, sdoppiati con la separazione delle carriere.
Eppure la presidenza sia dell’uno che dell’altro Consiglio superiore avrebbe dovuto e dovrebbe segnare la garanzia, appunto, dell’indipendenza e dell’autonomia dei giudici e dei pubblici ministeri protetta anche dall’articolo 104 modificato della Costituzione.
Nessuno sul fronte del no ha voluto fermare le sue invettive e paure, o i suoi processi alle intenzioni, come li ha chiamati il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e magistrato Alfredo Mantovano, di fronte al ruolo anche di vigilanza del Capo dello Stato confermato, anzi raddoppiato, dalla riforma. Un Capo dello Stato, per esempio, che sicuramente non controfirmerebbe, per la promulgazione, una legge ordinaria che dovesse compromettere, direttamente o indirettamente, l’autonomia e l’indipendenza, ripeto, dei giudici e dei pubblici ministeri. Né autorizzerebbe il governo a proporre alle Camere una norma costituzionale contro l’una o l’altra delle condizioni assicurate ai magistrati. L’autorizzazione è esplicitamente richiesta nell’articolo 87 della Costituzione, quarto comma, che molti ignorano o sottovalutano. Molti, ripeto, anche fra quelli che a sinistra difendono le prerogative del presidente della Repubblica dalle limitazioni che la sua figura istituzionale subirebbe col premierato proposto dal governo alle Camere per l’elezione del presidente del Consiglio, anziché per nomina esclusiva del Capo dello Stato.
Anche il galateo costituzionale, oltre al buon senso e al rispetto della memoria di celebri sostenitori della separazione delle carriere come effetto inevitabile della riforma del processo penale intestata a Giuliano Vassalli, è finita nella pattumiera della campagna referendaria per fortuna ormai agli sgoccioli. Fra i quali è stata infilata anche la stravagante, a dir poco, immersione del referendum nel “contesto” -come lo ha definito addirittura il senatore a vita ed ex premier Mario Monti- della situazione internazionale. Dove domina sinistramente l’autoritarismo del presidente americano Donald Trump da cui la premier italiana non avrebbe preso né prenderebbe abbastanza le distanze, tradendo una vocazione simile espressa anche nella riforma della magistratura. Così debole, poverina, sempre la magistratura, da non potere resistere, autonoma e indipendente, neppure a un sorteggio interno, selezionato con criteri oggettivi. Un diavolo per le correnti associative che si sono impadronite del Consiglio unico e superiore, a parole.
Pubblicato sul Riformista